L’Avvenire Anarchico

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Durata: 1 Maggio 1910 (numero di saggio) — 15 Dicembre 1922 (n. 46, a.XIII)
Luogo: Pisa
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4. Escono a 2 pagine i nn. 2 e 10 dell’a. VI; 19, 23, 27, 31, 36, 40, 42, 44, 46, 48, 50 e 52 dell’a. VIII; a partire dall’a. IX (1918) alterna quasi regolarmente i nn. a 2 e 4 pagine.

Note riguardanti l’Archivio
Annata 1910
-Numeri mancanti: dal 1 al 3
-n. 27, a. I, pagina 1 presenta degli strappi

Annata 1911
-Numeri mancanti: 34, 77 e 78
-Supplemento al numero 50: Sommario;
-n. 58, a. II, pagina 3 rovinata;
-n. 60, a. II, pagina 1 rovinata

Annata 1912
-Numero mancante: 102

Annata 1913
-Numeri mancanti: nessuno
-n. 5, a. IV, pagina 2 piegata e quasi illeggibile;
-n. 6, a. IV, pagina 2 rovinata;
-n. 45, a. IV, tutte e quattro le pagine rovinate;
-n. 46, a. IV, pagina 3 rovinata

Annata 1914
-Numeri mancanti: nessuno
-n. 12, a. V, pagine 2 e 3 rovinate;
-n. 33, a. V, il formato del giornale è più piccolo rispetto ai numeri passati; ciò si vede nella digitalizzazione della raccolta del giornale fatta dalla Biblioteca Universitaria di Pisa (dove sotto il n. 33 si vede il n. 34);
-Supplemento al numero 40: (a cura dell’) Associazione Razionale Pisana, In memoria di Francesco Ferrer. Il formato dell’opuscolo è più piccolo del giornale; ciò si vede nella digitalizzazione della raccolta del giornale fatta dalla Biblioteca Universitaria di Pisa (dove sotto si vede il numero 41);
-Supplemento del numero 41: (a cura del) Comitato contro la guerra, Disonoriamo la guerra. Il formato del foglio è più piccolo del giornale; ciò si vede nella digitalizzazione della raccolta del giornale fatta dalla Biblioteca Universitaria di Pisa (dove sotto si vede il numero 42);
-n. 44, a. V, pagina 4;
-n. 46, a. V, pagina 1 e 4 rovinate;
-n. 50, a. V, pagina 2 piegata

Annata 1915
Nota: con l’entrata in guerra dell’Italia (24 Maggio 1915), parecchi articoli vengono censurati.
-Numeri mancanti: nessuno
-Supplemento al numero 7: Contro la guerra. Gli anarchici d’Italia al popolo;
-Supplemento al numero 15: Ora e sempre contro la guerra e contro i sedicenti rivoluzionari interventisti;
-Foglio come seconda edizione del numero 16: (a cura di) un gruppo di operai di Scarlino, Il presente scarlinese;
-n. 11, a. VI, pagina 2 rovinata

Annata 1916
-Numeri mancanti: 3, 15, 18, 19, 20 e 26
-n. 6, a. VII, pagine 1 ha parte della testata mancante, pagina 2 rovinata;
-n. 13, a. VII, pagina 4 digitalizzata due volte

Annata 1917
-Numero mancante: 30
-n. 12, a. VIII, il numero è coperto da una piega del giornale

Annata 1918
-Nota: a partire da quest’annata, il giornale uscirà con 2 e 4 pagine.
-Numeri mancanti: nessuno

Annata 1919
-Numeri mancanti: nessuno
-n.6, a. X, pagina 3 digitalizzata tre volte;
-n. 24, a. X. I due file sono in formato tiff e pdf: il primo file presenta solo la pagina 1 rovinata; il secondo ha le pagine 2 e 3 “attaccate” a causa della rilegatura in faldone;
-n. 25, a. X, pagina 1 rovinata, pagina 3 digitalizzata due volte;
-n. 48, a. X, pagina 3 digitalizzata due volte

Annata 1920
-Numeri mancanti: nessuno
-n. 4, a. XI, i due file sono in formato tiff e pdf: il primo ha tutte e 4 le pagine strappate nel bordo inferiore, mentre il secondo ha la pagina 4 sfocata;
-n. 5, a. XI, pagina 1 sfocata;
-n. 6, a. XI, pagine 1, 2 e 3 presentano uno strappo nella parte inferiore; pagina 4 presenta una macchia sull’articolo “Deviazioni. Anarchismo, Confederalismo e Disciplina.”;
-n. 7, a. XI, le pagine 2 e 3 presentano una piega a causa della rilegatura del giornale;
-n. 8, a. XI, tutte le pagine hanno uno strappo laterale;
-n. 9, a. XI, pagina 4 ha una macchia laterale;
-n. 15, a. XI, pagina 1 parti sfocate negli articoli (in particolare “Agli operai repubblicani”);
-n. 16, a. XI, pagina 4 tagliata in fondo;
-n. 17, a. XI, pagina 1 ha un riquadro sfocato a firma “Trotrki”. I nn. 17 e 18 sono in un unico file;
-n. 25, a. XI, pagina 1 macchie a fondo pagina;
-n. 28, a. XI, pagina 4 strappo laterale;
-n. 29, a. XI, pagine 1 e 2 presentano strappi ai lati;
-n. 31, a. XI, tutte le pagine hanno uno strappo centrale;
-n. 32, a. XI, pagina 2 ha un articolo con lettere cancellate (“Allettamenti…”);
-n. 34, a. XI, pagina 3 presenta in fondo delle lettere illeggibili

