Brossat Alain, “Scarcerare la società”

Edito da Eleuthera, Milano, 2003, 152 p.

“Scarcerare la società” è un pamphlet filosofico-politico in polemica con i due approcci più diffusi all’istituzione penitenziaria: quello “securitario” e quello “umanitario”. Il dibattitto tra coloro che esigono un regime carcerario più duro e quelli che sostengono che si debbano fare entrare in galera i diritti civili, occulta, secondo Brossat, la questione di fondo: a che cosa servono oggi le prigioni? Il problema cioè non è “quale” carcere, ma “il” carcere. L’istituzione carceraria appare, paradossalmente, anacronistica rispetto alla modernità ma funzionale allo Stato moderno, per una logica incoffessata ma radicata che vuole che vi sia una parte della popolazione irrecuperabile. Una logica di esclusione che Brossat contesta radicalmente.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Pour en finir avec la prison”, La Fabrique éditions, 2001

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Doppio gioco. Come i fascisti di casa pound si infiltrano nel mondo sportivo.

 

RedStarpress, scritto da Super User, 25 agosto 2015, pag 32

Questo dossier vuole prendere in analisi la concezione e l’uso che dello Sport viene fatto all’interno dell’associazione neofascista ‘CasaPound Italia’ e delle relative associazioni sportive e/o squadre che ne sono diretta emanazione. Il bisogno di trattare un argomento per eccellenza simbolo di integrazione e sani valori come lo sport, associandolo all’ultima e più attraente espressione della galassia neofascista nostrana, emerge nel momento in cui, da antifascisti/e quali siamo, cerchiamo con ogni mezzo necessario di smascherare il doppio gioco appunto, su cui pone le sue basi questa associazione. Un gioco fatto di scatole cinesi dove numerosi contenitori vuoti servono a coprire e nascondere il contenuto dell’ultima scatolina, che contiene la sorpresa. Partendo da una controinchiesta sulle palestre, sulle associazioni sportive e sulle molteplici squadre si cerca altresì, di smascherare il meccanismo generale che sottende alla strategia politica di CPI degli ultimi cinque anni; nello sport e non solo.

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Come opporsi al fascismo nel metal estremo. Una guida di base per compagni e antifa.

Barbarie.noblogs.org, 28 agosto 2017, pag.8

Il nostro obiettivo è quello di essere in grado, nel tempo, di assottigliare la distinzione tra le scene che condividono gli stessi valori: difendere la nostra musica, i nostri posti e i concerti dalla feccia fascista e, infine, sconfiggere il fascismo cacciando i razzisti dai concerti, dalle scene, dal mondo, dall’universo.

Note: tradotto in francese, inglese e spagnolo

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Bonanno Alfredo Maria, “Carcere e lotte dei detenuti”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, 126 p., Seconda Edizione.

