Il ciabattino ribelle, “La medaglietta e altre colpe di carcere”

Edito da Biblioteca Lux, Bologna, 1909, 50 p.

Lettore,
se incominciassi questa prefazione così: in queste pagine non cercare del poeta la visione alata, della lima le pulitezze artistiche, del verso il profumo letterario etc etc, sembrerebbe che di ciò potesse elevarsi questione; dunque…non ne abbiamo parlato!… Questi versi sono nati in carcere e stanno a dimostrare il bisogno dell’io pensante di reagire contro l’azione deprimente ed accidiosa dell’ambiente, e la necessità di esteriorizzare quel sentimento e quella sana passionalità politica che sono le Vestali della fiamma ribelle del pensiero. Solo questo!
Ora li dò alle stampe, solo perchè credo che possano aggiungere un accento di ribellione contro ipocrisie e ingiustizie di cui la misera classe operaia paga da troppo tempo le spese.
Solo per questo!
Dunque -oltre tutto- nè intenzioni, nè scopi, nè pretese letterarie e artistiche. Non ne parliamo nemmeno!…
Fuori, all’aria libera, c’è il comizio, la conferenza, il giornalismo, la dimostrazione e…il resto: dentro me la pigliai col carceriere e….colle muse!
Fu un delitto occasionale!
Fate il processo a quei sette bifolchi improvvisati giudici che mi hanno mandato in carcere questa -per ora- ultima volta, e agli altri, i giudici più o meno bifolchi; che fecero del loro meglio sempre; poichè a tutti la cecità, la paura e il loyolismo fecero credere di persuadermi…mandandomi al fresco!
Io senza di loro non avrei commesso tanti reati, mai, mai, mai!
Il Ciabattino

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Note dell’Archivio
-Il ciabattino ribelle fu uno pseudonimo utilizzato da Armando Borghi

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Gallo Ermanno, Ruggiero Vincenzo, “Il carcere immateriale. La detenzione come fabbrica di handicap”

Edito da Edizioni Sonda, Torino, 1989, 148 p.

Questo libro non tratterà degli abusi, delle illegalità e violenze che quotidianamente si compiono entro le mura carcerarie. Né elencherà gli arbitrii e le torture del carcere «sporco», che denunce e riforme istituzionali, da sempre, hanno apparentemente preso di mira. I materiali che presentiamo riguardano la pena “ordinaria”, che è di per sé “straordinaria”, perché infligge patimenti e mutilazioni. Si tratta del carcere infinitamente riformato in quanto irriformabile, che produce spersonalizzazione, infantilizzazione, espropriazione del tempo e della comunicatività. Il carcere è da sempre luogo di contagio, di diffusione del morbo che, nelle diverse contingenze storiche, aggredisce i più indifesi: polmonite e scorbuto nelle prime galere, infezioni di ogni tipo, follia nella promiscuità del grande internamento, droga e A.I.D.S. nel carcere contemporaneo.
Ci siamo posti da un punto di vista strutturale e, dunque, ci siamo chiesti se al di là delle malattie sociali, di volta in volta più allarmanti, la detenzione in sé non produca dei suoi specifici handicap, in quanto “detenzione” e non in quanto luogo che l’arbitrio e la brutalità delle condizioni rendono più vulnerabile e «immunodeficiente». Inoltre ci interessava soprattutto cogliere come la «detenzione» segna le “esistenze” delle persone e non solo il loro corpo. Amleto, nei momenti più tenebrosi, afferma che «il mondo è un vasto carcere in cui sono molte celle stanze e segrete». Noi ci limitiamo a pensare che il carcere sia un mondo in sé, descrivibile in ogni sua piega attraverso il dialogo con chi lo abita. Abbiamo contratto più di un debito di riconoscenza nei confronti di chi ha reso possibile questo lavoro. All’editore siamo grati per averci “convinto” a redigere un testo non accademico ma raccontato, non rivolto agli esperti ma a tutti; gli siamo grati, insomma, per averci «imposto» uno stile che alla fine è sembrato anche a noi il più adatto. I nostri ringraziamenti vanno in eguale misura ai protagonisti di queste pagine, interlocutori anonimi, spesso adombrati dietro nomi fittizi, che ci hanno fornito materiali e testimonianze per sostanziare le nostre ipotesi di lavoro. Ricordiamo, nello specifico, per quanto riguarda la Francia, l’appoggio incondizionato fornito alla nostra ricerca da organismi quali: A.R.A.P.E.J. di Parigi (associazione di comunità alloggio) e la disponibilità degli operatori di S.R.A.I.O.S.P., primo istituto francese (e forse europeo) di assistenza polifunzionale agli ex-detenuti. Altri ringraziamenti vanno a “Medicins du monde”, gruppo di intervento sociale nel campo della medicina. Per l’Italia ci preme ricordare la collaborazione di operatori ed esperti, nonché di detenuti ed ex-detenuti, alcuni dei quali riuniti in cooperative di lavoro e in coraggiose associazioni. Diversi amici ci hanno aiutato a Londra, segnalandoci ricerche già compiute o ancora in corso. In particolare, Dan ci ha orientato nel labirinto delle corti di Highbury, dove abbiamo assistito al commercio avvilente delle pene pecuniarie tra giudici e difensori azzimati e imputati straccioni.
Una nota finale di lettura può aiutare chi si accinge a sfogliare queste pagine. Il primo capitolo consiste di nostre riflessioni generali mirate a definire la forma carcere contemporanea. Nel secondo capitolo le riflessioni si avvalgono, in qualità di sostegno, delle testimonianze dei protagonisti diretti: detenuti ed ex-detenuti. Il terzo raccoglie opinioni e analisi espresse da esperti ed operatori. Il capitolo finale è dedicato al tema dell'”abolizionismo”, ai concetti che lo sottendono, le esperienze che lo connotano e le ispirazioni che, anche nel nostro paese, se ne possono trarre in termini di prassi. A lavoro ultimato, e nonostante le lacune a posteriori che sempre si riscontrano, la nostra speranza è che si tragga da queste pagine qualche spunto e qualche riflessione avvertita, per il superamento radicale della prigione, per l’abolizione concreta delle sofferenze legali che si continuano ad infliggere.