Annata 1921
-Numeri mancanti: nessuno
-Supplemento al n. 3: Bollettino dell’Unione Anarchica della Provincia di Pisa e di Grosseto;
-n. 4, a. XII, pagina 1 parole sovrapposte con pagina 2;
-n. 8, a. XII, pagine 2 e 3 “attaccate” a causa della rilegatura in faldone. L’articolo in questione, “L’opera di Pietro Kropothine”, fu scritto in origine da Luigi Galleani in Cronaca Sovversiva come “1842 9 Dicembre 1912. Nel settantesimo genetliaco di Pietro Kropotkine”, Anno X, numm. 50-51, 14-21 Dicembre 1912, pagg. 1-3. Successivamente, l’articolo di Galleani venne messo nella raccolta “Figure e figuri. Medaglioni”, Biblioteca de «L’Adunata dei Refrattari», Newark (New Jersey, USA), 1930. Il libro in questione venne ristampato per le Edizioni La Fiaccola, Ragusa, Dicembre 1992.
Nell’edizione de La Fiaccola, l’articolo citato si trova nelle pagg. 119-129.
-Supplemento al n. 16: Primo Maggio 1921;
-Supplemento al n. 26: Solidarietà;
-n. 30, a. XII, pagine 2 e 3: “L’atteggiamento degli anarchici russi di fronte al governo del P.C.. Il Congresso della Federazione “Nabat” degli anarchici ukraini, ecc: 3-8 Settembre 1920″. Questo Congresso viene citato da Fedeli Ugo nel libro “Dalla insurrezione dei contadini in Ucraina alla rivolta di Cronstadt“, La Rivolta, Ragusa, marzo 1992, Seconda edizione, pagg. 76-81;
-n. 31, a. XII, pagina 2 del file tiff ripetuta due volte;
-n. 32, a. XII, pagina 3 del file tiff ripetuta due volte;
-Supplemento al n. 39: I martiri dell’Ideale – La storia di Sacco e Vanzetti;
-n. 44, a. XII, pagina 3 del file tiff ripetuta due volte;
-n. 46, a. XII, pagine 2 e 3 “attaccate” a causa della rilegatura in faldone;
-n. 47, a. XII, pagine 2 e 3 “attaccate” a causa della rilegatura in faldone e tagliate nel formato pdf;
-n. 48, a. XII, pagina 2 e 3 presentano degli strappi

Annata 1922
-Numero mancante: 23
-n. 9, a. XIII, pagine 2 e 3 “attaccate” a causa della rilegatura in faldone;
-n. 10, a. XIII, pagine 2 e 3 “attaccate” a causa della rilegatura in faldone;
-n. 11, a. XIII, pagina 1 parole sovrapposte con pagina 2; pagina 4 parole sovrapposte con pagina 3;
-Supplemento al n. 24: Le nostre documentazioni;
-n. 26, a. XIII, pagina 1 sfocata;
-n. 28, a. XIII, pagine 1 e 2 sfocate;
-n. 29, a. XIII, pagina 1 sfocata;
-n. 46, a. XIII, pagine 1 e 2 presentano una piegatura che rende difficile la lettura degli articoli

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Figner Vera, “Le carceri russe”

Edito da Cromo-Tipo La Sociale, La Spezia, 1912, 71 p.

«Il bagno penale di Nertchinsk è immerso interamente nel lutto e nel sangue. Il «mondo dei reprobi» volge verso di voi i suoi occhi offuscati di pianto, ormai spenti alla vita, sperando da voi un aiuto fraterno. I forzati maltrattati, colpiti e vilipesi tendono verso di voi le loro scarne braccia e vi domandano una cosa sola: di portare a cognizione della Douma la loro preghiera di far ispezionare il bagno penale di Nertchinsk e di far vagliare i loro lamenti dal Parlamento stesso, all’infuori dell’Amministrazione carceraria.»
Che il lettore giudichi lui stesso, che dica egli da che parte è la verità, quando avrà letto i documenti che abbiamo raccolto in questa pubblicazione e che sono una minima parte di quelli che potremmo rivelare al pubblico.
Vera Nikolaevna Figner

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Note dell’Archivio
-Traduzione del testo “Les Prisons russes”, Imprimerie des Unions Ouvrières, Losanna, 1911

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Dietro le sbarre. Repliche anarchiche alle carceri e al crimine

Edito da Zero in Condotta, Milano, 2009, 103 p.

