Antonioli Maurizio, “Errico Malatesta, l’organizzazione operaia e il sindacalismo 1889-1914”

Estratto da “Ricerche Storiche.Rivista quadrimestrale”, A. XIII, n. 1, Gennaio-Aprile 1983, pagg. 151-204

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Note dell’Archivio
-Come riportato nel saggio, questa è una “relazione tenuta al Convegno di Studi su Errico Malatesta nel 50° Anniversario della morte (Milano, 24-26 settembre 1982).”
-Altre relazioni presenti in archivio:
Facchi Paolo, “L’antipropaganda di Errico Malatesta nell’Italia borghese e fascista”
Landi Gianpiero, “Malatesta e Merlino dalla Prima Internazionale all’opposizione al fascismo”

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Landi Gianpiero, “Malatesta e Merlino dalla Prima Internazionale all’opposizione al fascismo”

Estratto da Bollettino del Museo del Risorgimento, A. XXVIII, 1983, pagg. 121-156

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Note dell’Archivio
-Come riportato nel saggio, questa è una “relazione presentata al Convegno di Studi su “Errico Malatesta. Pensare e vivere l’anarchia”, Milano, 24-26 Settembre 1982″.
-Altre relazioni presenti in archivio:
Facchi Paolo, “L’antipropaganda di Errico Malatesta nell’Italia borghese e fascista”
Antonioli Maurizio, “Errico Malatesta, l’organizzazione operaia e il sindacalismo 1889-1914”

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Turcato Davide, “Making Sense of Anarchism. Errico Malatesta’s Experiments with Revolution, 1889–1900”

Edito da Palgrave MacMillan, Londra, 2012, XI+275 p.

Attraverso un resoconto biografico delle gesta rivoluzionarie di Errico Malatesta nell’arco di un decennio, il libro di Turcato rivaluta la natura dell’anarchismo classico (come movimento ed ideologia), criticando come vengono scritti certi studi storici (specie sul socialismo) e delineando le tensioni e i dibattiti politici interni ed esterni al movimento anarchico.
Un antidoto, quindi, a chi ancor oggi equipara l’anarchismo al disordine e all’irrazionalità

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Note dell’Archivio
-Libro in Inglese

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Toda Misato, “Kropotkin and Malatesta. Russians, Italians and Japanese in the revolutionary movements in the world”

Estratto da “Journal of the Faculty of International Studies Bunkyo University”, Volume 6, 1996, pagg. 83-91

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Nota dell’Archivio
-Articolo in inglese

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Masini Pier Carlo, “Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta”

Edito da Rizzoli, Milano, 1970, 397 p.

