Quaderni di Autogestione, “Monatte e Malatesta. Sindacalismo e Anarchismo (Congresso Internazionale Anarchico Amsterdam 1907)”

Edito da Autogestione, Milano, Settembre 1987, 13 p.

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(a cura di) Bertolucci Rosaria, “Errico Malatesta. Epistolario 1873-1932. Lettere edite ed inedite”

Edito da Centro Studi Sociali, Carrara, 1984, 396 p., Seconda Edizione

Le lettere che pubblichiamo, inedite ed edite, coprono un arco di tempo che va dal 1873 al 1932. Nel 1873, Malatesta subisce la prima condanna; il 1932 è l’anno della morte pertanto l’epistolario qui raccolto costituisce una sorta di guida per chi voglia conoscere meglio la personalità di quest’uomo giustamente ritenuto oggi uno dei maggiori orga­nizzatori-pensatori-agenti del movimento operaio italiano ed eu­ropeo, il cui programma parte, oltre che dalle motivazioni ideali a lunga scadenza, da dati concreti di lotta quotidiana che si tra­ducono nella predisposizione tattica, vale a dire politica, dei mezzi effettivi attraverso i quali i lavoratori si pro­pongono di acquisire il dominio degli strumenti di produzione ed operano per progredire sulla strada di un maggior potere di ge­stione resistendo nello stesso tempo ad ogni tentativo involutivo e di reazione a qualunque livello.
Si considera oggi altamente positivo il piano malatestiano di un futuro anarchismo concepito in maniera dialetticamente pro­gressista che, poggiante su basi politiche solide e fisse nella realtà sociale, ha una validità superiore ad altre definizioni che potreb­bero apparire simili mentre sono sostanzialmente diverse: «Quali siano le forme concrete in cui potrà realizzarsi quest’auspicata vita di libertà e di benessere per tutti, nessuno potrebbe dirlo con esattezza: nessuno soprattutto potrebbe, essendo anarchico, pensare di imporre ad altri la forma che appare migliore. Unico modo per arrivare alla scoperta del meglio è la libertà, libertà di aggruppamento, libertà di esperimento, libertà completa senz’al­tro limite sociale che quello dell’uguale libertà degli altri».

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Note dell’Archivio
-Prima edizione: Marzo 1984
-Come riportato dagli editori, “Le lettere sono state ordinate cronologicamente. La raccolta si deve alla pazienza di Leonardo Bettini che l’ha consegnata ad Aurelio Chessa (archivio Berneri) il quale l’ha a sua volta consegnata a Gino Cerrito, ordinario di Storia contem­poranea nella facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, per la stesura delle note. Venuto Cerrito prematuramente a man­care nell’82, la raccolta è tornata nelle mani di Aurelio Chessa che, nell’occasione dell’ottantesimo genetliaco di Ugo Mazzucchelli, ha creduto opportuno donarla all’anziano militante car­rarese il quale, nell’intenzione di rendere omaggio a Malatesta, ne ha deciso la pubblicazione con il contributo finanziario del fondo della Comunità Maria Luisa Berneri. Questo libro pertanto è edito a cura del Movimento Anar­chico Italiano”

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(a cura di) Berneri Giovanna, Zaccaria Cesare, “Errico Malatesta. Scritti scelti”

Edito da RL, Napoli, 1947, XV+391 p.

dall’Introduzione
“[…] Riportiamo […] tra gli italiani questo gran vecchio sempre giovane, con ciò che di lui sopravvive eterno: il suo pensiero, denso di esperienza, così aderente alla vita intensa in cui s’è maturato che non si può mai separarlo da esso, ricostituirlo a parte in teorie o in sistema. Perciò rinunciamo a tentarne qui, come premio, una esposizione complessiva. Perciò abbiamo resistito alla tentazione del facile ordine cronologico. Perciò non v’è nel nostro libro parola alcuna che non sia di Malatesta (a parte alcuni titoli, ovviamente nostri).
Nessuno può spiegare Malatesta più chiaramente di Malatesta. Ogni parola estranea -ed anche le nostre sarebbero già estranee, nonostante il grande amore- turberebbe la limpidezza pacata del suo ragionare caldo e avvicente. Così, senza commenti, lo mandiamo tra gli uomini e le donne del nostro tempo e soprattutto tra i giovani.[…]”