Nel libro, voluto e promosso dall’Associazione di Mutuo Soccorso per il diritto di espressione di Bologna, vi è una raccolta antologica di riflessioni e memorie sul sistema carcerario scritte da anarchici e libertari di tutto il mondo, in un periodo storico racchiuso tra il 1886, anno degli scioperi per le otto ore di Chicago e l’esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti avvenuta nel 1927. Vi sono presenti le dirette testimonianze sul trattamento dei prigionieri in numerosi penitenziari, nei campi di concentramento della Prima Guerra Mondiale e nelle celle bolsceviche, oltre alle analisi e alle proposte sul come gli atti antisociali verrebbero trattati in un mondo effettivamente libero e giusto. Una rassegna di scritti, per la maggior parte inediti in Italia, profondamente immersi in un epoca solcata da grandi lotte sociali e conflitti mondiali, che offre uno spunto per ricordare come il più grande crimine della società sia lo sfruttamento dell’essere umano sul suo simile e la prigione un’istituzione dello Stato utilizzata per umiliare e annichilire chi si oppone contro i propri capi. Il volume raccoglie i brani di: Albert e Lucy Parsons, Petr Kropotkin, Emma Goldman, Voltairine De Cleyre, Errico Malatesta, Alexander Berkman, Luise Michel, Oscar Neebe, Kanno Suga, Nestor Makhno, Rudolf Rocker, Ricardo Flores Magon, Librado Rivera, G.P. Maximoff, Mollie Steimer, Nicola Sacco. Per la redazione finale dei testi ed il riscontro delle fonti bibliografiche, ci si è valsi della collaborazione dell’Archivio storico della FAI di Imola e dell’Archivio Berneri Chessa di Reggio Emilia.

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Note dell’Archivio
-“Le leggi usate come armi” di Albert Parsons; estratto di “The Autobiography of Albert Parsons (1887)“. Il testo di Parsons venne pubblicato nel settimanale “The Journal of United Labor”, 16-23 Ottobre 1886.
-“Le prigioni e la loro influenza morale sui prigionieri” di Petr Kropotkin. L’originale in francese è “Influence moral des prisons sur les prisonniers”; questo intervento fa parte di una conferenza che Kropotkin tenne a Parigi, presso la salle Rivoli, il 20 Dicembre del 1887.
L’intervento venne pubblicato a puntate nel settimanale anarchico francese “La Révolte” nei numeri: 15 (20 Dicembre 1887), 18(21 Gennaio 1888), 20 (4 Febbraio 1888), 22 (18 Febbraio 1888), 25 (10 Marzo 1888), 26 (17 Marzo 1888), 36 (9 Giugno 1888) e 37 (16 Giugno 1888).
Successivamente è stato pubblicato in “Kropotkin’s Revolutionary Pamphlets“, curato da R. N. Baldwin, Dover Publications, New York 1970, pagg. 219-235.
Nelle edizioni tradotte in inglese e in italiano manca questa parte iniziale in francese (presente ne “La Révolte”, n. 15, 20 Dicembre 1887): “La question que je me propose de traiter ce soir est une des plus importantes dans la serie des grandes questions qui se dressent devant l’humanité du XIX° siècle.”
-“Quando ci sosterremo l’un l’altro” di Lucy Parsons; estratto de “The Principles of Anarchism“, pubblicato tra il 1905 e il 1910.
-“Prigioni: un crimine sociale e un fallimento” di Emma Goldman. L’originale “Prisons: A Social Crime and Failure” venne pubblicato in “Anarchism and other Essays”, Mother Earth Publishing Association, New York, 1911. In italiano questo volume venne pubblicato come “Anarchia, femminismo e altri saggi“, Milano, La Salamandra, 1976, pagg. 84-98
-“Dentro tutti noi” di Voltairine de Cleyre; estratto da “Crime and Punishment”, pubblicato su “The selected works of Voltairine de Cleyre. Poems, essays, sketches and stories, 1885-1911”, Mother Earth Publishing Association, New York, 1914, pagg. 173-204.
-“I futuri costumi” di Errico Malatesta. Pubblicato su “Umanità Nova”, 2 Settembre 1920 e, successivamente, in “Errico Malatesta. Vita e idee”, Edizioni Collana Porro, 1968.
-“Crimine” di Alexander Berkman. Il titolo originale è “Prisons and Crime. Three Essays by A.B” ed è un manoscritto inedito che si trova all’interno dell’Archivio Alexander Berkman dell’International Institute for Social History.
-“Legge e Ordine” di Alexander Berkman; estratto del libro “Now and After: The ABC of Communist Anarchism“, Vanguard Press, New York, 1929, Capitolo 21 “Is Anarchy Possible?” La prima edizione italiana del libro di Berkman è “Che cos’è l’anarco-comunismo”,LaSalamandra, Milano, 1977; successivamente è stato pubblicato come “L’ABC dell’Anarco-Comunismo”, Nova Delphi, Roma, 2015, Capitolo 21 “È possibile l’anarchia?”
-“Pagine sulla prigione centrale di Clermont” di Louise Michel; estratto di “Mémoires de Louise Michel, écrits par elle-mème“, F. Roy, Libraire-Éditeur, Parigi, 1886, Tomo 2, Capitolo XIV.
-“I miei crimini” di Oscar Neebe; estratto da Parsons Albert, “Anarchism: Its Philosophy and Scientific Basis as Defined by Some of Its Apostles“, Lucy E. Parsons, Chicago, 1887, capitolo “Oscar Neebe’s Remarks”, pagg. 72-74
-“Senza titolo” di Kanno Suga
-“Mandato di comparizione” di Nestor Makhno
-“Memorie” di Alexander Berkman; estratto da “Prison Memoirs of an Anarchist”, Mother Earth Publishing Association, New York, 1912. La prima edizione italiana è “Un anarchico in prigione,” Anarchismo Edizioni, Catania, 1978, Capitoli XIV-XVII, pagg. 131-137
-“Tra le sbarre” di Emma Goldman; estratto dell’articolo “Between Jails“, Mother Earth, Agosto 1917, n. 6, pagg. 207-212.
-“Vittime della rabbia mondiale” di Rudolf Rocker. Estratto da “The London Years“, Robert Anscombe & Co., Londra, 1956, Capitolo 30 “Alexandra Palace, pagg. 174-196
-“N ° 14596” di Ricardo Flores Magón. Lettera scritta a Harry Weinberger, 9 maggio 1921.
-“Da dietro le sbarre” di Librado Rivera. Lettera datata 14 ottobre 1923, pubblicata nel numero unico “Behind the Bars”, Gennaio 1924. Fonte: Longa Ernesto A., “Anarchist Periodicals in English Published in the United States (1833–1955)”
-“Un giorno nei sotterranei della Ceka” di G. P. Maximoff; traduzione ed estratto dell’articolo “One day in the che-ka’s cellar” in “The Guillotine at Work“, Alexander Berkman Fund, Chicago, 1940,Tomo 2, pagg. 425-431
-“Dentro le celle bolsceviche” di Mollie Steiner (cognome corretto Steimer); traduzione di “Statement” in “Letters from Russian Prisons“, Albert & Charles Boni, New York, 1925, pagg. 99-102
-“A Dante Sacco” di Nicola Sacco. Lettera scritta dalla prigione statale di Charlestown, 18 Agosto 1927.

