Ermini Rino, “Pedagogia Libertaria. Percorsi Possibili”

Edito da SempreAvanti, Livorno, 1994, 45 p.

Esistono le premesse culturali e sociali per una scuola libera e indipendente da condizionamenti politico-affaristico-religiosi? Quello che viene insegnato a scuola è normalmente più arretrato di quello che comunemente si crede. Si insegna per risvegliare o per intorpidire le menti? Le idee che vengono inculcate sulla struttura gerarchica della società facendola apparire come inevitabile, indispensabile, in fondo il meglio che si possa avere, anzi l’unica possibile; le idee sulla religione. Si possono dare al lavoro di docente contenuti rivoluzionari anche dietro l’apparenza della normalità. Insegnare a confutare dovrebbe essere il primo obiettivo pedagogico di un modo serio ed eticamente corretto di esercitare la professione di insegnante. Non può esservi evoluzione e quindi crescita se l’insegnante non riesce ad agire come starter culturale, etico – nei confronti delle menti dei futuri soggetti sociali.

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Dai Luca, “La pedagogia libertaria”

Università degli studi di Milano, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Corso di Laurea in Educazione Professionale, 2003-2004, 52 p.

Premessa
La premessa da cui parto è strettamente legata a elementi che derivano dal personale. Da futuro Educatore professionale è inevitabile che mi ponga delle domande, sui possibili problemi ai quali potrei andare in contro nella relazione educativa con l’altra Persona. Da “libertario” che sono, non amante dell’Autorità in genere, mi pongo il problema dell’abuso di potere (nascosto nel ruolo) che potrei esercitare nella relazione con l’altro, il rischio di plasmare l’altro, il rischio di cambiare una persona a propria somiglianza, imponendo le proprie visioni, smantellando così la Libertà dell’individuo di essere ciò che è. Al contrario credo nella libertà dell’altro di essere ciò che è, nel rispetto dell’altro e della sua persona. Una relazione in continuo scambio e apprendimento reciproco, nella quale si aiuta veramente qualcuno ad evolvere. Un rapporto non gerarchico in cui vengono rifiutati metodi più o meno velatamente coercitivi. Un rapporto bilaterale, in cui entrambi gli attori educano e vengono educati. Queste premesse mi hanno fatto imbattere nella “Pedagogia libertaria”.

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Sabatino C., “Oltre ogni immaginazione. Il primo, duro impatto con la realtà carceraria”

Autoproduzioni A’rraggia, [anno sconosciuto], 15 p.

Un recinto ben fabbricato, un cancello ben robusto, una scritta su di un muro.
Qui perderete ogni speranza.
Non bisogna farsi prendere da una triste angoscia anche se i sentimenti a volte son più fatti.
Lottare e soffrire per poi non soffrire, affrontare la realtà e questa società lottare con coraggio contro questa dittatura.
Ti ritrovi in una cella, quattro mura e una cancella i compagni di sventura ti raccontano la loro storia.
Tra gli scioperi e le proteste ti ritrovi in manicomio ora libera è la sbirraglia da te che l’hai affrontata. A soffrire non sei solo, con te ci siamo noi che tra scioperi e rivoluzione vinceremo i dittatori…

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Nota dell’Archivio
-Sabatino C. sta per Sabatino Catapano

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Eisner Lotte, “Lo schermo demoniaco”

