Finzi Paolo, “La nota persona. Errico Malatesta in Italia. Dicembre 1919-Luglio 1920”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Giugno 1990, 174 p.

Alla fine del 1919, dopo oltre cinque anni di esilio (per sfuggire ad un mandato di cattura spiccato in relazione alla Settimana Rossa), l’anarchico Errico Malatesta riesce finalmente a rientrare in Italia. Il suo arrivo – anche per le traversie e la mobilitazione popolare che l’hanno preceduto – costituisce un avvenimento di grande rilievo nel panorama sociale e politico italiano . Nel già surriscaldato clima del “biennio rosso”, Malatesta inizia subito un lungo giro di comizi che, in molte località dell’Italia centro-settentrionale, costituiscono l’occasione per affollate manifestazioni di piazza. Il movimento anarchico conosce una rapida crescita, le tematiche libertarie (anche grazie all’Unione Sindacale Italiana) coinvolgono ampi settori del proletariato, nel febbraio ’20 inizia a uscire (con una tiratura intorno alle 50.000 copie) il quotidiano anarchico “Umanità Nova ” (e Malatesta ne è il direttore), scioperi e lotte si susseguono, già si parla di occupazione delle fabbriche e delle terre: in questo contesto si colloca il progetto rivoluzionario del “fronte unito proletario “, tendente a coagulare alla base anarchici, socialisti e repubblicani. Seguendo quasi quotidianamente Malatesta nei suoi spostamenti, comizi, incontri, scritti, traversie giudiziarie , ecc., questo studio presenta inevitabilmente un affresco più generale dell’altra Italia — quella dei proletari, dei sovversivi, degli anarchici – nel primo semestre del ’20. Emergono così pagine di storia del movimento operaio e socialista che il predominio della storiografia marxista ha sempre cercato di cancellare.

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(a cura di) Finzi Paolo, “Insuscettibile di ravvedimento. L’anarchico Alfonso Failla 1906-1986. Carte di Polizia, Scritti, Testimonianze”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Febbraio 1993, 366 p.

Alfonso Failla (Siracusa 1906-Carrara 1986) è una delle figure più prestigiose del movimento anarchico di lingua italiana di questo secolo. Avvicinatosi giovanissimo all’anarchismo, si impegna nella lotta contro il montante regime fascista. Più volte arrestato e sottoposto a provvedimenti restrittivi, nel 1 930 viene spedito al confino, ove rimane – salvo una breve parentesi di libertà vigilata a Siracusa nel ’39 – fino alFestate del ’43. Dopo l’evasione in massa dal campo di Renicci d’Anghiari, partecipa alla Resistenza principalmente in Toscana, Liguria e Lombardia. Nel dopoguerra è tra ali organizzatori della Federazione Anarchica Italiana, redattore e direttore responsabile del settimanale Umanità Nova, attivo nell’Unione Sindacale Italiana. Tiene centinaia di conferenze, dibattiti e comizi, l’ultimo dei quali a Pisa dopo l’assassinio di Franco Serantini. Dal giugno del ’72, per ragioni di salute, è costretto ad interrompere l’attività pubblica. Questo volume è suddiviso in tre sezioni. Nella prima sono raccolte carte di polizia e documenti, relativi al periodo ’22/’43, tratti dal dossier Failla al Casellario Politico Centrale. Nella seconda sono raccolti gran parte degli articoli da lui scritti nel secondo dopoguerra. Nella terza sezione sono raccolte testimonianze della sua attività.

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Tellez Antonio, “Facerias. Guerriglia urbana in Spagna”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Ottobre 1984, 544 p.