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Iglesias Abelardo, “Revolucion y Dictadura en Cuba”

Edito da Reconstruir, Buenos Aires, 1963, 96 p.

Scritto dall’anarchico cubano Iglesias Abelardo con prefazione di Jacobo Prince (anarchico argentino), l’opuscolo in questione è una sintesi della situazione nell’isola caraibica. Il popolo cubano, per Iglesias, era passato da una dittatura ad un’altra, mostrando come il castrismo fosse prono o subordinato ai diktat del Cremlino.
Questa testimonianza da parte di un militante di lunga data come Iglesias fa il paio alla testimonianza di tre anni prima di Souchy durante la sua visita a Cuba.

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Note dell’Archivio
-Testo in Spagnolo

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Barilli Francesco, De Carli Manuel, “Carlo Giuliani. Il Ribelle Di Genova”

Edito da Becco Giallo, Sommacampagna (Vr), 2011, 176 p.

Genova, 20 luglio 2001. Durante gli scontri al vertice G8 muore un manifestante in Piazza Alimonda. Le prime testimonianze sono confuse: chi parla di un colpo di pistola, chi di un sasso, chi di un lacrimogeno.
Solo in serata, una foto dell’agenzia Reuters elimina ogni dubbio: un ragazzo di spalle (si scoprirà essere il ventitreenne Carlo Giuliani) col passamontagna e un estintore sollevato sopra la testa, e una pistola che spunta da una camionetta dei carabinieri.
A 10 anni di distanza, gli autori ripercorrono quei tragici momenti assieme ai familiari di Carlo (Haidi, Giuliano ed Elena). Non solo la cronaca di un omicidio, né una semplice contro-inchiesta: è anche – e soprattutto – il ricordo di un ragazzo nelle parole di chi lo ha cresciuto, conosciuto e amato.
“Carlo non è un martire, né un eroe, è un ragazzo che ha reagito ad una profonda ingiustizia.” Giuliano Giuliani

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Shaffer Kirwin R., “Anarchism and Countercultural Politics in Early Twentieth-Century Cuba”

