Terracciano Nicola, “Il moto internazionalista sul Matese del 1877”

Edito da Centro Studi Libertari, Napoli, 1978, 31 p.

Questo ‘ricordo’ è stato stampato in occasione dello scoprimen­to nella piazzetta di Letino, il 10 settembre 1978, di una lapide commemorativa del centenario del Moto, su iniziativa della RIVI­STA STORICA DI TERRA DI LAVORO, con varie adesioni, spe­cialmente libertarie.
Una parte dello scritto è apparsa sui nn. 2-3-5-6 anno II del quindicinale ALTERNATIVA CASERTANA, a commento anche di una manifestazione commemorativa del Moto, svoltasi a Caserta il 17 dicembre 1977, con relazione del prof. Alfonso Scirocco dell’Università di Napoli e successivo dibattito, a cura della Federa­zione unitaria C.G.I.L.-C.I.S.L.-U.I.L.
L’amministrazione comunale socialista di Letino ha intitolato recentemente, in occasione del centenario, una strada a Malatesta ed un’altra a Cafiero, ha concesso sollecitamente l’autorizzazione per la lapide, ha offerto liberamente un contributo.

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Masini Pier Carlo, “Gli Internazionalisti. La Banda del Matese 1876-1878”

Edito da Franco Di Sabantanonio, Roma, Dicembre 2009, 166 p.

