Patterson Charles, “Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto”

Edito da Editori Internazionali Riuniti, Urbino, Settembre 2014, XXIX-321 p., Seconda Edizione

Un’eterna Treblinka” analizza, sulla base di un’ampia documentazione, la radice comune dello sfruttamento umano e animale, attraverso lo studio delle incredibili ma innegabili somiglianze tra il modo in cui i nazisti trattavano le loro vittime e il modo in cui, nella società attuale, noi trattiamo gli animali. Il titolo del libro prende spunto dallo spirito degli scritti yiddish di Isaac Bashevis Singer e specificamente da un passo del suo racconto “L’uomo che scriveva lettere”: “Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti: per gli animali Treblinka dura in eterno”. L’autore descrive i meccanismi che hanno fatto sì che l’uomo si arrogasse il ruolo di specie dominante del pianeta e, successivamente, mostra come lo sfruttamento e l’uccisione, sia degli animali che degli uomini, si siano trasformati in un processo razionale e industrializzato nel corso del XX secolo, con la creazione dei macelli e delle camere a gas.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Eternal Treblinka: Our Treatment of Animals and the Holocaust”, 2002

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Moore Jason W., “Antropocene o capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria”

Edito da OmbreCorte, Verona, 2017, 173 p.

Che i drammatici cambiamenti climatici degli ultimi decenni siano dovuti alle emissioni antropogeniche di gas serra è un fatto acclarato, che non suscita serie controversie se non da parte di qualche sparuta setta negazionista. Quali siano le conseguenze di tale situazione è invece oggetto di discussione. Sempre più spesso si sente parlare, nei circoli accademici ma anche sui mass media, di “Antropocene”. Il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, che ha coniato il termine, intende con esso una nuova era geologica in cui le attività umane sono diventate il fattore determinante, decretando così la fine dell’Olocene. L’umanità come un tutto indifferenziato (e colpevole) da un lato, l’ambiente incontaminato (e innocente) dall’altro.
Jason W. Moore rifiuta questa impostazione e parte dal presupposto che l’idea di una natura esterna ai processi di produzione non sia che un effetto ottico, un puntello ideologico su cui si è appoggiato il capitalismo. Al contrario, il concetto di ecologia-mondo rimanda a una commistione originaria tra dinamiche sociali ed elementi naturali che compongono il modo di produzione capitalistico nel suo divenire storico, nella sua tendenza a farsi mercato mondiale. Il capitalismo non ha un regime ecologico, è un regime ecologico. Sfruttamento e creazione di valore non si danno sulla natura, ma attraverso di essa − cioè dentro i rapporti socio-naturali che emergono dall’articolazione variabile di capitale, potere e ambiente.
Si tratta dunque di analizzare la forma storica di questa articolazione − ciò che Moore chiama “Capitalocene”: il capitale come modo di organizzazione della natura − per fronteggiare l’urgenza dei disastri ambientali che ci circondano.

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Note dell’Archivio
-Traduzioni di due articoli di Jason W. Moore del 2014,”The Capitalocene, Part I: On the Nature and Origins of Our Ecological Crisis” e “The Capitalocene, Part II: Abstract Social Nature and the Limits to Capital”
-Gli articoli verranno pubblicati nel 2017 dal “Journal of Peasant Studies”

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Gorz André, “Ecologia e libertà”

Edito da Orthotes, Nocera Inferiore, 2015, 94 p.