Edito da PM Press, Oakland, California (USA), 2019 XI+279

In questo volume, Kirwin Shaffer mostra come gli anarchici hanno svolto un ruolo significativo, fino ad ora poco conosciuto, nellla sinistra cubana nel formare e portare avanti le questioni della salute, dell’istruzione, dell’immigrazione, dell’ambiente e dell’internazionalismo della classe operaia. Al tempo stesso, gli anarchici hanno criticato la politica razziale, le pratiche culturali e le condizioni dei bambini e delle donne sull’isola. Nel nuovo caotico paese, i membri del movimento anarchico hanno interpretato la Guerra per l’Indipendenza e le idee rivoluzionarie del patriota José Martí da una prospettiva di estrema sinistra, intraprendendo un dibattito nazionale con l’establishment locale su cosa significasse essere cubano. Per contrastare la cultura dominante, gli anarchici hanno creato delle proprie iniziative per aiutare le persone, sfidando sia l’élite esistente che le forze militari statunitensi occupanti. Mentre molti dei loro ideali provenivano dall’Europa, i loro programmi, critiche e letteratura riflettevano le specificità della realtà cubana e facevano appello alle classi popolari cubane. Utilizzando le teorie dell’internazionalismo della classe operaia, delle controculture, della cultura popolare e dei movimenti sociali, Shaffer analizza i documenti d’archivio, gli opuscoli, i giornali e i romanzi, mostrando come il movimento anarchico nella Cuba repubblicana abbia contribuito a plasmare l’agenda della sinistra rivoluzionaria fino all’ascesa della dittatura di Gerardo Machado negli anni ’20.

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Note dell’Archivio
-Libro in Inglese

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Souchy Augustin, “Testimonios de la revoluciòn cubana”

Edito da Reconstruir, Buenos Aires, Dicembre 1960, 68 p.

Augustin Souchy, militante anarchico, sindacalista e giornalista, venne invitato nella prima metà del 1960 a Cuba dal governo per testimoniare al mondo la nuova Ley de Reforma Agraria e il miglioramento della vita dei contadini. In quanto studioso dei problemi agricoli, Souchy aveva scritto un opuscolo sui Kibbutz israeliani e, quindi, Castro e il suo governo si aspettavano un avvallo di questa riforma agraria.
L’anarchico tedesco girò tutta l’isola, analizzando quello che vedeva. Il ritratto che ne fece Souchy fu totalmente negativo: mancanza di libertà, disillusione centralizzazione e dirigismo.
L’opuscolo in questione è una delle prime testimonianze anarchiche sulla rivoluzione cubana e su quello che sarebbe diventata nei decenni successivi.

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Note dell’Archivio
-Testo in Spagnolo

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Dolgoff Sam, “The Cuban revolution. A critical perspective”

Edito da Black Rose Books, Montreal, 1977, 200 p.

Il libro di Dolgoff fu una delle prime opere in lingua inglese che spiegava, da un punto di vista anarchico, la storia del movimento anarchico cubano, la rivoluzione che si ebbe nell’isola caraibica, i rapporti tra castristi ed anarchici e la situazione a Cuba tra gli anni ’60 e gli anni ’70.
Questo lavoro dimostra come la nuova classe dirigente cubana fosse prona ad uno dei due poli di potere dei tempi, schiacciando il dissenso e monopolizzando e controllando la popolazione.

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Note dell’Archivio
-Libro in Inglese

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Biehl Janet e Staudenmaier Peter, “Ecofascismo: lezioni dall’esperienza tedesca”

Tradotto da anarcotico.net, prima metà  del 2000, 44 p.