INTRODUZIONE

Quando narrate fatti che si riferiscono alle idee o all’Organiz­zazione non nascondete nulla, dite tutto; le cose positive perché servano da esempio e da insegnamento alle nuove generazioni e quelle negative perché si possano effettuare le dovute correzioni.
MAX NETTLAU

L’origine di questo libro risale al 1954, allorché molti dei pro­tagonisti che vi figurano erano vivi e quando migliaia di combat­tenti anonimi erano morti in una lotta disuguale. L’idea dell’auto­re era allora quella di raccogliere tutti gli elementi necessari per poter un giorno stendere una storia generale della resistenza del popolo spagnolo contro la tirannia franchista, resistenza che era già iniziata nel 1936, man mano che le forze ammutinate contro la repubblica ottenevano la vittoria delle armi. I monti dell’Andalusia, della Galizia, dell’Estremadura, poi delle Asturie, ecc. vi­dero immediatamente l’accorrere di combattenti che non erano disposti a cedere. Mentre il primo aprile del 1939 viene ufficial­mente proclamato che LA GUERRA E’ FINITA, la lotta contro le truppe vittoriose si sviluppa in tutta la Spagna, in montagna e nelle città. Mai nella storia dei popoli ci fu una lotta così igno­rata e così dimenticata.
Col passare degli anni, dopo una ricerca costante, fu evidente che il progetto era troppo ambizioso, praticamente irrealizzabile: molte erano le difficoltà che sorgevano, alcune impossibili da ri­solvere a causa delle difficoltà di potere ottenere l’informazione necessaria sul luogo. Così, dunque, l’autore decise di abbando­nare il progetto iniziale per limitarsi alla narrazione dell’attività di alcuni combattenti, di coloro che egli conosceva meglio, di co­loro coi quali rimase unito da vincoli di amicizia, di idee e di lotta. Si deve lamentare la mancanza di storici che si siano interes­sati a questa attività clandestina durante la quale scomparve il meglio del popolo spagnolo. Sull’argomento esiste scarsissima bi­bliografìa e quella di parte franchista è ima letteratura piena di mistificazioni che in nessun caso potrebbe servire come elemento di supporto per un’opera più completa. Questa mancanza di bi­bliografia viene denunciata persino dagli addetti alla repressio­ne, indubbiamente con molta ipocrisia, anche se la Guardia civil avrebbe volentieri voluto veder valorizzato « l’immenso sforzo e sacrificio » da essa realizzato per estirpare dalla Spagna la sov­versione armata.
Questo libro, dunque, è storia, ma non ha la minima pretesa di essere LA STORIA della resistenza antifranchista. Si riferisce solamente ad ima piccolissima parte di essa. Anche nel periodo di cui qui ci si occupa, all’incirca dal 1945 al 1960, in uno scritto dedicato prevalentemente alla regione catalana, esistono grandi lacune, non emerge l’attività di altri combattenti di primo piano, non tutti i fatti riferiti sono i più importanti. E’ storia contem­poranea e questo, di per sé, costituisce una limitazione. Non tutti gli uomini son morti, ma molti ancora si rifiutano con ostina­zione di ricordare avvenimenti che hanno ormai più di 7 lustri. Ebbene, in queste pagine il lettore non troverà una sola riga che sia frutto della fantasia dell’autore. Persino i dialoghi sono stati riportati con ima costante preoccupazione di fedeltà, sono il resoconto delle conversazioni avute con le persone citate, anche quando si trovavano in piena azione in Spagna. Questo libro è dunque, per la sua maggior parte, una testimo­nianza personale degli uomini che lottarono e morirono in difesa di un ideale di libertà. Quasi tutti rimasero ignoti, salvo che alle forze repressive che per anni li combatterono e dovettero orga­nizzare seriamente la lotta per poterli sterminare e, per riuscirci, dovettero far ricorso il più delle volte al tradimento. Le autorità franchiste, in parte insoddisfatte dello sterminio fisico dei più tenaci e temuti oppositori, decisero di applicare una sterilizzazione morale che impedisse il « contagio » delle generazio­ni future e, senza risparmio di mezzi, bollarono una volta per tutte uomini senza macchia come facinorosi, banditi, assassini, esseri avidi di denaro, senza la più piccola motivazione ideologica che li giustificasse. Si può dire senza timore che raggiunsero in buona parte i loro obiettivi.
