Camus Albert, “Riflessioni sulla pena di morte”

Edito da SE, Milano, 2006, 70 p.

Il senso d’impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte alla coalizione pubblica che vuole la sua morte, è già di per sé una punizione inconcepibile. E anche per questo sarebbe preferibile che l’esecuzione avvenisse pubblicamente. L’attore che è in ogni uomo potrebbe allora venire in soccorso dell’animale terrorizzato, e aiutarlo a ben figurare, anche di fronte a se stesso. Ma la notte e la segretezza sono senza appello. In questo disastro, il coraggio, la forza d’animo, persino la fede rischiano di essere affidati al caso. Generalmente l’uomo è distrutto dall’attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono due morti, e la prima è peggiore dell’altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare ancora come una legge di civiltà. Non ha mai preteso che si dovessero cavare entrambi gli occhi a chi aveva reso cieco di un occhio il proprio fratello.

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Nota dell’Archivio
-Nella Nota al testo viene riportato ciò: “NOTA AL TESTO
Nel 1955 Arthur Koestler si fece promotore in Inghilterra di una campagna nazionale per l’abolizione della pena di morte. La mobilitazione dell’opinione pubblica fu vasta e sfociò in un acceso dibattito parlamentare. Nell’autunno Koestler raccolse in un volume dal titolo “Reflections on hanging” gli scritti pubblicati in precedenza sull’«Observer». Manès Sperber, amico di Malraux, ebbe l’idea di far tradurre il libro in Francia, e propose ad Albert Camus di scrivere un saggio da pubblicare unitamente allo scritto di Koestler. Camus accettò. E’ dell’inizio del 1957 la stesura di “Réflexions sur la guillotine”, che apparve sulla «Nouvelle Revue Française» nei numeri di giugno e luglio. Il libro edito da Calmann-Lévy, “Réflexions sur la peine capitale”, comprendeva, oltre allo scritto di Camus, la traduzione parziale del testo di Koestler e un’indagine sulla pena di morte in Francia di Jean Bloch-Michel, che scriveva anche una breve prefazione, nella quale si mettevano in chiaro gli intendimenti che avevano portato alla pubblicazione dell’opera: «… a giudicare dall’indifferenza dell’opinione e dei poteri pubblici, si potrebbe arguire che si tratta di un problema di scarsissimo interesse. E il silenzio è soprattutto prerogativa delle autorità. Sarà sufficiente interromperlo perché la gente avverta il fastidioso rumore delle esecuzioni. A questo, oggi, si accinge Albert Camus». In Italia, da Longanesi, nel 1958 uscì, con una prefazione di Domenico Peretti Griva, “La ghigliottina”, traduzione dei saggi di Camus e di Bloch-Michel. La versione italiana completa del libro francese apparve da Newton Compton nel 1972: Albert Camus – Arthur Koestler, “La pena di morte”, introduzione, cura e studio critico di Jean Bloch-Michel.”

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Molinari Luigi, “Il tramonto del diritto penale”

Edito da Vulcano, Bergamo, 1995, 60 p.