Introduzione
Oggi, la crisi ecologica e’ fonte di grande preoccupazione per la maggior parte delle persone umanitarie e sensibili. Mentre molti attivisti ecologisti lottano per eliminare i rifiuti tossici, per preservare le foreste pluviali e quelle secolari e per contrastare la distruzione della biosfera, anche molte persone comuni, in ogni settore, sono fortemente preoccupate per la natura del pianeta in cui i loro figli dovranno crescere ed abitare. Sia in Europa che negli Stati Uniti, la maggior parte degli attivisti ecologisti si considera progressista. Supporta, cioe’, anche le lotte per garantire giustizia sociale ai popoli oppressi e pensa che richiedano la nostra piu’ profonda attenzione anche i bisogni degli esseri umani che devono fronteggiare poverta’, malattie, guerre civili e carestie. Per molte di queste persone, puo’ risultare sorprendente apprendere che la storia delle politiche ambientaliste non e’ sempre stata inerentemente e necessariamente progressista e benigna. Di fatto, le idee ecologiste hanno una storia di distorsione ed impiego al servizio di finalita’ altamente repressive, anche del fascismo stesso. Come mostra Peter Staudenmaier nella prima sezione di questo testo, alcune rilevanti tendenze nell'”ecologismo” tedesco, che ha radici nel misticismo della natura del diciannovesimo secolo, furono sviluppate nel ventesimo secolo durante la nascita del nazismo.
Durante il Terzo Reich, come Staudenmaier mostra successivamente, gli “ecologisti” nazisti resero l’agricoltura biologica, il vegetarismo, l’adorazione della natura ed altre tematiche analoghe dei punti cruciali non solo della loro ideologia, ma anche delle loro politiche governative. L’ideologia “ecologista” nazista venne usata anche per giustificare lo sterminio della popolazione ebraica in Europa. Eppure, alcuni degli argomenti articolati dagli ideologi nazisti hanno una sgradevole similitudine con le tesi delle persone attualmente interessate all’ambientalismo. Essendo ecologisti sociali, non intendiamo deprecare gli importantissimi sforzi che ambientalisti ed ecologisti stanno facendo per tutelare dalla distruzione la biosfera. Al contrario: la nostra preoccupazione maggiore e’ preservare l’integrita’ dei movimenti ecologisti seri dalle tragiche tendenze reazionarie che cercano di sfruttare a favore dei propri fini politici la diffusa preoccupazione relativa alle problematiche ecologiche. Tuttavia, riteniamo che il panorama ecologista attuale, col suo crescente misticismo ed anti-umanismo, ponga dei seri problemi rispetto alla direzione che prendera’ il movimento ecologista. Nella maggior parte delle nazioni occidentali, alla fine del ventesimo secolo le espressioni di razzismo e ostilita’ all’immigrazione non stanno solo aumentando, ma vengono anche sempre piu’ tollerate. Il risorgere di ideologi e gruppi politici fascisti e’ altrettanto sconcertante.
Aggiornando la loro ideologia e il loro linguaggio al nuovo lessico dell’ecologia, questi movimenti stanno ancora una volta proponendo l’impiego di argomentazioni ecologiste al servizio della reazione sociale. Con modalita’ talvolta analoghe alle convinzioni degli ecologisti di orientamento progressista, questi ecologisti reazionari e apertamente fascisti enfatizzano la supremazia della “Terra” rispetto alla gente, antepongono alla ragione i “sentimenti” e l’intuizione e difendono un crudo biologismo socio-biologico e anche malthusiano. Alcuni settori dell’eco-ideologia New Age – in particolare le propensioni al misticismo e all’anti-razionalismo – considerati benigni dalla maggior parte delle persone sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, attualmente in Germania stanno venendo collegate all’eco-fascismo. Il testo di Janet Biehl esplora questa cooptazione dell’ecologia per finalita’ razziste, nazionaliste e fasciste. Complessivamente, questi articoli esaminano alcuni aspetti del fascismo tedesco, passato e presente, per trarne un insegnamento utile per il movimenti ecologisti sia tedeschi che di altri paesi. Nonostante la sua peculiarita’, l’esperienza tedesca offre un chiaro avvertimento riguardo all’uso distorto dell’ecologia, in un mondo che sembra sempre piu’ disponibile a tollerare ideologie e movimenti finora considerati deplorevoli e obsoleti. Sia nei paesi anglofoni che in Germania, gli studiosi di ecologia politica devono ancora esaminare compiutamente le implicazioni politiche di queste idee. Per evitare che le politiche ecologiste si tramutino in reazione o fascismo con una patina ambientalista, e’ necessario un movimento ecologista che mantenga una forte attenzione al sociale e che interpreti la crisi ecologica in un contesto sociale. Come ecologisti sociali, noi riteniamo che le radici dell’attuale crisi ecologica siano in una societa’ irrazionale, non in un corredo biologico degli esseri umani, ne’ in unaparticolare religione, ne’ nella ragione, nella scienza o nella tecnologia. Al contrario, difendiamo l’importanza della ragione, della scienza e della tecnologia per creare sia un movimento ecologista progressista sia una societa’ ecologica. Cio’ che oggi sta distruggendo la biosfera e’ uno specifico assetto delle relazioni sociali – in particolare, l’economia di mercato competitiva. Misticismo e biologismo, come minimo distolgono l’attenzione pubblica da queste cause. Presentando questi testi, stiamo cercando di preservare le fondamentali implicazioni progressiste ed emancipatrici delle politiche ecologiste. Oggi piu’ che mai, un impegno ambientalista richiede che le persone evitino di compiere nuovamente gli errori del passato e che il movimento ecologista non si faccia assorbire dalle tendenze mistiche ed anti-umanistiche attualmente abbondanti.