Gli scritti di Malatesta (da “Il Libertario. Settimanale della Federazione Anarchica Lombarda”, n. 93, anno III, 16 Luglio 1947)
Il Gruppo Editoriale RL di Napoli ha pubblicato, raccogliendoli in elegante volume, alcuni articoli scritti da Malatesta su “Umanità Nova” e su altri giornali dell’epoca. Ha fatto opera veramente degna ed encomiabile. Questo libro bisogna diffonderlo fra i simpatizzanti e gli affini. È doveroso da parte nostra. I nostri compagni tutti poi dovrebbero aver sottomano e rileggere queste pagine che, scritte dalla penna magistrale di Malatesta possono far testo per chiarezza e limpidezza di pensiero e di fede. Accenni polemici, sferzate e, soprattutto, chiarificazioni ed ammaestramenti contengono queste pagine che devono essere meditate perché possono e devono essere d’insegnamento specialmente ora che al nostro orizzonte politico si profilano alcune nuvolette annunciatrici forse di burrasche come allora, nel lontano 1920-21. È la voce di un combattente della libertà che ci rianima. È l’insegnamento che proviene da un lottatore che non ha mai deviato in tutta la sua vita spesa interamente al servizio della libertà integrale dell’uomo, che ci parla ancora e ci dà fede. Insegnamento che vale certo più di cento volumi perché fu professato con animo e cuore protesi sempre verso la stessa fulgida mèta durante anni ed anni di un’intera vita esemplarmente conseguente. Torniamo ad insistere: il libro deve essere riletto da tutti i compagni perché è utile ed efficace per rischiarare ed illuminare le idee non chiare e ravvivare la fede per la libertà che non fosse ancora consolidata e radicata in fondo al cuore. Il libro poi si presenta in veste tipografica moderna e degna. Ci sentiamo perciò in dovere di elogiare i compagni di Napoli che ne hanno curato la pubblicazione. Vi sono, purtroppo, degli svarioni tipografici qua e là, specialmente in fatto di date, ma sono nèi da poco a cui il lettore intelligente può indulgere facilmente, e che ci auguriamo eliminati in una prossima edizione.
Mario Frombolieri

Malatesta, scritti scelti. (da “Volontà. Rivista mensile del movimento anarchico di lingua italiana”, n. 1, anno II, Luglio 1947)
Cara Giovanna,
ringrazio assai Zaccaria e te per avermi mandato gli scritti scelti di Malatesta. Li ho divorati dal principio alla fine con grande interesse. Si tratta di una fonte storica di prim’ordine per la interpretazione degli avvenimenti italiani, e ne farò uso – e come!- se mai avrò tempo di dare l’ultima mano al libro che preparo sulle origini del movimento fascista, nel quale parecchie pagine le avevo già dedicate a Malatesta. Mi hanno commosso assai le immagini che ho visto di quell’uomo nel vostro libro.
Grazie di nuovo e mille saluti cari. Arrivederci, spero nel prossimo ottobre.
Harvard, maggio 1947.
Gaetano Salvemini

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Note dell’Archivio
-Come riportato nel testo curato “La presente raccolta, ovviamente lacunosa, è stata compilata con gli scarsissimi materiali disponibili nelle condizioni presenti:
–i 3 volumi di “Scritti” pubblicati a Ginevra nel 1934-36
–alcuni numeri de “L’Adunata dei Refrattari” di New York
–“Errico Malatesta” di Armando Borghi, Parigi, 1933
–un gruppo di lettere messe a disposizione da Gigi Damiani.
Gli editori saranno grati a chi procuri altro materiale, in vista di una più completa edizione avvenire”

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(a cura del) Comitato pro-vittime politiche, “Errico Malatesta. Perché si sappia chi è. Perché tutti cooperino alla sua liberazione”

Pubblicato dal Comitato pro-vittime politiche di Milano, 1921, 7 p.