Prefazione alla seconda edizione
Nel settembre 1904 si è pubblicata la prima edizione (5000 copie) del Tramonto del Diritto Penale ed ora (settembre 1909), l’Autore-Editore (ché non è facile trovare in Italia editori di opere libertarie) presenta al pubblico la seconda edizione per far fronte alle richieste che numerose gli pervengono.
Il merito della diffusione di questo lavoro, è doveroso dirlo, lo si deve quasi unicamente agli anarchici, i quali hanno compreso che questo libro, futurista per davvero, contiene idee e concetti che solamente possono essere compresi ed apprezzati da coloro che lottano per un ideale di redenzione che trascinerà l’umanità al sovvertimento del presente stato di vita sociale. Non è che faccian difetto anche fra gli avversari delle dottrine anarchiche i buoni e gli intelligenti che comprendono l’infamia e l’ingiustizia del diritto di punire: non mancano costoro, ma sono sopraffatti dagli interessi delle loro caste, delle loro sette, dei loro partiti che urtano contro il concetto libertario ispiratore di tutta la presente opera.
Il diritto penale, menzogna convenzionale, è necessario per tutti coloro, dal prete cristiano all’ateo socialista, che basano le loro forze sulla potenza della legge. Col tramonto del diritto penale le leggi verranno a mancare della sanzione punitiva e lo Stato teocratico o laico non avrà più armi per mettere all’impotenza i suoi avversari.
Don Romolo Murri – sacerdote democratico cristiano – potrà tollerare che un suo collaboratore in buona fede scriva essere il diritto di punire contrario ai principi della dottrina di Cristo, ma da uomo politico non sottoscriverà mai all’abolizione delle pene; così il Prof. Enrico Ferri – socialista autoritario – potrà coi suoi volumi additare agli studiosi la strada maestra della verità e della scienza, ma dovrà poi smarrirsi nei viottoli dell’opportunismo e all’atto pratico attraversare tenacemente le conclusioni scientifiche degli studi suoi e della sua scuola sulla delinquenza. Tanto l’uno come l’altro hanno bisogno dello Stato, delle leggi e delle carceri!
Era naturale dunque che soltanto gli anarchici concorressero alla diffusione di questo volumetto che espone popolarmente delle idee dovute all’acre lievito libertario. Così confidiamo sarà per la presente seconda edizione che si rinnova con veste tipografica più elegante e si mantiene nel testo intatta.
Nel trascorso quinquennio l’Autore ha raccolto da libri e specialmente dalla stampa quotidiana, un ammasso enorme di fatti coll’intenzione di documentare in una edizione successiva, i singoli capitoli del libro. Ma la realizzazione materiale di questo ottimo proposito si presenta impossibile di fronte alle esigenze tipografiche; il libro verrebbe poi a perdere il carattere di piccolo volume di propaganda e ciò non deve essere. D’altra parte il lavoro di documentazione può essere fatto dai singoli lettori, ai quali spetta il dovere di controllare se le asserzioni dell’Autore trovano efficace corrispondenza nei fatti della vita quotidiana che le riviste ed i giornali o, meglio ancora, il personale esperimento, portano sotto ai nostri occhi.
E prima di chiudere questa breve presentazione vogliamo ricordare un fatto il quale prova che l’idea dell’abolizione delle carceri, quali luogo di espiazione e di vergogna, sia per entrare nel dominio della coscienza popolare.
A Mantova, città italiana che fu sempre all’avanguardia di ogni idea di progresso e di libertà, parecchi operai muratori si sono rifiutati di concorrere, coll’opera loro manuale, alla costruzione del nuovo edificio per le carceri. Onesta protesta trovò eco in tutta la stampa popolare mondiale, e, se la nobilissima e cosciente iniziativa non fosse stata avversata dai politicanti e specialmente dai socialisti, Mantova avrebbe potuto dare al mondo e alla civiltà un grande esempio di umanità e di giustizia.
L’idea però cammina, i buoni apostoli non mancano, e le generazioni future risparmieranno a se stesse l’inutile dolore, l’inutile tortura di un sistema punitivo assurdo e crudele.
Luigi Molinari
Milano settembre 1909

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Contro la guerra e le servitù militari. Atti del Convegno antimilitarista. Genova-La Spezia 2005

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 2007, 171 p.

