Bonanno Alfredo Maria, “Saggi sull’ateismo”

Edito da Edizioni Anarchismo, 2009, 336 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione

Sostanzialmente dovuta a due momenti ben distinti del mio lavoro questa raccolta è stata opportunamente divisa in due parti. Una prima parte, di riflessione teorica, articolata su problemi non di contrapposizione teologica ma d’ingerenza concreta nel fenomeno dell’ateismo; una seconda parte, di più immediato interesse storico, diretta alla scoperta di nuove forme ateiste, proprio dove la critica storica ha finito per alzare le braccia dichiarando ultimato il lavoro di analisi.

Veniamo alla prima parte. La mia particolare impostazione teorica dell’ateismo come è ormai noto, non è condivisa da molti autorevoli studiosi del problema. Il mio rifiuto della contrapposizione ateismo-teismo, viene visto come un passo indietro dalla tradizionale linea di combattimento, come un arroccarsi aristocratico su posizioni di attesa e di sospensione del giudizio che finiscono per tramutarsi in danno per i risultati concreti della problematica dell’ateismo. A questo si deve aggiungere che la mia intenzione di costituire un ateismo scientifico, sulle basi metodologiche della scienza moderna, cioè sulle basi dell’indeterminazione problematica così come è stata – tra l’altro – teorizzata dalla fisica, è sembrato ad alcuni una sorta di risveglio del dinosauro, un ritorno su arcaiche posizioni ottocentesche. Per ultima la mia apertura a tutti i contributi ateisti, indipendentemente dalla corrispondente soluzione del problema “uomo”, ha fatto gridare allo scandalo, meravigliandosi qualcuno di trovare, posti sullo stesso piano di valutazione, Nietzsche, Stirner, Marx, Proudhon, Russell, Sartre, ecc.

Il lettore troverà sufficientemente spiegati nel testo le mie vere intenzioni e le correzioni che in nome della ricerca scientifica vanno necessariamente fatte a queste pretese dei miei contrappositori. In particolare in sede introduttiva mi preme chiarire alcune cose. La contrapposizione teismo-ateismo è del tutto sorpassata, è roba da soffitta, l’ateismo nuovo deve essere un ateismo autonomo, configurato sotto forma scientifica, una dottrina dell’assenza di Dio non solo una dottrina della morte di Dio. Legandosi al carro del teismo ne segue le sorti in forma negativa, mantenendo una polemica che impedisce qualsiasi azione di ricerca nel campo dell’attività umana e dei fenomeni della realtà.

Il discorso sulla filosofia della scienza è oggi molto più semplice di quanto non si creda. Basta essere informati degli sviluppi più recenti in materia di collaborazione tra scienza e filosofia. La filosofia ha perso il ruolo di dominante che aveva avuto in passato per assumere quella di scienza tra le scienze. Quindi non si pone più un rapporto differenziante, ma un semplice rapporto tra strumento e cosa osservata. La filosofia, nella particolare accezione di logica e quindi di epistemologia, si pone come lo strumento di ricerca per eccellenza. In questo modo la filosofia ricevere il contributo della scienza, e questo contributo ha preso, oggi, tra le tante varietà di configurazioni, la caratteristica logica dell’indeterminazione. Tutto ciò non ha niente da vedere con la posizione determinista dell’Ottocento. Ammetterlo significherebbe sconoscere la realtà attuale e adagiarsi su luoghi comuni. Proclamando, come ho fatto più volte, la necessità di un ateismo scientifico che venga a sostituire il trito ateismo che chiamerò poligrafo e pubblicistico, non ho messo in atto alcuna pretesa deterministica, solo un invito a ripercorrere le vie della scienza, sotto la nuova luce dell’obiettività, lontano dalle pretese assolutizzanti della religione; ma questa nuova via non è quella tronfia e assurda dettata dalle pretese deterministe della scienza positiva, questa nuova via è essenzialmente improntata sulla tendenza probabile – fondamento di tutta la statistica – e sui contributi delle scienze della quantificazione.

Il terzo punto, che mi è stato più volte contrapposto, non ha motivo sostanziale di validità. Caso mai potrebbe averne uno di indole pratica, in quanto indulgendo in trattazioni di autori o in posizioni teoriche tradizionalmente legate a studiosi o schemi speculativi centristi, si finisce per confondere il lettore che, in qualità di animale politico, tiene sempre presente il movente della sua avventura terrena di uomo vivente in società, e affronta via via tutti i problemi – quindi anche quello dell’esistenza di Dio – attraverso l’elaborazione della fattispecie politica. Ma ciò non toglie che se il lavoro è fatto con accuratezza, possa lo stesso presentare una grande utilità per tutti. Infatti lo studioso che si è lasciato affascinare dalla soluzione centrista, ma che ha avuto l’abilità e la perspicacia di accorgersi del pericolo che la religione e la fede religiosa in genere rappresentano per la libertà, non può negare di trovarsi in piena contraddizione, per cui l’indagatore che ne esamina la dottrina ha buon gioco nel dimostrare questa soluzione di disarmonia, utilizzandone i risultati, se crede, anche in chiave politica. Anche se ciò non avvenisse e ci si limitasse, come abbiamo fatto noi per maggiore razionalità di trattazione, alla pura e semplice tesi ateista; il lavoro deve essere visto nella sua nuda consequenzialità senza lasciarsi influenzare dall’etichette o dai preconcetti.

Veniamo alla seconda parte. La trattazione più direttamente storica affronta nomi e tematiche incastonandoli nel significato generale che hanno avuto nell’arco dell’identificazione storiografica, ma giungendo, per quanto possibile, alla collocazione di nuove angolazioni e prospettive.

Ho voluto concludere il volume [nella sua prima edizione] con un saggio sul problema religioso nel mondo di oggi, perché di grande interesse per la conoscenza della costituzione del compatto sistema religioso e delle reazioni di quest’ultimo alle sollecitudini di novità che da tutte le parti del mondo culturale provengono. Siamo in un periodo di crisi e studiare il momento più caratteristico di questa crisi significa, per la dottrina ateista, collocare il proprio contributo di revisione nel generale piano di sostituzione delle strutture che l’uomo pone in atto da tempo.
Catania, 30 settembre 1969
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima edizione: La Fiaccola, Ragusa 1970
-Seconda edizione riveduta e corretta con l’aggiunta di Husserl e l’ateismo e di Nietzsche e l’ateismo: analisi dei Frammenti

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Bonanno Alfredo Maria, Distruggiamo il lavoro

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, 36 p., Quarta Edizione

Introduzione
Capire il fare significa capire la speranza. Fare è sperare il completamento. L’immagine emblematica è quella del collezionista. Atroce, ma veritiera. Nel mondo io sono il fare, mi progetto e mi ricordo come fare. Vivo la vita e non voglio che sia altro dal fare, in caso contrario avrei paura di non viverla, di lasciarmela sfuggire. Il volere, che mi domina, non è altro che fare, il volere fare è una forma riflessa di fare, fare anch’esso. Il lavoro è una forma particolarmente acuta del fare, la forma coatta per eccellenza. Non ho certezza del fare che intraprendo, ma è la completezza a cui miro. So bene che questa prospettiva tranquillizzante non è praticamente accessibile, ma la tenga attiva. Spero che non sia così, anche se so che è così, che la morte verrà e concluderà la partita per sé e non più per me. Inafferrabile e lontana è la completezza, essa risiede nella straordinaria rarefazione della qualità e mi affascina non con la sua pienezza, che posso attingere solo con intuizioni coinvolgenti e pericolose, comunque non durature, ma con l’inganno del desiderio, vuota immaginazione che la necessità riempie di contenuti presto assimilati nel processo produttivo. Distruggendo il lavoro che mi opprime, sabotando l’amministrazione del mondo, mi accingo a passare oltre, a guardare che c’è oltre la siepe che chiude la prospettiva dell’orizzonte.