Prefazione
L’episodio che abbiamo ricostruito in queste pagine è presente nella storia del nostro paese ed in particolare nella storia del movimento operaio italiano. I cronisti, a suo tempo, annotarono il ca­so e i primi scrittori di cose socialiste in Italia lo segnalarono per il suo valore di esperienza po­litica attraverso cui erano passati gli uomini, le idee, le formule del nascente movimento socialista. A ottanta anni di distanza noi lo ricordiamo per la simpatia umana che ispirano i suoi perso­naggi, per la suggestione d’avventura che è nei fat­ti, perché in esso si risolve tutta una fase storica della Prima Internazionale in Italia.
L’argomento ha anche fermato la nostra atten­zione, perché ci è sembrato che a quanti hanno avuto occasione di occuparsene nella più recente produzione di studi storici sul movimento operaio italiano, abbia fatto difetto l’obiettività. Molti di questi studiosi sono stati traditi dalla generale e preconcetta avversione di tipo ideologico contro l’anarchismo in genere e il bakuninismo in specie, muovendosi sulla traccia di una polemica che vor­rebbe riportare nella storiografìa i termini del con­trasto fra Marx e Bakunin, il cui posto è ormai e soltanto nella storia.
La polemica ebbe l’avvio in uno scritto di Er­coli [Palmiro Togliatti] pubblicato sulla rivista Stato Operaio nel 1934, sotto il titolo Marxismo e bakunismo (Nel 70° anniversario della I Interna­zionale), in cui fra l’altro si legge: “In Italia il bakunismo (sic) aveva avuto occasione di dare solo qualche prova di sé, e la prova fu miserevole: di­sordinati, irresponsabili tentativi di rivolta di contadini e di braccianti, condannati a finire nel nulla, capaci soltanto di mostrare la vanità della tattica anarchica dei colpi di mano […]”
Sull’indicazione di Ercoli si muove tutto un gruppo di studiosi che in questo dopoguerra ha condotto una serie di nuove ricerche sulle origini del movimento operaio e socialista in Italia.
Le tesi dell’Ercoli sono immediatamente rie­cheggiate da Emilio Sereni che nei suoi saggi su Il capitalismo nelle campagne, pubblicati in vo­lume nel 1948, dedica alcune pagine ai fatti del beneventano e tratta del bakuninismo in tutta una parte del suo saggio su La politica della Destra.
Purtroppo in questa analisi si intrecciano le più artificiose deduzioni di un marxismo schema­tico, per cui il bakuninismo è ora il prodotto dell’e­sasperazione contadina contro il capitalismo in espansione e contro la « conquista regia », ora il de­rivato dello stesso contraddittorio ed insufficiente sviluppo del capitalismo, ora il riflesso della crisi della vecchia nobiltà borbonica (il Sereni forza la sua tesi fino a ricercare vedantemente i motivi dell’adesione del Cafiero, del Covelli e del Merli­no all’Internazionale nella appartenenza delle lo­ro famiglie all’aristocrazia borbonica o comunque alla vecchia classe dirigente e nella loro condizio­ne sociale di intellettuali declassés), ora infine il risultato della combinazione di tutti questi fatto­ri. Ma poiché il riconoscere al bakuninismo una ba­se sodale-popolare, sia pure contadina, sarebbe stata eccessiva, indulgenza, il Sereni soggiunge che «è proprio nel carattere elementare, ’spontaneo’, della ideologia e delle forme organizzative del bakuninismo che va ricercata una delle ragioni fondamentali della sua incapacità ad influenzare ed or­ganizzare le masse contadine stesse, di cui pure era obiettivamente l’espressione ».
Ed infine, stan­te il fatto che questo preteso miscuglio di borbonismo in ritardo e di avventurismo piccolo-borghe­se è, bene o male, il terreno su cui il movimento operaio italiano affonda le proprie radici, il Sere­ni cerca di spiegare il fenomeno, qualificando « l’in­fantilismo anarchico » come « espressione del gra­do arretrato di sviluppo » di questo movimento. Che significa? Che il movimento operaio italiano degli anni settanta era « arretrato» in rapporto a quello dei decenni successivi? Né poteva essere al­trimenti, ma resta il fatto che di quel movimento, arretrato e confuso, gli internazionalisti italiani furono l’avanguardia coraggiosa ed illuminata che apri ad esso la strada maestra del socialismo. Que­sto bisognava dire.
Altri studiosi, come il Manacorda e il Della Peruta, non riescono a sganciarsi da questa im­postazione polemica. Il primo, nel suo volume Il movimento operaio italiano attraverso i suoi con­gressi edito nel 1953 vede nel moto di San Lupo soltanto « l’ottima giustificazione » che gli inter­nazionalisti avrebbero offerto alla reazione per per­seguitare anche quelle correnti socialiste che per principio erano contrarie alla tattica insurrezio­nale. Si tratta di un motivo recriminatorio che ri­corre più o meno spiegabilmente sulla stampa so­cialdemocratica dell’epoca, ma che lo storico non può raccogliere cosi com’è. Il secondo, in un sag­gio pubblicato sulla rivista Movimento Operaio nel 1954 ed intitolato polemicamente La Banda del Matese e il fallimento della teoria anarchica della moderna ’Jacquerie’ in Italia si muove in due opposte direzioni: da una parte ravvisa il fal­limento di una teoria dov’è solo l’insuccesso di una tattica ed identifica addirittura in questo insuc­cesso «la liquidazione dell’anarchismo», dall’altra illustra l’episodio con tanti nuovi elementi e cosi interessanti osservazioni, da rivalutarlo storica­mente come un atto politico, trascendente i limi­ti di uno sterile gesto.
