Anonimo – La cuoca di Buenaventura Durruti. La cucina spagnola al tempo della guerra civile. Ricette e ricordi.

Derive Approdi, Roma, 2005, 203 p.

“La cuoca di Durruti” è il diario di una giovane donna tra il 1932 e il 1939, gli anni della “guerra civile” in Spagna, che segnano una delle più tragiche stagioni del mondo moderno. Ma sono anche gli anni che nutrono le più diffuse speranze di libertà e i più grandi sogni di uguaglianza. A descrivere questo tempo è Nadine, una militante rivoluzionaria della colonna Durruti. Un’osservatrice anomala che riesce sapientemente a intrecciare il racconto delle passioni che animarono i combattenti, i limiti e le illusioni delle loro strategie, i tradimenti di cui furono vittime e la straordinaria esperienza di cui furono protagonisti. Nadine è l’emblema di una generazione che ha scelto di fondere la propria vita con gli ideali in cui ha creduto.

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Enrico Acciai, Viaggio attraverso l’antifascismo. Volontariato internazionale e guerra civile spagnola: la Sezione Italiana della Colonna Ascaso

Università degli Studi della Tuscia, Dipartimento di Storie e Culture del Testo e del Documento, 2010, 410 p.

Questo lavoro ripercorre le vicende della Sezione Italiana della Colonna Ascaso, il primo gruppo di antifascisti italiani ad organizzarsi nel corso della guerra civile spagnola. I promotori di quest’esperienza furono Camillo Berneri, intellettuale libertario, e Carlo Rosselli, leader e fondatore del movimento Giustizia e Libertà.
La Sezione Italiana combatté sul fronte aragonese tra l’agosto del 1936 e l’aprile dell’anno successivo; in questa colonna si arruolarono anarchici, giellisti, comunisti, socialisti e repubblicani. Dopo aver fatto un sommario “ritratto” dei membri del gruppo, si è deciso di investigare le radici profonde della loro scelta volontaristica. Si è quindi andati ai primi anni ’20 e all’avvento al potere del fascismo, quando i futuri partecipanti alla sezione italiana dovettero confrontarsi con le violenze squadriste e maturarono una precoce scelta dell’esilio. La memoria traumatica delle violenze e delle vessazioni subite durante questo periodo avrebbe giocato un ruolo decisivo nelle scelte che si sarebbero fatte a partire dall’estate del ’36.
La nostra analisi si è quindi spostata sugli anni dell’esilio, quando, i futuri volontari, si dovettero confrontare con le difficili condizioni della vita degli esuli politici. Come esempio paradigmatico si è approfondito l’analisi delle vicende della comunità libertaria toscana a Marsiglia. Fu inoltre durante questi anni che le due principali famiglie politiche della Sezione Italiana, quella giellista e quella libertaria, ebbero modo di conoscersi e di confrontarsi. L’ultima parte della tesi è dedicata al periodo spagnolo: la difficile vita al fronte, le tensioni politiche in seno al gruppo, i rapporti tesi con i comandi militari spagnoli, la complicata convivenza con l’esperienza delle Brigate Internazionali sono alcuni degli aspetti che si sono privilegiati nella
nostra analisi.
Il lavoro si chiude con l’abbandono di GL (gennaio ’37) e lo scioglimento della Sezione Italiana (aprile ’37); dopo i fatti del maggio ’37 molti reduci del gruppo, in maggior parte anarchici, rimasero coinvolti nella repressione di cui fu vittima il movimento libertario spagnolo. In conclusione, quello spagnolo oltre a rivelarsi un periodo importante nei vari percorsi individuali attraverso l’antifascismo, rappresentò anche la definitiva presa di coscienza delle tensioni che agitavano le stesse forze politiche antifasciste.

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AA.VV. – Immagini nemiche. La guerra civile spagnola e le sue rappresentazioni (1936-1939).

Editrice Compositori, Bologna, 1999, 436 pag.