Introduzione alla prima edizione
Gli scritti qui pubblicati documentano un problema che mi ha sempre interessato: quello delle lotte dei detenuti.
So bene che in questo campo ci sono idee molto divergenti fra i rivoluzionari, e so anche che gli anarchici hanno spesso finito per accettare posizioni, per quel che mi riguarda, non sostenibili. Trovandosi in carcere è facile assumere la posizione netta e chiara di chi non è disponibile a nessuna lotta, se questa non ha le caratteristiche radicali della più completa distruzione. Sono d’accordo anch’io che la migliore soluzione possibile – e in fondo la sola praticabile – per quel che riguarda il carcere è la sua completa distruzione. Ma non sono d’accordo a considerare qualsiasi forma di lotta che può venire dal carcere, da parte degli uomini e delle donne in esso prigionieri, come qualcosa che avviene “col permesso della direzione”.
Cominciamo a sfatare questo aspetto.
Considerando le cose in modo distaccato, non c’è dubbio che qualsiasi lotta, anche quella che comincia in maniera “intermedia”, e poi si sviluppa fino alle sue radicali conseguenze, che non sono soltanto costituite dal raggiungimento dell’obiettivo, è fatta “col permesso della controparte”. Se quest’ultima decidesse di stroncare qualsiasi manifestazione di dissenso fin dal suo primo sorgere, nessuna lotta potrebbe vedere la luce, essendo, per definizione, la distribuzione delle forze in capo, intese queste forze dal punto di vista ridotto ed esclusivo della capacità militare d’intervento, decisamente dalla parte della repressione.
Ma perché, nei fatti, questo non avviene? Perché il rapporto di forza, in campo sociale, non è costituito soltanto da un mero quantificarsi delle bocche di fuoco. Esso va oltre, affronta quegli infiniti squilibri che tessono il canovaccio dei contrasti sociali e si sviluppa fino alle possibili conseguenze di un affrontamento totale, a volte soltanto desiderato, perfino sognato, ma non per questo da escludersi a priori. Di regola, intendiamo, noi rivoluzionari, per “politica” – con tutti i contorcimenti di muso scaramantici del caso – questo valutare i pro e i contro, che la repressione attua prima di decidersi ad intervenire. La stessa cosa avviene in carcere.
Non sempre la custodia è in grado di fronteggiare un movimento di dissenso, non sempre può ricorrere subito, e senza indugi, come vorrebbe nella maggior parte dei casi, a quegli interventi di salute pubblica che la caratterizzano e per cui risulta dotata in uomini, mezzi e mentalità. Non sempre, perché il problema è più articolato, e questa articolazione diventa terreno su cui può crescere il dissenso stesso, irrobustirsi, formare nuclei di possibile presa di coscienza, aggregarsi in strutture minimali, molteplici e informali, prendere corpo a livello territoriale, stabilire contatti con altre carceri, allargare la protesta, fare sentire la propria voce, dolorosa e spesso ai limiti della sopportazione, misera perché depauperata al massimo dalla mancanza di libertà, ma mai del tutto spenta.
Quando venni arrestato nell’ottobre del 1972 stabilii, com’è logico, molti contatti amichevoli nel carcere di Catania. Erano tempi durissimi. Le strutture carcerarie e i metodi di custodia erano ancora arcaici e fortemente repressivi. Era in uso l’ispezione corporale approfondita, i letti di contenzione, l’isolamento per ogni piccola infrazione al regolamento (venni punito con 15 giorni di cella d’isolamento per essermi rifiutato di lavorare), l’intervento della squadra punitiva per ogni minima questione, anche fra detenuti, i pestaggi quotidiani e la non possibilità di utilizzare i minimi livelli di sopravvivenza in cella (non si poteva cucinare, non si possedeva un fornelletto, né una sedia, né un tavolino, né la televisione, ecc.). Organizzammo una protesta contro gli abusi riguardanti la consegna, da parte delle guardie, dei pochi generi di sopravvitto che si potevano acquistare. In molti casi mancava sempre qualcosa: un pacchetto di sigarette, una bottiglietta d’aranciata, un rotolo di carta igienica, una tavoletta di gas concentrato. Ci astenemmo per tre giorni dal fare gli acquisti. Azione masochista ma importante perché indicava una strada sotto molti aspetti nuova, cercava di sottolineare dove stava il problema, anche se per le condizioni in cui si viveva allora in carcere non lo si poteva dire chiaramente. Anche io, che pure ero in carcere per attività sovversiva (alcuni articoli pubblicati su “Sinistra libertaria”), non potevo dire le cose chiaramente perché la maggior parte dei detenuti non avrebbe accettato il minimo passo in avanti. Anche io mi dovevo muovere con grande prudenza. Si ottenne il piccolo risultato di bloccare gli ammanchi quotidiani.