Un discorso a parte richiede il giudizio che dei fatti presenta Aldo Romano, nel 3° volume del­la sua Storia del movimento socialista in Italia, uscito nel 1956. Il Romano che si richiama an­ch’egli alle osservazioni dell’Ercoli, sviluppa in tutta la sua opera una violenta diatriba contro il bakuninismo, ma questa diatriba anziché rincrudi­re, si attenua proprio davanti ai fatti del Matese, cedendo il posto ad una valutazione pacatamente critica, che contrasta con il tono duramente re­quisitorio di molte altre pagine. Infatti il Romano rileva nell’impostazione politica dei moti del ’77 una «più sciolta e matura concezione del compito di un rivoluzionario», una « più approfondita co­scienza della funzione iniziatrice della pattuolia di punta del movimento popolare» e conclude con questo riconoscimento reso agli uomini della spe­dizione, più innanzi definiti come il « fior fiore del­la classe operaia di quei tempi»:
“Precorrevano generosamente i tempi, si mettevano fuori della loro realtà storica, perché (come abbiamo detto in altro luogo) è impossibile realizzare la rivoluzione socia­lista ove manca l’alleanza tra gli operai e i contadini Ma ciò che redime, ai nostri occhi, la temeraria impresa e rende pienamente degno di rispetto lo sfortunato e gene­roso tentativo di questi uomini, è lo spirito che li aveva animati. Erano convinti che, perché le masse acquistassero coscienza politica e propria capacità rivoluzionaria, occor­resse l’impulso degli iniziatori: e questo impulso essi ave­vano dato […]” (p. 295).
Su questo piano di rispetto morale si muovo­no due altri autori: Antonio Lucarelli nella biografia di Carlo Cafiero e Lilla Lipparini nella bio­grafia di Andrea Costa.
Un cenno infine deve essere fatto della lette­ratura anarchica che dal Guillaume al Nettlau, dal Fabbri al Borghi10 ha diffusamente trattato dell’argomento, non riuscendo peraltro a superare alcuni limiti: un limite documentaristico nel Guil­laume e nel Nettlau ed un livello illustrativo nel Fabbri e nel Borghi. Insomma in ogni caso è man­cata la critica, quella critica che gli stessi prota­gonisti, come vedremo, seppero invece sviluppare stilla propria stessa esperienza. Per finire, dobbiamo risolvere una questione. Molto spesso si sente parlare dei fatti del ’77 (e dei fatti del ’74) come di « moti bakuniniani ». Bisogna chiarire che Bakunin non c’entra, né direttamente né indirettamente perché le tattiche dei colpi di mano son fuori del bakuninismo ed appar­tengono piuttosto al mazzinianesimo. Bakunin po­lemizzò contro queste tattiche « mazziniane » ed esortò sempre i propri seguaci alle generali azioni di massa, anziché alle piccole congiure e alle ini­ziative individuali e settarie.
Nella famosa sua lettera al Ceretti si legge:
” Ciò che può e deve salvare l’Italia dallo stato di avvi­lente e rovinosa prostrazione in cui presentemente si trova, ciò che voi dovete preparare ed organizzare non è, m i sembra, una ridicola sommossa di giovani eroici ma ciechi; è una grande rivoluzione popolare. Per questo non basta far prendere le armi a qualche centinaio di giovanotti, non ba­sta neppure sollevare il proletariato delle città, bisogna che insorga la campagna, bisogna che insorgano anche i vostri venti milioni di contadini » Questo motivo ritorna molto spesso in altri scritti del Bakunin, che ci dispensiamo dal citare ulteriormente, sia come confutazione dei metodi conventicolari del Mazzini, sia come enunciazione dell’alleanza rivoluzionaria fra operai e contadini. ”
È chiarissimo comunque che la tattica dell’insurrezionismo sporadico non rientra nella concezione bakuniniana.
Con questo non diremo che nell’impresa del Matese, per alcuni aspetti secondari come il ruolo attribuito alle masse contadine meridionali e l’in­terpretazione sociale del brigantagqio, non sia pre­sente l’influenza del Bakunin, ma sarebbe un er­rore annettere al bakuninismo accadimenti che gli sono estranei e che vanno piuttosto imputati alla tradizione propriamente italiana delle imprese ri­sorgimentali (Mazzini, Garibaldi, Pisacane). Si obietterà che Bakunin partecipò di perso­na ai moti del ’74. Ma qnella partecipazione fu troppo lo sbocco di un dramma personale che il Bakunin cercò di risolvere nel fuoco di un’ultima disperata battaglia, per poterla assumere come at­to di responsabile ed impegnata adesione politica all’iniziativa.