Il progetto che si inoltra fuori dell’abitudine e del condizionamento può sembrare destinato a poco futuro, a volte perfino ridicolo, ma è progetto fiero nello stesso tempo. Ridicolo per la sua vacuità e inconsistenza, misurate sul mondo e le sue coordinazioni, fiero perché scala il cielo, lancia una sfida, arrischia e rinuncia a un piacere accomodante per uno slancio diverso, un appassionato gesto distruttivo. Lascio i patti e le regole e, improvvisamente, il rischio mi piomba addosso. Il mio corpo reagisce, si difende, poi attacca per meglio difendersi.

Occorre che tutto questo coraggio venga da me sottratto alla signoria della volontà, altrimenti è una banale dimostrazione muscolare. Attacco senza volere dimostrare a me stesso alcunché, voglio attaccare come respiro, rifiutare questo mondo e il fare coatto che lo regge, aspirare alla qualità senza volere volere fare tutto questo, senza traguardi da raggiungere o spiegazioni da fornire a qualcuno, sia pure un improbabile referente rivoluzionario privilegiato per le sue (supposte) capacità di capire. Non si tratta di azioni riflesse o involontarie, ma azioni con le quali non voglio dimostrare niente e che realizzo perché le sto mettendo in atto. Il fatto ineludibile che le voglio realizzare non è la mia volontà che mi controlla, questo accade solo quando io sovrappongono alla volontà il mio volere attraverso quello che sto realizzando, cioè: fare un progetto, dimostrare, indicare, rassicurare e rassicurarmi. Questa volontà va messa da parte, aggirata.

Non mi devo fare incantare dalle parole, non sono le uniche porte della conoscenza. Il dolore può essere raccontato, ma viverlo è altra faccenda. La ricerca costa fatica e sofferenza, non fornisce garanzie, non accetta soste e non consente di reclinare il capo. Lo faccio soltanto una volta e sono un ricercatore della domenica, poi ritorno ai giorni della settimana che mi portano l’acquietamento e l’accumulo. Il possesso viene a farmi visita e mi infligge le sue lezioni con cui la mia autonomia respira male. L’ingenuo ribellismo non fa altro che ridipingere le catene.

La teoria della distruzione del lavoro è fondata sulla perfetta intuizione della qualità ma appartiene, in ogni caso, alla coscienza immediata, al mondo del fare coatto. Essa è pertanto contraddittoria e faticosa, non può vantare privilegi o purezze, non può mettersi sotto la protezione dell’assolutamente altro. Esce subito da questa protezione dove è entrata astrattamente e rinnega l’abbandono per la certezza inquieta del fare e del calcolare. Uscendo non accetta il non fare che poi sarebbe una forma neanche tanto subdola del fare.

L’abbandono si deve conquistare, l’ozio come prospettiva non basta. L’amore per il sapere fa restare con i piedi per terra, occorre di più del sapere e del mio amore per la conoscenza. Chi ama la conoscenza può essere banalmente un collezionista. La distruzione è altro. Non taglia fuori ciò che resta, va dietro anche all’incredibile, a quello che mi strappa l’anima e mi porta altrove. La sabbia scorre lenta nella clessidra e il tempo diventa inesorabile, ma non mi impaurisce, sono qua ad attenderlo e guardo al modo in cui posso intuire la fine, figlia della necessità. L’azione non muore, non muore perché non ha vita nel mondo, lo oltrepassa.

L’azione non si trova nella totalità della vita come nella cassaforte di una banca. Essa è interna al fare e non può raggiungersi semplicemente superando le angustie modificative. La contentezza del fare, del fare che si circonda di giustificazioni e scopi, sta in questo contenuto interno non nella completezza inarrivabile. L’eccesso del fare è sempre l’azione, e questa non è un aumento quantitativo del semplice fare. Non è una ricerca dell’assolutezza del fare, ma è l’ammissibilità del sogno che lo vivifica e mi sconvolge. La purificazione non mi appartiene, non la caldeggio come una specie di fare migliore, dico che la qualità sta altrove, ma è anche qui, nel mondo dell’immediatezza. Non cerco condizioni di privilegio, non sono un artista ma un artefice, non creo opere d’arte ma il mondo nella sua semplice e banale condizione di essere là davanti a me, tutti i giorni, in attesa delle mie misurazioni e dei miei controlli.

Nel riflettere sui limiti del lavoro non esco dalla simmetria del dire, solo la passione mi fa accedere, mi purifica facendomi uscire dalla sede del mio produrre, riconoscendomi come colui che ha uno scopo altro. L’accesso a questo scopo è l’abbandono, il fondamento inesistente e privo di forza, non il limite che ritengo valido ma l’illimitato, che non ha interesse alcuno, il segreto sempre diverso della inutilità. Questa mancanza è una presenza diversa, allo stesso modo in cui l’inutilità è nell’utilità, tutto si concatena e si sostiene. Fare e agire non si contrappongono, sono il solito e il diverso, ma si tratta di interpretazioni che colgo mentre sto nella bambagia del mondo. Loro sono legati insieme, si traducono reciprocamente e si trasmettono il senso e la tensione senza mai riuscire a riunificarli. L’attenzione del fare e il disinteresse dell’agire si uniscono inestricabilmente. Eppure l’assolutamente altro è oltre la distruzione del lavoro, anche se questo oltrepassamento non può essere considerato il raggiungimento di uno scopo.