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Note dell’Archivio.
-Traduzione del libro “Ecofascism Revisited Lessons From the German Experience”, AK Press, 1995.

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Manera Enrico, “Il più odiato dai fascisti. Conversazione su Furio Jesi”

Quella che segue è una conversazione a tre voci su Furio Jesi (1941 – 1980), archeologo, filologo, studioso di mitologia e cultura tedesca, scrittore e militante della “nuova sinistra”. L’occasione è la recentissima uscita della monografia di Enrico Manera Furio Jesi. Mito, violenza, memoria (Carocci, 2012). Per molti giapster, Manera è una vecchia conoscenza: su Giap, a fine 2010, discutemmo della sua precedente uscita “jesiana”, ovvero il n. 31 della rivista Riga, curato da lui e da Marco Belpoliti, interamente dedicato allo studioso torinese. Numero che resta il miglior “punto d’ingresso” in un labirinto di pensiero e in un’elaborazione radicale purtroppo troncata da un banale incidente domestico. Il libro appena uscito vuole essere un “compagno di viaggio”, un vademecum da tenere accanto una volta deciso di intraprendere la lettura di Jesi.
La conversazione si svolge tra Manera, Wu Ming 1 e un’altra conoscenza dei giapster, Giuliano Santoro, recentemente criticato da un fascista per aver usato Jesi nel suo libro Un Grillo qualunque.

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Jesi Furio, “Cultura di destra”

Edito da Nottetempo, 2011

Nota dell’editore
“Che cosa vuol dire cultura di destra?” chiede un intervistatore a Furio Jesi nel 1979. È “la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare nel modo più utile, in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola”. Originale mitologo della modernità, Jesi dedica gli studi qui raccolti a individuare le matrici sotterranee, il linguaggio e le manifestazioni delle “idee senza parole” della cultura di destra otto-novecentesca; e lo fa smascherandone i luoghi comuni, le formule e le parole d’ordine che alludono a un nucleo mitico profondo e inconoscibile, ma fondante e modellante, cui fanno riferimento i principi ricorrenti di Tradizione, Passato, Razza, Origine, Sacro. Un “vuoto” da riempire di materiali mitologici, manipolati dalla propaganda politica di destra per legittimare il suo potere e gli ordinamenti sociali dominanti. Da questa prospettiva, Jesi indaga gli apparati linguistici e iconici sottesi al fascismo e al neofascismo, al nazismo e al razzismo, penetra nelle pieghe dell’esoterismo di Julius Evola e del lusso retorico dannunziano, attraversa le pagine di Liala e Pirandello.
Questa nuova edizione di un libro ancora attualissimo è corredata da tre inediti e un’intervista

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Note dell’Archivio
-In questa versione curata da Cavalletti Andrea, vi sono inseriti i seguenti titoli:
–“I. Commemorazione di Giosuè Carducci tenuta nella sala della Società Filodrammatica Sportiva il 3 marzo 1907 in Porto Maurizio”
–“II. Commemorazione di Giosuè Carducci tenuta nella Loggia massonica di Porto Maurizio, marzo 1907”
–“La religione degli ebrei dinanzi al fascismo”
–“Il cattivo selvaggio. Teoria e pratica di persecuzione dell’uomo “diverso””
–“Ricetta: mettere il passato in scatola, con tante maiuscole…”

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