Avvertenza
Questa « Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta» è anche un contributo alla storia d’Italia nel primo trentennio dopo l’Unità. Il libro si apre nel 1862, all’indomani della spedizione dei Mille, con la fuga di Bakunin dalla Siberia, e si chiude nel 1892, all’indomani del congresso di Genova che segnò la definitiva rottura fra anarchici e socialisti nel movimento operaio, con la nascita del partito socialista: da quel momento i socia­listi si avviarono sulla strada legale delle riforme, del­l’organizzazione di partito, della conquista dei pubblici poteri, mentre gli anarchici continuarono pregiudizial­mente e programmaticamente a mantenersi al di fuori dello stato, della sua politica, delle sue istituzioni, affi­dando la protesta libertaria all’azione diretta delle mas­se e alla spontanea iniziativa individuale. Di qui la ragione storica per fermarci al 1892, alla quale si aggiunge una ragione tecnica: infatti per una compiuta ricostruzione del convulso periodo successivo, fra reazioni e attentati, manca ancora quel complesso di studi preparatori, dì ricerche d’archivio, di monografìe che invece abbiamo potuto vantaggiosamente tener pre­senti per questo lavoro. Per offrire tuttavia al lettore una guida alla conoscenza della storia dell’anarchismo nei decenni successivi, abbiamo inserito in appendice una cronologia essenziale che segue le principali vicende de­gli anarchici italiani fino ai nostri giorni. Ci auguriamo, non appena gli archivi italiani e stranieri, pubblici e pri­vati, saranno resi più largamente accessibili, e nello stes­so tempo le ricerche particolari avranno avuto un ulteriore approfondimento, di poter proseguire questa sin­tesi storica fino a tempi a noi più vicini. Abbiamo poi raccolto una serie di documenti ine­diti o rari o ignorati, scelti non tanto secondo un criterio di appoggio al testo quanto per mettere il lettore a di­retto contatto con il linguaggio, i problemi e il costume dell’anarchismo italiano. La raccolta inoltre arricchisce e prolunga nel tempo il nostro documentario iniziato con la pubblicazione degli atti della Federazione Ita­liana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (1871-1880), delle carte della commissione di corrispon­denza di quella organizzazione (1872-1874), delle carte dei fratelli Ceretti, delle lettere dirette da vari corrispon­denti a Anna Kulisciov e a Andrea Costa, ecc. Questo libro oltre ad essere una obbiettiva esposi­zione di fatti e di idee, al di là di ogni intento celebrativo o polemico, intende anche mostrare un reperto politico-sociale di straordinario interesse scientifico e umano. Il nostro discorso non si pone perciò su un piano puramen­te rievocativo, ma vuol offrire, almeno nelle intenzioni, una chiave per intendere certi fenomeni d’attualità. Il movimento degli anarchici italiani, raccoltisi un secolo fa attorno alla bandiera della «liquidazione so­ciale » cioè di una rivoluzione radicale che riputava la conquista del potere e la sua gestione, invano combat­tuti e perseguitati, dispersi ed esiliati dai poteri costituiti, sottoposti a pressioni esterne e interne, a dissidi e a pole­miche nella ricerca di una «purezza» rivoluzionaria, è pervenuto fino a noi in una continuità di pensiero e di lotta che ne vede riaffiorare in forma confusa i moventi e i metodi. Dì qui i ricorrenti ritorni di fiamma libertaria all’interno del movimento socialista, il persistente riemer­gere di tendenze anarco-sindacaliste nelle organizzazioni operaie, la rivendicazione antiautoritaria dei giovani nel­la famiglia, nella scuola e nelle strutture della società.
P. C. M.
Bergamo, 1° gennaio 1969

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Joll James, “Gli anarchici. Bakunin, Kropotkin, Malatesta. Storia di un’idea”