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Contributi su carcere e repressione dall’assemblea di Bologna del 13 dicembre 2014

Gennaio 2015, 36 p.

In quest’ultimo anno sono accadute molte cose che hanno portato ad intensificare ed estendere l’attenzione su ciò che avviene all’interno delle carceri. Senz’altro ha contribuito l’innalzamento della repressione delle lotte che, portando sempre più compagni/e dietro le sbarre, ha innescato nuove relazione all’interno delle carceri e fra interno ed esterno.
In tale contesto ha trovato sviluppo l’attività dei collettivi e delle esperienze “anticarcerarie” soprattutto come ponte tra il dentro e il fuori: da una parte veicolando dentro le istanze di lotta più rilevanti e incisive, e per questo attaccate sul piano giudiziario e carcerario, e dall’altra portando fuori le esperienze di lotta, individuali e collettive, e i contenuti espressi dalle carceri.
Così, attraverso presidi sotto le carceri, solidarietà agli arrestati, sostegno a iniziative e mobilitazioni di gruppi di detenuti, socializzazione delle pratiche intimidatrici ed assassine messe in atto dalle guardie e coperte ai più alti livelli dello Stato si è generata una reciproca “contaminazione” fra il dentro e il fuori che ha contribuito, anche se in modo limitato, a consolidare relazioni e a collocare la lotta contro la repressione ed il carcere all’interno di un piano meno generico e ideologico ovvero più preciso nel definire gli aspetti centrali del sistema carcerario e più consapevole dei nessi che legano tale sistema al mondo del lavoro, alla gestione della marginalità, all’immigrazione, al razzismo, alla guerra. Il piano dell’attività è dunque si più specifico ma non in un’ottica specialistica o settoriale: non un ambito di lotta fra gli altri ma un aspetto imprescindibile di ogni di lotta.
Avvertiamo adesso l’esigenza di “fare il punto” su una serie di questioni emerse lungo quest’ultimo anno al fine sia di socializzarle che di trovare degli obiettivi, da assumere collettivamente, capaci di rafforzare e rilanciare questo percorso di lotta in modo più coordinato.
In particolare vogliamo evidenziare:
• estensione del processo in videoconferenza quale estensione di alcuni aspetti propri del 41bis;
• la recente legislazione improntata sulla riduzione del sovraffollamento carcerario e il ruolo che questa affida ai giudici di sorveglianza in un quadro di “riforma” più complessiva del ministero della giustizia;
• a proposito di alcuni processi (quello contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, il processone No Tav, quello contro la giornata del 15 ottobre 2011 a Roma) che stanno per concludersi e la loro influenza sull’azione controrivoluzionaria-repressiva;
• ciò che è accaduto in quest’ultimo anno e che sta accadendo nelle carceri, tratto dalle lettere e da ogni altra fonte e le indicazioni di lotta che fornisce;
• la sorveglianza speciale, che pende da subito su (Marianna, Andrea, Fabio e Paolo) arrestati il 3 giugno a Torino;
• trasformazioni predisposte per gli “Ospedali Psichiatrici Giudiziari”.
Milano, novembre 2014

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Brossat Alain, “Scarcerare la società”

Edito da Eleuthera, Milano, 2003, 152 p.