La tragedia di questi combattenti fu immensa poiché essi do­vettero battersi, quasi in permanenza, su due fronti: quello del nemico visibile, ben reale coi suoi fucili, le mitragliatrici, i mor­tai, i tribunali sommari, le lunghissime condanne. L’altro era quel­lo dell’incomprensione generale, dell’abbandono, persino dell’ag­gressione e repressione scatenata dai loro stessi compagni d’idea­li. Questi ultimi, quando i combattenti giacevano ormai nell’im­menso cimitero che è la Spagna, eressero un magnifico mausoleo di silenzio, assolutamente ermetico, perché non uscissero da esso esalazioni capaci di incitare all’emulazione, perché non si potes­se neppure trarre profitto dall’insegnamento di una lotta tanto di­seguale, insegnamento che avrebbe potuto essere molto utile nella lotta permanente a favore della libertà dell’uomo.
Anche l’esilio compiacente portò sulla tomba fiori velenosi, co­stanti puntate di disprezzo contro uomini che avevano commesso l’« errore » di essere coerenti, di non voler nascondere la testa. Con la scusa del pacifismo o dell’antiviolenza portarono a termine l’opera demolitrice iniziata dai loro nemici diretti. Si misero a tirar fuori, sempre più frequentemente, apostoli della « non vio­lenza » rivoluzionaria, fecero orecchie da mercante, come chi igno­rasse la realtà, come se non sapessero che la violenza è l’unica legge costante delle forze repressive. Alcuni giunsero perfino, con giri di parole, a preconizzare che le classi oppresse possano dedi­carsi a recitare il rosario per evitare le ire dei potenti. Vennero condannate attività non condannabili, poiché mai potranno essere soppresse dalla lotta rivoluzionaria, col che si condannavano i militanti e la lotta stessa. Mancò la comprensione, non diremo la generosità di un Errico Malatesta, seminatore di idee, fondamen­to della sua attività, ma che non gli impediva di dichiarare: « Af­fermo apertamente che l’espropriazione, il furto, per chiamare le cose col loro nome, a fini rivoluzionari, è un atto di guerra cui nulla si può opporre dal punto di vista della morale, pur discu­tibile che possa essere dal punto di vista dell’opportunità e della tattica ».
Oppure le parole di un Eliseo Reclus, non sospetto di estre­mismo ma che con una logica sorprendente scriveva: « Personal­mente, quali che siano le mie opinioni su questo o quell’atto o questo o quell’individuo, non aggiungerò mai la mia voce alle gri­da d’odio di uomini che mettono in moto eserciti, polizie, magi­stratura, clero e leggi per il mantenimento dei loro privilegi ». Per completare questo discorso, aggiungeremo che è molto diffì­cile giudicare uomini e fatti solati dal loro tempo e dal loro ambiente; per questo motivo i primi capitoli furono stesi perché servissero da cornice adeguata all’azione. Occorreva riportare at­tività contemporanee di altre persone che la loro ansia di « effica­cia » portava per strade molto diverse. Non si tratta di uno stu­dio comparato né di un’analisi, ma di una presentazione, che vo­leva essere obiettiva, di cose buone e cattive, poiché c’è di tutto nella vigna del signore, ma è il lettore che dovrà scoprirle. Diremo ancora che tutto quanto è scritto è incompleto, ma tut­to potrà essere utile per un lavoro successivo di ampiezza meno limitata.
Non scartiamo la possibilità che siano sfuggiti alcuni errori di dettaglio. Abbiamo potuto provare, attraverso molti anni di ricer­ca costante proprio del dettaglio, l’estrema fragilità della testimo­nianza diretta. La memoria è infedele e sull’argomento che ab­biamo sviluppato, molte volte è impossibile trovare alcun docu­mento di conferma. Tali errori, se esistono, non modificano per nulla il contesto generale.
Non è cosa abituale scrivere la storia degli uomini che fanno la STORIA. Noi abbiamo voluto provarci. La STORIA la scrive­ranno domani gli specialisti che furono ben lontani dai fatti e dagli uomini, daranno interpretazioni, formuleranno giudizi sor­prendenti. Noi parliamo qui dei protagonisti che saranno « assen­ti » in tutte le storie ancora da scrivere.
Parigi, maggio 1984
A. T.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Facerias: Guerrìlla urbana en Espana (1945-1957)”, Ed. Ruedo Iberico, Parigi, 1974