Errico Malatesta è in prigione da più di tre mesi. Accolto quasi un anno prima dalle folle italiane plaudenti, oggi è già ostaggio nelle mani della borghesia. Pochi conoscono, pochi sanno chi è l’uomo tanto amato dai proletari, tanto odiato dai borghesi. Vissuto quasi sempre all’estero, poichè dal 1884 non è riuscito a stare un anno intero libero in Italia, ché poco dopo tornato era costretto a fuggire oppure era messo in prigione, pochi lo conoscono personalmente all’infuori che per averlo visto passare come un bolide nei comizi, nei giri di conferenze, nei processi. E tutti lo credono diverso da quello che è, simbolo più che realtà viva.

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Note dell’Archivio
-Nota biografica scritta da Luigi Fabbri, pubblicata in “La rivolta ideale”, 1 Gennaio 1921

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Dornetti Filippo, “Fra contadini di Errico Malatesta. Da Firenze a Tokyo”

Estratto da “Annali di Ca’ Foscari. Serie orientale”, Vol. 56, pagg. 593-624

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Nettlau Max, “Errico Malatesta, vita e pensieri”

Edito da Casa Editrice-Libreria Il Martello, New York, 1922, XIV+352 p.

Prefazione di Pietro Esteve
Diciamolo subito per rassicurare gli scrupolosi.
Questo libro non è una biografia che abbia per scopo innalzare un uomo fino alle nubi per meglio idolatrarlo. Veramente non è nemmeno una biografia; sono degli appunti interessantissimi sui quali poter scrivere la storia del movimento anarchico italiano; ma siccome Malatesta fù uno dei primi ad abbracciare questo ideale redentore ed ha dedicato tutta la sua vita alla propagazione e realizzazione dello stesso, si da divenire, a mio modo di vedere, il suo più sincero, eloquente e pratico esponente, non mi sorprende che gli editori chiamano gli appunti storici sul movimento anarchico italiano VITA E PENSIERI di Errico Malatesta, giacché l’influenza tutta di Malatesta, che oggi, come circa cinquanta anni fa, lavora per l’attuazione odierna e futura del principio anarchico, si sente in ogni epoca ed in ogni azione del nostro movimento in Italia.
Siccome io credo, contrariamente a tanti altri, che ce più pericolo, dal punto di vista della idolatrizzazione, parlare di un morto che di un uomo vivo, voglio fare in poche pagine, cosa difficilissima, quello che non ha fatto l’autore nè gli editori: parlare esclusivamente di questo uomo che più che un uomo è una personalità, la più Raccordo nella sua vita pubblica e privata coli ideale anarchico, quella dell’operaio che allo stesso tempo è filosofo, è letterato, è oratore e uomo di azione.
Quando si parla o scrive di un morto, siccome non può smentire più coi fatti quello che di lui si dice, sia o no vero, per la tendenza naturale che hanno i laudatori ad ingrandire le sue opere di bontà sorvolando sui suoi difetti, si fa facilmente del morto un grande uomo, o un genio, o un redentore, o un idolo; in cambio, discorrendo di un uomo che vive, che è ancora nella lotta attiva, si corre il pericolo che quanto si dice per innalzarlo, anche se verissimo, ridonde in danno suo, giacche di lui si aspetta allora più di quello che veramente stia in condizioni di fare, appunto perchè raccontando di lui delle grandi cose si fa supporre al maggior numero, a molti almeno, che egli non può commettere errori.
Quanto si dice nel libro è storico, ma la storia spesso è meno veritiera che il romanzo o la legenda. Essendo quella generalmente scritta da uomini che non l’hanno vissuta, di certosini che a forza di frugare negli archivi si propongono spiegare le cause che determinarono gli eventi di un dato periodo o epoca, debbono questi contare su documenti, su lettere talvolta scritte apposta per nascondere le intenzioni degli autori stessi e difficilmente riescono a conoscere le cause primordiali che hanno determinato certi fatti.
Nemmeno alle autobiografie, e alle “lettere intime” si può dare troppo importanza dal punto di vista della sincerità. Chi non è capace di mentire per abbellire, o almeno non abbruttire, la propria personalità? Quanti non avranno scritti “lettere intime” esprimendo dei sentimenti che non sentivano per raggiungere un dato scopo, contando precisamente sulla intimità della lettera?