“Scarcerare la società” è un pamphlet filosofico-politico in polemica con i due approcci più diffusi all’istituzione penitenziaria: quello “securitario” e quello “umanitario”. Il dibattitto tra coloro che esigono un regime carcerario più duro e quelli che sostengono che si debbano fare entrare in galera i diritti civili, occulta, secondo Brossat, la questione di fondo: a che cosa servono oggi le prigioni? Il problema cioè non è “quale” carcere, ma “il” carcere. L’istituzione carceraria appare, paradossalmente, anacronistica rispetto alla modernità ma funzionale allo Stato moderno, per una logica incoffessata ma radicata che vuole che vi sia una parte della popolazione irrecuperabile. Una logica di esclusione che Brossat contesta radicalmente.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Pour en finir avec la prison”, La Fabrique éditions, 2001

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Doppio gioco. Come i fascisti di casa pound si infiltrano nel mondo sportivo.

 

RedStarpress, scritto da Super User, 25 agosto 2015, pag 32

Questo dossier vuole prendere in analisi la concezione e l’uso che dello Sport viene fatto all’interno dell’associazione neofascista ‘CasaPound Italia’ e delle relative associazioni sportive e/o squadre che ne sono diretta emanazione. Il bisogno di trattare un argomento per eccellenza simbolo di integrazione e sani valori come lo sport, associandolo all’ultima e più attraente espressione della galassia neofascista nostrana, emerge nel momento in cui, da antifascisti/e quali siamo, cerchiamo con ogni mezzo necessario di smascherare il doppio gioco appunto, su cui pone le sue basi questa associazione. Un gioco fatto di scatole cinesi dove numerosi contenitori vuoti servono a coprire e nascondere il contenuto dell’ultima scatolina, che contiene la sorpresa. Partendo da una controinchiesta sulle palestre, sulle associazioni sportive e sulle molteplici squadre si cerca altresì, di smascherare il meccanismo generale che sottende alla strategia politica di CPI degli ultimi cinque anni; nello sport e non solo.

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Come opporsi al fascismo nel metal estremo. Una guida di base per compagni e antifa.

Barbarie.noblogs.org, 28 agosto 2017, pag.8

Il nostro obiettivo è quello di essere in grado, nel tempo, di assottigliare la distinzione tra le scene che condividono gli stessi valori: difendere la nostra musica, i nostri posti e i concerti dalla feccia fascista e, infine, sconfiggere il fascismo cacciando i razzisti dai concerti, dalle scene, dal mondo, dall’universo.

Note: tradotto in francese, inglese e spagnolo

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Bonanno Alfredo Maria, “Carcere e lotte dei detenuti”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, 126 p., Seconda Edizione.