Quando, dopo qualche mese dalla mia scarcerazione, la protesta dei detenuti scoppiò molto più ampia e feroce, quando salirono quasi tutti sui tetti e cominciarono a smantellare la copertura delle tegole gettando il materiale in strada, i carabinieri vennero a prendermi a casa dicendo che alcuni detenuti, prima di interrompere la rivolta, avevano chiesto di parlare con me. Condotto in carcere sono stato perquisito e portato nella rotonda, e qui lasciato solo. Dopo qualche minuto la grande porta del braccio destro (il solo agibile in quel momento) venne aperta dai detenuti e entrai per parlare con loro. Le loro richieste erano di avere un vitto più decente (dopo i diversi casi di intossicazione verificatisi nei mesi precedenti), di avere la possibilità di comprare un più ampio numero di cose al sopravvitto, di non essere spennati dall’azienda che gestiva la vendita dei prodotti all’interno del carcere e, infine, di non avere ripercussioni personali (pestaggi, trasferimenti) a seguito dell’azione in corso.
La mia risposta fu che avrebbero potuto parlare loro direttamente col procuratore della repubblica che si trovava in quel momento all’interno del carcere, o col direttore, anch’egli presente. Ma nessuno di loro si fidava di quella gentaglia. Risposi che la mia presenza non aumentava di certo questa fiducia, che sempre sbirri erano e che quindi non ci si poteva fidare di loro. Mi risposero che comunque il più era stato fatto (distruzione di una parte del carcere) e che per il resto bastava che io mi impegnassi a fare conoscere all’esterno gli eventuali provvedimenti più gravi, in particolare i trasferimenti con destinazione ignota.
La fine di quella mia prima esperienza fu che parlai con il procuratore della repubblica e col direttore, questi garantirono quello che da perfetti sbirri dovevano garantire e dopo, con la morte nel cuore, vidi entrare i carabinieri dentro il carcere. Va da sé che vi furono terribili pestaggi e trasferimenti. Cercai, insieme a qualche compagno, di fare qualcosa per i primi e per i secondi. Si denunciò la vicenda a livello locale, con manifesti e volantini, si fecero riunioni, si ricorse all’aiuto di decine di avvocati per limitare i danni dei trasferimenti peggiori, e a me venne l’insegnamento, sia pure nei limiti della delega che ingenuamente mi venne data dai detenuti, e che non potevo di certo rifiutare senza tradire la loro fiducia, che loro la maggior parte del lavoro l’avevano fatto.
Quando poi, tanto tempo dopo, nel carcere di Bergamo, dove ero detenuto da quasi due anni, mi ritrovai nella medesima situazione, cioè designato come rappresentante dei detenuti nel corso dello sciopero che stava organizzandosi, ancora una volta non volli tirarmi indietro. Ne vennero fuori tre mesi di lotte articolate che cominciando con uno sciopero della fame di sei giorni, si conclusero alla fine del 1990 con la concessione dell’amnistia: una delle richieste di quella lotta.
Molti coglieranno qui una contraddizione tra quanto ho scritto nel libro E noi saremo sempre pronti a impadronirci un’altra volta del cielo, dove parlavo in modo radicale contro l’amnistia. Ma si tratta di una contraddizione solo apparente, che è facile chiarire. Altra cosa è la situazione in cui mi trovo a lottare insieme ai miei compagni per ottenere l’amnistia per reati attinenti alla mia attività rivoluzionaria, quindi proponendo la cessazione dello scontro di classe in termini di “guerra conclusa”, ed altra cosa è se partecipo ad una lotta per l’amnistia per tutti e vi partecipo insieme ai detenuti. In questa seconda eventualità, partecipo ad una “lotta intermedia” e chiedo maggiore spazio per sviluppare al meglio una diversa lotta che forse potrà venire fuori e forse no, ma che per me è il vero obiettivo, ed è la lotta per la generalizzazione dello scontro, per l’insurrezione armata contro lo Stato e tutti i suoi servitori. Come si vede la situazione si ribalta: nel primo caso, chiedendo l’amnistia, io dichiaro a priori lo smantellamento di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria, nel secondo caso, chiedo apparentemente la stessa cosa, ma la chiedo nella prospettiva rivoluzionaria dello scontro generalizzato.
So che queste lotte possono essere recuperate, ma c’è una differenza: la prima lotta, cioè l’ammettere che ogni obiettivo rivoluzionario è tramontato, è recuperata in partenza; la seconda lotta, anche se la richiesta è “intermedia”, presenta sempre la possibilità di uno sbocco rivoluzionario. E questo è possibile anche in carcere.
Questa differenza resta valido strumento di analisi perché riflette sullo stesso concetto di recupero. Molti si ritengono esentati dallo studio dei mezzi di lotta sempre più ampi e sempre più difficilmente recuperabili, ammettendo, a priori, che qualsiasi mezzo di lotta, e quindi qualsiasi lotta, è recuperabile. Ne deriva, partendo da questi presupposti, che l’unico mezzo non recuperabile è quello estremo, in genere lo scontro armato frontale che rende lo Stato privo di infingimenti politici e lo espone al ricorso alla repressione estrema, allo svelamento della sua vera natura ultima. Ciò è senz’altro vero, ma è semplificatorio. Mi ricordo del monito di Malatesta che aveva in sospetto coloro che non scendono in campo se non per mettere il mondo a soqquadro, e che restano sulle proprie reticenze quando si tratta di fare qualcosa, di cominciare da un punto qualsiasi dell’ampio ventaglio repressivo. Egli preferiva, se non ricordo male, cominciare ad agire, sia pure nel piccolo e nel limitato, perché aspettando la grande occasione di tutto distruggere, si finisce per non fare nulla e quindi tutto accettare.