A sessant’anni dal suo epilogo continuiamo ad interrogarci sulla guerra civile spagnola. Giunti alla svolta di un secolo, che molti considerano già concluso tra la stagione della crisi petrolifera e il crollo dei regimi comunisti, siamo più che mai invitati a riflettere sul senso di questa nostra epoca e a confrontarci con la complessità tragica della vicenda spagnola, segnata dall’idealità e dall’ideologia in cui si intrecciano le lotte per il potere e le lotte per la terra, le battaglie per la dignità di milioni di uomini e donne in Spagna e altrove. Guerra antifascista, guerra nazionale, guerra rivoluzionaria, guerra sociale, guerra per la democrazia, guerra antibolscevica, crociata per la fede: anche nella pluralità delle definizioni che le parti avverse e gli osservatori contemporanei mettono in campo è la novità, propria del Novecento, di un conflitto fratricida e insieme internazionale. Tra comunismo, fascismo e democrazia si schierano i protagonisti di quella più vasta “guerra civile” che attraversa la storia europea nei decenni delle due guerre mondiali.
Recenti analisi storiografiche, che mirano a rivalutare il franchismo nella cornice di un processo più ampio di revisione di tutto il Novecento, al di fuori della semplice antitesi comunismo-anticomunismo, non hanno, d’altro canto, condotto ad una comprensione più adeguata e interna della guerra civile spagnola. Ma anche da esse emerge che ogni giudizio critico sul Novecento deve misurarsi con il dramma spagnolo. Vero è che la mostra, di cui questo catalogo rappresenta l’introduzione, non vuole essere né un capitolo di tale dibattito storiografico, né una illustrazione documentaria, sia pure ricca, e forse più nuova,rispetto ad altre imprese espositive. Come spiegano Luisa Cigognetti e Pierre Sorlin nel loro saggio, essa si propone di rappresentare criticamente una peculiarità della vicenda spagnola, quella della informazione e della comunicazione collettiva, con le nuove tecniche della propaganda e della suggestione iconografica in cui gli eventi e gli uomini si trasformano in immagini, divengono strumenti di una nuova retorica convertita in ideologia. La fotografia, la cinematografia documentaria e quella di fantasia, i manifesti e i volantini, i giornali e i rotocalchi, la memorialistica e la narrativa, i saggi e libelli politici, le cartoline e i francobolli: tutto serve per “raccontare” la guerra e quasi continuarla, tra consenso e rifiuto, con i miti dell’iperbole tragica o epica, con la forza ossessiva di un coinvolgimento che vuole riaffermare la fede nella democrazia o quella nel fascismo. E sono strategie differenti, anche quando si appellano a tecniche e processi artistici comuni, con esiti che riflettono insieme il gioco del gusto e della cultura in una nuova civiltà di massa. Così il nostro intendimento è stato quello di riproporre, ordinata intorno ad alcuni temi o nuclei principali, la varietà delle forme e delle procedure rappresentative che hanno accompagnato la guerra di Spagna, con gli “sguardi divisi” dei fotografi e dei cineoperatori, con le voci contrapposte dei giornalisti e degli scrittori, con le “immagini nemiche” degli artisti e dei modellatori politici del consenso emotivo o del pathos civile. Anche la ricezione fa parte di un grande evento storico e ne è quasi un complemento.
Il nostro lavoro ha tratto origine da una proposta dell’Istituto regionale “Ferruccio Parri” – che aveva già rivolto la sua attenzione alla guerra civile spagnola organizzando nel 1987 un convegno e dedicandovi uno dei suoi “Annali”, a cura di Luciano Casali -a cui si è associato l’Istituto regionale per i beni artistici, culturali e naturali. Alla sua base è l’acquisizione, da parte dell’Istituto Parri, dello schedario e dell’archivio dell’Associazione dei Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna (descritto qui da Luigi Arbizzani) e di circa 300 fotografie aeree scattate nel 1937-1938 dai veivoli dell’aviazione legionaria delle Baleari, ossia dall’aviazione italiana inviata a sostegno delle forze nazionalistiche.
Di qui si è strutturato il lavoro di ricerca dell’Istituto per i beni culturali, raccogliendo materiali fotografici, cinematografici, iconografici e a stampa, oltre a documenti di archivio da diversi paesi europei, dalla Spagna sino alla Russia, per molta parte ancora ignoti in Italia.