Pensando alla distruzione del lavoro penso a un’arcaicità che non ha logica corrente, quella del prima e del dopo le suona estranea. Tento di spiegare le condizioni del suo apparire come condizioni superiori al semplice fare coatto, ma non ci riesco, continuamente le parole racchiudono il concetto della distruzione nell’ambito di un fine, quel fine che sperimento nel mondo attraverso la sofferenza e l’occlusione del mio destino di fronte al massiccio attacco del lavoro contro di me. Intraprendendo il passo distruttivo, propongo un ora e subito che azzera il mio essere nel tempo, rarefazione di cui non ho cognizione deduttiva, di cui non so descrivere per vie logiche il movimento realizzativo, anche se mi industrio di descriverlo, di localizzarlo per avere un punto di riferimento e farlo conoscere ai congiurati della parola che aspettano come tanti passerotti il verbo comprensibile, conciso e chiaro. So che la qualità a cui posso accedere con la distruzione, del lavoro in primo luogo, partecipa anche alla conoscenza dei dettagli, ma non posso aggredirlo allargando la spiegazione e l’interpretazione di questi ultimi. Nell’avventura distruttiva non c’è un cominciamento su cui poggiare i piedi, sono sempre con in mano gli stessi strumenti che avevo nel fare lavorativo. L’azione nasce dal fare, è decisa nel fare, e qui sposa la quantità che opprime e che rende possibile la distruzione grazie all’abbandono dei frutti accumulati che lascia morire in mezzo alle regole dell’utilità coatta. La decisione di distruggere, se rimane solo un conato della volontà, anche della migliore coscienza rivoluzionaria, resta inascoltata a bamboleggiare nella quotidiana timbratura del cartellino, mentre tutto intorno crescono le occasioni della tristezza. Poi smetto di decidere per darmi forza, la negazione e l’abbandono mi consigliano di alzare il bavero e di affrontare il vento. Non smetto di colpo di servire il mondo e di servirmi delle sue regole, non sono un angelo, so soltanto che qualcosa si muove diversamente, un alito di vento smuove l’atmosfera, è un uragano e non so perché. In un attimo intuisco dove andare, che desiderare, che distruggere dell’immane fantasma del lavoro che mi opprime, mi esalto come di una grande conquista ma non ho niente fra le mani, vuoto e niente, non riconosco i soliti connotati coatti in quello che sento, nel cuore che mi balza in petto. Il mondo mi guarda con occhi diversi. È il momento della distruzione.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: in “Anarchismo”, n. 73, Maggio 1994, pp. 24-33

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Bonanno Alfredo Maria, “La distruzione necessaria”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2003, 332 p., Seconda Edizione

Nota (anche metodologica) per il lettore

La distruzione necessaria è stata scritta di getto nel febbraio 1968. Mille problemi urgevano dentro di me, avvolti nel bisogno di assolutezza che ingigantiva sempre di più. Proprio questo bisogno dettava i limiti del quadro interpretativo: uscire dalle regole, rompere con la sentenza uniformante che mi ospitava, dire questa rottura, dirla al più presto, a qualsiasi costo.

Ogni esigenza è sempre un atto parziale, riflette e si nutre di quello che c’è in casa. L’armamentario giacobino è evidente in questo libro e il lettore deve tenerne conto. L’ideale anarchico è lontano ma non del tutto assente, emergerà più tardi. Mi muovo in quella direzione ma sono ancora portatore della misura rivoluzionaria appresa sui libri.

Principalmente è l’intellighentia che mi affascina, il suo ruolo guida. Dopo tutto sono un dirigente industriale con pruriti rivoluzionari, per il momento non c’è altro. Talvolta, senza sapere come, questa condizione di fondo si fa meno pesante e invadente (sparirà del tutto solo quattro anni dopo). Qualche altra volta è buio fitto. Mille ragionamenti e altrettante considerazioni critiche vengono inghiottiti dalla notte.

Segnare i punti di minore o maggiore distanza dall’anarchismo, dal mio anarchismo maturo, è opera inutile e fastidiosa. Il lettore può assolvere a questo compito, ma è pregato di non tenere conto dei risultati. Quello che può sembrare un colpo in pieno viso si rivela soltanto faccenda scolastica, scenari illuminati dai riflettori della storia, viaggi interrotti nel territorio delle certezze.

Pubblico la seconda edizione de La distruzione necessaria perché il lavoro presenta ancora un certo interesse, se non altro per ricostruire un itinerario di pensiero e di azione. Se quello che siamo è un universo assoluto, mai definibile con precisione, lo è come esigenza, come compito infinito mai completabile, implicito in ogni cosa che facciamo. Restare silenziosi come pesci in un acquario di fronte alle proprie arretratezze, ai conti da pagare con il passato, è vigliaccheria e stupidaggine. Se voglio diventare quello che sono è perché sono di già quello che diventerò. In caso contrario la partita è persa in partenza. Tutti scoprono più o meno presto nella vita che non c’è un percorso lineare da mantenere, ed è il motivo per cui le ricostruzioni del proprio trascorrere dei giorni è sempre un romanzo di avventure, alieno dal riproporre la realtà così come è stata. Ma poi, come è stata veramente la realtà? I momenti che si oppongono a una perfetta ricostruzione sono tanti, esaminandoli risultano essere essi stessi la ricostruzione, processo insufficiente di conoscenza, inevitabile inquinamento e distorsione di ogni certezza pura e semplice. Il ricordo è sventura se visto come coerenza senza pietà.

Il mio essere quello che sono non è mai esplicitato pienamente. Ogni tentativo è rammemorazione, ripresentificazione di un passato che aspira all’avvenire anticipando (e quindi costruendo) il proprio destino. Liberarsi del convincimento che la diversità (la stessa innocua novità) ci è nemica, sradicarlo dal fondo dell’animo di ognuno di noi dove giace indisturbato come una malattia sconosciuta, è il primo passo di questo processo, la porta di entrata. Ogni sillogismo, ben grattato, porta alla luce questa malattia e la paura che le è congenita.

La conquista del potere, il ruolo dell’intellighentia, il valore dei princìpi, il ritorno alla tradizione, sono ancora punti di riferimento che nel mio libro non vengono affrontati criticamente. Lo stesso impulso immediato e violento inteso come bisogno della violenza liberatoria è visto filtrato dalla logica giustificativa, quella stessa logica che qualche anno dopo definirò dell’ “a poco a poco”, la logica mirabilmente ingegnosa dell’aggiustamento e della riproduzione del dominio. La storia che avevo letto, studiato e meditato, era piena di echi nel buio, echi ricordati con terrore dai redattori, echi delle esplosioni di rabbia della povera gente, ma il tutto lo vedevo come deformato dal prisma della guida e della indicazione teorica.

Le unità ideali del passato, pur continuando a ruotare attorno al concetto di potere, cominciano a costituire un riferimento legato al concetto di “distruzione necessaria”. La vita attesta i suoi diritti imprevidenti e ribalta le pretese dei luoghi miserabili e sordidi dell’ideologia dominante. L’occultato viene alla luce e mostra la misera eredità dei postulati non discussi. La nuova presenza sotterranea lavora attivamente, alla lunga emergerà il nuovo punto di riferimento: la rivoluzione dal basso.