La lotta intermedia, presa nel senso generalissimo di lotta che non si propone immediatamente obiettivi rivoluzionari, si presenta quindi, in qualsiasi settore della vita sociale essa viene a svilupparsi, come lotta rivendicativa. Mantenendo le distinzioni a questo livello, tra rivendicazione e distruzione, tra richiesta di miglioramenti e rivoluzione, passa un abisso che nessuna buona volontà, nessuno spirito di servizio, nessuna machiavellica intrusione della politica nella morale potrà mai colmare. Non è pertanto dalla modificazione degli obiettivi che deve attendersi una risposta, quale che sia. Per quanto questi obiettivi che la lotta ricerca e individua per soddisfare i bisogni della gente possano variare, resta la radicale differenza di fondo tra quelli che sono i miei veri scopi, di rivoluzionario e di anarchico, e quello che può essere l’obiettivo della rivendicazione più radicale ed estrema. Ma, così facendo, mi ritraggo da ogni contatto con le condizioni materiali dello scontro di classe, taglio via le possibilità stesse di una convivenza conflittuale, quella con la società nel suo insieme, che rendono significativa di sbocchi, e quindi di contraddizioni, l’attività rivoluzionaria stessa. Non avendo la verità in tasca, non ammettendo nemmeno che questa verità qualcuno possa veramente averla a portata di mano, non mi resta che imparare dalle difficoltà stesse della vita, anche dai minimi movimenti che sembrano privi di significato, dalle resistenze passive, dagli atteggiamenti di non omologazione, dai rifiuti più banali, a volte nemmeno visibili, dalle ribellioni individuali, ma lo stesso pregne di significati collettivi, che nella collettività nascono e muoiono, e da tutti quegli atti che dimostrano vitalità e creatività, ma che lasciati a se stessi abortiscono nell’assuefazione e nell’indifferenza.
Quello che mi può caratterizzare non è quindi la significatività dell’obiettivo, la larghezza delle analisi che fanno vedere l’importanza del suo raggiungimento, il tessuto relazionale che metto in risalto per cui quell’obiettivo, dapprima circoscritto, mostra alla luce del sole connessioni da altri non viste. Non è tutto questo. Quello che conta, che caratterizza il mio intervento di rivoluzionario, è il metodo.
La lotta intermedia ha un senso se proposta in base ad un metodo rivoluzionario e anarchico, se si differenzia in base ai mezzi scelti, e quindi anche al modo in cui impiegare questi mezzi, non recupera il proprio senso soltanto in funzione dell’obiettivo che si è scelto. Quest’ultimo, se resta essenziale – e come potrebbe essere altrimenti – per la gente, non lo è per me che sono quello che sono.
Questo chiamarmi diverso, questo identificarmi come portatore di un pensiero diverso – e quindi di una metodologia diversa – non è aristocrazia dell’azione, e del pensiero, ma è reale identificazione di quello che voglio, con tutti i suoi limiti e le sue possibilità. Io voglio, nella lotta intermedia, quindi pienamente e soddisfacentemente rivendicativa, che emerga un metodo, che si raggiunga un risultato positivo attraverso il mio metodo, il mio metodo, non quella sommatoria di procedure raffazzonate che spesso vengono empiricamente messe insieme per fare prima, con intenti esclusivamente pratici, e con risultati a volte soltanto ridicoli.
E questo lo voglio anche in carcere. Il carcere, pur con le sue speciali condizioni repressive, non è un altro mondo, è soltanto un luogo “diverso” della società, e quindi del potere che la società condiziona e regge, un luogo fisico e mentale in cui il potere si esprime semplificando alcune sue regole, in particolare quelle repressive. Luogo dell’istituzione totale che, per questo motivo stesso, rende alcune condizioni più immediatamente leggibili. Al suo interno non ci si imbroglia tanto facilmente in mezzo alle “libertà”, di cui la cosiddetta società libera è piena fino all’orlo. In carcere tutto è più difficile, perfino fare una passeggiata, e, proprio per questo, tutto è più facile.
Sognare, come fa qualcuno, livelli di lotta in carcere caratteristici di alcuni decenni fa, collocando al massimo di questi livelli, ad esempio, la settimana rossa dell’Asinara, o gli scontri di Trani e di Voghera, significa non rendersi conto che non esistono livelli ideali di lotta, ma soltanto lotte che devono, ciascuna nell’ambito delle proprie caratteristiche, svolgersi, con il nostro personale contributo, fino in fondo, fino cioè ad esercitare tutte le loro potenzialità, per svilupparsi, se è il caso, verso una sempre possibile generalizzazione dello scontro.
Allo stesso modo per cui non c’è un cuore dello Stato, una contraddizione fondamentale del capitalismo, non c’è nemmeno una lotta da privilegiare sulle altre, ma un metodo che si rivela migliore degli altri, una volta sperimentato nella lotta, e quest’ultimo è certamente il metodo della conflittualità permanente, dell’autogestione e dell’attacco, metodo che tiene lontano tutte quelle forze che non hanno interesse a far sì che la lotta si sviluppi fino alle sue estreme, naturali, conseguenze.
La condizione carceraria non fa eccezione. Anche in carcere sono possibili lotte intermedie, e le esperienze di discussione e di approfondimento analitico che vengono qui presentate cercano di dimostrarlo.