Introduzione alla prima edizione
Gli scritti qui pubblicati documentano un problema che mi ha sempre interessato: quello delle lotte dei detenuti.
So bene che in questo campo ci sono idee molto divergenti fra i rivoluzionari, e so anche che gli anarchici hanno spesso finito per accettare posizioni, per quel che mi riguarda, non sostenibili. Trovandosi in carcere è facile assumere la posizione netta e chiara di chi non è disponibile a nessuna lotta, se questa non ha le caratteristiche radicali della più completa distruzione. Sono d’accordo anch’io che la migliore soluzione possibile – e in fondo la sola praticabile – per quel che riguarda il carcere è la sua completa distruzione. Ma non sono d’accordo a considerare qualsiasi forma di lotta che può venire dal carcere, da parte degli uomini e delle donne in esso prigionieri, come qualcosa che avviene “col permesso della direzione”.
Cominciamo a sfatare questo aspetto.
Considerando le cose in modo distaccato, non c’è dubbio che qualsiasi lotta, anche quella che comincia in maniera “intermedia”, e poi si sviluppa fino alle sue radicali conseguenze, che non sono soltanto costituite dal raggiungimento dell’obiettivo, è fatta “col permesso della controparte”. Se quest’ultima decidesse di stroncare qualsiasi manifestazione di dissenso fin dal suo primo sorgere, nessuna lotta potrebbe vedere la luce, essendo, per definizione, la distribuzione delle forze in capo, intese queste forze dal punto di vista ridotto ed esclusivo della capacità militare d’intervento, decisamente dalla parte della repressione.
Ma perché, nei fatti, questo non avviene? Perché il rapporto di forza, in campo sociale, non è costituito soltanto da un mero quantificarsi delle bocche di fuoco. Esso va oltre, affronta quegli infiniti squilibri che tessono il canovaccio dei contrasti sociali e si sviluppa fino alle possibili conseguenze di un affrontamento totale, a volte soltanto desiderato, perfino sognato, ma non per questo da escludersi a priori. Di regola, intendiamo, noi rivoluzionari, per “politica” – con tutti i contorcimenti di muso scaramantici del caso – questo valutare i pro e i contro, che la repressione attua prima di decidersi ad intervenire. La stessa cosa avviene in carcere.
Non sempre la custodia è in grado di fronteggiare un movimento di dissenso, non sempre può ricorrere subito, e senza indugi, come vorrebbe nella maggior parte dei casi, a quegli interventi di salute pubblica che la caratterizzano e per cui risulta dotata in uomini, mezzi e mentalità. Non sempre, perché il problema è più articolato, e questa articolazione diventa terreno su cui può crescere il dissenso stesso, irrobustirsi, formare nuclei di possibile presa di coscienza, aggregarsi in strutture minimali, molteplici e informali, prendere corpo a livello territoriale, stabilire contatti con altre carceri, allargare la protesta, fare sentire la propria voce, dolorosa e spesso ai limiti della sopportazione, misera perché depauperata al massimo dalla mancanza di libertà, ma mai del tutto spenta.
Quando venni arrestato nell’ottobre del 1972 stabilii, com’è logico, molti contatti amichevoli nel carcere di Catania. Erano tempi durissimi. Le strutture carcerarie e i metodi di custodia erano ancora arcaici e fortemente repressivi. Era in uso l’ispezione corporale approfondita, i letti di contenzione, l’isolamento per ogni piccola infrazione al regolamento (venni punito con 15 giorni di cella d’isolamento per essermi rifiutato di lavorare), l’intervento della squadra punitiva per ogni minima questione, anche fra detenuti, i pestaggi quotidiani e la non possibilità di utilizzare i minimi livelli di sopravvivenza in cella (non si poteva cucinare, non si possedeva un fornelletto, né una sedia, né un tavolino, né la televisione, ecc.). Organizzammo una protesta contro gli abusi riguardanti la consegna, da parte delle guardie, dei pochi generi di sopravvitto che si potevano acquistare. In molti casi mancava sempre qualcosa: un pacchetto di sigarette, una bottiglietta d’aranciata, un rotolo di carta igienica, una tavoletta di gas concentrato. Ci astenemmo per tre giorni dal fare gli acquisti. Azione masochista ma importante perché indicava una strada sotto molti aspetti nuova, cercava di sottolineare dove stava il problema, anche se per le condizioni in cui si viveva allora in carcere non lo si poteva dire chiaramente. Anche io, che pure ero in carcere per attività sovversiva (alcuni articoli pubblicati su “Sinistra libertaria”), non potevo dire le cose chiaramente perché la maggior parte dei detenuti non avrebbe accettato il minimo passo in avanti. Anche io mi dovevo muovere con grande prudenza. Si ottenne il piccolo risultato di bloccare gli ammanchi quotidiani.
Quando, dopo qualche mese dalla mia scarcerazione, la protesta dei detenuti scoppiò molto più ampia e feroce, quando salirono quasi tutti sui tetti e cominciarono a smantellare la copertura delle tegole gettando il materiale in strada, i carabinieri vennero a prendermi a casa dicendo che alcuni detenuti, prima di interrompere la rivolta, avevano chiesto di parlare con me. Condotto in carcere sono stato perquisito e portato nella rotonda, e qui lasciato solo. Dopo qualche minuto la grande porta del braccio destro (il solo agibile in quel momento) venne aperta dai detenuti e entrai per parlare con loro. Le loro richieste erano di avere un vitto più decente (dopo i diversi casi di intossicazione verificatisi nei mesi precedenti), di avere la possibilità di comprare un più ampio numero di cose al sopravvitto, di non essere spennati dall’azienda che gestiva la vendita dei prodotti all’interno del carcere e, infine, di non avere ripercussioni personali (pestaggi, trasferimenti) a seguito dell’azione in corso.
La mia risposta fu che avrebbero potuto parlare loro direttamente col procuratore della repubblica che si trovava in quel momento all’interno del carcere, o col direttore, anch’egli presente. Ma nessuno di loro si fidava di quella gentaglia. Risposi che la mia presenza non aumentava di certo questa fiducia, che sempre sbirri erano e che quindi non ci si poteva fidare di loro. Mi risposero che comunque il più era stato fatto (distruzione di una parte del carcere) e che per il resto bastava che io mi impegnassi a fare conoscere all’esterno gli eventuali provvedimenti più gravi, in particolare i trasferimenti con destinazione ignota.
La fine di quella mia prima esperienza fu che parlai con il procuratore della repubblica e col direttore, questi garantirono quello che da perfetti sbirri dovevano garantire e dopo, con la morte nel cuore, vidi entrare i carabinieri dentro il carcere. Va da sé che vi furono terribili pestaggi e trasferimenti. Cercai, insieme a qualche compagno, di fare qualcosa per i primi e per i secondi. Si denunciò la vicenda a livello locale, con manifesti e volantini, si fecero riunioni, si ricorse all’aiuto di decine di avvocati per limitare i danni dei trasferimenti peggiori, e a me venne l’insegnamento, sia pure nei limiti della delega che ingenuamente mi venne data dai detenuti, e che non potevo di certo rifiutare senza tradire la loro fiducia, che loro la maggior parte del lavoro l’avevano fatto.
Quando poi, tanto tempo dopo, nel carcere di Bergamo, dove ero detenuto da quasi due anni, mi ritrovai nella medesima situazione, cioè designato come rappresentante dei detenuti nel corso dello sciopero che stava organizzandosi, ancora una volta non volli tirarmi indietro. Ne vennero fuori tre mesi di lotte articolate che cominciando con uno sciopero della fame di sei giorni, si conclusero alla fine del 1990 con la concessione dell’amnistia: una delle richieste di quella lotta.