“Ecologia e libertà” è un libro straordinariamente anticipatore. In esso la crisi della natura non si pone come esterna all’economia, alla società, alla politica; ne è semmai il volto estremo, il sintomo inaggirabile, l’ingiunzione cui non ci si può sottrarre procrastinando. André Gorz è tra i primi a chiederci di pensare la questione ambientale nella sua non-autosufficienza, nella sua impossibilità a spiegarsi da sé: essa dischiude infatti una crisi del produttivismo occidentale e del capitalismo industriale che possiede un’origine storica e che richiede una soluzione politica. Tale soluzione, peraltro, non fornisce alcuna garanzia sulla desiderabilità o meno del suo esito: il testo torna a più riprese sul rischio concreto di una deriva tecnofascista, cioè di una risposta autoritaria alle sfide ecologiche. Il degrado degli equilibri biosferici schiude infatti uno scenario fortemente polarizzato: alla tentazione dispotica deve far fronte un progetto sociale complessivo capace di coniugare la sostenibilità ambientale e l’autonomia individuale e collettiva. Il nesso tra ecologia e libertà, dunque, non si dà in natura – non sta nelle cose: bisogna produrlo, curarlo, difenderlo.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del testo “Écologie et liberté”, Éditions Galilée, Parigi, 1977
-La prima edizione in italiano è edita da Feltrinelli, 1977
-Emanuele Leonardi ha tradotto questa nuova edizione per Orthotes. Egli ha ripreso il lavoro che fece Comolli, ai tempi per Feltrinelli. Nel testo è riportato come Comolli, ai tempi, tradusse la parola francese “croissance” in “sviluppo” e non “crescita”.
Come spiega Leonardi, i due concetti sono completamente diversi (“crescita” designa una categoria precipuamente economica mentre l’ampiezza semantica di “sviluppo” occupa interamente anche il campo sociale) e ha preferito “mantenerne la distinzione.”

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Castanò Ermanno, “Ecologia e potere. Un saggio su Murray Bookchin”

Edito da Mimesis, Milano-Udine, 2011, 220 p.

L’evento della crisi ecologica che sta mettendo seriamente a rischio la vita sull’intero pianeta, ha fornito lo spunto per una riflessione filosofica attorno alla frattura fra l’”umano” e l’”animale” che circoscrive il campo della biopolitica contemporanea, laddove essa si converte in biocidio generalizzato. Che relazione c’è fra il potere e la vita (umana e non-umana) nella modernità? Murray Bookchin, una delle voci più note della controcultura americana odierna, ha dedicato la sua intera opera all’esplorazione di questi ambiti, in un percorso che inteseca il pensiero di Adorno e quello di Foucault. Questo saggio si propone di ripercorrere in una lettura critica i testi di Bookchin e di fornire un’archeologia dei concetti fondamentali dell’ecologia che sia utile al dibattito animalista, ambientalista o ecologista, che quotidianamente ne fa la propria attrezzatura pratica.

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Dorfman Ariel, Mattelart Armand, “Come leggere Paperino. Ideologia politica nel mondo di Disney”

Edito da Feltrinelli, Milano, 1972, 184 p.

L’idea borghese del lavoro intellettuale come non produttivo insiste da un lato nel mantenere la dicotomia consacrata dalla divisione sociale del lavoro, dall’altro nell’emarginarlo dai conflitti che scoppiano necessariamente nella produzione di beni materiali. Apparentemente ci sono territori del­l’umano in cui la lotta di classe non esiste. Per esempio negli attributi assegnati all’infanzia: purezza, ingenuità. Co­me leggere Paperino dimostra il contrario: nulla sfugge al­l’ideologia. Nulla, quindi, sfugge alla lotta di classe. Il libro tende a smascherare i meccanismi con cui l’ideologia borghese si riproduce attraverso i personaggi di Disney.
L’analisi indaga sulla struttura del fumetti, mostra l’universo di doppi significati in essi nascosti, che svolgono un ruolo fondamentale per la comprensione del messaggio. Paperino è la metafora del pensiero borghese che penetra insensibil­mente nei bambini attraverso tutti i canali di formazione della struttura mentale. È la manifestazione simbolica di una cultura che incentra tutti i suoi significati sull’oro e lo rende inno­cente staccandolo dalla sua funzione sociale. Qui il denaro non appare come elemento di rapporto tra il capitalista e la società, passibile quindi di ingiustizie. L’ansia di denaro di Paperone è solo una perversione individuale. Sulla stessa linea, tutti i personaggi disneyani emergono come individua­lità psicologiche e non come prodotti di rapporti sociali. Ac­canto all’avaro esistono l’inventore, i cattivi, i buoni. Sono comportamenti astratti e non funzioni con­crete di una realtà sociale.
Siamo ormai lontani dall’aneddoto Disney: siamo nel campo della politica. Non per nulla la stampa mondiale si è larga­mente interessata a questo libro. “France Soir,” dedican­dovi un articolo, lo ha intitolato a tutta pagina “Paperino contro Allende” e l’Associated Press, parlandone isterica­mente, ne ha citato questa frase: “Finché la sua figura sorridente passeggerà innocentemente per le strade del no­stro paese, finché Paperino sarà potere e rappresentazione collettiva, l’imperialismo e la borghesia potranno dormire sonni tranquilli”.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Para leer al Pato Donald”, Ediciones Universitarias de Valparaíso, 1971

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Berneri Camillo, “Gli eroi guerreschi come grandi criminali”

Edito da Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1987, 38 p.