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Tellez Antonio, “La guerriglia urbana in Spagna. Sabate”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 1972, XI+169 p.

PRESENTAZIONE
 
Di un uomo come questo, della dimensione di quelli che passano ai ricordi delle generazioni successive non attraverso le riflessioni muffite dello storico, ma quasi sempre tramite la fantasia della ballata e del cantastorie, ben poco potrebbe farci intendere una biografia «solita maniera». E questo libro non è per niente un libro «alla solita maniera». Scarno, affaticato, ricco di notizie e dettagli minutissimi, tutti controllati con pazienza di ricerca che copre più di un decennio, finisce per costruire — senza alcun intervento retorico, che poi sarebbe stato quasi spontaneo se non legittimo — la figura di Sabaté, il guerrigliero spagnolo che intese continuare, praticamente da solo, la lotta in terra di Spagna, mentre altrove, ai di là dei Pirenei, milioni di fuoriusciti riflettevano sul da farsi con accanimento bizantino. E il lettore dovrà adeguarsi all’impegno cui è chiamato: quasi nulla è concesso al folclore, comunque niente che possa anche solo offuscare la verità storica del personaggio. Tema determinante del libro, nato dall’amicizia — dall’amicizia vera — dell’autore con il suo protagonista, accanto all’impegno narrativo e biografico, è quello più sottile e costantemente polemico in senso costruttivo, di individuare i motivi del contrasto che si venne a determinare — durante tutta la vita di Sabaté — tra la sua azione politica concreta in Spagna e l’azione che, in linea teorica, il Movimento Libertario Spagnolo (M.L.E.), in esilio intendeva condurre. E’ ovvio che concetti come quello tipicamente spagnolo e precisamente della Confederación Nacional del Trabajo (C.N.T.) in esilio, della responsabilità del militante nei confronti dell’Organizzazione, per cui veniva ad essere immediatamente posto al bando chiunque non aderisse in pieno con l’indirizzo voluto dal «centro», o comunque non si limitasse ad esporre le sue critiche in seno ai congressi, non potevano essere accettati da uomini come Sabaté. Per questi l’Organizzazione aveva sempre un’importanza preponderante — e ogni accusa in senso contrario diretta contro Sabaté è senz’altro da considerarsi tendenziosa — ma non potevano condividere che l’Organizzazione diventasse sinonimo di burocratizzazione, di sclerotizzazione e di vigliaccheria. Affermare che questi processi non vennero mai in atto nel movimento ufficiale spagnolo in esilio non è possibile in quanto si hanno prove sufficienti per determinare responsabilità collettive, erronee valutazioni di singoli militanti responsabili, e deviazioni coscienti, quando non sia possibile parlare di veri e propri tradimenti. Al di là dell’Organizzazione, quindi, Sabaté vedeva l’efficienza della struttura stessa, in mancanza della quale, nel momento in cui quest’ultima perde la sua funzione — che è sempre quella rivoluzionaria — e si riduce a rimasticare sempre i soliti problemi teorici, diventa senz’altro superata e quindi deve essere posta da canto. L’alternativa resta allora o quella della scissione — e può a volte essere una dolorosa alternativa sebbene in linea di principio non dia sufficienti garanzie di non trasformarsi a breve scadenza in una ulteriore burocratizzazione — oppure l’azione dei singoli gruppi d’azione, in diretto contatto con le masse potenzialmente rivoluzionarie. Se questo contatto attivo, può determinare l’entrata in funzione del processo rivoluzionario è faccenda che andrebbe approfondita, ma che ovviamente non può avere una esatta considerazione in questa sede, il problema volontaristico resterà sempre il punto centrale di ogni discorso rivoluzionario; però possiamo dire che quando si verifica una situazione di generale addormentamento fazione di pochi uomini come Sabaté o di pochi gruppi che al sonno — simile alla morte — preferiscono la morte vera ma in combattimento, è senz’altro da considerarsi come l’unica soluzione accettabile. Per questo abbiamo visto in Sabaté non solo un esempio limpidissimo di dedizione alla causa, un esempio di vita morale in perfetta aderenza all’idea; ma anche un esempio di condotta concreta della lotta contro la tirannia e i padroni.
Catania, 20 settembre 1971
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “La guerrilla urbana en España: Sabaté”, Editions Bélibaste, Parigi, 1972, VII+213 p.