Edito da Il Saggiatore, Milano, 1976, 365 p, Seconda Edizione

Introduzione
« Voi siete delle misere figure, siete dei falliti, la vostra parte è finita; andate al posto che vi compete da oggi in poi: tra la spazzatura della storia. » L’apostrofe di Trockij contro gli oppositori menscevichi dell’ottobre 1917, è tipica di tutto un modo di considerare la storia, secondo cui soltanto le cause che trionfano dovrebbero interessare lo storico, mentre sarebbe giusto ignorare e irridere, o liquidare come miopi e reazionari, quei mo­vimenti e quelli uomini che non contribuiscono al pro­gresso dell’umanità. I marxisti non sono gli unici a pen­sarla cosi: lo stesso concetto è implicito nel giudizio di storici cristiani sul paganesimo, o di storici liberali sul conservatorismo. Ma le vere vittime degli storici per i quali non ha valore che il successo, sono i rivoluzionari falliti. Quando una rivoluzione trionfa, gli storici si af­fannano a ricostruirne le origini vicine e lontane, e a ripercorrerne gli sviluppi; cosicché l’intera successione di avvenimenti che l’ha preparata nel corso di molti decenni è molto spesso descritta come un processo ine­vitabile, e ogni idea, ogni episodio sono giudicati in base al contributo che hanno dato, o all’ostacolo che hanno opposto, all’esito finale. D’altra parte, le rivolu­zioni mancate appaiono come vicoli ciechi, e gli uomini e le idee che le ispirarono non sono quasi mai studiati per il loro valore intrinseco. Di conseguenza, molti aspet­ti interessanti o curiosi vengono dimenticati o trascurati, e il campo visivo dello storico è deliberatamente rin­chiuso in limiti angusti. Ma, se la missione dello storico, come dell’artista, è quella di allargare la nostra immagine del mondo, di aprirci una nuova prospettiva nel guar­dare le cose, può accadere che spesso lo studio della sconfitta sia altrettanto istruttivo e fecondo di quello della vittoria. Un tipo ricorrente di insuccesso, e le sue cause, possono allora far luce tanto sulla psicologia degli individui, quanto sulle strutture sociali.
Come ogni minoranza, gli anarchici hanno sofferto di questo culto del successo. Essi non hanno al loro attivo nessuna rivoluzione vittoriosa. Le loro teorie politiche sono piene di incoerenze, o di ipotesi sbagliate. La sim­patia che un certo tipo di dottrina anarchica si era gua­dagnata è stata a volte distrutta dall’efferatezza o dal folle terrorismo di un’altra scuola pratica. Ciò non to­glie che, negli ultimi cent’anni, le dottrine anarchiche e le loro realizzazioni pratiche abbiano sollevato diversi interrogativi sulla natura della nostra società industriale. Esse hanno rivolto al concetto moderno dello Stato un filo ininterrotto di critiche di fondo, e hanno contestato i concetti base di quasi tutte le scuole contemporanee di pensiero politico. Hanno attaccato, spesso in modo estremamente brutale, i valori e gli istituti della società e della morale stabilite. Tutto ciò si è risolto in gran parte in futili melodrammi, o in tragiche commedie. Ma le proteste di cui il movimento anarchico si è reso inter­prete esprimono un pur tuttavia ricorrente bisogno psi­cologico, che la sua débàcle come forza politica e sociale efficiente non annulla affatto.
L ’anarchismo è un prodotto dell’Ottocento. È , in parte, il riflesso dello scontro fra le macchine della rivoluzione industriale e una società artigiana o contadina. Ha tratto alimento dal mito della rivoluzione cosi come si era venuto formando dopo l ’89), mentre ciò che ha spinto gli anarchici a rimettere in discussione i mezzi e i fini degli stessi rivoluzionari è stata l ’incapacità delle evolu­zioni politiche e delle riforme costituzionali a soddi­sfare i bisogni economici e sociali degli uomini. I valori che gli anarchici cercarono di demolire erano quelli di uno stato centralizzato sempre più potente – perché eret­to sulla base di una crescente industrializzazione — che sembrava il modello al quale, a partire dal secolo XIX, tutte le società tendevano ad avvicinarsi. Era quindi inevitabile che gli anarchici si creassero sempre più dei nemici: ai latifondisti e ai preti dell’ancien regime fini­rono per aggiungersi i tiranni e i burocrati espressi da movimenti che pur miravano a costruire ima società nuova. Cosi gli anarchici si trovarono impegnati simultaneamente in una battaglia su almeno due fronti. Pur essendo un fenomeno dell’ultimo secolo e mezzo, il movimento anarchico rappresenta un tipo di rivolta che affonda le sue radici in epoche assai più remote.
Gli stessi anarchici sono fieri di questi precedenti sto­rici, e molto spesso rivendicano come precursori uomini che si stupirebbero di trovarsi in loro compagnia. Ze­none e gli stoici, le eresie gnostiche e gli anabattisti, sono stati tutti salutati come progenitori del moderno anarchismo. Ed è vero che, in un certo senso, questi moti di rivolta sociale e religiosa, o di distacco dalla realtà attuale, costituiscono uno dei grandi filoni sot­terranei del suo pensiero e della sua azione. Gli anar­chici uniscono una fede nella possibilità di un’improv­visa e violenta trasformazione delle strutture sociali, ad una fiducia nella ragionevolezza dell’uomo e nelle sue prospettive di miglioramento. Da un lato, sono gli eredi di tutti i movimenti religiosi a sfondo utopistico e millenaristico che credettero vicina la fine del mondo e attesero fiduciosi che « suonerà la tromba e in un batter d’occhio saremo rigenerati »; dall’altro, sono i figli del­l’Età della ragione. (Metternich chiamava Proudhon un figlio illegittimo dell’Illuminismo.) Sono gli uomini che spingono all’estremo logico la fede nella ragione, nel progresso, o nella persuasione. La loro è insieme una credenza religiosa e una dottrina razionale; e molte delle sue anomalie sono il prodotto dell’urto fra quella e questa, e delle tensioni fra i tipi diversi, e a volte oppo­sti, di temperamento, che esse rappresentano.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “The Anarchists”, Little, Brown and Company, New York City, 1964
-La prima edizione in italiano è del 1970