Prefazione di Camillo Berneri
Occorre buttare di sella l’Eroe guerresco, rompendo i cartelloni della storiografia convenzionale. Le mie sassate sa­ranno un po’ imbottite di erudizione, ma spero che non rim­balzeranno contro di me.
Metterò in soffitta l’elmo di Marte. Se l’Eroe guerresco non sfolgorerà in questo mio studio la sua fragorosa e lu­cente bellezza; se l’ingenuità epica dei popoli e gli orpelli dei poeti e dei retori non saranno accolti da me, non sarà per partito preso. È evidente che gli Eroi della guerra sono per due terzi i profittatori dell’azione delle milizie, delle cir­costanze, del caso. È evidente che l’eroe guerresco o è una figura retorica che ricopre il coraggio della paura o il divam­pare di bassi istinti, di malvagie depravate voglie, o è guer­resco soltanto per le circostanze nelle quali si effettua. È evidente, infine, che la guerra dei tempi nostri è scienza e non arte, che ha soldati (operai) e non guerrieri (artigiani). Combattere i miti della guerra vale combattere Carlyle, cioè la storiografia come romantica serie di grandi biografie; ma la guerra nella sua mandrillesca nudità; chiarire che cosa sia il coraggio.

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Si ringrazia Gianpiero per la reperibilità del testo

Nota dell’Archivio
-Nell’introduzione di questo opuscolo, Aurelio Chessa, curatore dell’Archivio Famiglia Berneri, raccolse alcuni articoli di Berneri inerenti alla guerra e agli eroi guerreschi.
“Questo suo studio,” scrive Chessa, “fatto nel giro di alcuni anni, doveva sbocciare in un libro dal titolo « Gli eroi ».”
Gli articoli raccolti sono i seguenti:
–“Gli eroi della guerra,”,« Fede! », Roma, a. III, n. 92 del 26-10-1925;
–“Gli eroi guerreschi come grandi criminiali, « Il Monito » di Parigi, a. III, n. 14 del 30-7-1927 e n. 16 del 4-9-1927;
–“L’eroismo degli eserciti moderni”, « Germinal » di Chicago, a. III, n. 13 del 1-7-1928;
–“La delinquenza collettiva della guerra,” « Germinal » di Chicago, a. III, n. 16 del 1-7-1928 e ripubblicato su « L’Adunata dei Refrattari » di New York, a. XVIII, n. 47 del 9-12-1939.

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Vizzini Graziano, “Anarchismo e antifascismo. Gaetano Di Bartolo Milana”

Edito da Edizioni Selene, Milano, 2006, 134 p.

Introduzione di Graziano Vizzini

Il presente lavoro di ricerca è nato dal desiderio di dare luce a una delle tante figure della storia del Novecento escluse dalla storiografia ufficiale, e di rendere postuma giustizia ad un uomo, modello di dedizione al proprio ideale che ha lottato a viso aperto per la libertà.

Questa biografia politica è dettata anche dalla intima necessità e consapevolezza di sostenere che il divenire storico dell’umanità è determinato da donne, da uomini, ovvero dal popolo o dal più appropriato concetto di moltitudine.

La storia che si dispiega fin dall’inizio del secolo scorso è la vicenda umana di un anarchico, di un antifascista, di un intellettuale: è la vita di Gaetano Di Bartolo Milana.

La sua singolare personalità è un mirabile esempio di coerenza tra pensiero e azione che fece di lui un uomo incapace di doppiezze e di compromessi. Tanti anni di persecuzione e di confino, peraltro sopportati con fierezza e dignità, non riuscirono a scalfire minimamente la straordinaria forza d’animo, anzi, rafforzarono ancora di più la sua fede libertaria che non conobbe tentennamenti. La sua esistenza fu caratterizzata dalla lotta contro ogni forma di repressione politica, religiosa, sociale e tutte le mistificazioni del primo Novecento.