Forse una simile ricostruzione radicale non emerge chiaramente dalla scrittura, ma essa era presente nella connessione operativa tra cultura e sentimento, oltre a essere – entro breve volgere di giorni – nell’aria. L’apertura sotterranea di questa connessione produrrà tensioni dapprima inspiegabili poi sempre più evidenti di per sé, mai bisognose di spiegazioni sofisticate.

Ad assistere questa seconda edizione de La distruzione necessaria ho chiamato alcuni studi preparatori e collaterali in grado di fare vedere gli interessi più o meno dichiarati che completavano il quadro dei riferimenti. Il lettore potrà individuare in essi le origini di alcuni temi portanti del libro, ma anche riflessioni abbandonate che in altra sede troveranno opportuno sviluppo.

A parte qualche piccola modificazione formale questa seconda edizione riproduce esattamente la prima.

Una precisazione particolare meritano le pagine titolate: Note riguardanti l’introduzione di Vincenzo Di Maria alla prima edizione. Molto resta ancora da dire riguardo la collaborazione tra me e quest’uomo. Per quasi un ventennio abbiamo lavorato insieme nella stanza piena di ineliminabili ragnatele che costituiva l’ufficio della sua stamperia. Era questa un luogo come dovevano essercene nel Settecento, un punto di riferimento per tutti coloro che avevano qualcosa da dire a Catania negli anni Sessanta e Settanta, e che spinti da questo dèmone finivano per incontrare questo strano omone con un occhio storto, irrimediabilmente storto. Dotato di grandi capacità di scrittura, la nostra collaborazione si fissò ben presto nel mio compito di stilare per tanti lavori alcune note indicative da lui utilizzate poi per redigere testi che a volte firmava da solo, e che a volte firmavamo insieme. Non pubblico qui la sua Introduzione a La distruzione necessaria, ma ripristino il testo originario delle mie “Note”.

L’Introduzione del 1989 è stata scritta nel carcere di Bergamo. I saggi su Machiavelli sono le pagine residue di un libro dal titolo Filosofia di Machiavelli, andato perduto alla fine del 1958. Il saggio su Ortega y Gasset, ultimo di una serie di saggi su alcuni pensatori “reazionari” che penso di pubblicare in futuro col titolo di Studi indecenti, viene qui inserito perché strettamente connesso ad alcune idee di fondo de La distruzione necessaria. Lo studio su La teologia dei primi pensatori greci è la continuazione de Il problema della verità alle origini del pensiero filosofico, pubblicato su “Studi e ricerche”, 1965, pp. 33-48, di cui un rifacimento sostanziale è stato inserito nel primo capitolo del mio libro: Dire la verità [2001], pp. 25-41. Il saggio Analisi della normalità, redatto all’inizio del 1980 nel carcere di Parma sulla base di appunti risalenti al 1967, è stato successivamente riscritto e completato nel 1990 nel carcere di Bergamo.

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Nota dell’Archivio

-La prima edizione venne pubblicata da Studi e Ricerche, Catania, 1968

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Bonanno Alfredo Maria, “I fondamenti di una teoria filosofica dell’indeterminazione”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2015, 336 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione
La presente ricerca è stata condotta, al limite tra filosofia e scienza, su interessi e problemi che, come è naturale, non sempre possono essere sufficientemente abbracciati da un solo ricercatore. Da qui le lacune, eliminabili, almeno me lo auguro, in futuro, ma alle quali ho cercato di porre rimedio, fin d’ora, dedicando un’Appendice alle “Questioni da discutere”, nella quale entrano tutti quei cenni a problemi non affrontati nel testo e che restano vitali e decisivi per un approfondimento della ricerca intrapresa. Spero che dalla lettura dell’Appendice il lettore ricavi uno stimolo di ricerca, per cui potrebbe dirsi concluso lo scopo del mio lavoro, se poi la lettura del testo può aiutare nel portare avanti quella ricerca, la mia fatica non sarà stata del tutto inutile.
La mia ipotesi metodologica si fonda su di una necessità di collaborazione tra scienza e filosofia. Per quanto indigesta possa sembrare ai filosofi e agli scienziati, questa coabitazione non può rifiutarsi, salvo che non si voglia chiudere gli occhi ai problemi che la stessa ricerca scientifica viene proponendo e che sono problemi d’ordine filosofico, salvo che non si voglia ridurre la ricerca filosofica a un gioco tedioso e antiquato, mantenendola ancora sui vecchi canovacci ormai sbiaditi dall’uso.
Questa necessità di collaborazione è provata dallo stesso sviluppo del pensiero moderno, con il suo sottofondo di irrazionalità e con il suo continuo riferirsi a forze di rottura antitradizionali. Il positivismo e l’idealismo hanno entrambi fallito il proprio compito. La scienza moderna ha ridotto le illusioni del primo e la filosofia moderna ha distrutto anche l’ultima fioritura tra le due guerre.
Scomparsa la sicurezza romantica nei destini del mondo, è rimasta l’instabilità, l’insicurezza, la mancanza di garanzia. Su questo terreno hanno lavorato il neopositivismo, la fenomenologia e l’esistenzialismo. Dal loro insegnamento l’uomo ha appreso l’attenzione al proprio perché, all’essere che gli appartiene, ai valori di fondo della sua esistenza, alla misura del rischio e della sconfitta, alla eterna compresenzialità della possibilità negativa.
Ma il significato più recondito, quello che può ancora definirsi come motivo conduttore di tutta un’epoca, resta sempre l’instabilità. In tutti i campi dell’attività umana questa sensazione prende forma e viene analizzata fino a scomparire come sensazione di insofferenza per diventare principio e legge.
L’arte propone questo rifiuto del legame alla realtà, affermando l’inconsistenza di quest’ultima o, in ogni caso, la sua insufficienza a seguire e a valorizzare l’ispirazione e l’interpretazione. Da ciò una penetrazione della conoscenza artistica al di là dell’immediatamente intuitivo, nel pieno riconoscimento dell’instabilità di ciò che apparentemente vuole sembrare ordinato e determinato. In questo modo la narrativa contemporanea sovrappone al tipo ideale del passato il tipo moderno che presenta aspetti della vita di tutti i giorni, anche malsani o sconcertanti. In questo modo l’arte figurativa cerca di arrivare al fondamento della comunicazione percettiva, separando la sovrastruttura dalla infrastruttura del reale, lavorando soltanto su quest’ultima e stabilendo delle relazioni comunicative, affidate nella maggior parte dei casi, ancora al messaggio visivo, ma limitate soltanto al sottofondo infrastrutturale. In questo modo la musica riconosce l’intrinseca libertà e indeterminatezza del contesto musicale, facendone il fondamento dell’armonia. In questo modo la poesia si scioglie dal tradizionale vincolo sintattico e metrico per comunicare l’intima instabilità della sua interpretazione della realtà.
La psicanalisi ci ha fatto conoscere come la fondamentale struttura dell’uomo non sia soltanto razionalità, ma vi giochi un emittente ruolo anche la sessualità, venendosi pertanto a rendere evidenti forti contrasti con una concezione della vita legata a un tradizionale determinismo di fattura razionalisti.
Anche in manifestazioni meno importanti della vita, o almeno non valutabili intellettualmente alla stessa stregua delle precedenti, si manifesta questo stesso sottofondo di instabilità.
Di fronte a questo stato di cose si rendeva necessaria una prima presa di posizione nei confronti della logica tradizionale. In ogni caso andava modificato il vecchio concetto di causalità. L’applicazione di una teoria fondata su relazioni non sempre riscontrabili con misurazioni dirette, o almeno non riscontrabili nella totalità dei termini che le pongono, conduce infatti a una sostituzione del principio di causalità. Una logica di tipo nuovo ci serve pure per potere comprendere il principio fisico di indeterminazione, che altrimenti resterebbe un puro concetto operazionistico e, pertanto, non generalizzabile in casi diversi da quello tradizionale della misurazione contemporanea della posizione e della velocità di una particella atomica.
L’applicazione in filosofia della teoria fisica dell’indeterminazione, trasformata in principio di indeterminazione, dà luogo a una serie di problemi di grande difficoltà che spero di avere almeno delineato con un minimo di compiutezza. Manca ogni riferimento al problema della storia e a quello dell’arte che ritengo sia opportuno trattare in uno studio a parte, proprio perché presentano interessi di ordine specifico, particolarmente se portati a un notevole grado di approfondimento.
La novità dell’argomento, la difficoltà di giungere alla conoscenza dello stato attuale della ricerca scientifica, la stessa nebulosità della riflessione filosofica contemporanea, possono essere tenute presenti come limiti, a volte insormontabili, del mio lavoro, sebbene non possono, ovviamente, considerarsi come scusanti alle mie imprecisioni o manchevolezze.
Catania, 7 gennaio 1968
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-La prima edizione venne pubblicata da Studi e Ricerche, Catania, 1968