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Germinal 1936-1956. Ventennale della Rivoluzione Spagnola. Numero Unico a cura della Federazione Anarchica Giuliana

Numero unico, Trieste, luglio 1956, pag 6.

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Mera Cipriano, Rivoluzione armata in Spagna. Memorie di un anarco-sindacalista.

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Settembre 1978, 496 p.

Prefazione di Andrea Chersi
Questo libro, scarno e poco « letterario », con ripetizioni, periodi brevi e vacillanti a volte, ha forse i suoi pregi nella forma in cui è stato scritto dall’autore o meglio forse curato e preparato sugli appunti suoi.
Scritto da un « albanil », come orgogliosamente ammette l’autore, trovatosi alla fine della guerra, quasi casualmente, col grado di tenente colonnello al comando di un corpo d’armata. È questa una rivincita davanti al generale disprezzo, soprattutto in campo militare, verso gli anarcosindacalisti che fin dal primo momento rappresentarono invece la maggioranza delle forze mobilitate. Questo valoroso militante è morto il 24 ottobre del 1975 a St. Cloud, un mese prima di Franco. Da molto tempo risiedeva nei dintorni di Parigi, dove aveva ripreso il suo mestiere di muratore finché potè, continuando a dare il suo contributo al Movimento Libertario spagnolo in esilio, pur mantenendo uno spirito di autonomia che lo portò, insieme a molti altri militanti, a duri scontri con la burocrazia immobilista che dirige il Movimento in esilio (ne è prova la sua partecipazione alla fondazione del « Frente Libertario » ).
Testardamente, fino all’ultimo, rifiutò sempre di pubblicare in Spagna questo libro, anche dietro l’offerta di fortissime somme.
Proprio in concomitanza con l’assassinio « legale » del compagno Puig Antich, rifiutò seccamente ancora una volta qualsiasi proposta in tal senso. Grandissimo merito di questo libro è che contribuisce a combattere la montagna di menzogne dei libri e stalinisti e borghesi sulla guerra civile spagnola.
È un libro chiarissimo, in prima persona, in cui Mera racconta solamente ciò che vide e fece. Un libro chiarissimo anche per il lettore, nel bene e nel male. Quella sua conoscenza degli ambienti, dell’atmosfera, degli intrighi, gli permette di descrivere gustosamente negoziazioni, patti, accordi e porcherie tra generali, rappresentanti monarchici, socialisti e libertari.
Ma su due punti vorrei qui solamente fare un accenno: il primo è il grosso problema della questione militare nella guerra civile spagnola, per cui nessuno parla del periodo successivo alla militarizzazione, mentre un’abbondante letteratura esiste sull’opera degli anarchici nelle collettivizzazioni, sui primi episodi della lotta armata e della fase miliziana. Ma, e l’aspetto militare? È questa forse la prima testimonianza dell’attività militare degli anarchici e dei confederali alla lotta antifascista. Cipriano Mera fu uno dei protagonisti della spinosa questione della militarizzazione delle Milizie Volontarie. Certo, fu lui a sostenerla come necessaria, come unica soluzione, per avere un « esercito ancor meglio organizzato di quello nemico », senza distinzioni di partito, con una disciplina di ferro.
Ne nacque una tremenda polemica che è durata nella letteratura anarchica e che dura tutt’ora (vedi Santilldn, Semprun Maura, ecc.), ma occorre tener presente che, come scrive lui stesso, egli all’inizio fu sempre strenuo sostenitore della guerra per bande, la guerra tradizionale e vittoriosa degli spagnoli contro i francesi di Napoleone. Oggi si continua ad affermare che Mera è stato uno degli artefici della militarizzazione. Ma dopo la decisione dei « ministri anarchici » di far parte del governo, che altra soluzione poteva rimanere? Comunque, quando ormai il nemico è alle porte, è lui a riproporre i gruppi di guerriglia da infiltrare nelle linee nemiche. Curioso poi che la teoria delle « partidas » di « braudoleros » venga ripresa poi (nel ventennio ’40-60 soprattutto), e per massima parte, dai comunisti (v. Pons Predes, « Guerrillas espanolas 1936-1960 », Barcelona 1977).