Questo libro è l’opera, non di un frugatore di archivi, ma di un raccoglitore di documenti, di fatti de lui presenziati, o raccontati di chi li presenziò, e nonostante, la grande figura del Malatesta risulta offuscata perchè difficilmente si troverà un altro uomo che parli meno di se stesso e delle sue relazioni che il Malatesta. Per ciò, in questo caso, la leggenda formata dai racconti straordinari uditi o dai fatti narrati dai testimoni, modellano la statua o dipingono meglio il ritratto della sua personalità. Ed è naturale. Cosa ci possono importare le piccolezze degli uomini idee, per emettetemi la frase? Di loro non ci interessa sapere come bevono, mangiano o dormono; quello che vogliamo conoscere sono i loro pensieri, le loro azioni riguardanti l’idea stessa. Per il popolo, e intendo per popolo, tutti i componenti la società, Malatesta è come un nuovo Cristo che, invece di predicare la rassegnazione, stimula alla ribellione contro ogni ingiustizia, contro ogni tirannia, contro ogni sfruttamento. Di lui si sa che, come il sole, porta luce; come la tempesta, purifica l’atmosfera, come la pioggia e speranza di buona raccolta. Tanto quanto lo temono i tiranni, confidano in lui gli schiavi. Ed è che Malatesta è il popolo fatto carne. Ha tutte le qualità e tutti i difetti del popolo. Come il popolo è intuitivo, audace, altruista, e come il popolo è trascurato ed ha periodi di indolenza, e come il popolo veste, agisce e vive.
È veramente un uomo-simbolo.
Nessun altro come lui rispecchia così bene l’idea rivoluzionaria della epoca. In lui si trova sempre il rivoluzionario, il vero rivoluzionario; mai l’accademico, non perchè non sia un grande filosofo, un grande scrittore, un potente polemista; ma perchè la filosofia, e l’arte, e la sagacità per lui non debbono essere altro che mezzi per servire il popolo. Giovane, ragazzo quasi, quando non gli erano spuntati ancora i baffi, nella scuola, “talvolta qual moderno Bruto, immaginava affondare un pugnale nel cuore di un qualche moderno Cesare, tal’altra si vedeva alla testa di un gruppo di ribelli e sulle barricate, dove sterminava i satelliti della tirannia e tuonava da una piattaforma contro i nemici del popolo.” Uscito della scuola partecipò a tutti i tentativi in cui scorgeva anche una semplice aspirazione, un vago desiderio di repubblica, e fu come repubblicano che vide per la prima volta l’interno delle prigioni reali. Poi sopravvenne la riflessione, studiò la storia che aveva studiato sugli stupidi manuali pieni di menzogne e comprese che la repubblica era una forma di governo come le altre, che l’ingiustizia e la miseria dominavano nelle repubbliche come nelle monarchie e che il popolo era massacrato a colpi di cannoni ogni qualvolta tentava di scuotere il giogo che l’opprimeva. E divenne anarchico e internazionalista.
L’Internazionale si era costituita in forma e maniera tale da poter funzionare il giorno dopo della rivoluzione (società di mestiere, federazione di industrie, consigli locali di delegati operai, consigli regionali e internazionale colle sue commissioni di statistiche) ma la concezione internazionalista per fare la rivoluzione era tutta politica, vale a dire, si pensava al rovesciamento del governo mediante la insurrezione popolare, e così Malatesta fu uno degli iniziatori e prese parte alla prima insurrezione anarchica, quella di Benvento. Fin da allora si rivelò in lui quella forza magnetica per dire così, del tribuno per cui egli riesce a farsi voler bene quanti lo avvicinano e lo trattano. Erano soltanto un pugno di entusiasti, e nella regione ove entrarono per fare la rivoluzione sociale non c’erano neanche dei simpatizzanti, ne della gente che sapesse cosa era il socialismo e l’anarchia. Ciò non ostante, non solo furono ben ricevuti dai poveri contadini i quali, dopo che gli archivi venivano bracciali, divenivano proprietari della terra e dei suoi prodotti; ma anche i preti dei paesi li seguivano, arrivando a dire uno di essi, un sessantenne, che erano “i veri apostoli di Dio per predicare il vero Evangelio” ; e un altro, quarantenne, corse avvertire il popolo di non temere nulla dalla banda di anarchici.