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(a cura di) Bonanno Alfredo Maria, “Estetica libertaria”

Edito da Tringale Editore, Catania, 1976, 199 p.

Introduzione
Se il prodotto artistico è una realtà, la riflessione sulle condi­zioni che ne determinano la realizzazione, cioè l ’estetica, deve fornire chiarimenti riguardo questa realtà. Se la contrapposizione di classe nella nostra società è un fatto innegabile, opposti interessi strutturali costringono i riflessi sovrastrutturali (e quindi anche l’arte) a disporsi in funzione di quella realtà di base. Da ciò la posizione dell’artista come intermediario tra due parti in lotta. Obiettivamente estraneo come estrazione, privilegi e classe, alle due parti contendenti, egli può sostenere il potere, contribuendo allo sfruttamento, edulcorandolo con le sue fanta­stiche costruzioni, distraendo il proletariato dalla sua situazione oggettiva; oppure, lottarlo, inserendosi nella problematica di massa, sviluppando quel ruolo chiarificatore e intermediario che contribuisce alla presa di coscienza degli sfruttati. Ma l’alternativa non è sempre così netta. Gli artisti, come tutti gli intellettuali, sono gli uomini del privilegio, della « spe­cializzazione », della « individualizzazione ». Tra di essi possiamo distinguere almeno tre categorie. Quelli che non temono di per­dere i privilegi di origine e rifiutano quelli di acquisizione, per gettarsi tutto dietro le spalle e costruire sulla realtà delle lotte operaie e contadine, l’ignoto della propria esperienza estetica e il « prodotto finito » della propria capacità di artista. Quelli che sentono con sufficiente chiarezza questa necessità, come l’unica alternativa storica perché il loro lavoro non venga abbandonato ai topi, ma non ne hanno il coraggio fisico, la forza morale : abbandonare tutto il mondo del privilegio passato e delle possi­bilità di una futura — immediata — sistemazione ideale e profi­cua, per loro è un passo troppo duro; preferiscono giocare d’astuzia, utilizzare due mazzi di carte, vestirsi dei panni del contestatore quando si rendono conto che il vento tira verso sinistra, rifugiarsi immediatamente nelle braccia della borghesia quando il vento cambia direzione ; il riformismo è il loro ideale : ben pasciuti, dotati di titoli accademici altisonanti (ma spesso scherzosamente sottovalutati), diretti con tutte le forze a stabi­lire contatti durevoli con l’editoria di potere, riguardosi della legalità, arditi contestatori quando non c’è alcun pericolo ; rappre­sentano la massa di manovra di cui si serve la borghesia, nei suoi diversi livelli d’azione, per contrastare il campo alle lotte dei lavoratori. Esistono, infine, quelli che sono apertamente rea­zionari, ammiratori di temi estremisti di destra, tipo Céline, per fare un esempio, ma sono una piccolissima minoranza senza capacità d’azione. La nostra tipologia, necessariamente sommaria, andrebbe arricchita di una ripartizione per quanto concerne la prima cate­goria. Tra gli artisti che veramente vanno verso il popolo occorre distinguere quelli che intendono « erudirlo », cioè portare al popolo le proprie creazioni, e quelli che intendono « semplicemente » lavorare tra il popolo in modo di riuscire a determinare cer­te condizioni oggettive che possano produrre l’evento artistico sia nel popolo che nell’ispirazione creatrice dell’artista che lavora tra il popolo. Ripartizione non priva d’importanza in quanto distintiva dell’apparato operativo marxista e di quello libertario. L’arte può e deve mantenere la sua visione prospetticamente creativa, ma solo a condizione che gli elementi di questa sua creatività emergano da un contesto popolare, come facenti parte di una « necessità » avvertita a livello di massa. In questa dire­zione l’ignoto è ancora tutto da scoprire, l’artista è ancora da identificarsi, il rapporto tra artista e fruitore del prodotto arti­ stico è ancora da costruirsi.

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Nota dell’Archivio
-Dalla quarta di copertina: “L’antologia comprende una serie di testi, alcuni dei quali inediti in italiano, che segnano lo sviluppo del pensiero libertario sul problema estetico dalla fine del XVIII secolo ad oggi. Godwin, Stirner. Proudhon, Bakunin, Coeurderoy, Wagner, Reclus, Tolstoi, Guyau, Kropotkin, Riner, Emma Goldman, Armand, Wilde, Sorel, Pelloutier, Besnard, Rocker, Camus, Cage, Beck, Dubuffet, Mothé, il Movimento yippie, i gruppi del Teatro di guerriglia, le scritte murali e gli slogans a Parigi del maggio 1968. Un tutto organico nel succedersi della molteplicità delle forme e delle esperienze artistiche, indagate nell’ampio studio intro­duttivo alla luce di un’interpretazione libertaria.”

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Ferretti Federico, “L’Occidente di Élisée Reclus: l’invenzione dell’Europa nella Nouvelle Géographie Universelle (1876-1894)”

Università di Bologna-Alma Mater Studiorum e Paris 1 Panthéon-Sorbonne, 14 Febbraio 2011, 613 p.