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Toda Misato, “Errico Malatesta. Da Mazzini a Bakunin”

Edito da Guida Editori, Napoli, 1988, 147 p.

Prefazione
Errico Malatesta (1853-1932) aspirava a realizzare, tramite l’umana volontà e l’amore, il mondo dell’Umanità, in cui tutti potessero vivere in libertà, nel senso sia politico che economico, sia culturale che spirituale, e a questo dedicò tutta la sua vita; fu un anarchico internazionalista, vissuto in un’epoca assai difficile e assai drammatica.
Per più di mezzo secolo fu una figura rappresentativa del movimento anarchico internazionale, tanto che la sua vita fu definita la storia stessa dell’anarchismo italiano. Anche in un paese lontano dall’Italia come il Giappone, il suo nome era conosciuto insieme a quello di Proudhon, Bakunin e Kropotkin fin dall’epoca Meji (1868-1912), periodo in cui avvenne la “modernizzazione” del Giappone e in cui l’anarchismo venne qui introdotto per la prima volta.
Nato in un paese dell’Italia meridionale durante l’ultima fase del dominio borbonico, Malatesta nella sua prima gioventù visse in prima persona i tempi difficili della unificazione nazionale attraverso le vicende della sua vita liceale e universitaria. Iniziò la sua carriera rivoluzionaria con il fratello maggiore, Aniello Malatesta, come mazziniano fervente; passò, poi, al socialismo, allora anarchico bakuninista, nei giorni della Comune di Parigi, e in breve tempo, diventò uno dei più attivi membri della Sezione Napoletana della Prima Internazionale.
Nel presente lavoro seguiamo passo per passo il processo della formazione e della trasformazione delle sue idee assieme alle vicende della democrazia napoletana degli anni 1868-1873, un periodo su cui non si trova nessuna documentata ricerca biografica, tranne qualche lavoro dovuto al racconto fatto da Errico Malatesta stesso. Vogliamo riesaminare il suo racconto, solitamente giusto e preciso, e metterlo nel contesto dei fenomeni sociali e culturali dell’epoca, per ricostruire quel periodo problematico, non soltanto per il giovane Errico Malatesta, ma anche per l’Italia ed il Mezzogiorno. All’epoca della nostra ricerca Napoli era un centro della cultura democratica. Attorno alla redazione de “Il Popolo d’Italia”, giornale repubblicano fondato da Giuseppe Mazzini subito dopo l’Unità nazionale, si crearono circoli di intellettuali e associazioni di studenti dell’Università di Napoli, allora l’unico istituto di educazione superiore nel Meridione. Tutti questi si ricollegavano spesso al movimento operaio, in base all’associazionismo mazziniano. Quando Michele Bakunin venne a soggiornare nell’ex capitale borbonica, negli anni 1865-67, si mise in contatto con i democratici napoletani e meridionali che si radunavano intorno al giornale mazziniano. La collaborazione da parte loro da un lato, e da parte del rivoluzionario russo dall’altro, aveva dato come risultato la formazione del movimento “Libertà e Giustizia” che, nel 1867, aveva pubblicato il giornale omonimo. Lo stesso gruppo fece nascere, in cooperazione con i capi-popolo delle società operaie della città, la prima sezione italiana dell’Internazionale a Napoli. Allora Napoli era la più grossa città del regno con una popolazione enorme e con numerosi lavoratori dell’artigianato tradizionale e operai moderni. Per quanto riguarda il nostro metodo di ricostruzione del mondo di Errico Malatesta, abbiamo voluto tenere in considerazione, nel descrivere i fenomeni, il modo in cui il Malatesta stesso li vedeva e con gli occhi e col sentimento. Perchè solo così, crediamo di poter capire una vita complessa, senza pregiudizi o parzialità.
[…]