Molti coglieranno qui una contraddizione tra quanto ho scritto nel libro E noi saremo sempre pronti a impadronirci un’altra volta del cielo, dove parlavo in modo radicale contro l’amnistia. Ma si tratta di una contraddizione solo apparente, che è facile chiarire. Altra cosa è la situazione in cui mi trovo a lottare insieme ai miei compagni per ottenere l’amnistia per reati attinenti alla mia attività rivoluzionaria, quindi proponendo la cessazione dello scontro di classe in termini di “guerra conclusa”, ed altra cosa è se partecipo ad una lotta per l’amnistia per tutti e vi partecipo insieme ai detenuti. In questa seconda eventualità, partecipo ad una “lotta intermedia” e chiedo maggiore spazio per sviluppare al meglio una diversa lotta che forse potrà venire fuori e forse no, ma che per me è il vero obiettivo, ed è la lotta per la generalizzazione dello scontro, per l’insurrezione armata contro lo Stato e tutti i suoi servitori. Come si vede la situazione si ribalta: nel primo caso, chiedendo l’amnistia, io dichiaro a priori lo smantellamento di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria, nel secondo caso, chiedo apparentemente la stessa cosa, ma la chiedo nella prospettiva rivoluzionaria dello scontro generalizzato.
So che queste lotte possono essere recuperate, ma c’è una differenza: la prima lotta, cioè l’ammettere che ogni obiettivo rivoluzionario è tramontato, è recuperata in partenza; la seconda lotta, anche se la richiesta è “intermedia”, presenta sempre la possibilità di uno sbocco rivoluzionario. E questo è possibile anche in carcere.
Questa differenza resta valido strumento di analisi perché riflette sullo stesso concetto di recupero. Molti si ritengono esentati dallo studio dei mezzi di lotta sempre più ampi e sempre più difficilmente recuperabili, ammettendo, a priori, che qualsiasi mezzo di lotta, e quindi qualsiasi lotta, è recuperabile. Ne deriva, partendo da questi presupposti, che l’unico mezzo non recuperabile è quello estremo, in genere lo scontro armato frontale che rende lo Stato privo di infingimenti politici e lo espone al ricorso alla repressione estrema, allo svelamento della sua vera natura ultima. Ciò è senz’altro vero, ma è semplificatorio. Mi ricordo del monito di Malatesta che aveva in sospetto coloro che non scendono in campo se non per mettere il mondo a soqquadro, e che restano sulle proprie reticenze quando si tratta di fare qualcosa, di cominciare da un punto qualsiasi dell’ampio ventaglio repressivo. Egli preferiva, se non ricordo male, cominciare ad agire, sia pure nel piccolo e nel limitato, perché aspettando la grande occasione di tutto distruggere, si finisce per non fare nulla e quindi tutto accettare.
La lotta intermedia, presa nel senso generalissimo di lotta che non si propone immediatamente obiettivi rivoluzionari, si presenta quindi, in qualsiasi settore della vita sociale essa viene a svilupparsi, come lotta rivendicativa. Mantenendo le distinzioni a questo livello, tra rivendicazione e distruzione, tra richiesta di miglioramenti e rivoluzione, passa un abisso che nessuna buona volontà, nessuno spirito di servizio, nessuna machiavellica intrusione della politica nella morale potrà mai colmare. Non è pertanto dalla modificazione degli obiettivi che deve attendersi una risposta, quale che sia. Per quanto questi obiettivi che la lotta ricerca e individua per soddisfare i bisogni della gente possano variare, resta la radicale differenza di fondo tra quelli che sono i miei veri scopi, di rivoluzionario e di anarchico, e quello che può essere l’obiettivo della rivendicazione più radicale ed estrema. Ma, così facendo, mi ritraggo da ogni contatto con le condizioni materiali dello scontro di classe, taglio via le possibilità stesse di una convivenza conflittuale, quella con la società nel suo insieme, che rendono significativa di sbocchi, e quindi di contraddizioni, l’attività rivoluzionaria stessa. Non avendo la verità in tasca, non ammettendo nemmeno che questa verità qualcuno possa veramente averla a portata di mano, non mi resta che imparare dalle difficoltà stesse della vita, anche dai minimi movimenti che sembrano privi di significato, dalle resistenze passive, dagli atteggiamenti di non omologazione, dai rifiuti più banali, a volte nemmeno visibili, dalle ribellioni individuali, ma lo stesso pregne di significati collettivi, che nella collettività nascono e muoiono, e da tutti quegli atti che dimostrano vitalità e creatività, ma che lasciati a se stessi abortiscono nell’assuefazione e nell’indifferenza.
Quello che mi può caratterizzare non è quindi la significatività dell’obiettivo, la larghezza delle analisi che fanno vedere l’importanza del suo raggiungimento, il tessuto relazionale che metto in risalto per cui quell’obiettivo, dapprima circoscritto, mostra alla luce del sole connessioni da altri non viste. Non è tutto questo. Quello che conta, che caratterizza il mio intervento di rivoluzionario, è il metodo.
La lotta intermedia ha un senso se proposta in base ad un metodo rivoluzionario e anarchico, se si differenzia in base ai mezzi scelti, e quindi anche al modo in cui impiegare questi mezzi, non recupera il proprio senso soltanto in funzione dell’obiettivo che si è scelto. Quest’ultimo, se resta essenziale – e come potrebbe essere altrimenti – per la gente, non lo è per me che sono quello che sono.
Questo chiamarmi diverso, questo identificarmi come portatore di un pensiero diverso – e quindi di una metodologia diversa – non è aristocrazia dell’azione, e del pensiero, ma è reale identificazione di quello che voglio, con tutti i suoi limiti e le sue possibilità. Io voglio, nella lotta intermedia, quindi pienamente e soddisfacentemente rivendicativa, che emerga un metodo, che si raggiunga un risultato positivo attraverso il mio metodo, il mio metodo, non quella sommatoria di procedure raffazzonate che spesso vengono empiricamente messe insieme per fare prima, con intenti esclusivamente pratici, e con risultati a volte soltanto ridicoli.
E questo lo voglio anche in carcere. Il carcere, pur con le sue speciali condizioni repressive, non è un altro mondo, è soltanto un luogo “diverso” della società, e quindi del potere che la società condiziona e regge, un luogo fisico e mentale in cui il potere si esprime semplificando alcune sue regole, in particolare quelle repressive. Luogo dell’istituzione totale che, per questo motivo stesso, rende alcune condizioni più immediatamente leggibili. Al suo interno non ci si imbroglia tanto facilmente in mezzo alle “libertà”, di cui la cosiddetta società libera è piena fino all’orlo. In carcere tutto è più difficile, perfino fare una passeggiata, e, proprio per questo, tutto è più facile.
Sognare, come fa qualcuno, livelli di lotta in carcere caratteristici di alcuni decenni fa, collocando al massimo di questi livelli, ad esempio, la settimana rossa dell’Asinara, o gli scontri di Trani e di Voghera, significa non rendersi conto che non esistono livelli ideali di lotta, ma soltanto lotte che devono, ciascuna nell’ambito delle proprie caratteristiche, svolgersi, con il nostro personale contributo, fino in fondo, fino cioè ad esercitare tutte le loro potenzialità, per svilupparsi, se è il caso, verso una sempre possibile generalizzazione dello scontro.
Allo stesso modo per cui non c’è un cuore dello Stato, una contraddizione fondamentale del capitalismo, non c’è nemmeno una lotta da privilegiare sulle altre, ma un metodo che si rivela migliore degli altri, una volta sperimentato nella lotta, e quest’ultimo è certamente il metodo della conflittualità permanente, dell’autogestione e dell’attacco, metodo che tiene lontano tutte quelle forze che non hanno interesse a far sì che la lotta si sviluppi fino alle sue estreme, naturali, conseguenze.
La condizione carceraria non fa eccezione. Anche in carcere sono possibili lotte intermedie, e le esperienze di discussione e di approfondimento analitico che vengono qui presentate cercano di dimostrarlo.