Introduzione
Élisée Reclus (Sainte-Foy-la-Grande 1830 – Bruxelles 1905) è un nome che non ha bisogno di troppe presentazioni, come anche la sua opera maggiore, la Nouvelle Géographie Universelle (d’ora in poi NGU). Una premessa che invece bisogna fare a questa ricerca è che, fra le principali opere del geografo anarchico, questo monumentale corpus di diciannove volumi è ancora, paradossalmente, una delle parti meno studiate. Sul suo studio, dopo la “riscoperta” reclusiana nell’ambito della geografia francese negli anni ’70, ha pesato per molti anni il giudizio di una serie di geografi, fra i quali il gruppo di « Hérodote », che la considerava un’opera sostanzialmente censurata e dunque poco interessante, nella quale, soprattutto in alcuni volumi “chiave” come quello sulla Francia, « il ne fait pas allusion aux problèmes politiques. » Ancora di recente è stato ribadito da tale rivista che delle oltre 25.000 pagine pubblicate da Reclus, la sua “vera” opera è l’ultima, Homme et la Terre, « sa grande œuvre » nella quale è veramente libero di esprimere il proprio pensiero. Siamo di fronte a un vero giudizio di valore, basato soprattutto sul fatto che in quest’ultima opera, soprattutto negli ultimi due volumi, l’autore affronta più direttamente questioni politiche e sociali di attualità. Questo pone una serie di problemi metodologici, perché significa affermare in base a un solo punto di vista, quello della “rilevanza” politica, che l’Homme et la Terre, composta dal geografo negli ultimi anni di vita e uscita postuma a cura del nipote Paul Reclus, sia semplicemente più importante di quella che l’ha preceduta. La quale é invece il risultato del lavoro di oltre un ventennio, svolto dall’autore con l’aiuto di collaboratori quali Charles Perron, Léon Metchnikoff, Pëtr Kropotkin, il fratello Elie Reclus, ossia un gruppo di geografi che erano anche militanti internazionalisti e anarchici. Solo negli ultimi anni alcuni studiosi hanno cominciato a lavorare anche sulla NGU, come si può del resto vedere dagli interventi presentati ai convegni organizzati a Montpellier, Lyon e Milano nel 2005 per il centenario del geografo anarchico. E’ invalso da quel momento un approccio più centrato in un lavoro sulle fonti che eviti una lettura ideologica dell’autore, ma lo collochi con il massimo del rigore nel suo contesto storico, politico e sociale. La presente ricerca vuole essere un contributo a questo percorso. Dei diciannove volumi della NGU analizzeremo in particolare i primi 6 dedicati all’Europa e alla Russia, nonché quelli dal VII al XII, che riguardano territori legati storicamente all’Europa e al bacino del mediterraneo come l’Africa del Nord e l’Asia Occidentale, nonché l’Oriente indiano e cinese che ci è necessario prendere in considerazione come termine di paragone dell’Occidente. Quest’opera relativizza e problematizza la posizione del Vecchio Continente restando sempre in tensione fra due poli: la critica delle pratiche coloniali europee applicate nella sua epoca agli altri continenti, e la fiducia nei valori derivanti da una tradizione culturale che ha dato anche vita ai movimenti di emancipazione sociale. Per chiarire questa rappresentazione dell’Europa, seguiremo tre direzioni di ricerca.
La prima, precisare la genealogia, la teoria e il contesto dell’idea reclusiana di una geografia universale, partendo dai geografi antichi, in particolare Erodoto e Strabone, ai quali Reclus dedica numerose citazioni, fino a Conrad Malte-Brun e al principale modello, Carl Ritter. Visto che Reclus è stato molto prolifico in fatto di studi ma non altrettanto in fatto di scritti teorici, e gli articoli in cui parla di questioni, definizioni ed epistemologie della disciplina geografica si contano sulle dita di una mano, si farà ricorso per questo problema all’applicazione delle sue idee nei testi delle opere. Si utilizzeranno anche le corrispondenze, perché in alcune lettere che si trovano prese di posizione sulla disciplina, utili a volte a dare elementi nuovi per collocare nel loro contesto culturale di alcuni dei problemi affrontati. La seconda, individuare le poste in gioco di un progetto scientifico che è a sua volta legato al consapevole progetto politico di una rete di intellettuali impegnati. Questa parte della ricerca implica un approfondimento delle reti di informatori, collaboratori e in alcuni casi, per ammissione dello stesso Reclus, coautori, con i quali quest’ultimo redige la monumentale NGU. Si esamineranno in particolare le corrispondenze e i materiali inediti d’archivio sugli altri studiosi coinvolti, anche in relazione ai rapporti dell’intero gruppo con i rispettivi editori, in questo caso soprattutto Hachette, casa editrice con la quale essi pubblicano i propri lavori principali, e presso la quale lavorano altre interessanti figure di intellettuali eterodossi, come il pedagogista anarchico James Guillaume. Si tratta infatti di collocare questo milieu nella cultura e nell’editoria dell’epoca, individuando allo stesso tempo quella che abbiamo chiamato “la fabbrica dell’opera”, per fare luce sulle condizioni sociali e materiali nelle quali si è lavorato a costruire la più importante opera di geografia enciclopedica della seconda metà del XIX secolo. La terza, focalizzare sul testo la costruzione geografica dell’oggetto Europa, punto di partenza dell’opera e di costante confronto con gli altri continenti studiati. E’ dal vecchio continente che prende dichiaratamente origine il pensiero reclusiano, ed è da qui che per il geografo anarchico prende le mosse il progresso di tutta l’umanità. Che per lui è sempre e comunque una sola. Vedremo in questo quadro come si definiscono le nozioni di Occidente ed Europa nella globalizzazione ante-litteram che descrive alla fine del XIX secolo, individuando le grandi linee dell’identità europea ed i fattori di caratterizzazione del continente messi in opera dall’autore. Vedremo anche, alla scala inferiore, come il geografo divide nazioni e regioni sul continente, e che rappresentazione ne fornisce anche alla luce della sua critica delle frontiere e delle carte geografiche, per definire i ruoli che i diversi popoli europei giocano nel suo tempo, e quale giocheranno, secondo il geografo anarchico, nel futuro. Terremo conto, in questo lavoro, di tutta la letteratura esistente su Reclus come delle principali opere di inquadramento storico ed epistemologico sulla storia della geografia, sulla storia della scienza e sulla storia del movimento anarchico di quel periodo. Come supporto metodologico, abbiamo citato differenti autori negli ambiti della sociologia della scienza e dei saperi, nonché della letteratura costruttivista e postcoloniale, per chiarire di volta in volta i problemi interpretativi che si presentavano. Non ci interessava in effetti affrontare una rete eterodossa come quella che ha lavorato alla NGU alla luce di una sola teoria o di un solo paradigma, che fosse Bruno Latour piuttosto che Thomas Kuhn o altri: la cosa che più ci ha interessato è stato far parlare queste fonti nel contesto della loro epoca riducendo al minimo le pur inevitabili forzature teoriche “a posteriori”. Nel corso di questo lungo studio su corrispondenze ingiallite e su questi 19 volumi che apparentemente nessuno da tempo aveva più letto per intero, ci è capitato di sentirci chiedere a chi possano interessare oggi queste carte polverose. Almeno sulla questione della “polvere”, siamo stati sempre confortati da una considerazione di Georges Canguilhem, che replicando a un’obiezione simile fatta a Michel Foucault sosteneva, in maniera politicamente scorretta ma efficace che, « comme la couche de poussière sur les meubles mesure la négligence des femmes de ménage, la couche de poussière sur les livres mésure la fivolité des femmes de lettres. » In questo lavoro tentiamo di dimostrare l’importanza di essere solerti fino in fondo.