Santilldn dice: « la nostra guerra non era una guerra di un esercito contro altri eserciti, ma l’azione armata di un popolo contro i suoi nemici ». È vero, ma poi anche Santillan si perde per strada con elucubrazioni su praticamente improbabili differenze tra guerra di Stato e guerra di popolo, sullo spirito che ne è alla base, eccetera e torna anch’egli alla guerriglia popolare antinapoleonica del XIX secolo come l’unico modello possibile di azione popolare.
In stretto legame con il problema della militarizzazione, c’è quello dell’oscuro affare Casado. Dice Ignacio Iglesias che Casado non avrebbe potuto far niente senza Cipriano Mera e i libertari.
In effetti, Mera fu uno (se non l’unico) strumento e l’artefice principale del volere di Casado, che costituì una Giunta per arrivare ad una « pace onorevole » coi fascisti. Dice sbrigativamente Vernon Richards: « a Mera l’uniforme andò alla testa ».
Il problema poi non è tanto quello della necessità o meno della militarizzazione, ma di come venne risolto, con atto autoritario e con l’avallo dei leaders carismatici che svolsero un ruolo « ambiguo ed equivoco ». Ci fu una prevaricazione ed una presa di decisioni da parte dei « capi » senza il controllo della base, cosa che fece sbottare il Berneri in un’accusa di « bolscevizzazione » della CNT che seguiva le decisioni prese in alto e volute dai consiglieri russi. Questi santoni della CNT furono dunque docili strumenti di mistificazione verso gli anarchici. Dei pompieri. Decisione che diede esca allo strapotere dei comunisti nella polizia e nell’ambito militare. E fu proprio Berneri l’unico a tentare di conciliar la necessità della guerra con lo spirito delle milizie, sostenendo un compromesso tra i princìpi « eterni » dell’anarchismo e la dominante frenesia militarista.
Rimane il fatto che, come dice Semprun Maura, si perdette la guerra perché non si volle fare la rivoluzione.
Perché Mera fu forse l’unico a scrivere sull’attività militare degli anarchici? Esisteva da parte degli anarchici una certa ripugnanza verso tutto ciò che ha a che fare col mondo militare. E si riteneva, da parte degli anarchici che parteciparono alla guerra spagnola, accidentale l’intervento nella lotta armata. Una specie di errore di cui meglio è non riparlare. Quindi si potè sviluppare la leggenda per cui la lotta armata fu sostenuta esclusivamente dai comunisti e quell’altra leggenda che sosteneva che gli anarchici erano tutti dediti all’ozio o litigavano o rubavano o scappavano davanti al nemico, mentre gli altri « patrioti » (i comunisti, naturalmente) combattevano e morivano. Resta il fatto che per sconfiggere militarmente i comunisti che erano alla difesa di Madrid, Mera ci metta appena un paio di giorni.
Il secondo punto è la sgradevole impressione che il libro lascia nel lettore quando descrive il periodo susseguente alla vittoria di Franco: l’estrema « correttezza » di molti funzionari franchisti, le proteste nelle carceri, la libertà di poterne uscire dietro « garanzie » rappresentate da compagni anarchici presso le autorità, la semi-libertà di cospirare. Certo, ci sono le centinaia, migliaia di assassina « legali », la vendetta compiuta a freddo, la tremenda repressione. Ma perché, dopo essere stato condannato a morte, proprio Mera viene liberato due anni dopo? Una mossa propagandistica, come sostiene lui? Un po’ eccessivo, mi pare. È questo un aspetto che lascia perplessi.
Avvincente è il racconto delle sue peregrinazioni in Africa del Nord, avventuroso viaggio senza meta, comune a tanti combattenti antifascisti. Il nostro Pio Turroni ha avuto un’odissea simile che l’ha portato a Casablanca (dov’era anche Mera) in giro per il mondo. (Ottimo contributo alla nostra storia sarebbe una sua autobiografia.)

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Guerra, exilio y carcel de un anarcosindacalista”, Editions Ruedo Iberico, Chàtillon-sous-Bagneux, 1976

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Massafra Nicola, “Acracia.La Cultura popolare Libertaria spagnola nel racconto utopico e nel romanzo individualista.”