Pur privo di un’alta formazione scolastica ebbe, tramite studi autodidattici, una vasta cultura umanistica, specialmente in materia di letteratura politica. Con limpidezza di eloquio, dissertava correttamente autori della storia politica internazionale quali Tommaso Moro, Giordano Bruno, Godwin, Rousseau, Bakunin, Marx, Labriola, Salvemini… A queste conoscenze univa una sorprendente capacità di analisi critica nel leggere la “storia” nel suo svolgimento. Vide nell’anarchia e nell’anarchismo l’unica possibilità dell’uomo di innalzarsi dalle miserie e dalle ingiustizie che il regime capitalistico arrecava alle masse proletarie. Egli fu un anarchico-comunista, ma un anarchico non comune.

Credeva che, se il fine politico è condiviso, tutte le azioni e gli atteggiamenti individuali, dovevano essere coordinati in nome dell’unità delle correnti politiche sia tra i diversi soggetti politici, mi riferisco al periodo del fascismo, sia soprattutto all’interno del movimento anarchico. Per niente settario, l’impegno civile è testimoniato dagli scritti su giornali anarchici internazionali, dall’Adunata dei Refrattari di New York al Risveglio di Ginevra; dalla sua viva partecipazione alla causa del movimento e soprattutto dalle sofferenze del carcere e del confino di polizia che gli furono inflitte durante il regime fascista.

All’età di vent’anni fondò, con alcuni gruppi anarchici isolani, il Partito anarchico italiano. L’organo del “partito” era il giornale, da lui diretto, la Fiaccola Anarchica, pubblicato a Terranova di Sicilia. Il partito si poneva come complemento all’Unione Anarchica Italiana, giudicata dai membri inadeguata per una linea direttiva unitaria. L’esperienza del partito fu breve e si esaurì del tutto con la risposta polemica di Errico Malatesta apparso sulle pagine di Umanità Nova. La visione politica di unità tra le correnti mise, Di Bartolo Milana, in aperta critica con l’Unione Anarchica Italiana e successivamente con la Federazione Anarchica Italiana le quali, a suo dire, avevano una modesta funzione di corrispondenza detenuta nelle mani di pochi. La sua attività all’interno del movimento anarchico fu sempre di natura propagandista. La propaganda è il preludio alla rivoluzione e con la sua scintilla spontanea sarà anarchica.

Acerrimo nemico della chiesa, considerava la religione e specialmente quella positiva come il prodotto dell’imperfezione intellettuale dell’uomo e come assoggettamento psicologico e sociale delle masse da parte delle classi dominanti. Altresì, considerava la proprietà privata come testimonianza dell’antichissimo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e come causa dell’oppressione e della miseria economica della società. Infine, vedeva nello Stato la sovrastruttura di una mente dittatrice. L’anarchico gelese fu stimato dai più illustri personaggi politici, Giorgio Amendola, Li Causi, Failla, Macaiuso, Terracini, Schicchi, Secchia, per citarne alcuni, e dai due Presidenti della Repubblica Giuseppe Saragat e soprattutto Sandro Pertini, come figura autorevole, fraterna e umile.

E proprio con umiltà condusse la sua esistenza tra stenti e disagi pur avendo gli stessi “diritti politici” di costoro. Punto di riferimento politico della nuova generazione d’intellettuali gelesi e non solo, seppe diffondere con la sua contraddistinta eleganza dialettica i valori dell’anarchismo puro, che non trovano compromessi né con l’ipertrofia dell’io né con qualsiasi tipo di organizzazione refrattaria al mondo sociale. Definito dalle autorità fasciste un pericoloso anarchico, il libertario Di Bartolo Milana ebbe un amore speciale per la poesia, la quale spesso era l’esternazione romantica del suo ideale non compreso dalla maggior parte degli individui.

Non esiste? Chi? Disse! Ci profuma l’occaso e i gerani / mite al soffio di tristi uragani…

Morì una mattina uggiosa di dicembre del 1984 dopo aver espresso il desiderio di non aprir la porta a nessun prete.

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Internazionale Situazionista. Bollettino centrale edito dalle sezioni dell’internazionale situazionista

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Durata: Giugno 1958 – Dicembre 1969
Luogo: Parigi
Periodicità: Irregolare (nonostante nel primo numero avessero riportato “Trimestrale”)
Pagine: 32 (n.1); 36 (n.2); 40 (n.3); 38 (n.4); 52 (n.5); 42 (n.6); 56 (n.7); 74 (n.8 e n.11); 50 (n.9); 90 (n.10); 122 (n.12)

Nota dell’Archivio
-I singoli bollettini che mettiamo a disposizione sono stati tradotti e pubblicati da Nautilus, Torino, 752 p.