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Note dell’Archivio
-La prima edizione è del 2000

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Appunti sul carcere di San Vittore

Aprile 2013, 20 p.

Questo documento ha l’obiettivo di raccontare come funziona il carcere di San Vittore, sperando possa essere d’aiuto a chi in futuro potrebbe percorrere un piccolo pezzo della sua vita dentro o a chi vorrebbe sapere come funziona e come si vive in questo carcere. Non è nostra intenzione dargli un’impostazione vittimista, perchè riteniamo che non esista al mondo un carcere “umano”, anzi, è proprio per il suo essere carcere che questo apparato va abbattuto.

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Appunti sul carcere di Milano-Opera

Aprile 2013, 11 p.

Questo breve dossier, realizzato nell’ottobre del 2008 e successivamente integrato, fornisce una panoramica sul carcere di Opera. Si tratta di informazioni raccolte negli ultimi due anni direttamente dai familiari nei giorni di colloquio, da detenuti o ex detenuti e proprio per questo motivo talvolta possono risultare imprecise o addirittura contraddittorie (ad esempio rispetto ai giorni di colloquio, su cosa si può portare in carcere e cosa no ecc..). Ciò è dovuto al fatto che “ogni carcere è una repubblica a sé” e le condizioni possono variare da sezione a sezione, da persona a persona, di giorno in giorno.
L’abbondante produzione legislativa contenuta negli ormai annuali “pacchetti sicurezza”, l’introduzione di sezioni speciali all’interno dei carceri, il semplice cambiamento di un direttore fino ad arrivare al cresciuto potere decionale esercitato dalle guardie hanno reso la reclusione sempre più discrezionale, imprevedibile e indefinita. Il carcere di Opera é destinato ad acquisire ulteriore importanza, all’interno del circuito carcerario, per svariate ragioni. Ad Opera sono presenti tutte le sezioni tipiche del carcere (giudiziario e penale) ad esclusione del femminile e del minorile. Vengono applicati tutti i regimi e circuiti carcerari speciali esistenti oggi in Italia (41 bis, EIV, AS). Oltre ad essere il più grande carcere d’Europa, quello di Opera ha da poco conseguito un altro triste primato, quello del carcere con il maggior numero di detenuti in regime di articolo 41 bis, avendo completato nel dicembre del 2006 i lavori di costruzione di ben 92 loculi da destinare all’isolamento totale. Infine, l’ipotesi ventilata di una dismissione del carcere di San Vittore e la prossima fuoriuscita di quello di Monza dall’area di competenza di Milano, diventando Monza una provincia a sé, rendono quello di Opera un carcere ancora più in espansione. In conclusione a questa premessa chiediamo a tutti e a tutte di contribuire a sviluppare questo lavoro di inchiesta segnalandoci le inesattezze e ampliando le informazioni.