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Nota dell’Archivio
-L’Introduzione di questa tesi di laurea è sia in italiano che in francese

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Ferretti Federico, “Il mondo senza la mappa. Elisée Reclus e i geografi anarchici”

Edito da Zero in Condotta, Milano, Settembre 2007, 250 p.

Élisée Reclus, geografo di grande fama e successo editoriale ai suoi tempi, nonostante fosse proscritto dalle università e dalla sua stessa nazione, è stato a lungo dimenticato dopo la sua morte, e deve la conservazione della sua memoria, nel bene e nel male, a coloro che lo hanno visto come un antenato: in particolare gli anarchici e i geografi.
Ancora meno di Reclus sono noti personaggi come Léon Metchnikoff, Charles Perron, o le stesse opere geografiche di Kropotkin, ben conosciuto come militante ma sul quale quasi nessuno ha scritto nulla dal punto di vista dei suoi studi geografici.
Questo lavoro vuole essere un tentativo, al di fuori del biografismo o dell’agiografia, di inserire Reclus nel contesto culturale dei geografi anarchici, visto a sua volta nell’ambito delle correnti di pensiero che hanno fondato la geografia moderna a partire da personaggi come Humboldt e Ritter, ai quali tuttora ci dobbiamo riferire per rispondere alla domanda fatidica, e niente affatto banale: che cos’è la geografia?

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Reclus Élisée, “Nuova geografia universale. La Terra e gli uomini”

Edito da
Leonardo Vallardi Editore, Napoli; Società Editrice Libraria, Milano;
Primo Volume: 1884, LXXI+1135 p.
Secondo Volume: 1888, 1110 p.
Terzo Volume: 1892, 959 p.
Quarto Volume: 1894, 1008p.
Quinto Volume, Parte Prima: 1901, 1072 p.
Quinto Volume, Parte Seconda: 1902, 698 p.
Quinto Volume, Parte Terza: 1904, 919 p.
Sesto Volume: 1896, 1032 p.
Settimo Volume: 1892, 992 p.
Ottavo Volume: 1888, 1078 p.
Nono Volume: 1891, 1005 p.
Decimo Volume: 1887, 741 p.
Undicesimo Volume: 1890, 958 p.
Dodicesimo Volume: 1894, 765 p.
Tredicesimo Volume: 1894, 922 p.
Quattordicesimo Volume, Parte Prima: 1896, 781 p.
Quattordicesimo Volume, Parte Seconda: 1897, 911 p.
Quindicesimo Volume, Parte Prima: 1897, 1000 p.
Quindicesimo Volume, Parte Seconda: 1898, 884 p.
Quindicesimo Volume, Parte Terza: 1899, 877 p.
Sedicesimo Volume: 1900, 1078 p.