Tesi di laurea del Corso di laurea in Lingue e Letterature straniere, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Siena, Anno accademico 2007-2008

Introduzione all’Acracia
Tra il 1868 e la fine della guerra civile spagnola molti sono stati gli eventi che hanno sconvolto e cambiato inesorabilmente il volto della Spagna. Cambi radicali alcuni, più regolari altri sono avvenuti in tutte le manifestazioni umane: parliamo di cultura, di politica, di economia, di società, di costumi. Tutto viene messo in dubbio; la sorte del futuro è la posta in gioco. Nella penisola iberica più che in ogni altro paese della civile Europa si accusa e si percepisce questo rinnovamento della realtà, a volte duro, sempre necessario. Si parla di rivoluzione dei costumi, di diritti personali, di messa al bando di vecchi principi, di estinzione di assurdi privilegi, di repubblica e di socialismo.
La Spagna a cavallo tra „800 e „900 conosce una ondata di nuove culture e ideologie, alcune delle quali sempre sommerse in certi strati della società iberica. Tra queste emerge quell‟anarchista, la cultura e l‟idea libertaria si diffonderanno più che altrove e mostreranno il volto rivoluzionario del paese. Una cultura fatta di molteplici soggetti, da diversi punti di vista accomunati dall‟esaltazione della libertà sopra ogni cosa e da un estremo individualismo.
La diffusione dell‟idea, avvenuta in maniera naturale nel paese, si caratterizzò per la sua attitudine popolare e si basò sulla presa di coscienza dell‟uomo. Comunicare e diffondere messaggi ribelli, fomentare il libero pensiero e l‟individualità, ridare la dignità al popolo, ma più in generale al genere umano erano scopi fondamentali del libertario, che militava concretamente nella strada o utilizzava indistintamente la carta stampata. L‟acculturazione, arma del popolo per l‟emancipazione, divenne vitale preoccupazione, vera necessità da poter soddisfare in breve. L‟onnivoro consumo di letteratura edificante e la produzione di scritti politici e filosofici insieme alla letteratura d‟evasione, di canti, romanzi, di racconti per l‟infanzia, denotarono le caratteristiche dell‟ideale d‟uomo e della vita nella moderna società. Si rese popolare la produzione, e si nobilitò la figura dello scrittore “dilettante” che aveva come scopo ben altro che la pura distrazione letteraria, la fama o la fuga artistica dalla realtà.
Vedremo più da vicino la produzione artistica, la letteratura prodotta in anni in cui lo strumento culturale e divulgativo cominciavano a diffondersi per diventare prodotto di consumo. È ampiamente riconosciuta l‟abbondanza della produzione anarchista, che, sotto vari nomi può essere analizzata come importante opera della cultura popolare ispanica che a volte sfiorava quell‟eccelsa, quell‟ufficiale. In un paese in cui si cercò di sostituire il parlamento con l‟auto governo e in cui vari furono gli esperimenti di collettivizzazione, in cui la quema de iglesias e l‟educazione libertaria presero corpo attraverso la Escuela Moderna ed agli altri esperimenti di alfabetizzazione, in una realtà dura dominata dall‟elite politica, alimentata dall‟ignoranza popolare, non deve sorprendere la diffusione di un ideale che fece dell‟acculturazione un baluardo da difendere per poter giungere alla tanto auspicata rivoluzione sociale. Le energie furono molte e da ogni versante per poter rendere più palpabile, più vivo il sogno di Acracia.
Acracia è un termine probabilmente intraducibile, in una parola viene riassunto un concetto che in altre lingue può essere spiegato solo mediante un discorso filosofico-sociale. Acracia deriva da A-cratia, in altre parole negazione del governo, nella lingua italiana potrebbe tradursi con il neologismo “acrazia”. Si esprime mediante una sola parola il significato primo della cultura libertaria, la a-crazia, la mancanza di governo causato dal rifiuto stesso del potere dell‟uomo sull‟uomo. In sole sette lettere si sintetizza questa negazione del governo e di tutte le istituzioni che tendono alla supremazia ed al controllo spasmodico dell‟individuo e delle masse. In Acracia, il disprezzo per l‟onnipresente oppressore si traduce in amore per la libertà. Vediamo appunto che nella cultura stessa, nella lingua, specchio di una mentalità plasmata nei secoli, si trova questo valore sconosciuto in altri luoghi, principio atemporale in ogni modo, (antico quanto il mondo) di “autogoverno”, di decisione indipendente, di regolamentazione individuale.
Cercando Acracia in un qualsiasi dizionario, possiamo trovare i seguenti sinonimi: Anarquía, Desgobierno, Desorden, Libertinaje, Revolución, Agitación, Nihilismo. È curioso come nessuno di questi termini possa essere realmente accostato al concetto acrata vero e proprio. Desgobierno è probabilmente ciò che può rendere un‟idea più o meno imprecisa del concetto, anarchia non è altro che un sinonimo usato nella maggior parte delle culture e delle lingue occidentali. Rivoluzione è poi il mezzo, per poter giungere al fine vero che è la felicità appunto: Acracia.