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Ilari Massimiliano, “La giustizia di Franco. La repressione franchista ed il movimento libertario spagnolo 1939-1951”

Edito da Centro Studi Libertari “Camillo Di Sciullo”, Chieti, Gennaio 2005, 208 p.

Introduzione
Parlare di anarchici, sia pure in prospettiva storica, e – per di più – di anarchici, come quelli di Spagna, che per un certo periodo non hanno mancato di condurre una lotta armata contro il regime di Franco, nelle attuali circostanze può essere impopolare e rischioso. Impopolare perché l’opinione pubblica viene spesso emotivamente sollecitata da attentati tentati o compiuti rivendicati con l’etichetta degli “anarchici insurrezionalisti” o ad essi attribuiti dall’apparato di polizia, e, a distanza di mesi, da provvedimenti di polizia contro più o meno numerosi presunti esecutori e loro reti organizzative. Rischioso perché – per la pessima abitudine a considerare la storia dei movimenti e dei partiti politici per l’“uso pubblico” che se ne fa – potrebbe far apparire un lavoro, come questo di Massimiliano Ilari, (serio, ben impostato e documentato, equilibrato e problematico), alla stregua di un’opera destinata alla propaganda.
Certo, quest’opera non sfugge alla regola degli studi sui movimenti e sui partiti politici, per la quale, in Italia, sono per lo più gli eredi che studiano gli antenati. Così è stato per il movimento socialista e per quello cattolico, altrettanto è stato per il movimento comunista nei primi anni della Repubblica e negli anni della crisi degli anni ’70, mentre il Partito d’Azione, i cristiano-sociali, i cattolici comunisti ed i dissidenti di “Bandiera Rossa” hanno trovato finalmente una storiografia quando alcune loro tematiche riemergevano nella sensibilità “rivoluzionaria” dei giovani nella “stagione dei movimenti”. Allo stesso modo, anche la storiografia del movimento libertario, dopo una fase nella quale era legata soprattutto ad alcune personalità di rilievo – particolarmente Pier Carlo Masini, Biagio Gino Cerrito, Enzo Santarelli – dagli anni ’70 in avanti ha visto crescere una più numerosa serie di studiosi, ormai alla seconda (o forse terza) generazione, che hanno trovato spazi autorevoli anche in campo accademico, la cui produzione più caratterizzante è oggi il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani. Si tratta, nella gran parte, di lavori e iniziative che nascono all’interno del movimento libertario e che spesso (talora per limiti di concezione e di conduzione) non riescono ad uscire da quei circuiti di diffusione e di conoscenza.
Se la damnatio memoriae spesso ha colpito e colpisce personalità, componenti correnti anche estese nella società e nella storia del paese (si pensi a quella dei cattolici democratici o dei borghesi moderati e conservatori nella storia degli esuli antifascisti o a quella dei monarchici variamente organizzati e rappresentati nella storia del primo trentennio del dopoguerra), allora non c’è da stupirsi se ai libertari (come forse è più proprio definire gli anarchici) non si sia prestata e non si continui a prestare adeguata attenzione fuori dei circoli, dei giornali e delle riviste del movimento. Ancor più estranea alla conoscenza diffusa appare la vicenda dei libertari delle province e regioni di Spagna, scontando una più generale disattenzione degli italiani e delle italiane per la storia dei paesi e delle società della penisola iberica. In Spagna ( in Portogallo) vi si recano di frequente per affari e turismo, ma delle vicende contemporanee di quelle terre e di quelle popolazioni continuano a sapere ben poco. Eppure sono italiani alcuni degli studiosi più accreditati (anche nel paese iberico) della Spagna dell’800 e del ’900 e in Italia è prodotta ed edita una autorevolissima rivista di studi come «Spagna Contemporanea». Tutto ciò spiega le ragioni per le quali trovai grande interesse alla proposta di Massimiliano Ilari di seguirne la ricerca e il lavoro che in queste pagine oggi vede la luce.
Questo lavoro di Ilari permette, quindi, per tutti, di colmare una più generale lacuna e ci presenta una realtà che potrà sorprendere molti. In primo luogo, richiama al triste destino degli esuli repubblicani di Spagna, anarchici e non solo, nella Francia della Terza Repubblica, internati spesso in centri di raccolta e poi – con l’occupazione nazista e il regime di Vichy – deportati nei lager di Hitler, dove non cessarono nella loro Resistenza a prezzo della vita. In secondo luogo, mostra un movimento libertario di Spagna, pur ridotto a qualcosa di esile e frammentato, che non cessa di essere attivo, per merito di forti e coraggiosi refrattari, e di perseguire, con pazienza e accortezza, ma non senza perdite e sacrifici, la via della ricomposizione e della ricostituzione. Come per tutti i movimenti d’opposizione clandestina, anche per