L’Internazionale, mezzo sbandata, poco meno che sciolta (solo in Spagna mantenne sempre, clandestinamente prima e pubblicamente dopo la sua organizzazione in organizzazioni di mestiere, federazioni d’industrie, consigli locali (specie di soviets), regionali, etc.) passò in Italia per lungo periodo critico, tentando gli uni di farla diventare parlamentare, legalista, autoritaria, e gli altri volendo ridurla a una scuola filosofica, ultraegoistica, cercando ognuno il proprio benessere infischiandosi del resto dell’umanità, non importa se proletari o borghesi, padroni o operai, governanti o governati. Malatesta, di fronte a queste due mistificazioni, mantenne sempre alta la vera tattica per cui fu tante volte insultato, quella dell’azione diretta, della ribellione a qualunque sopruso, della libertà sconfinata, non per uno, ma per tutti, ciò che costituisce l’ideale anarchico. Si chiamò comunista anarchico, e seguitò, lavorando nei gruppi, facendo sentire la sua influenza nelle leghe di resistenza, e sopratutto nei comizi e nei giornali per stimulare il popolo a fare la rivoluzione a beneficio di tutta l’umanità. Non ammise mai la distinzione che si è voluta fare tra l’atto individuale e collettivo; l’uno e l’altro sono buoni a seconda dello scopo che ci si prefige e della maniera come viene effettuato. E così della violenza. Con queste idee, colla parola e con gli scritti, ogni qualvolta che ha potuto entrare in Italia, da dove era costretto spesso a fugire per non soffrire lunghe condanne, ha ispirato e provocato subito un forte movimento anarchico rivoluzionario da far tremare i governanti.
E adesso, a 68 anni, come il primo giorno che inizio la sua vita di battaglie con Cafiero e Bakunin, pensa, sogna ed è disposto a dare la sua vita per la rivoluzione sociale, col vantaggio che oggi egli ha molte ragioni per sperare di vederla realizzata. Si può dire che le aspirazioni della sua giovinezza sono state realizzate: egli ha tuonato sulla piattaforma contro i nemici del popolo; si è trovato alla testa dei gruppi di ribelli sulle barricate per sterminare i satelliti della tirannia. Non ha affondato ancora un pugnale nel cuore di qualche moderno Cesare, non perchè gli sia mancato mai il coraggio e la voglia, ma perchè oggi il Cesare non è più un uomo, ma un sistema, il capitalismo. Ma per far questo ha tuttavia del tempo e io gli auguro che possa farlo. Credo che Errico Malatesta è uno dei pochissimi uomini, forse l’unico uomo che ha avuta la soddisfazione — la più grande soddisfazione che può avere un uomo — di aver quasi la certezza di vedere convertito in realtà il proprio ideale; l’ideale a cui ha dedicato la sua intelligenza, che è straordinaria, la sua attività, che è grande, e il suo sentimento che è sublime.
Io so che questa prefazione lo farà irritare. Egli è così nemico degli elogi. Ma non importa. Nettlau ha raccolto dati, fatti, idee che servono per poter fare un giorno una minuta storia dell’Internazionale, nella quale si vedrà la gran influenza che Malatesta ebbe nel suo sviluppo. Questo è il lavoro che Nettlau si è prefisso da molti anni e pel quale tiene raccolto materiale straordinario. Io, in cambio, ho voluto fare risaltare la figura di questo uomo che, essendo nemico di ogni personalismo, avendo combattuto costantemente ogni idolatrizzazione, che non parla, ne scrive mai di lui; che si è visto ricevere meglio di Cristo in Jerusalemme (parli Genoa) e che non può prendere parte in un comizio senza che le bandiere per lui si inchinino; ai gridi di viva e al fragore degli applausi, e che gli stessi nemici, i procuratori del re e i giudici, i rappresentanti del governo che combatte implacabilmente e vuol distruggere lo trattino con sommo rispetto; io ho voluto, dicevo, far risaltare la figura di questo uomo, fissandone i tratti caratteristici della sua personalità che si è imposta, pur essendo egli il più impersonale degli uomini. Quando lui parla, quando lui scrive, quando lui agisce, non è lui che si vede, ma è l’anima popolare incarnata in un popolano che, senza lasciar di esser tale, risplende l’ideale della umana redenzione.