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Note dell’Archivio
-Come riportato da questa nuova edizione, il libro di Pier Carlo Masini venne stampato la prima volta dalle Edizioni Avanti!, Milano-Roma, 1958.

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Lippi Furio – Vian, il disertore

Antimilitarismo, pacifismo, non violenza, disprezzo verso i “mercanti di cannoni”, legittimità della reni tenza alla leva: sono i temi ricorrenti nell’opera di Boris Vian, che spaziò dal dramma alla canzone, dall’opera musicata al romanzo, dal soggetto cine matografico alla poesia, nella Francia del dopo guerra e della ricostruzione, della guerra d’Indoci na e d’Algeria, quando ormai l’impero coloniale è in piena dissoluzione e con esso gli ultimi sogni di grandeur. Contenuti corrosivi, che prendono di mira la Trinità sociale (Esercito, Chiesa, Finanza) con il suo pacifismo irriverente e dissacrano guerra e mi litarismo.

Millelire Stampa Alternativa, direzione editoriale Baraghini Marcello,  Ciampino/Roma, 26/09/1993, pag. 62

Note: Millelire pubblicazione settimanale, anno I n.19

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Bignami Elena, “Se le guerre le facessero le donne”. L’opposizione delle anarchiche italiane alla guerra (1903-1915)

Elena Bignami nel suo saggio – Se le guerre le facessero le donne”. L’opposizione delle anarchiche italiane alla guerra (1903-1915) – ricostruisce il percorso compiuto dalle anarchiche italiane nell’età giolittiana fino al primo conflitto mondiale, evidenziando non solo la partecipazione delle donne nelle campagne antimilitariste del movimento anarchico italiano, ma anche la specificità delle tematiche femminilin, la maternità, il ruolo educativo delle madri, il pacifismo, la lotta contro il maschilismo militarista – che si intrecciarono alle lotte contro l’imperialismo e la guerra.
A cura di Matteo Ermacora e Maria Grazia Suriano, Venezia, 2016, p. 32

Note: articolo estratto dal numero 31 ( da pag. 54 a 85), monografico, della rivista DEP dal titolo “Vivere in guerra. Le donne italiane nel primo conflitto mondiale / Living in war. Italian women in World War I“

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“La Bella.” Bollettino di comunicazione e sostegno ai prigionieri in lotta contro l’ergastolo

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Durata: Dicembre 2007-Dicembre 2009
Periodicità: aperiodico
Pagine: 24 (nn. 0, 9, 11, 13, 15 e 18); 8 (n. 1); 12 (nn. 2, 3, 7, ); 28 (nn. 4, 8, 10 e 20); 20 (nn. 5, 6, 12, 14, 17 e 19); 32 (n. 16).

“La Bella vuole essere tra l’altro luogo di incontro tra i prigionieri e le prigioniere che sentono l’esigenza di un confronto sulla situazione carceraria e su eventuali futuri sviluppi di lotta. Una conoscenza reciproca il più possibile diretta e ampia è fondamentale per scavalcare le istituzioni, le associazioni e gli opportunisti di qualsiasi colore che tendono a mettere il cappello su ogni situazione di fermento. Riteniamo quindi importante, come diretta conseguenza delle finalità del bollettino, fondare l’elenco di indirizzi dei prigionieri e delle prigioniere sulla volontà di esservi inseriti in modo da rendere il coinvolgimento una scelta e uno strumento di crescita e di lotta.”

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Cordatesa, “Girotondo. Piccola inchiesta su alcuni sciacalli della moneta prigioniera”

Marzo 2013, 73 p.

Introduzione

Le questioni di ordine materiale prendono, in questo periodo, il sopravvento sui problemi di fondo. Le condizioni dei detenuti permettono di chiudere così il dibattito sulla prigione ed il suo senso.
Christian Carlier, intervista pubblicata in Dedans-Dehors, gennaio 1999