Questa felicità intravista nell‟autogoverno, nella libertà assoluta dell‟individuo, nel godimento totale del frutto del lavoro a cui ogni uomo ha diritto, è l‟argomento del presente lavoro. Un lavoro centrato sulla produzione di scritti popolari che ruotano intorno ai primi anni del XX secolo. La letteratura prodotta dai libertari faceva capo a strumenti preesistenti; di fatto, nulla inventarono questi scrittori popolari, ma fecero uso dei mezzi più diffusi del mondo letterario: il romanzo, il racconto breve, forme letterarie religiose, come l‟esempio in forma di parabola, il catechismo, del quale adottano persino il linguaggio, sonetti e canzoni. Nulla ci fa credere che la volontà di questi scrittori fosse apportare novità estetiche sia pure di basso livello, ciò che i libertari fecero difatti, fu, creare senza prerogative su di un mezzo pienamente conosciuto e ampiamente utilizzato opere vitalistiche, utili, incendiarie, ribelli per tutti, por y para todos. Qui risiede l‟originalità della letteratura popolare ispanica di matrice anarchica, obrerista, libertaria o come la si voglia catalogare. La libertà della creazione per mano della volontà, una creazione utile o utilitaria, dettata dalla necessità, dal desiderio, dall‟urgenza comunicativa.
Vista la notevole mole della produzione libertaria popolare dell‟epoca, di racconti, articoli, poesie, ci si concentrerà sopratutto nell‟ambito narrativo con caratteristiche esplicitamente utopiche. Tratteremo di evidenziare le caratteristiche fondamentali di questo tipo di narrativa, vedremo da vicino i sogni, le speranze, la rabbia, e le manifestazioni d‟amore e d‟odio di alcuni dei rappresentanti di quell‟ambiente che non aveva confini al suo interno. Lo scrittore anarchista di per sé non esiste, non si può definire l‟artista come se fosse portatore di una nuova ondata di apportazioni estetico-letterarie fini solo al senso esteriore. Lo scrittore acrata scrive per intrattenere, ma ha sopratutto uno scopo: portare un messaggio quanto più lontano possibile a quante più menti e braccia possibili.
Vedremo che questa cultura popolare è autentica, verdadera, la sua produzione sarà compito di braccianti, agricoltori, tipografi ed insegnanti in maniera del tutto indifferente, del tutto arbitraria. Ci concentreremo sopratutto sugli scritti di alcuni personaggi le quali esistenze, i cui insegnamenti saranno così vicini a quelli dei personaggi sulla carta stampata da poter creare una piccola confusione tra realtà vissuta ed immaginata, tra biografia e finzione letteraria. Alcuni di questi personaggi sono arrivati ai giorni nostri e considerati come eroi rivoluzionari, alcuni militanti, molti sopratutto come uomini, persone che attraverso la propria condotta trascinarono lettori e incoraggiano tuttora alla produzione popolare.
Parliamo di individui a volte anche lontani dalla lotta, di persone uniche amanti della vita e delle manifestazioni dell‟essere umano. Come gli stessi eroi dell‟epica acrata “individui integrali”: amanti della natura e del sapere, lavoratori della cultura, con la cultura del lavoro, capaci di impugnare arnesi da campo e scrivere opere letterarie dal gusto popolare ma di un sapore unico. Uomini come: Joan Montseny, meglio conosciuto come Federico Urales, Anselmo Lorenzo, Ricardo Mella spiccano sopra tutti gli altri. Individueremo le caratteristiche del mondo nuovo secondo loro, le vicende che porteranno alla società egualitaria, libertaria, la costruzione della pace con la necessità della distruzione delle istituzioni che ingabbiano l‟individuo e che danno alla moltitudine una sorta di potere fittizio e un‟ ingiustizia amara.
Ci soffermeremo sopratutto sulla narrativa e nella fattispecie sul racconto d‟anticipazione, cioè su quel genere chiamato romanzo utopico, prendendo come esempi campione Nueva utopía, El Siglo de oro, Amoría rispettivamente di R. Mella, M Burgés e A. Lorenzo. Inoltre si approfondirà il discorso sul romanzo esemplare tipicamente libertario, una commistione di finzione letteraria, biografia, pedagogia e intrattenimento rappresentati da Los hijos del amor, la “novela obrerista” Justo Vives e dalla “novela de una vida ideal” Sembrando Flores, a firma di F.Urales il primo ed il terzo, di A. Lorenzo il secondo. Seguiremo le sorti degli uomini e delle donne destinate a vivere in Acracia. L‟idea di Acracia è quella di un paese senza confini in cui gli esseri liberamente possano esprimersi cercando in ogni modo possibile il raggiungimento della felicità, attraverso l‟esperimento, la conoscenza, e la consapevolezza della continua evoluzione che riparerà al fallimento umano della violenta realtà dell‟egoismo.