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Di Sciullo Camillo, “Il processo Malatesta e compagni innanzi al tribunale penale di Ancona 1898”

Edito da Samizdat, Pescara, 1996, 201 p.

PREFAZIONE all’edizione di Buenos Aires del 1899

Ai compagni del Sud-America
Voi mi chiedete delle linee, che presentino al pubblico i resoconti di un altro di quei mostruosi processi, che la inquisizione moderna ha osato imbastire contro il pensiero, farneticando d’incatenare nelle ricostruite Bastiglie questo operoso rinnovatore del mondo. Anche il capitalismo, come un giorno il papato, ha ormai il suo Sillabo, il suo Indice, il suo Sant’Uffizio. Le nuove torture, più raffinate di inguantata crudeltà, sono la segregazione cellulare, il domicilio coatto; l’assassinio lento, continuo – quando pure non è subitaneo come nei casi di Romeo Frezzi, d’Argante Salucci e di tanti altri – l’intossicazione assidua, straziante d’ogni facoltà del corpo e dello spirito, compiuta nella complice solitudine degli isolotti, o tra i miasmi avvelenatori dell’Africa infame. Il processo contro Errico Malatesta e gli altri compagni nostri di Ancona deve restare come documento umano, con tanti altri, dinanzi al giudizio della storia, della livida cecità degli accusatori, e della onesta serenità degli accusati – deve restare come un capitolo di più nell’atto d’accusa, che l’avvenire irrevocabile pronunzierà contro questa vera società delinquente di tirannelli,
Il processo Malatesta e compagni che insanguina e disonora l’agonia del secolo, e che muovendo in crociata contro la violenza solo quando essa viene dagli umili, dagli indifesi, dai calpestati, ne organizza una ben più tremenda e tutta irta di frodi, di rapine, di ferocie contro le pubbliche libertà, contro i diritti individuali e collettivi.
In Italia la costituzione dello Stato garantisce il diritto di associazione: eppure cotesto, ch’è un diritto naturale, venne migliaia di volte manomesso, mutilato; finché si giunse ad applicare ai gruppi anarchici composti di 5 o più persone, il famoso articolo 248 del Codice Penale, che è quello che punisce le associazioni dei malfattori.
Anche la Corte di Cassazione non aveva osato di affermare che in qualche caso specialissimo, che il semplice fatto di associarsi per difendere idee socialiste-anarchiche costituisse la figura giuridica della società a delinquere. Ma essendosi infiltrato tra molti anarchici della penisola il pregiudizio, vero dogma individualista negativo – che gli anarchici non debbano associarsi – ricordo di avere riscontrato, nei molti processi di questa natura, che ebbi a difendere dal ‘90 in poi, uno sforzo persistente degli accusati a negare, che essi fossero associati nel comune lavoro di diffondere le idee, pure riaffermando la fede nelle medesime.
Disuso di esercizio d’una libertà, che fu preso per una rinunzia – e fece imbaldanzire i persecutori; cosicché gli imputati avevano un bel negare di essere associati (ed era vero, purtroppo). Le condanne per l’articolo 248 fioccavano lo stesso.
Nel processo di Ancona, da questo opuscolo riassunto, invece gli imputati, dichiarando apertamente d’essere socialisti-anarchici, affermarono in faccia ai giudici, il diritto ch’essi avevano, di associarsi per la propaganda e per il trionfo delle comuni idee e sostenendo a viso aperto di avere esercitato e di volere esercitare questa libertà, come tutti, alla luce del sole. Che l’associazione esistesse, non vi era dubbio – gli stessi accusati lo affermavano. Era dessa una associazione di delinquenti? I giudici non osarono dichiararlo nella loro sentenza – pure condannando gli accusati per eccitamento all’odio di classe. E la Corte di Cassazione, neppure dopo i moti del Maggio, volle seguire il Pubblico Ministero nella domanda infame.
Dopo tutto, non ce n’era bisogno. In Italia, come in Russia, funziona una commissione – in segreto, e senza garanzie di procedura o di difese – la commissione per il domicilio coatto. I nostri compagni di Ancona, che dopo la sentenza del Tribunale, avrebbero dovuto essere scarcerati, furono invece condannati a lunghi anni di deportazione nelle isole, col sistema ormai resuscitato in Italia delle tavole di proscrizione. Da quelli scogli solitari, dalle segrete maledette giunge sino a noi, o compagni, giunge sino alle rive lontanissime d’oltre-mare il grido vostro di dolore. E noi lo raccogliamo: e lo porteremo – noi proscritti – a traverso le plebi confuse delle Americhe; e lo sventoleremo come il sudario del vostro sacrificio, o fratelli, e delle nostre speranze. Giacché in queste pagine c’è un altro documento della vostra infamia, o aguzzini d’Italia.
Buenos Aires, 2 dicembre 1898.
PIETRO GORI