Introduzione
La pubblicazione di una GEOGRAFIA UNIVERSALE, per quanto possa parere impresa temeraria, è giustificata dai notevoli progressi compiuti di recente e che si vanno compiendo nella conquista scienti-fica del globo. Le contrade dove da lunga pezza domina l’uomo incivilito hanno lasciato penetrare gran parte de’ loro misteri; vaste regioni, per lo innanzi non esplorate dall’Europeo, vennero ad aggiungersi al mondo conosciuto, e le leggi cui obbediscono i fenomeni terrestri sono state scrutate con più rigorosa esattezza. Le conquiste della scienza sono in numero troppo grande, e troppo sono importanti perchè si possa introdurne il riassunto in qualche opera vecchia, fosse pure del maggior merito, come quel-la dell’illustre Malte-Brun. A tempi nuovi occorrono libri nuovi. La mia grande ambizione sarebbe di poter descrivere tutti i paesi della Terra e farli apparire agli occhi del lettore come se mi fosse stato dato di percorrerli io medesimo e di contemplarli sotto i loro di-versi aspetti; ma, per un uomo solo, la Terra è davvero sconfinata, sì che ho dovuto giovarmi dell’aiuto di tutti i viaggiatori per riprodurre la infinita successione dei paesaggi terrestri. Nondimeno ho procurato di non seguire ciecamente le mie guide e mi sono studiato, mercè continue letture, di controllare le loro descrizioni e narrazioni. Innanzi di riprodurre le parole, ho sempre aspettato di essermene reso un esatto conto; ho fatto rivivere la natura intorno a me.Ma questa natura cambia essa pure costantemente insieme cogli uomini cui dà nutrimento. I movimenti interni sollevano od abbassano le montagne, le acque correnti trasportano via il suolo e lo trascinano verso il mare, le correnti rodono le scogliere e ricostruiscono gli arcipelaghi, la vita formicola nei flutti e rinnova senza posa la superficie della Terra; infine i popoli, coll’agricoltura e coll’industria, cambiano le vie commerciali e modificano l’aspetto e le condizioni prime dei continenti che li portano, nècessitano di modificarsi essi medesimi colle emigrazioni e cogli incrociamenti. Infinita è la mobilità di tutto quanto ne circonda; tuttavia è uopo tentare d’offrirne un’idea e descrivere insieme quello che rimane e quello che muta. Già nel libro L A T ERRA , che in cotal modo è la prefazione dell’opera attuale, ho tentato di descrivere i movimenti generali che si producono alla superficie del globo; ora si tratta di seguir linei particolari attraverso i mari e i continenti. Siffatto lavoro, ben lo sento, difficilmente può condursi a buon fine; ma nell’ampiezza stessa del compito trovo la scusa del mio ardire, e vi consacro sinceramente le rapide ore della mia vita. La goccia di vapore che brilla un istante nello spazio riflette nella sua molecola quasi impercettibile l’universo che la circonda colla sua immensità: così io mi provo a riflettere il mondo circostante.La geografia convenzionale, che consiste nel citare le longitudini e le latitudini, nell’enumerare le città, i villaggi, le divisioni politiche ed amministrative, piglierà un posto affatto secondario nel mio lavoro;gli atlanti, i dizionari, i documenti ufficiali offrono su questa parte della scienza geografica tutte le desiderabili indicazioni. Coll’assumermi la facile bisogna d’intercalare numerose tabelle di nomi e di cifre non vorrei accrescere inutilmente le proporzioni di un’opera che sarà già molto estesa, e temerei di usurpare un dominio, quello della cartografia e della statistica pura. L’aggiunta al mio libro di una certa quantità di carte non l’ho fatta per ambizione di comporre una specie di atlante, dispensando il lettore dal ricorrere alle opere speciali. Mentre le carte generali hanno per iscopo di dare a coloro che le studia-no tutte le indicazioni, nessuna eccettuata, che si riferiscono alla configurazione del suolo ed alla posizione de’ mari, le incisioni e le carte speciali della NUOVA GEOGRAFIA UNIVERSALE sono destinate unicamente a mettere in evidenza i fenomeni di cui è parola nel testo; e mentre esse saranno, come è necessario, esatte e precise, trascureranno i particolari secondari. Lungi dal surrogare un atlante, le mie carte non fanno, per così dire, che commentarlo e spiegarne il significato intimo, in relazione ai fenomeni della natura ed agli avvenimenti della storia.Nel mio lungo viaggio attraverso il mondo, dai paesi dove ha sua sede la civiltà europea, ai formidabili monti di ghiaccio che vietano all’uomo di approdare alle terre antartiche, io non mi costringerò ad un ordine assolutamente rigoroso. Siccome la natura è essa medesima diversa molto nei suoi aspetti e non obbedisce ad un regime di convenzionale regolarità, io terrei un ordine affatto apparente ove seguissi sempre lo stesso sistema nella descrizione de’ paesi. Parmi più conforme al vero lasciarmi dirigere nel lavoro dall’importanza relativa dei fenomeni che si tratta di descrivere, dai caratteri distintivi e dallo stato di coltura dei popoli che si succederanno ne’ miei quadri.Nel cominciare un’opera così estesa è mio dovere di impegnarmi verso il lettore ad usare la maggior sobrietà di linguaggio. Troppo ho a dire per non ritenermi obbligato a sfuggire ogni parola inutile; sarò dunque più breve che mi sarà possibile, senza nuocere alla chiarezza dell’esposizione. La Terra è abbastanza grande e i mille e quattrocento milioni d’uomini che l’abitano offrono diversità e contrasti bastevoli per parlarne senza cadere in ripetizioni inutili.Per mala ventura, il mio lavoro, qualunque sia la cura colla quale l’ho preparato e lo vado esponendo, non andrà immune da molti errori. Quelli derivanti dalle continue trasformazioni della natura e dell’umanità non potrebbero essere evitati, nè mi è d’uopo scusarmene, perchè non posso pretendere di precorrere il tempo. Però io prevedo del pari molti errori provenienti, vuoi dall’ignoranza delle opere dei miei predecessori, vuoi, cosa più grave, da qualche pregiudizio del quale forse non riuscii ancora a spogliarmi. Ne chiedo scusa sin d’ora ai miei lettori, ai quali posso invece promettere lo scrupolo nel lavoro, la rettitudine nei giudizi, il rispetto continuo alla verità. Ciò mi dà animo a rivolgermi ad essi pieno di fiducia, invitandoli a studiare con me questa TERRA BENEFICA , che tutti ci porta, e sulla quale sarebbe così bello vivere come fratelli!
Eliseo Reclus

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Nota dell’Archivio
-L’originale “Nouvelle Géographie universelle : La Terre et les Hommes”, pubblicata dalla Librairie Hachette et Cie di Parigi tra il 1876 il 1894, si compone di 19+1 Volume (per un totale di 17016 pagine)

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Reclus Eliseo, “Un Anarchico sull’Anarchia”

Edito da Rivista Il Pensiero, Bologna, 1911, 28 p.

Estratto dall’inizio dell’opuscolo
Per molta gente la parola Anarchia suona così male, che i lettori volgari si allontaneranno probabilmente da queste pagine con avversione, meravigliandosi che qualcuno abbia avuto l’audacia di scriverle. Della moltitudine di ciarlatani noi non ci curiamo; in bocca loro nessun rimprovero ci suona troppo amaro, nessun epiteto troppo insultante. Coloro che si occupano di argomenti sociali e politici, trovano che sparlando degli anarchici si acquista un infallibile passaporto al favore popolare. Ogni delitto concepibile ci viene addebitato, e l’opinione pubblica, troppo indolente per informarsi della verità, viene facilmente persuasa che l’anarchia è sinonimo di cattiveria e di disordine. Coperti di obbrobrio, additati all’odio del pubblico, noi siamo trattati secondo la massima che il mezzo più sicuro per far impiccare un cane, è quello di dargli un brutto nome. Nulla di stupefacente in tutto questo. Il coro di imprecazioni, con cui noi siamo assaliti, è nella natura delle cose, perchè noi parliamo un linguaggio non permesso dall’uso, e non apparteniamo a nessuno dei partiti che si disputano il potere. Come tutti gli innovatori, siano essi violenti o pacifici, noi non veniamo con un ramoscello d’ulivo in mano, ma con una spada; non portiamo la pace, ma la guerra; non siamo quindi per nulla stupefatti d’essere accolti come nemici. Purtuttavia, non senza dolore constatiamo tanta malevolezza; nè ci basta la sola persuasione di non meritarla. Correre incontro alla perdita di un così prezioso vantaggio qual è la simpatia popolare, senza prima pazientemente cercare la verità ed esaminare attentamente quale sia il nostro dovere, sarebbe un atto di strana follia.

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Note dell’Archivio
-Traduzione dell’articolo “Anarchy: By an Anarchist, pubblicato nella rivista “Contemporary Review” nel 1884
-Pubblicato inizialmente a puntate ne “Il Pensiero” nel 1910

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Reclus Eliseo, “La Sicilia e l’eruzione dell’Etna nel 1865”

Edito da B&B, San Giovanni La Punta, 1999, 158 p.

Resoconto stilato da Reclus durante il suo soggiorno nella Sicilia Settentrionale e parte di quella orientale. Durante questo viaggio, Reclus non raccolse solo dati ambientali e sociali della parte dell’isola visitata ma fece da collegamento tra l’Alleanza della Democrazia Sociale e i compagni siciliani interessati ad unirsi a quest’ultima.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “La Sicilie et l’éruption de l’Etna en 1865 : récit de voyage”, Hachette, Parigi, 1866. Precedentemente venne pubblicato come resoconto nel “Nouveau journal des voyages” e “Le Tour du monde”
-La prima edizione in italiano venne pubblicata dai fratelli Treves a Milano, nel 1873. In questa edizione, gli editori misero il resoconto di Reclus insieme a quello di Bourquelot. La prefazione e le note vennero curate da Emanuele Navarro della Miraglia

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