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Trento Tagliaferri, “Errico Malatesta, Armando Borghi e compagni davanti ai giurati di Milano”

Tipografia Gamalero, Milano, 1921, 239 p.

Prefazione di Mario Mariani
La rivoluzione italiana non aveva un nome. Lo chiese al mondo degli esuli, al mondo di quelli che s’erano allontanati, per non piegarsi o per non soffrire. Quando ho ristretto la mano a Errico Mala­testa, oltre le sbarre d’una gabbia di Corte d’As­sisi, ho capito perchè quel vecchio era il più giovane di tutti noi e perchè la rivoluzione ita­liana, nell’ora in cui parevano maturare i destini, lo aveva richiamato dalle strade del mondo.
Egli dominava tutto e tutti.
Il suo processo se lo è fatto da se.
Ha voluto farsi assolvere e si è fatto assolvere.
Non per sè. Per la sua parte. Per la rivoluzione.
Egli ha sentito con una divina intuizione da apostolo che, nell’ora della più feroce reazione e delle più ignobili transazioni, aveva il dovere di restituirsi alla libertà per vegliare sulle covanti indignazioni e per organare e incanalare forse la suprema riscossa del proletariato italiano. La politica italiana è soltanto compra-vendi­ta di coscienze o girandola di sillogismi fatta per mascherare tenebre d’ignoranza.
Errico Malatesta, si è temprata la coscienza in quarant’anni di lotte e di sacrifici, si è creata una cultura in più che altrettanti di studio coc­ciuto.
La sua, parola detta o scritta è semplice come l’acqua sorgiva che scaturisce dopo essersi pu­rificata nelle profondità della terra, diritta co­me il fusto che vien su bene perchè ha messo fonde le radici. E chiunque abbia gettato via ogni relitto del passato per andare innanzi senza voltarsi mai indietro si sofferma ad ascoltarlo come s’ascol­ta il profeta che clama il verbo della fede. Io, forse perchè sono nell’anima come egli mi ha detto sovente, più vecchio di lui, io non ho pur­troppo la sua fede.
Io penso che il popolo che ha subito il ba­stone e il revolver fascista senza sollevarsi tutto da un capo all’altro della penisola e travolgere in un solo ululato di rabbia Governo e borghe­sia, sia degno ancora del duca di Modena e di Mussolini, ma sia le mille miglia lontano dalla capacità di governarsi da solo, fuor d’ogni au­torità e d’ogni legge come l’ideale anarchico esige.
La nostra statolatria è fatta di scetticismo… La, sua anarchia di speranza. Per questo egli è, oltre che più giovane di noi, anche più buono di noi. E il popolo dei ribelli è con lui. .. E sembra che demoliscano, ma s’ingegnano a edificare. Perchè i Gesù Cristi delle barricate sonò i muratori dell’avvenire. E’ passato sull’Italia un anno di vergogna. Un istante d’esitazione ha strozzato, forse, un decennio di storia.
La rivoluzione rimase chiusa nelle fabbriche occupate per la vigliaccheria dei capi, vigliac­cheria di capi e di gregari ha lasciato passare, sterminatrice, l’ondata reazionaria del fascismo. E sulle casse mal inchiodate degli operai as­sassinati il socialismo ufficiale ha scritto, su­prema ignominia, il patto di pacificazione. Nella buvette di Montecitorio, sei o sette de­putati che temevano « la rappresaglia » — fa­scisti che viaggiano in aeroplano e socialisti che vivono tappati in casa — hanno sperato di com­prare, barattando i morti, un biglietto di libera circolazione. Invano.
E’ passato sull’Italia un anno di vergogna. Si è strozzato un decennio di storia.
Ma. questo non conta.
Chi spera che il popolo dimentichi lo spera invano.
Era bene che il popolo vedesse chiaro.
Era bene che capisse che cosa significa do­minio di classe; luminosamente.
Oggi l’operaio lo sa.
Sa che regime borghese non significa soltan­to ingiustizia, immoralità, sfruttamento, ma significa anche assassinio.
Oggi l’operaio sa che il borghese può scan­narlo impunemente con la complicità del go­verno come il padrone d’un tempo poteva impu­nemente scannare lo schiavo.
Glielo ha dimostrato il fascismo.
Sa ed aspetta la sua ora.
Per questo.l’onore d’Italia è ormai affidato alle vindici mani degli arditi del popolo. E la rivoluzione che si può forse, con il piom­bo, ritardare, ma non scongiurare, riprenderà la sua marcia devastatrice e ricostruttrice. E questa rivoluzione ha un nome : Errico Malatesta.
Agosto 1921