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Note dell’Archivio
-Il presente volume riproduce integralmente il libro che con uguale titolo venne pubblicato da Camillo Di Sciullo nel 1908 a Castellamare Adriatico nella collana Biblioteca del “Pensiero” N. 16
-Altri testi in cui compare questo resoconto o, comunque, l’autodifesa
–“Una pagina di storia del partito socialista-anarchico : resoconto del processo Malatesta e compagni”, Tipografia socialista-anarchica, Tunisi, 1898, 119 p.;
–“Gli anarchici sono malfattori?”, Processo Malatesta e compagni al Tribunale Penale di Ancona. Buenos-Aires, 1899, 104 p.;
–“Gli anarchici in tribunale. Autodifesa di Errico Malatesta,” Franco Serantoni, Roma-Firenze, 1905, 16 p.;
–“Gli anarchici in Tribunale: Autodifesa di Errico Malatesta al processo di Ancona”, Carrara 1903. “Edizione del giornale « Combattiamo », pp. 14 in 16°. Nuova edizione « Editrice Libraria », Roma 1909, pp. 14 in 16°.” (tratto da Fedeli Ugo, “Errico Malatesta. Bibliografia”);
–“Errico Malatesta e i compagni dell’Agitazione al Tribunale di Ancona”, con l’autodifesa di Malatesta, “Umanità Nova”, anno 28, n. 20, Roma, 16 mag­gio 1948;
–“Autodifesa” di E. Malatesta al processo di Ancona pronunciata il 28 aprile 1898 al Tribunale Penale di Ancona, Edizione del Gruppo “Pietro Gori”, Roma 1948, 13 p.;
–“Autodifesa di Errico Malatesta : pronunziata il 28 aprile 1898 innanzi al tribunale penale di Ancona nel processo per associazione a delinquere, intentato contro di lui ed altri sette socialisti-anarchici : estratto del resoconto stenografico pubblicati dai giornali di Ancona,” a cura dei Gruppi anarchici riuniti di Carrara, 1978, 16 p. Link per la lettura.

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Cossutta Marco, “Enrico Malatesta. Note per un diritto anarchico”

Edito da Edizioni Università di Trieste (EUT), Trieste, 2015, 222 p.