Premessa
«Se il militarismo rappresenta il primato delle armi sulle ragioni di una politica civile, se il militare imprime un controllo “armato” della so­cietà e del suo sviluppo, se il militare ha una forza di espansione intima­mente correlata a legami solidali tra medesime professioni oltre i limiti dei confini statali, se il militare condensa, in ultima analisi, l’estremizza­zione di una arrogante volontà di potenza, che oltrepassa il ruolo speci­fico e strutturato delle forze armate all’interno di un ordinamento politi­co per configurarsi come “guerriero” che informa di sé totalmente gli ambiti della società, l’antimilitarismo anarchico è il puntuale contrappe­so critico di ciascun vettore del primato militare».
Ritornare sulle ragioni dell’antimilitarismo anarchico e libertario non è mai un’operazione superflua: cambiano i contesti, i ruoli, le funzioni dei soggetti di controllo, di repressione e belligeranti, ma la profondità con cui l’antimilitarismo anarchico individua le ragioni prime del bellicismo non mutano. Al centro, comunque, c’è l’essere umano nella sua pienez­za e le sue ragioni dell’agire politico e sociale: ogni volta che parliamo di eserciti e di guerre in realtà stiamo parlando di noi.
La guerra, forse per qualcuno, è più semplice da denunciare: la sua evidenza distruttiva, anche se sempre più celata sotto vuote immagini di bombardamenti “chirurgici”, lontani dagli occhi e lontani dal cuore, è palese, chiara, esperibile. Prima o dopo le immagini arrivano, prima o dopo qualcuno la può provare, altri ancora, in tempi passati, l’hanno saggiata (i campi di concentramento, la seconda guerra mondiale, il Vietnam, l’Afghanistan…). Ben più difficile è invece andare a trovare i perché: per molti, che lo ammettano o meno, è la natura prima ed ulti­ma ad essere “corrotta” e la deterrenza militare non è altro che una mi­sura spiacevole, ma necessaria, per garantire una coesistenza pacificata delle nostre società, al proprio interno, e delle società, organizzate in Stati, tra loro. Per questo tribunali, carceri, polizie, codici repressivi… trovano una loro giustificazione naturale così come all’esterno la produ­zione di morte, di armi, gli eserciti e da ultimo le guerre trovano ragione d’essere sulla base delle stesse logiche di caratteristiche innate.
Allo stesso modo la libera concorrenza, ovvero il Mercato viene con­siderata dai più come condizione umana ancestrale e quindi immodifica­bile, tale da renderla consustanziale agli stessi diritti umani, essi stessi ascrivibili, infatti, non a dinamiche sociali e politiche, ma a ragioni “on­tologiche”: per i più il Capitalismo è naturale come il mangiare, il bere e la stessa riproduzione.
Anche noi partiamo dalla varia umanità e senza farci illusioni alcune, pensiamo che ogni dinamica relazionale, anche quelle economiche sia­no, di fatto, modificabili, addirittura capovolgibili. Fondamentalmente è una questione di scelta. Niente dimostra che una società totalmente smi­litarizzata e comunistica non possa funzionare meglio di quella in cui stiamo vivendo. Questo non significa che una società altra sia una socie­tà immobile ed a-conflittuale: tutt’altro. Niente di più lontano da un de­terminismo pseudo-marxista o da un totalitarismo sovietizzante.
Società smilitarizzata, quindi ha per noi l’accezione della scomparsa dei confini, tutti i confini, le carceri, i tribunali, le polizie, ma anche di ogni forma di dominio e di discriminazione. Società comunistica, ovvero una società che nel momento in cui socializza i mezzi di produzione, li mette contemporaneamente in critica radicale. Mette in critica radicale la produzione sia nella sua tipologia che nella sua forma che nelle sue quantità, mette in critica radicale il lavoro in ognuna delle sue forme di espressione (tempi, luoghi, subordinazione, mansioni…), annulla ogni forma di concorrenza e di monetarizzazione delle attività umane..

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Associazione culturale “Pietro Gori”, “L’impegno antimilitarista libertario dal 1945 ai giorni nostri”

Milano, 2018, 13 p.