i libertari di Spagna non mancano contraddizioni, errori, cedimenti, difficoltà a conciliare spontaneità ed organizzazione, azione diretta e strategia d’opposizione, attivismo e necessità di rafforzamento. Tuttavia, questo lavoro ci mostra in maniera chiara ed esauriente come, senza far mancare nulla alla serietà ed alla coerenza con le ragioni della lotta per la libertà, i comportamenti dei libertari di Spagna fossero tutt’altro che affidati allo spontaneismo, all’improvvisazione, all’intemperanza, contrariamente ai molti luoghi comuni che su di essi e intorno ad essi si sono formati e sono stati molto meccanicamente ripetuti. Anche l’impiego della violenza, quando e dove tale strada si sceglieva, non era né scontato, né compiaciuto, né privilegiato, ma solo condizionato alla congruenza ed alla necessità richiesta dai valori in campo.
Da ultimo, occorre dire delle somiglianze – non solo apparenti – con la lotta degli antifascisti italiani e, soprattutto, con la Resistenza. E qui il discorso, necessariamente, dagli anarchici di Spagna va esteso comparativamente all’intero movimento di Liberazione in Italia. Infatti, avendo essi scelto, come la Resistenza italiana, di non escludere a priori alcuna delle forme e alcuni dei mezzi di lotta contro la dittatura franchista, praticavano un’azione che operava tenendo conto dell’intera società civile e della necessità di coinvolgerla facendosi carico a più livelli dei suoi problemi. Per questo, più che con la quasi sconosciuta (o, meglio, taciuta) presenza anarchica nella Resistenza italiana (minoritaria, ma non per questo meno significativa, realizzata con formazioni proprie o in formazioni dirette da altri, soprattutto socialisti ed azionisti) gli spunti comparatistici forniscono criteri d’interpretazione storica se operati con l’intero movimento resistenziale. Accanto a quelli più specifici (e già accennati) di un movimento politico clandestino, emergono (anche se talora solo descritti: ma questo apre lo spazio per nuove ricerche) alcuni aspetti e rapporti tipici della storia e della geografia sociale dei movimenti rivoluzionari o antagonistici: città/campagna; pianura/montagna; classi popolari/piccola borghesia; religione/politica; anziani/giovani; donne/uomini; tradizione/innovazione; tempi brevi/tempi lunghi; culture dominanti (anche di opposizione)/culture subalterne (anche conservatrici).
Per tutte queste ragioni positive (delle critiche ho riferito direttamente all’autore) c’è da augurarsi che questo lavoro di Massimiliano Ilari trovi la diffusione che merita, in Italia certamente, ma anche in Spagna al di là del circuito garantito dall’editoria militante, meritoria per averlo pubblicato. Ma ad aggiungersi alle ragioni desumibili da quanto ho detto finora, ve n’è un’altra non indifferente. Con questa ricerca, infatti, si affronta il problema dell’opposizione al franchismo negli anni della costruzione del regime, che coincidono con quelli della seconda guerra mondiale (nella quale la Spagna di Franco fu neutrale ma tutt’altro che indifferente rispetto al fascismo e al nazismo) e del dopoguerra. Per la mia generazione la solidarietà con l’opposizione a Franco è stata una delle prime forme di apertura alla conoscenza della politica. Si trattasse dell’azione dimostrativa (non violenta) dei giovani che avevano rapito il console spagnolo a Milano o delle iniziative (senza successo) per salvare la vita al dirigente comunista Julian Grimau, delle dichiarazioni di solidarietà all’abate di Montserrat, messo sotto tiro dal regime per aver ospitato riunioni di sindacalisti e di oppositori politici, delle dimostrazioni di solidarietà per strappare alla morte i minatori delle Asturie che avevano organizzato uno sciopero. Ma – almeno a Roma ed a Milano – vi era anche la possibilità di incontrare direttamente alcuni esuli, soprattutto artisti ed intellettuali, quali il poeta comunista Raphael Alberti e lo storico liberale conservatore Salvador de Madariaga, ed altri meno famosi, in occasione di presentazioni di libri e inaugurazioni di mostre. Negli anni della modernizzazione della Spagna e del cambio, cioè l‘avvicendamento o seconda fase del regime di Franco, confermavano come nel paese, al di là della facciata moderna, efficientista ed accattivante costruita dall’Opus Dei, permanesse una feroce dittatura, con la repressione poliziesca e la persecuzione del dissenso sociale e politico, la tortura, la pena di morte. Se, con i nuovi programmi scolastici di storia, qualcosa sapevamo della guerra civile e dell’avvento di Franco (fu una delle domande che nel 1963 mi furono poste all’esame di maturità), ci restava un vuoto di conoscenza fino agli avvenimenti di questi giorni, per molti aspetti destinato a restare tale.
Prof. Antonio Parisella,Università degli Studi di Parma, Dipartimento di Studi Storici e Sociali, Settembre 2004