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Landau Katia, “Le stalinisme en Espagne. Témoignages de Militants. Révolutionnaires sauvés des prisons staliniennes.”

Edito da Spartacus, Parigi, 1938, 48 p.

Katja o Katia Landau, pseudonimo di Julia Lipschitz Klein, fu la compagna del comunista trotzkista austriaco Kurt Landau, rapito e fatto sparire dal NKVD durante la guerra di Spagna. Nell’opuscolo prefazionato da Alfred Rosmer, sindacalista e fondatore della Terza Internazionale, Katia Landau descrive minuziosamente l’infiltrazione del NKVD all’interno delle istituzioni repubblicane spagnole. La denuncia contro gli stalinisti e gli agenti del NKVD presenti è dura e mirata, demistificando le motivazioni con cui essi si davano addosso (anche uccidendo) i rivoluzionari presenti nel territorio iberico.

Nota:
-Testo in lingua francese

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Gonzales Ildefonso, “Il movimento libertario spagnuolo.”

Ciclostilato a Torino, Ottobre 1976, XII+51 p.

Questo prospetto delle condizioni attuali degli sforzi di azione sociale degli anarchici spagnoli in esilio è stato pubblicato in varie puntate dalla rivista “Volontà”. Lo diamo ora completo perchè pensiamo che per quanto così sommario (l’autore non pensava scrivendolo che si potesse pubblicare in opuscolo) possa suscitare riflessioni più meditate. Uomini e donne che, a conclusione di vite intensamente combattute in patria, spesso anche dalle loro famiglie, costretti a vivere sotto sorveglianza continua e continua minaccia di espulsione dalle autorità dei paesi in cui han trovato rifugio – eppure non abbandonano, non mutano le loro volontà essenziali, ma trovano via via più difficile fare qualche passo concreto nella direzione in cui tendono: ecco un quadro in cui molti anche non spagnoli ritroveranno le radici di molti problemi anche loro, ai quali purtroppo è difficile trovare soluzioni.
È tanto difficile “fare” su un piano di azione sociale, in un mondo in cui l’azione sociale pare divenuta un riservato dominio dei politici, e pare quindi che l’unica scelta possibile sia tra il cedere e il far politica anche noi, degenerando inevitabilmente, rassegnandoci alla involuzione inevitabile dell’inezia. Eppure se ci rifiuteremo energicamente di fare della politica e ci decideremo di tornare ad essere persone tra persone, in basso, tra il popolo, senza ambizione di dirigere il nostro prossimo, che è il primo passo per comandarlo, qualche strada finiremo invece per aprircela anche noi. È assurdo che ci si riconosca costretti a scegliere o il tifo o la peste: c’è pure – anche se più difficile – la via della salute.
Ildelfonso Gonzales ci aiuta, con il racconto di un’altra esperienza a pensare questi problemi. Per la conoscenza che egli ha della Spagna e del movimento anarchico spagnolo, per la sua partecipazione agli avvenimenti principali di quest’ultimi trent’anni del movimento anarchico internazionale era uno dei più indicati per farci un quadro dell’attuale situazione del movimento anarchico spagnolo.