Non c’è antimilitarismo senza abolizione dello Stato. Non c’è abolizione delle Stato senza antimilitarismo. Richiamandoci ad uno storico slogan del movimento delle donne (ed adattandolo all’argomento – l’antimilitarismo – che qui viene trattato) si può cogliere immediatamente il nesso che esiste tra potere e militarismo, azione antimilitarista e lotta contro lo Stato, liberazione totale e lotta contro ogni potere politico ed economico, religioso e militare. In effetti da sempre, all’interno del movimento d’emancipazione del popolo, esistono due mezzi per raggiungere un unico scopo sintetizzato nella libertà e nell’uguaglianza: uno “legale” e l’altro d’appropriazione ed emancipazione diretta. Il primo mezzo colloca l’emancipazione all’interno della legalità che le singole leggi di ciascuno Stato/Potere assume per la propria autoconservazione.
Il secondo invece vede nella cosiddetta legalità un mezzo di falsa liberazione, una apparente emancipazione che resta tutta interna alla logica del potere che anzi si rafforza e si perpetua attraverso il dominio sui singoli e sulla collettività. Dunque non può esistere liberazione senza liberazione dal potere, non può esistere emancipazione senza mettere il potere in discussione, senza abolirlo in favore di una organizzazione sociale basata sulla socializzazione dei mezzi di produzione, sul rifiuto della delega, su piccole e grandi comunità federate tra loro, sulla autogestione della produzione dei beni necessari alla vita collettiva.

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Apocalisse o insurrezione. Contributi antimilitaristi sulla guerra in Siria. Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale.

Edito da Edizioni Romperelerighe, Rovereto, 2016, 36 p.

Provare a limitare l’indecenza. Stiamo sopravvivendo in anni che stanno diventando sempre più bui: di guerra fra poveri, di cinismo, di disperazione, di rabbie sfogate a chi ci è prossimo, di rassegnazione e di passività. L’individuo è solo: fra paure, problemi materiali ed “economici”, fra affetti centellinati e miseri. È l’autorità. È la legge: quella del capitale, quella della gerarchia. Quella che, beffeggiandoci, ci hanno detto che è una “legge naturale”. La condivisione di piaceri, di fatiche, di progetti si trasforma solo in una comunione di passioni tristi come rabbie ed angosce. Microclima quotidiano di guerra civile. Su questo terreno etico ed emotivo delle persone prosperano furbetti, affaristi, carogne e fascisti che soffiano sulle braci di questa “guerra di tutti contro tutti”. Padroni e politici ridono e banchettano sulle nostre ossa. La collera non tocca mai loro, i diretti responsabili di tutto questo.
Siamo ormai incapaci ad utilizzare la parola come strumento di chiarificazione delle nostre azioni. La usiamo come arnese di confusione portatrice di opinioni che, come insegne luminose, vengono smerciate all’ingrosso dalla nostra bocca. Siamo incapaci a restare con gioia ad assaporare il silenzio. Incapaci di unire il pensiero alla parola e alla pratica per colpire uomini e strutture che han deciso di trascinarci verso la catastrofe. Inetti nell’ascoltarci nella mente, nelle mani e nel cuore per provare noi ad attaccare l’esistente, e a ritrovare il piacere dell’azione che si trova faccia a faccia con il nemico nel nostro quotidiano. Cercare modi nella pratica per autogestirci assieme ed alleggerirci il peso della miseria umana e materiale che il capitalismo ci stritola ogni giorno di più addosso. Ritrovare nel blocco oppressivo di questo quotidiano impostoci le linee di fuga per riprenderci la capacità di riassaporare la bellezza delle passioni, della reciprocità con un nostro simile, della vita.
Provare a limitare l’indecenza, e con l’auspicio che l’insurrezione parta ancora una volta in primo luogo da noi stessi. Dal cuore di ogni singolo solo che scopre gioiosamente di essere una persona, un individuo. Lor signori soffiano sulla guerra tra poveri, e su una guerra che sta probabilmente balenando verso un futuro scontro tra potenze a livello mondiale. Dall’Ucraina, la situazione è evidentemente cambiata. Nel militarismo è concentrato, secondo noi, tutto il meccanismo perverso e schifoso di questo carcere sociale: dall’autorità alla santificazione della gerarchia e del più forte, fino alla trasformazione degli esseri umani in macchine di morte al servizio di qualche potente. Combattere il militarismo significa muovere una pulsione etica e di cuore che va contro tutto quello che è il mondo che ci hanno imposto.
Nella pratica significa, oggi come ieri, dare una speranza all’umanità davanti al dramma della guerra e di questa barbarie socialmente organizzata. Dedicato a tutti coloro che vogliono provare a limitare l’indecenza di se stessi e del mondo. Dedicato a chi ci sta provando.
I contributi che seguono, come spiegheremo all’interno dello scritto, sono semplicemente una miscela di scritti nostri e non, di interviste, di articoli di giornale e di approfondimento tratti da fonti di cosiddetta “contro-informazione” e da fonti principalmente provenienti dal campo statale e borghese, cioè da quello del nostro nemico. Lo scritto così assemblato nasce da esigenze individuali di fare il punto su una situazione internazionale che diviene di anno in anno più terribile e pericolosa.
Nasce dall’urgenza impellente di non stare zitti di fronte alla grandezza tremenda della catastrofe che ci stanno apparecchiando, e dalla volontà di portare un contributo nella pratica e nel pensiero al campo antimilitarista. Vuole, quindi, non limitarsi all’elenco degli orrori, ma offrire spunti curiosi ed interessanti per provare ad indirizzare i nostri sforzi per rendere sempre più concreta la nostra opposizione alla guerra. Sabotare l’ingranaggio militarista è possibile. Ci piace chiudere con la citazione rubata dall’introduzione di un opuscolo che, per noi, ci sembra tristemente ancora molto attuale: (“Verrà la realtà e ci troverà addormentati”, ha scritto un poeta spagnolo. Ecco, in fondo la questione è tutta qui. Vogliamo farci trovare con gli occhi aperti).