Il presente lavoro si propone di esaminare un aspetto del carcere poco conosciuto ma in realtà di estrema importanza per il suo corretto funzionamento: quello dell’economia carceraria.
Economia carceraria intesa come insieme di attività economiche legate a doppio filo al carcere, sia che siano basate sul lavoro dei detenuti sia che siano quelle legate al mantenimento quotidiano della struttura e delle persone recluse al suo interno. L’oggetto della nostra ricerca è il carcere di Monza, il carcere della città in cui viviamo. Perché la decisione di fare un lavoro basato sull’economia o meglio sul giro di soldi legato al carcere? Per fare dell’informazione su aspetti troppe volte tenuti oscuri, quasi segreti o edulcorati, tramutati in atti di carità umana, spacciati per un servizio misericordioso e utile per i detenuti. Scopriamo così che questo particolare ramo del business nasconde delle storie marce e intrise di tutte i vizi propri degli appalti e più in generale degli apparati del capitale, ben lontani dalla favola del buon samaritano che si dedica ai più deboli. Sgravi fiscali, regimi di quasi monopolio, possibilità di uno sfruttamento massimo, speculazioni. E’ questo il rovescio della medaglia della propaganda dei fautori delle politiche sociali e delle attività alternative dietro le mura. Non è stato un lavoro facile e reperire le informazioni non è stato semplice, sia per la loro frammentarietà, sia per la cappa di segretezza che avvolge questo particolare ramo della gestione carceraria. In biblioteca e sui giornali locali c’è poco o nulla e, come detto prima, nel caso in cui ci fosse è sostanzialmente un elogio all’imprenditore di turno che sfrutta il lavoro dei detenuti. Su Internet qualcosa si trova ma è tutto da ricomporre e da attualizzare.
Le informazioni contenute nell’opuscolo non sono tutte nuove o attuali ma sono quelle che siamo riusciti a raccogliere e di cui abbiamo avuto una conferma dalle varie fonti. Abbiamo evitato di pubblicare informazioni da verificare e, qualora fossero un po’ datate, lo abbiamo indicato nel testo. Non pretendiamo di essere stati esaustivi ma pensiamo che un lavoro del genere possa essere utile a tutti coloro che lottano contro il carcere (perché molte informazioni riguardano altre carceri, soprattutto lombarde), ma soprattutto a chi vive direttamente sulla propria pelle una situazione di prigionia, oltre che ai loro familiari e conoscenti.
Buona lettura.

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Berkman Alexander, “Un anarchico in prigione”

Edito da Edizioni della Rivista Anarchismo, Catania, 1978, 306 p.

Alle 13,55 del sabato 23 luglio 1892, un anarchico ventunenne di nome Alexander Berkman, entra, armato di pistola e pugnale, negli uffici del capitano d’industria Henry Clay Frick per commettere quello che riteneva essere il primo Attentato della storia americana.
L’occasione venne da uno sciopero degli operai della Homestead Steel Company di Pittsburgh, contro il quale Frick aveva fatto intervenire 300 mercenari di Pinkerton armati di fucile. Berkman riesce soltanto a ferire il suo avversario ed arrestato viene condannato a 22 anni di prigione, dei quali ne sconta quat­tordici nel famigerato Western Penitentiary. Questo libro può essere considerato come il diario della sua prigionia, uno strano diario, scritto da un uomo deciso a so­pravvivere contro tutto e contro tutti.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Prison memoirs of an anarchist”, The Mother Earth Publishing Association, 1912
-Nell’Appendice sono presenti le introduzioni di Hapgood (Scheken Edition, 1970) e Goodman (“Dissent”, Luglio-Agosto 1970)

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Schirru Michele, “Uccidere il tiranno”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2013, 168 p.