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Virilio Paul, “L’arte dell’accecamento”

Edito da Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007, 88 p.

Un saggio sull’accecamento, estetico e politico, nell'”illuminismo” della nostra contemporaneità caratterizzata dalla sovraesposizione massmediatica, dove il sensibile è diventato il fotosensibile e l’oggettività una teleobiettività. È questa l’ultima provocazione di Paul Virilio, dopo le riflessioni sul simulacro, sulla velocificazione del tempo, sulla dematerializzazione dello spazio pubblico, sull’ordinarietà dell’incidente e della catastrofe nella perenne condizione collettiva di “panico freddo” subentrata alle tensioni della “guerra fredda”. Nella società della globalizzazione, in cui la visione dell’osservatore si trasferisce agli innumerevoli canali video che illuminano il suo abitare, in una fatale distrazione dal mondo circostante, dalla percezione in situ e in visu, “l’arte di vedere” diventa infatti la prima vittima. E l’arte contemporanea, essa stessa mediatica e audiovisiva, non è più, come sosteneva Paul Klee, ciò che rende maggiormente visibile, bensì l’arte di un accecamento. Paul Virilio, tra gli autori più originali nel panorama filosofico contemporaneo, è noto principalmente per i suoi studi sullo sviluppo della tecnologia in relazione al potere, all’urbanistica, all’arte.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “L’Art à perte de vue”, Editions Galilée, 2005

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Lukàcs György, “Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna”

Edito da Feltrinelli, Milano, 1976, 180 p., Terza Edizione

Premessa
Questi tre studi non hanno la pretesa — anche riuniti in vo­lume — di dare un’immagine completa ed esauriente dell’evoluzione spirituale ed artistica di Thomas Mann. Ma tutti sono nati con l’intenzione di illuminare i problemi centrali della sua creazione.
Il primo, in occasione del settantesimo compleanno di Thomas Mann, tenta di chiarire, in tutta la sua contraddittorietà dialettica il suo atteggiamento verso la borghesia, il quale costituisce, a mio avviso, la base sociale e quindi umana di tutta la sua attività.
Il secondo contiene una discussione di tutta la posizione di Mann di fronte allo sviluppo culturale ed artistico borghese, nella luce che il suo romanzo Faustus getta su tutta la sua evoluzione. L’aver posto tali questioni ha come necessaria conseguenza che nell’esposizione l’accento grava, rispettivamente,, su questi problemi. In una rap­presentazione storica sistematica della sua opera si sarebbe dovuto trattare più a fondo di Carlotta a Weimar e soprattutto del ciclo di Giuseppe, per rilevare soltanto alcune delle opere più importanti.
Il terzo studio, scritto per l’ottantesimo compleanno di Thomas Mann, vuole analizzare la prima parte finora apparsa del romanzo di Krull, soprattutto per porre in rilievo lo stile narrativo di Thomas Mann, il carattere specificamente attuale di questo stile nella sua opposizione alla decadenza. Anche qui si accenna ampiamente ad opere precedenti, particolarmente al ciclo di Giuseppe, tuttavia anche qui in modo saggistico, vale a dire soltanto in rapporto al problema principale di questo saggio. […]

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Nota dell’Archivio
-La prima edizione italiana è del Marzo 1956
-Il titolo originale di quest’opera è “Aufbau-Verlag”, 1953
-L’opera in questione contiene i primi due saggi: “Auf der Suche nach dem Bürger” e “Die Tragödie der modernen Kunst”; a seguire vi è “Das Spielerische und seine Hintergründe, pubblicato nella rivista ” Aufbau ”, giugno 1955; “Thomas Mann über das literarische Erbe”, tratto dal volume “Schicksalswende , Berlino”, 1948; “Thomas Manns Roman ” Königliche Hoheit””, pubblicato dapprima nella rivista ungherese ”Nyugat” nel 1909 e poi in tedesco nel volume “Georg Lukacs zum siebzigsten Geburtstag”, Berlino, 1955.
-L’Introduzione fu dettata dall’Autore in occasione della morte di Thomas Mann; la Premessa (già compresa nell’edizione dell’ “Aufbau-Verlag”) è stata aggiornata espressamente per l’edizione italiana

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