“Se respingiamo la legge lo facciamo per raggiungere qualcosa di meglio”; con questa lapidaria frase Errico Malatesta nel 1925 evidenzia come certa esegesi del pensiero anarchico, protesa a dipingerlo come una teoria anti-sociale che vorrebbe espungere ogni forma di regolamentazione dal contesto comunitario, sia lontana dalla realtà. Malatesta in particolare e l’anarchismo in generale non negano la necessità di una forma di regolamentazione giuridica dei rapporti sociali, ciò che aspramente criticano e combattono sono le forme di regolamentazione eteronome, che la modernità politica ha prodotto e che vedono nella compagnie statuale il proprio indiscutibile fulcro. Gli studî qui presentati tendono a proporre una lettura del pensiero anarchico che evidenzi, a partire dalle riflessioni malatestiane, l’intimo ed inscindibile rapporto fra anarchismo e diritto. Un pensiero anarchico quello qui tratteggiato, il quale, più che proteso a portare agli estremi limiti le prospettive politiche moderne (in “primis” il liberalismo), appare ricollegabile a forme di speculazione riconducibili alla grecità classica, ove emerge una contrapposizione irriducibile fra rapporto politico e rapporto dispotico. L’anarchismo, pur sorgendo in epoca moderna, appare dunque pensiero “anti”-moderno in quanto radicale critica delle forme politiche che dalla modernità sorgono.

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Giacopini Vittorio, “Non ho bisogno di stare tranquillo. Errico Malatesta, vita straordinaria del rivoluzionario più temuto da tutti i governi e le questure del regno”

Edito da Eleuthera, Milano, 2012, 176 p.

Roma, quartiere Trionfale, via Andrea Doria. È il 10 novembre del 1931. Costretto ai domiciliari – una bombola di ossigeno accanto al letto e due poliziotti sul pianerottolo – un vecchio ripensa, senza nostalgie e senza rimpianti, a una straordinaria esistenza di complotti, fughe, scioperi e insurrezioni. E i ricordi si fanno teatro della memoria, arma politica. Nell’arco di una giornata scandita dal battito di una pendola bugiarda, l’uomo acclamato come il “Lenin d’Italia” rivede l’intera sua vita e ancora se ne stupisce: i giorni della Banda del Matese e le carceri del regno, l’esilio a Londra e l’avventura in Argentina, il ritorno da clandestino e le occupazioni del “biennio rosso”. Sessant’anni di anarchia, rivolte, rivoluzioni, si intrecciano con la storia d’Italia e con le battaglie del movimento operaio in tutto il mondo. Stremato dalla vecchiaia, e dai fascisti, il vecchio ricorda e resta sereno. Non ha mai vinto, ma non si sente sconfitto. E non ha voglia di stare tranquillo.

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Bonanno Alfredo Maria, “Errico Malatesta e la violenza rivoluzionaria”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2009, 74 p.

Nota introduttiva
Niente come la lettura di questi miei interventi al Convegno anarchico di Napoli su Malatesta del dicembre 2003 può dare l’idea di come ogni tentativo di fornire giustificazioni o condanne riguardo il concetto di violenza rivoluzionaria sia soltanto un tentativo fallito in partenza. La violenza rivoluzionaria non abbisogna delle mie giustificazioni e non può essere intaccata da qualsiasi tipo di condanna, anche se quest’ultima proviene dalle fila stesse degli anarchici. In fondo il pacifismo è anch’esso un falso problema e non merita di essere confutato ricorrendo a molte parole. Il mio sforzo non aveva, e non ha nemmeno qui, in questa sede, l’intenzione di fornire argomenti giustificativi alla violenza rivoluzionaria. Solo voleva, e continua a farlo, fornire un contributo al pensiero e all’attività rivoluzionaria di Errico Malatesta. Troppo spesso si sono dette tante cose infondate e troppo spesso si è arruolato questo anarchico sotto una qualsiasi bandiera di parte se non di partito. Ecco, come tutti i veri rivoluzionari, Malatesta non si curava di mettere ordine fra le sue carte e affrontava i problemi man mano che si presentavano nella realtà, pronto sempre a cercare la riprova nello scontro sociale piuttosto che in un sillogismo teorico. La guerra sociale continua, la violenza rivoluzionaria è soltanto l’espressione più immediatamente percepibile del suo svolgimento, non la sola e, sotto certi aspetti, nemmeno la più importante. Affido queste pagine all’attenzione del lettore. Ne faccia buon uso, ma non si aspetti da esse quello che non possono dare.L’appuntamento più importante è sempre sulle barricate.
Trieste, 26 novembre 2008
Alfredo M. Bonanno

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