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La Torre Placido, “Malatesta nel 50° anniversario della sua morte”

Edito dal Comitato promotore delle manifestazioni anconitane per il 50° anniversario della morte di Errico Malatesta, Ancona, 1982, 29 p.

La conferenza che si tenne il 17-18 Luglio del 1982 presso l’aula consiliare della provincia di Ancona vide gli interventi di Umberto Marzocchi, Placido La Torre, Carlo Doglio e Gino Cerrito (a cui quest’opuscolo è dedicato). L’intervento di La Torre traccia una breve biografia dell’anarchico di Santa Maria Capua Vetere, evidenziando la partecipazione ai vari incontri e alle attività rivoluzionarie.

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Fabbri Luigi, “Malatesta. L’uomo e il pensiero”

Edito da Edizioni Anarchismo, Catania, 1979, XII + 304 p.

Prefazione di Cesare Zaccaria
Questo libro è la trasposizione in parole d’una profonda comunità di vita, e può venirne un grande insegnamento sempre attuale. Fabbri aveva 19 anni quando, insieme a Malatesta, arrivò al Congresso anarchico di Amsterdam. Malatesta lo presentò, ponendogli un braccio attorno alle spalle, come “mon fils”. E quella paternità spirituale ha tenuti i due uomini tanto vicini lungo tutta la loro vita, giungendo a tramutarsi in una compenetrazione d’anime cosi‘ totale che era possibile a Fabbri, di fronte ad un fatto qualsiasi, anticipare l’idea che ne avrebbe avuta Malatesta – anche in quei pochi casi in cui egli stesso aveva una diversa opinione.
Nessuno meglio di Fabbri poteva quindi esporre il pensiero di Malatesta. E, d’altra parte, anche la forma peculiare di questa esposizione – fatta di citazioni, da articoli e libri ma anche di estratti da lettere non pubblicate ed anche di ricordi diretti, il tutto cosi‘ candidamente esposto che non v’è mai luogo per alcun dubbio d’autenticità – non poteva che realizzarsi che per mezzo di Fabbri: d’uno cioè che in tutta la vita di Malatesta gli stèato piu‘ di ogni altro vicino.
Malatesta non aveva ambizioni di teorizzatore. Anzi, rifuggiva di proposito dal teorizzare: il centro sistematico del suo pensiero era (peculiare paradosso) proprio il ripudio di ogni sistema. Scriveva come parlava, nelle pause in cui s’intrammezzava il suo agire quotidiano. Operaio tra operai non già politico di mestiere, empirico, traente le idee dal vivere suo e del prossimo, non mai pretendente ad assoggettare quel vivere alle norme esteriori d’idee sue astratte, egli era mosso da un insieme d’impulsi spontanei e personali, intellettuali cosi‘ come sentimentali, nutriti nello stesso tempo di ribellioni e d’analisi, di storia e di filosofia, di azione e di riflessione. E rifuggiva dal costituirsi del suo pensiero in ideologia, come rifuggiva da un “far propaganda” che potesse intendersi quasi un altro “seguitemi ch’io vi conduco al paradiso”. Eppure il suo pensiero, cosi‘ apparentemente frammentario, aveva una profonda unità. L’unità che ogni lettore percepisce in queste rievocazione di Fabbri: la quale ricostruisce la vita di Malatesta nel profondo, e quindi spontaneamente trova per via un filo conduttore che mai si spezza.