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Peirats José, “La CNT nella rivoluzione spagnola.”

Edito da Edizioni Antistato, Milano
Volume Primo. Dalla Prima Internazionale al 1936, Gennaio 1977, 357 p.
Volume Secondo. Le collettivizzazioni, la militarizzazione, la controrivoluzione in marcia, Giugno 1977, 389 p.
Volume Terzo. La rivoluzione pugnalata alla schiena. Iniziano le grandi sconfitte militari, Gennaio 1978, 366 p.
Volume Quarto. Il terrore stalinista, la caduta di Barcellona, la disfatta finale, Luglio 1978, 349 p.

Questa storia della Confederación Nacional del Trabajo, il sindacato libertario che ha rappresentato l’espressione più genuina del proletariato spagnolo, che ha giocato un ruolo da protagonista nella rivoluzione sociale del ’36 e che ancor oggi, ricostituito nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri, nonostante trentanove anni di feroce repressione franchista, torna con incredibile dinamismo alla ribalta della lotta di classe, questa « biografia » della C.N.T., una biografia che è in un certo senso un’autobiografia perché scritta da un « cenetista » per incarico dell’organizzazione, costituisce un testo fondamentale sia per gli studiosi che per i militanti rivoluzionari.
Non è un caso se ritroviamo La C.N.T. en la revolución española, di cui questa è la prima edizione italiana, nella bibliografia di base di tutte le opere di storia spagnola contemporanea d’una certa importanza e serietà. In realtà non si può parlare di movimento operaio e di rivoluzione spagnola senza parlare di anarchismo e di anarco-sindacalismo, e non si può parlare di anarcosindacalismo senza fare riferimento al testo di Peirats, cosi ricco di documenti che apparirebbe il lavoro d’un archivista se nel discorso che lega tra loro tutti questi documenti non trasparisse la passione di chi ha vissuto quei fatti e la lucidità dell’anarchico che li ha vissuti consapevolmente. In questo primo volume trovano posto le vicende che vanno dalla fondazione della C.N.T. nel 1910, come erede diretta d’una serie di organizzazioni operaie libertarie risalenti alla Prima Internazionale, fino al golpe militar fascista del luglio ’36, all’immediata risposta proletaria, ai primi mesi della rivoluzione sociale, alla terribile problematica posta al movimento libertario dalla partecipazione al ‘fronte antifascista, alla scelta drammaticamente contraddittoria della C.N.T. con il suo ingresso nella Generalidad catalana e nel governo centrale, alle prime manifestazioni del ruolo controrivoluzionario del P.C.E…

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Note dell’Archivio
-Traduzione dei tomi “La C.N.T. en la revolución española”, CNT de España, Tolosa 1951-53, Parigi 1971

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Bernard Thomas, “Lucio Urtubia L’anarchico irriducibile”

Edito da BePress, Lecce, 2012, 375 p.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Lucio. El anarquista irreductible”, Editorial Txalaparta, 2015, 356 p.