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Monti Germano, “Pena di morte all’italiana. Il caso di Prospero Galliani e Salvatore Ricciardi”

Edito da Centro Stampa De Vittoria, Roma, 1994, 25 p.

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FAQ DNA ovvero un piccolo squarcio su alcne misconcezioni comuni a proposito del DNA e del suo utilizzo in campo penale

2017, 27 p.

Questo opuscolo nasce come trascrizione di una chiacchierata avvenuta a Firenze il 16 dicembre 2017 tra i compagni di questa città, colpiti da più di un anno da un’operazione repressiva denominata “Operazione Panico”, un biologo ed un avvocato. Il senso di questa iniziativa era, per noi, principalmente iniziare a schiarirci le idee rispetto alla tematica dell’uso repressivo del DNA, confrontandoci con chi ci potesse aiutare a muovere i primi passi nella comprensione sia delle cosiddette basi scientifiche di cui il sistema giuridico si sta dotando per affinare il proprio operato, che del funzionamento delle nuove leggi, disposizioni e procedure in materia di prelievo e uso forense della prova genetica, con cui ci troveremo, nostro malgrado, sempre più spesso ad avere a che fare. Questi sono d’altronde i motivi che ci spingono alla pubblicazione delle informazioni raccolte, le quali, oltre al caso specifico fiorentino, potrebbero a nostro avviso tornare utili anche ad altri compagni.
L’introduzione di nuove tecnologie di controllo ed indagine, di cui tutti eravamo a conoscenza, almeno a livello teorico, è divenuta un’inquietante realtà tangibile di cui ci siamo resi conto, in ritardo, solo nel momento in cui l’abbiamo subita in prima persona, in seguito agli arresti di agosto, ed un dato di fatto di fronte al quale ci siamo trovati totalmente impreparati. Ciò nonostante, al di là del contenuto prevalentemente “tecnico” di questa conversazione, il nostro obiettivo non è quello di trovare delle “strategie difensive” da suggerire agli avvocati, ma di capire a fondo quale sia la direzione in cui il nostro nemico si sta muovendo, e dotarci degli strumenti necessari a contrastarlo e contrattaccare. Ci teniamo a ribadire il nostro disprezzo per lo Stato, per le sue leggi, e per i suoi servi, di cui faremmo volentieri a meno ma con cui purtroppo, quotidianamente, ci troviamo costretti a fare i conti.
Questa trattazione è, certamente, imparziale e incompleta. Da un lato, perché effettivamente parecchie informazioni mancano, sono ambigue, o sono difficili da reperire. Dall’altro, perché siamo convinti che sia necessario non focalizzarsi solo sull’ambito repressivo dell’utilizzo della genetica, dato che questo discorso si insinua in ogni aspetto dell’esistente e, di conseguenza, si manifesta anche nell’ambito del controllo sociale. Ciò che possiamo fare è cercare di conoscerlo il meglio possibile, saper delineare chiaramente i vari scenari, diffondere le conoscenze che si sono acquisite, partendo dalla consapevolezza che il campo di sperimentazione privilegiato, del DNA come di tanti altri strumenti-meccanismi di controllo sociale, è quello della marginalità, dei delinquenti/detenuti, della sovversione e contestazione politica. In un momento come quello odierno, anche solo riuscire ad acquisire e diffondere conoscenze, fare il punto della situazione, raccogliendo, ad esempio, esperienze dirette di prelievo coatto e di modi per opporvisi, può servire a rendere il quadro più comprensibile e ci sembra già un buon punto di partenza. Senza pretesa di esaustività, ci auguriamo che questo modesto contributo sia da stimolo per ulteriori riflessioni ed approfondimenti.