Anche Malatesta aveva coscienza d’aver raggiunto nella sua maturità, per l’ampiezza dei pensieri via via suggeritigli dal suo partecipare alle circostanze maggiori della vita sociale del suo tempo, un orientamento ben definito. Qualche volta gli veniva la tentazione di accingersi ad un’esposizione complessiva che ne desse contentezza e ragione anche agli altri. Ma le esigenze o dell’azione sociale o del lavoro per vivere gli hanno sempre negato il tempo necessario ad un’opera che esigeva un periodo di pensiero riposato. Fabbri ci dà quella esposizione. E possiamo essere certi che essa ci presenta Malatesta come egli stesso si sarebbe detto a noi, se ne avesse avuto la possibilità. Ecco dunque Malatesta, ecco la sua perenne attualità. Malatesta è l’anarchico in cui si esprimono le caratteristiche forme italiane del pensiero quand’è spontaneo (il distinguere, il rifiutare le generalizzazioni, ciò che pare scetticismo o empirismo puri ed è invece il risultato d’una lunghissima esperienza storica nutrita di disinganni e di sofferenze oltre che d’illusioni e di fedi). Egli dice, in sostanza: i mezzi condizionano i fini, per la libertà ci si deve battere con strumenti che già siano in se stessi libertà. E questa non è verità che fluisca da “teorie”: è l’esperienza del vivere che ci mostra sempre l’oppressione nascere dall’oppressione, e sole costruzioni sociali valide nel tempo quelle in cui si ha il coraggio della molteplicità, dell’apertura, della libertà. L’anarchismo – messo in disparte (quand’anche non deriso) dai molti che ne avvertono l’intima verità ma lo trovano troppo scomodo per farne la propria bussola nella vita sociale – mostra ancora una volta quanto “realistico” esso sia nella considerazione dei fatti, nella determinazione d’un atteggiamento umano di fronte ad essi.
Ecco la bussola.
Essa indica una direzione di vita chiara ed efficace, in questo nostro mondo in cui troppi dicono: bisogna armarsi per la pace, bisogna mentire per la verità bisogna odiare per l’amore, bisogna comandare od ubbidire per la libertà. La offriamo alla meditazione di quanti oggi, ansiosi, cercano se è possibile ancora dirigersi verso qualcosa d’umano, o se invece bisogna davvero abbandonarsi alla barbarie ed al caos.

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Note dell’Archivio
-La prima edizione di questo libro venne pubblicata da RL nel 1951. Il titolo dell’edizione originale: Vida y pensamiento de Malatesta (Tradiccion de D. A. De Santillana – Editorial Tierra y Libertad, Barcellona) La presente edizione, preparata in accordo con Luce Fabbri sui manoscritti dell’autore, ha omesso la parte della “Vita di M.” che sarà pubblicata più tardi a parte ed ha per contro incluso l’estesa Bibliografia originale curata da Ugo Fedeli.
-Nella versione digitale pubblicata manca la bibliografia malatestiana curata da Fedeli.

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