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Goldman Emma, “Vivendo la mia vita”


Volume 1: Edito da La Salamandra, Milano, 1980, 233 p.
Volume 2: Edito da La Salamandra, Milano, 1981, 161 p.
Volume 3: Edito da La Salamandra, Milano, 1985, 241 p.
Volume 4: Edito da Zero In Condotta, Milano, Luglio 1993, XII+387 p.

Dalla Quarta di copertina del Volume 1

Quarant’anni fa, mentre nel mondo dilagava l’orrore per quella che doveva rivelarsi la più grande carneficina della storia dell’umanità, una morte improvvisa poneva fine all’attività rivoluzionaria di Emma Goldman. Anarchica, femminista ante-litteram, indiscutibile protagonista del periodo più glorioso del movimento libertario e socialista tra la fine dell’800 e la prima metà del nostro secolo, “Emma la Rossa” (come la battezzarono sprezzantemente, ma con una punta di timoroso rispetto, i suoi nemici) fu una spina nel fianco non solo per l’establishment americano, che la perseguitò con ogni mezzo, ma anche per molti compagni del movimento. Le sue idee sull’amore, sul sesso e sul controllo delle nascite, sullo sfruttamento della donna e dell’uomo, sul militarismo, sulla violenza, sull’arte e sulla letteratura rispecchiavano una sensibilità profonda, una straordinaria maturità politica e sociale. Ma ciò che contribuì più di ogni altra cosa a fare di questa donna dall’aspetto mite, dagli occhi dolci e dal viso materno un vero e proprio “pericolo pubblico” non furono l’ardore, l’eloquenza e l’aggressività con cui proclamava il suo pensiero, bensì la coerenza e l’onestà con le quali lo poneva in pratica, il modo in cui “viveva la sua vita”. Questo, soprattutto, non le fu mai perdonato. Perciò, produrre oggi ai lettori italiani la sua ormai mitica autobiografia non significa soltanto offrire un quadro vivo e prezioso della storia sociale di quegli anni attraverso una testimonianza umana e letteraria di grande valore, ma anche e soprattutto riconoscere l’influenza che ancora esercita sul movimento anarchico e libertario l’esempio di Emma Goldman, “uno spirito disposto a osare e a soffrire.”

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Nota dell’Archivio
-Traduzione dei due tomi “Living my life.”
Tomo 1: edito da Alfred A Knopf Inc., New York, 1931
Tomo 2: edito da Garden City Publishing Co., 1934

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Peirats José, “Emma Goldman. Una mujer en la tormenta del siglo”

Edito da Editorial Laia, Barcellona (Catalogna), Maggio 1983, 319 p.

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Note dell’Archivio
-Libro in Spagnolo

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Leroy Max, “Emma la Rossa la vita, le battaglie, la gioia di vivere e le disillusioni di Emma Goldman, la «donna più pericolosa d’America»”

Edito da Eleuthera, Milano, 2016, 223 p.

“Le sole idee non bastano a smuovermi. Devo sentirle in ogni fibra come una fiamma, una febbre divorante, una passione elementare”. Le straordinarie vicende umane e politiche che segnano l’esistenza di Emma Goldman (1869-1940) ci parlano non solo di una militanza rivoluzionaria che ha il mondo come scenario, ma anche della “furiosa passione di vivere” di una donna insofferente verso ogni forma di fedeltà e di sottomissione, che si batte con lucida ostinazione per l’emancipazione della gente da poco. In un’epoca segnata da rivoluzioni tradite (in Russia, in Spagna) e totalitarismi trionfanti, la Goldman ripudia con forza le passioni tristi che snervano l’azione militante per porre il suo progetto rivoluzionario sotto il segno della vita. E in effetti Emma la Rossa non sa che farsene delle utopie astratte e dei grandi orizzonti schematici: il suo pensiero, risolutamente anticapitalista, internazionalista, ateo e femminista, abita il quotidiano e non cessa mai di concretizzarsi in una pratica del qui e ora che pone al centro l’individuo e la sua dimensione etica. Prefazione di Normand Baillargeon

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Emma Goldman. Une éthique de l’émancipation”, Atelier de Création Libertaire (ACL), 2014, 248 p.

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