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Abu-Jamal Mumia, “In diretta dal braccio della morte. Scritti dal carcere”

Edito da Multimedia Edizioni, Salerno, 1996, 184 p.

Prefazione
Non parlatemi della valle dell’ombra della morte. Io vivo là. Nella contea di Huntingdon della Pennsylvania centromeridionale c’è una prigione di cento anni fa, con le torri gotiche che emanano un’aria di presagio evocando la cupa atmosfera dell’Alto Medioevo. Io ed altri settantotto uomini passiamo circa ventidue ore al giorno in celle di due metri per tre. Le due ore restanti le possiamo passare all’esterno in un box recintato da una rete metallica e circondato di filo spinato, sotto lo sguardo di torrette con le mitragliatrici.
Benvenuti nel braccio della morte della Pennsylvania.
Sono un po’ attonito. Alcuni anni fa la Corte Suprema della Pennsylvania confermò la mia sentenza e condanna a morte con il voto di quattro giudici (tre si astennero). Come giornalista nero, che era stato una Pantera Nera nei lontani anni della giovinezza, ho studiato spesso la lunga storia americana dei linciaggi legali di africani. Ricordo una prima pagina del giornale Black Panther che riportava la citazione: “Un nero non ha diritti che un bianco debba rispettare”, dall’infame caso Dred Scott, in cui la più alta corte americana stabilì che né gli africani né i loro discendenti “liberi” hanno diritto ai diritti della Costituzione. Incredibile, eh? Ma è la verità.
Forse sono ingenuo, forse sono proprio uno stupido, ma pensavo che nel mio caso sarebbe stata seguita la legge e la condanna revocata. Davvero.
Persino davanti al brutale massacro dei MOVE a Filadelfia del 13 maggio 1985, che portò all’incriminazione di Ramona Africa, all’uccisione di Eleanor Bumpurs, Michael Stewart, Clement Loyd, Allan Blanchard, e alle altre infinite uccisioni di neri da parte della polizia da New York a Miami, tutti impuniti, la mia fiducia restava intatta. Persino davanti a questa implacabile ondata di terrore di stato contro i neri, pensavo che i miei appelli avrebbero avuto successo. Nutrivo ancora fiducia nella legge statunitense e la constatazione che il mio appello era stato rigettato fu uno shock. Riuscivo a capire razionalmente che le corti americane sono serbatoi di sentimenti razzisti e che sono state storicamente ostili agli imputati neri, ma è difficile sbarazzarsi di una vita di propaganda sulla “giustizia” americana.
Basta uno sguardo attraverso la nazione, dove al dicembre 1994 i neri costituiscono il 40 per cento degli uomini nel braccio della morte, o attraverso la Pennsylvania, dove al dicembre 1994, 111 su 184 uomini nel braccio della morte – più del 60 per cento – sono neri, per vedere la verità nascosta sotto le toghe nere e le promesse di uguali diritti. I neri sono solo il 9 per cento della popolazione della Pennsylvania e solo l’11 per cento dell’America.
Come ho detto è difficile sbarazzarsene, ma forse possiamo farlo insieme. Come? Considerate questa citazione che ho visto in un libro di legge del 1982, di un avvocato molto in vista di Filadelfia, di nome David Kairys: “La legge è semplicemente la politica con altri mezzi”. Queste parole spiegano bene come le corti funzionino nella realtà, oggi come 138 anni fa nel caso Scott. Non si tratta di “legge” ma di “politica” con “altri mezzi”. Non è forse questa la verità?
Io continuo a combattere contro questa sentenza e condanna ingiusta. Forse possiamo sbarazzarci di alcuni dei pericolosi miti inculcati nelle nostre menti come una seconda pelle e farli a pezzi, come il “diritto” a difendersi da soli; persino il “diritto” a un processo giusto. Questi non sono diritti. Sono privilegi dei potenti e dei ricchi. Per i senza potere e i poveri sono una chimera che svanisce appena si cerca di afferrarli come qualcosa di reale e sostanziale. Non aspettatevi che le reti dei media ve lo dicano, perché non possono a causa del rapporto incestuoso tra essi e il governo e la grande impresa, che entrambi servono.
Io posso.
Anche se devo farlo dalla valle dell’ombra della morte, lo farò.
Dal braccio della morte, questo è Mumia Abu-Jamal.