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Note dell’Archivio
-La prima edizione è del 2000

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Appunti sul carcere di San Vittore

Aprile 2013, 20 p.

Questo documento ha l’obiettivo di raccontare come funziona il carcere di San Vittore, sperando possa essere d’aiuto a chi in futuro potrebbe percorrere un piccolo pezzo della sua vita dentro o a chi vorrebbe sapere come funziona e come si vive in questo carcere. Non è nostra intenzione dargli un’impostazione vittimista, perchè riteniamo che non esista al mondo un carcere “umano”, anzi, è proprio per il suo essere carcere che questo apparato va abbattuto.

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Appunti sul carcere di Milano-Opera

Aprile 2013, 11 p.

Questo breve dossier, realizzato nell’ottobre del 2008 e successivamente integrato, fornisce una panoramica sul carcere di Opera. Si tratta di informazioni raccolte negli ultimi due anni direttamente dai familiari nei giorni di colloquio, da detenuti o ex detenuti e proprio per questo motivo talvolta possono risultare imprecise o addirittura contraddittorie (ad esempio rispetto ai giorni di colloquio, su cosa si può portare in carcere e cosa no ecc..). Ciò è dovuto al fatto che “ogni carcere è una repubblica a sé” e le condizioni possono variare da sezione a sezione, da persona a persona, di giorno in giorno.
L’abbondante produzione legislativa contenuta negli ormai annuali “pacchetti sicurezza”, l’introduzione di sezioni speciali all’interno dei carceri, il semplice cambiamento di un direttore fino ad arrivare al cresciuto potere decionale esercitato dalle guardie hanno reso la reclusione sempre più discrezionale, imprevedibile e indefinita. Il carcere di Opera é destinato ad acquisire ulteriore importanza, all’interno del circuito carcerario, per svariate ragioni. Ad Opera sono presenti tutte le sezioni tipiche del carcere (giudiziario e penale) ad esclusione del femminile e del minorile. Vengono applicati tutti i regimi e circuiti carcerari speciali esistenti oggi in Italia (41 bis, EIV, AS). Oltre ad essere il più grande carcere d’Europa, quello di Opera ha da poco conseguito un altro triste primato, quello del carcere con il maggior numero di detenuti in regime di articolo 41 bis, avendo completato nel dicembre del 2006 i lavori di costruzione di ben 92 loculi da destinare all’isolamento totale. Infine, l’ipotesi ventilata di una dismissione del carcere di San Vittore e la prossima fuoriuscita di quello di Monza dall’area di competenza di Milano, diventando Monza una provincia a sé, rendono quello di Opera un carcere ancora più in espansione. In conclusione a questa premessa chiediamo a tutti e a tutte di contribuire a sviluppare questo lavoro di inchiesta segnalandoci le inesattezze e ampliando le informazioni.

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