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Niente di cui Pentirmi. Dichiarazione di Nikos Maziotis di fronte alla giuria del tribunale penale di Atene

1999, 40 p.

Il testo che segue è la traduzione della dichiarazione fatta da Nikos Maziotis al processo, tenutosi ad Atene tra il 5 e il 7 Luglio 1999, nel quale era accusato di detenzione di armi ed esplosivi e per un fallito attentato. Il 6 Dicembre 1997 Nikos Maziotis aveva deposto una bomba all’esterno dell’edificio del Ministero dell’Industria e dello Sviluppo, in solidarietà con la lotta della popolazione di Strimonikos che si opponeva alla costruzione di uno stabilimento per la lavorazione dell’oro, una produzione altamente inquinante.
Forse non è inutile ricordare che all’inizio del 2000 il cedimento di una diga in un impianto simile in Romania ha provocato l’avvelenamento al cianuro di mezzo Danubio. Invece di una dichiarazione difensiva Nikos Maziotis ha scelto di capovolgere i ruoli, ha rivendicato il suo gesto e ha trasformato la sua deposizione in un atto di accusa verso lo stato. Un atto d’accusa espresso con analisi solide e senza i vuoti intellettualismi ai quali troppi sedicenti rivoluzionari ci hanno abituato. Le parole di Nikos sono forti e nitide come le azioni di cui si assume la responsabilità, alla portata di chiunque sia disposto ad ascoltarle.
Come nota del tutto marginale è inteso che la scelta di pubblicare lo scritto di Maziotis non comporta, ovviamente, l’essere d’accordo in tutto e per tutto con le idee espresse. Ad esempio una divisione della società dove da una parte c’è “lo stato, i funzionari di stato, la polizia, l’esercito, le forze dell’ordine, i capitalisti, e dall’altra il resto delle persone: lavoratori, agricoltori, studenti, tutta la società, la maggioranza della gente, la gente oppressa” può avere il vantaggio della chiarezza delle scelte di campo ma non pare corrispondere alla composizione del mondo che abbiamo intorno, dove operare una netta separazione tra oppressi e oppressori non risulta così semplice.
Il testo è stato tradotto dall’inglese e la versione originale dal titolo “The “Pleading” of Nikos Maziotis in front of Athens jury criminal court”, può essere trovata al sito http://www.ainfos.ca/99/dec/ainfos00288.html – edito a cura dell’Anarchist Circle (anar@coldmail.com) e del collettivo Anarchists in Solidarity.
Nikos Maziotis è stato condannato a 15 anni di prigione.
G.A.