L’autore ci avverte, però, che essendo passato molto tempo da quando il quadro venne fatto, esso avrebbe fatto bisogno di essere aggiornato. Ma noi pensiamo che anche con le avvertenze e le modifiche Ildefonso Gonzales fa nella sua introduzione, l’essenziale del movimento libertario spagnolo rimane immutato: e cioè il suo considerevole numero di militanti di primo piano (ed in questi includiamo non solo gli intellettuali di valore ma gli umili compagni che hanno preferito e preferiscono la lotta dura e tutte le peripezie dolorose di 13 anni di esilio alla schiavitù di Franco, e soprattutto coloro che per volere riprendere il loro posto di battaglia nella loro terra affrontano la morte o la prigione) e lo spirito di sacrificio e la volontà di cui sono animati e per cui sono riusciti a mantenere vivo un movimento anche tra le difficoltà incontrate in paesi stranieri. Crediamo che questo scritto interessi i compagni italiani, molti dei quali hanno stretto rapporti solidi con i compagni spagnoli, dividendo con loro tutte le magnifiche e poi dolorose vicende della guerra civile spagnola. E ci auguriamo che esso trovi lettori attenti anche fuori dal nostro campo, in modo che il problema spagnolo attiri l’attenzione e l’interessamento di altri al di fuori di noi anarchici.
Franco, nonostante tutte le riabilitazioni volute dagli uomini di Stato, rimane il boia che fucila imprigiona tutti coloro, e sono molti, che osano ribellarsi alla sua tirannia. Ma contro la Spagna di Franco si erge, silenziosa e vendicatrice, quella del popolo spagnolo, ed è da essa che va la solidarietà degli anarchici e di tutti gli uomini amanti della libertà.
Questo lavoro, per quanto modesto, vuol essere anche una testimonianza di gratitudine verso questa Spagna libertaria che, come ha detto così bene Albert Camus, ha innalzato nelle sue opere di fronte a tutta la società coalizzata contro di essa un’immagine dell’uomo che resta e resterà il nostro esempio.
GLI EDITORI

Nota
-Lo scritto di Gonzales venne pubblicato su “Volontà”, nn. 6,7,8,9 e 10/11, anno VI, 1952
-Digitalizzazione fatta con la fotocamera

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Convegno antifranchista per una concreta solidarietà alla lotta del popolo spagnolo

Numero unico, a cura del Gruppo Giovanile Libertario di Milano e del Gruppo Anarchici “L’internazionale„ di Genova, 1962, 2 p.
Nota
-digitalizzazione fatta con fotocamera
-la prima pagina era divisa in orizzontale ed unita successivamente.

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(a cura di) Cansella Ilaria e Cecchetti Francesco – Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola. Le biografie

Riproduzione C&P Adver – Effigi, Arcidosso (GR) novembre 2011, n° pagine 480

Frutto di una lunga stagione di ricerche, il libro vede la luce grazie al sostegno accordato dal Ministerio de la Presidencia della Spagna ai progetti dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea. Il volume si compone di saggi, che esplorano il lungo periodo dell’impegno dei volontari toscani, tra militanza antifascista in patria o nell’emigrazione, partecipazione alla guerra e vicende successive, tra campi di concentramento della Francia del Sud, Resistenze, ritorni. Sono allegate al testo, in formato digitale, le schede biografiche dei volontari antifascisti toscani. Allo stato attuale della ricerca, sono state ricostruite 408 storie di vita, ma questo lungo lavoro ha l’umiltà di dichiarare la necessità di lasciare aperta la porta a ulteriori approfondimenti.

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