Dicembre 1994

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Live from death row”, 1995

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Rapporto sulla violenza fascista a Catania

A cura della Federazione Provinciale del PCI di Catania, Salemi, Roma, 7 ottobre 1972, pag. 92

Questo libro è una raccolta di documenti, senza alcun commento: sono i fatti che parlano. E questi fatti parlano di grandi omissioni, di inspiegabili omertà, di colpevole inefficenza di settori dell’apparato statale, fino al punto di far pensare ad un incrocio fra le trame eversive fasciste e i disegni accarezzati da taluno all’interno dei cosiddetti “corpi separati”.

Di questa inerzia, di queste oscure compromissioni – di cui ogni giorno giunge una nuova clamorosa prova – Catania è soltanto un esempio, anche se clamoroso, anche se tipico per il Mezzogiorno

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(a cura di) Compagni e Compagne contro il carcere e la repressione, “Contro il carcere, l’art. 41 bis, i reati associativi. Contro l’attacco alle lotte sociali. A sostegno dei prigionieri rivoluzionari e delle lotte di tutti i detenuti”

Milano, 2003, 91 p.

Il carcere e la cortina di silenzio con la quale si vuole avvolgere quan­to accade al suo interno sono uno strumento politico del potere per risolvere le profonde contraddizioni che produce.
Nessuna voce d’accusa, di protesta, di indignazione deve turbare la “pace sociale” imposta dal capitale. In tempi di crisi economica gene­ralizzata e diffusa, fatta pagare come sempre con sudore e sangue ai proletari, ogni forma di lotta e di organizzazione, dentro e fuori dal car­cere, diventano estremamente pericolose per la sopravvivenza di questo sistema.
Per sviluppare un dibattito tra le diverse realtà del movimento rivolu­zionario e antagonista, tra i detenuti e i loro familiari, per costruire una rete di controinformazione e mobilitazione, per praticare una concre­ta solidarietà di classe.
Dicembre 2002
compagne e compagni contro il carcere e la repressione

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Fuori dalle Fogne: tra egemonia culturale di destra e i fascisti del terzo millennio.

Moyote Project, Shortfuse Press, Londra, 25 Aprile 2010, pag. 26

Questo articolo nasce dalla richiesta di Mute – una rivista inglese che si occupa di arte e politica (www.metamute.org) – di comprendere meglio il fenomeno dell’estrema destra italiana al tempo dell’avvento delle “occupazioni non conformi”. Una volta scritto l’intervento abbiamo pensato che – sebbene pensato per un pubblico estero – potesse interessare, nonostante i suoi limiti, anche a chi si trova a vivere quotidianamente in prima persona la recrudescenza del neofascismo. Questa versione dell’articolo su Casa Pound e affini vorrebbe delineare in termini introduttivi questo fenomeno con la convinzione che per combattere il fascismo si debba anche conoscere e cogliere le dinamiche che lo attraversano.

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