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Bosco Salvatore – Considerazioni sulla pena di morte

L’insegnante Salvatore Bosco in questa sua originale monografia, incentrata sulla scottante ed attuale problematica della « pena di morte » affronta questa inquietante questione sviluppando magistralmente nella prospettiva storica l’aspetto etico, morale e filosofico, nonché giuridico del tema. 
E’, questo, un argomento che crea il lievito, il casus di un vasto, appassionante dibattito che trova assertori accaniti e decisi oppositori che ritengono la pena capitale un anacronistico, violento delitto di stato. La relazione dell’autore in parola, svolta e sviluppata con un linguaggio semplice, chiaro ed equilibrato, che nel suo iter non manca di interessanti e originali considerazioni giuridiche, fa un’ampia ed accattivante disamina della condizione dell’uomo primordiale dell’età tribale, della civiltà della pietra fino ad arrivare all’uomo moderno dell’era atomica.
In breve, l’autore fa rivivere l’odissea umana attraverso le epoche e i tempi. L’uomo antico in totale assenza di un completo documentato codice di leggi, di comportamenti, ed in mancanza di una sapienza giuridica, risolveva con estrema violenza, i torti subiti, secondo il vecchio dispositivo del taglione: « occhio per occhio, dente per dente ». In un siffatto precario stato di cose e di circostanze, la pena di morte, che la parte offesa infliggeva ai danni di autori di delitti, rientrava per la carenza di norme, come sopra espresso, nella normalità di comportamento. 
Oggi, alla luce di un profondo, diffuso progresso sociale e giuridico, uno stato moderno che punisce un colpevole con la sedia elettrica, il capestro, la ghigliottina e la camera a gas, si mette alla pari dell’assassino.
Recentemente abbiamo assistito, con profondo disappunto, a due esecuzioni capitali eseguite negli Stati Uniti, esecuzioni che nel loro crudo e triste avverarsi e divenire, hanno suscitato un grande movimento di opinioni, a livello mondiale, sullo scottante problema.
Non pretendo, in questo breve giudizio, esaminare compiutamente il tema qui trattato, però sono certo che quest’ultimo rappresenterà indubbiamente un significativo momento di riflessione e di interessante esame morale e sociale a quanti, spero numerosi, avranno l’opportunità di leggere, approfondire e meditare su questo importante dilemma: « pena di morte sì, pena di morte no ». 

1988, pag. 24

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Una gabbia dorata resta una gabbia. Le nuove prigioni e la bugia dell’umanizzazione