Nota introduttiva
Da solo, all’appuntamento col tiranno, per ucciderlo. Da solo contro Mussolini, contro il boia che aveva dato vita a un partito di miserabili e di sopraffattori che aveva imbrigliato il popolo italiano dopo avere ucciso o costretto all’esilio ogni opposizione. Da solo contro gli attendismi, contro le chiacchiere, contro gli accordi e le coalizioni nate nei corridoi della politica di sinistra. Da solo contro tutti, contro la prudenza e contro la ragione, contro l’orrore.
Mettendo in gioco la propria vita per respirare finalmente un’aria libera, lui, proprio lui che non viveva nemmeno in Italia ma che dall’oppressione fascista si sentiva colpito come qualsiasi uomo che vuole essere libero e che in questo suo legittimo desiderio si vede ostacolato dall’impossibile libertà dei tanti sottoposti a una dittatura stupida e ignobile come tutti i dispotismi.
Ecco il punto. Mettendo da parte per un momento, per un solo momento, ogni altra considerazione, c’è da chiedersi: è giusta quest’analisi – che tale era stata la riflessione che in Schirru aveva preceduto la decisione di agire –, è giusto mettersi in gioco individualmente e fino in fondo? Anche oggi, in un regime politico che la poltroneria mentale di tanti definiscono “democrazia”, sarebbe giusta una decisione del genere? Oppure solo la dittatura la rende legittima?
Queste domande trovano un fondamento su tante perplessità passate, ascoltate e lette in ambiente anarchico, che se la dittatura giustifica l’attacco anche individuale, la democrazia lo rende impossibile. Atrocità logica che vedevo in atto nella Spagna post-franchista e che ho letto essere elemento di freno anche nell’Italia immediatamente dopo il fascismo. Tanto per fare due esempi di cui ho documentazione certa.
Uccidere il tiranno è sempre legittimo. Che questo tiranno sia un organismo collettivo non toglie che all’interno di quest’ultimo non ci sia modo di individuare un obiettivo qualificabile come “tiranno”. Non ammettere questa possibilità significa giocare con le parole.
Schirru sapeva a cosa andava incontro, a morte certa. Non indietreggiò di un passo, e con lui tanti altri, prima e dopo.
Trieste, 20 ottobre 2011

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Corsentino Michele, “Michele Schirru e l’attentato anarchico”

Edito da Anarchismo, Catania, Luglio 1990, 68 p.

Questo libro nasce dall’intenzione polemica del suo autore di chiarire alcune interpretazioni poco corrette fornite da Papa e Fiori, recentemente, e da altri scrittori durante e subito il fascismo.
In questo modo esce limpida la figura di Michele Schirru, l’anarchico sardo fucilato durante il fascismo per avere cercato di mettere in atto, senza comunque riuscire a passare alla fase decisiva, un attentato contro Mussolini. Malgrado tutti i tentativi di oscurare e infangare il ricordo di questo coraggioso compagno che osò, fra i pochi, cercare di fare qualcosa contro l’oppressione del suo tempo, viene fuori il comportamento di un anarchico che non ha avuto fortuna nella sua azione ma che ne subisce tutte le conseguenze con fermezza davanti ai giudici e davanti al plotone d’esecuzione.

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Uniti contro la repressione Lotta al capitalismo, al carcere e al 41bis

Luglio 2012, 8 p.

Ogni edificio ha il suo pilastro e ogni pilastro funziona, in sé, come un edificio e dunque necessita, a sua volta, di un pilastro. Il pilastro dell’edificio della società capitalista, basata sullo sfrutta­mento di una classe sulle altre, è lo Stato. Senza Stato, potere coercitivo, organizzato ed egemonico di una classe sulle altre, que­sta società non sta in piedi. A sua volta, il pilastro del potere dello Stato è, in ultima e concreta analisi, il carcere, ovvero la struttura coercitiva ove rinchiudere co­loro i quali violano le norme dello Stato o addirittura ne combattono i fondamenti, facendoli sparire dalla normalità dei rapporti sociali sui quali lo Stato è, per l’appunto, chiamato a vegliare. A sua volta, il pilastro del carcere è il regime d’isolamento, ove il prigioniero viene fatto sparire non solo dalla società, ma si tende a farlo sparire dallo stesso carcere, attraverso il massimo della coercizione. Il regime d’isolamento ha funzione di doppio pilastro, sia rispetto al carcere come struttura coercitiva di classe, sia per la società, poiché naturalmente esso colpisce quando è necessarìo rafforzare la tenuta di entrambi e anche nei confronti di chi, come i rivoluzionari prigionierì, ha combattuto e resistito a entrambi. In Italia, il regime d’isolamento è istituito e regolato dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario.

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