Ogni volta che il potere si appresta a porre le basi per una nuova struttura repressiva, come una prigione, non bada a spese sulle parole da utilizzare per giustificare questo processo. Generalmente, per poter ottenere il massimo consenso da parte della popolazione, le argomentazioni faranno riferimento a dei valori assoluti, che variano evidentemente in funzione delle epoche e dei contesti storici. Quando si trattava di giustificare l’apertura dei campi di concentramento in Francia e in Inghilterra per rinchiudervi, preventivamente, i possibili sabotatori dello sforzo militare all’alba della Seconda Guerra Mondiale, era intorno al valore della « Patria », che lo Stato cercava di riunire la popolazione. Quando era necessario neutralizzare il rifiuto del lavoro salariato negli anni ‘70, frutto e fonte di una vasta sovversione rivoluzionaria, che si esprimeva in particolare attraverso la delinquenza sociale e la rapina delle banche, lo Stato francese, e altre paesi a modo loro, riformarono il sistema penitenziario. Se, da un lato, vere e proprie prigioni all’interno delle prigioni – i dimenticatoi e i centri di tortura che vengono chiamati QHS 1 – venivano introdotte per sradicare lo slancio della rivolta, dall’altro il discorso portava soprattutto all’introduzione di meccanismi di reinserimento, del mutamento dell’ottica della reclusione, da « punizione » a « riabilitazione ». Un discorso profondamente umanista quindi, per poter giustificare sia che le persone vengano schiacciate all’interno dei circuiti di Alta Sicurezza, sia la repressione mortifera per le strade. Ad oggi, quando si tratta di giustificare il più grande programma di costruzione di prigioni che lo Stato belga abbia mai conosciuto, il filo rosso del consenso da ottenere porta anche verso « l’umanizzazione delle prigioni». Usando come pretesto le decine di rivolte che hanno scosso l’universo carcerario belga tra il 2006 e il 2011, che ha messo a nudo la realtà delle condizioni di detenzione, la violenza delle guardie, la sovrappopolazione e la natura obsoleta di alcune prigioni, lo Stato fonda la legittimità di nuove prigioni non solo sull’appello al securitarismo ma anche sul riassetto di tali condizioni, oggi ritenute inaccettabili.
Tuttavia, la costruzione di nuove prigioni ha sempre avuto come scopo principale l’aumento della capacità di reclusione dello Stato, vale a dire un inasprimento della morsa repressiva. Se la reclusione è in effetti una modialità di gestione delle contraddizioni sociali sulle quali questa società è basata, l’aumento ininterrotto del numero di persone detenute indica che questa strategia repressiva non è per nulla obsoleta agli occhi dello Stato. Dunque, per logica, lo Stato deve costruire sempre più prigioni.
Per criticare il discorso dell’umanizzazione delle prigioni (che ha delle forti similutidini con il discorso che tende a umanizzare la guerra, presentandola come un’operazione chirurgica, e con il discorso che umanizza il controllo capillare, disumanizzando i nemici dei valori democratici, e così via) bisogna osare penetrare al fondo delle cose. Il potere esiste e,di fronte alla minaccia di essere distrutto da coloro che schiaccia, deve proteggersi. È nella sua stessa essenza prolungare la sua propria esistenza, protrarre ed estendere il proprio regno. A forza di analizzare gli sviluppi storici, bisogna constatare che il potere non scommette sempre sullo stesso cavallo, o piuttosto, scommette in generale su tutti i cavalli allo stesso tempo: è pronto a bombardare, a massacrare, a compiere dei genocidi e a condurre delle guerre per preservarsi; è anche pronto a dare da mangiare, curare malati e addolcire la sorte dei detenuti, se questo rafforza il controllo sui suoi sottoposti. In questo modo tortura e progresso vanno mano nella mano. Il potere è la tortura ed è il progresso. È la sua forza, è la sua potenza. Se l’umanizzazione delle prigioni è, in ogni modo, una bugia, visto che la reclusione in sé costituisce una tortura, lo vediamo ancor di più se laceriamo i discorsi della propaganda per arrivare alla realtà. Una prigione più pulita è anche una prigione asettica, sterile, con un contatto umano minimo tra detenut*. Una prigione meglio fornita, è anche una prigione dove tutto è automatizzato, dove le porte non si aprono più con delle chiavi ma a distanza; dove le finestre non si aprono, poiché c’è l’aria condizionata per areare. Una reclusione maggiormente basata sul reinserimento è anche la dittatura scientifica – e quindi incontestabile – degli psicologi e degli psichiatri, dei medici e degli assistenti sociali. Se una parvenza di maggiore comfort viene offerta all* detenut* è al prezzo di un controllo rinforzato, e non è diverso all’esterno nell’insieme della società.

Spazio d’informazione e coordinazione delle lotte contro la maxi-prigione, Bruxelles, febbraio 2015, pag. 16

Nota dell’archivio: opuscolo tradotto dall’originale “Une cage dorée reste une cage – les nouvelles prisons et la mensogne de l’humanisation”, secondo numero di tre testi raccolti come “contributo alla lotta contro la costruzione di una maxi-prigione a Bruxelles”

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