Edito da Editori Riuniti, Roma, 1991, 399 p., Seconda Edizione

Lo schermo demoniaco ha trent’anni ma non li dimostra. Lo slogan, anche se non brilla per originalità, mi potrebbe consentire di chiudere già a questo punto e concorrere, con buone speranze, al Guinness dei primati per la brevità di una introduzione letteraria. Il lettore, se intende procedere, è comunque avvertito: le righe che seguono non fanno altro che riprendere e variare il tema iniziale.
Scritto su commissione per la collana cinematografica del Poligono già alla fine degli anni quaranta, questo libro è stato poi curato e tradotto da Mario Verdone nel 1955 per le edizioni di Bianco e Nero, in una versione più ricca e completa rispetto a quella francese del 1954 e, per molti versi, assai vicina alla più recente edizione del 1981.
Pur tornandovi sopra a distanza di tempo, Lotte Eisner non ha sentito il bisogno di apportarvi modifiche sostanziali, di accogliere nuove ipotesi o tesi inconfutabili emerse nel frattempo. Gli aggiornamenti bibliografici, o gli interventi sul testo, segnalano piuttosto la diffusione e l’accettazione delle sue tesi e di molti motivi del libro e denunciano, con mano leggera, l’ esistenza di piccoli atti di pirateria critica ai suoi danni. In ogni caso nessun restauro o operazione di facile rivitalizzazione dei tessuti. Il libro mantiene intatte fisionomia e struttura originarie. Caso pressoché unico, nel quadro peraltro molto ricco della saggistica cinematografica del dopoguerra, Lo schermo demoniaco è stato subito visto come un classico, pur senza assumere un ruolo centrale e di guida nel dibattito teorico e critico dell’ epoca. Non solo giocava a suo sfavore l’ostracismo più generale nei confronti delle avanguardie artistiche, ma un elemento decisivo era dato dal confronto con il libro di Kracauer, Il cinema tedesco. Dal «Gabinetto del dottor Caligari» a Hitler, dello stesso periodo, anche se scritto e tradotto in Italia alcuni anni prima, la cui carica polemica e ideologica si muoveva in sintonia quasi perfetta con le parole d’ordine, gli interessi e la competenza della critica del tempo.
Tuttavia se la critica militante non trovava soddisfatti, dal saggio della Eisner, gli interrogativi sul rispecchiamento della società tedesca prenazista nei film espressionisti, ci si rendeva conto che l’area di interessi e la portata dello sguardo della Eisner erano assai più ampie e ricche di prospettive rispetto ali’ argomentazione tutta orientata su un solo asse dimostrativo del libro di Kracauer.
Partito dunque con un discreto handicap, questo libro, sulla lunga distanza, non soltanto ha recuperato, ma è riuscito a mantenersi come punto di riferimento indispensabile per tutte le successive analisi e ricerche sull’espressionismo cinematografico. Che, peraltro, non sono state molte, nel pur vivace panorama critico e interpretativo degli ultimi vent’anni, e neppure memorabili per qualità e novità critica o storiografica.
In mancanza di una rigorosa ricerca d’archivio, che sappia restituire, in modo completo, il quadro delle relazioni, delle influenze reciproche nella cinematografia all’indomani della prima guerra mondiale e in mancanza di una convincente risistemazione critica del cosiddetto espressionismo cinematografico nel più vasto campo di tensioni dell’espressionismo artistico e culturale, il libro della Eisner ha il merito di costituire, ancor oggi, la guida più autorevole per un tipo di contatto con l’intero ordine di problemi stilistici e interpretativi posti dal sistema cinematografico tedesco tra la fine della guerra mondiale e l’invenzione del sonoro. Il primo interrogativo e la prima risposta netta che il libro offre è che si deve maneggiare con cura la fom1ula «espressionismo cinematografico» e che, a ben guardare, ben pochi film meritano, a pieno titolo, l’ appellativo di espressionisti.
L’ipotesi guida del libro è che il cinema, ad un certo momento in prossimità della guerra mondiale, viene attirato – e quasi risucchiato – nel campo gravitazionale dell’espressionismo, senza mai farne parte del tutto. In base ai principi di rottura dei criteri di separazione tra le arti si attua una mescolanza e una continua metamorfosi di codici tra le varie manifestazioni del]’ espressionismo. Il gioco di travasi. e passaggi, i principi dei vasi comunicanti sono analizzabili fino alle soglie del cinema, che si pone come un luogo di confluenza delle diverse forme e temi senza esserne tuttavia il naturale punto d’approdo e di conversione completa. Più che di metamorfosi si potrà parlare piuttosto di ibridazione, di intergamia, di reti di relazioni multiple e di coesistenza di anime diverse.
Nel passaggio dalla letteratura, dalle arti figurative, dal teatro al cinema, raramente si constata una congruenza perfetta degli elementi recitativi, scenografici, narrativi, fotografici, architettonici e una loro corrispondenza totale con i codici espressionisti. Nel testo filmato i valori e i moduli espressionisti, quando vi siano, risultano come diluiti e coesistenti con altri elementi. Come ricordava ancora la Eisner qualche anno fa in un numero monografico della rivista francese Obliques (n.6-7, 1976), di ogni autore di film espressionisti si dovrà tener conto del suo contemporaneo contributo alla creazione di altri generi e altre tendenze. Cari Mayer – l’ideatore per eccellenza dei piu famosi soggetti e sceneggiature espressionisti – è anche l’autore e promotore del «Kammerspièl.», il genere piu antitetico rispetto all’espressionismo. Lo stesso Robert Wiene, autore del Gabinetto del dottor Caligari, non ha alcun rapporto organico anteriore o successivo con il movimento espressionista. E Fritz Lang si ostina a negare, contro ogni evidenza, il suo rapporto con l’espressionismo fino agli ultimi anni di vita. Quanto ai film di Murnau la recitazione espressionista in qualche opera non è sufficiente a farlo rientrare d’ufficio nel movimento, mentre assai più forte è in lui l’influenza di Max Reinhardt.
La presenza di elementi espressiònisti appare dunque diffusa e distribuita in modo diseguale e disomogeneo. Percorrendo le fasi della storia del cinema tedesco nel decennio successivo alla fine della prima guerra mondiale, l’autrice punta la sua attenzione su elementi specifici, isola _tratti stilistici e formali assai marcati, suggerisce anche l’ideit di un’ atmosfera che permea il cinema tedesco e che, all’improvviso, irrompe sulla scena cinematografica e si materializza in modo imprevedibile. Ignorando quasi del tutto gli orientamenti e le parole d’ordine della critica degli anni cinquanta, la Eisner sceglie, da una parte, come punto di riferimento fondamentale il libro di Rudolf Kurtz Expressionismus und Film del 1926 e pochissimi altri referenti bibliografici e, dall’altra, tenta di applicare al cinema – ricordandosi la sua formazione di storica dell’arte – la lezione di Alois Riegl e soprattutto di Heinrich Wolfflin e del puro-visibilismo. Tutte le sue analisi stilistiche e formali dei rapporti tra i film e lo sviluppo di forme e di mentalità anteriori possono essere tranquillamente riportate, o trovare i loro referenti naturali, nei concetti fondamentali sullo sviluppo dell’arte moderna espressi da Wolfflin. In ogni capitolo la Eisner segue lo sviluppo e la trasformazione di questa o quella forma, individuandone le radici vicine e lontane e mostrandone la materializzazione finale in una scena o in un film. Non solo, ma, soprattutto nei primi capitoli, si tenta di cogliere la presenza di temi chiave o temi guida nel profondo della mentalità del popolo tedesco che il cinema accoglie e ripropone all’interno di un quadro storico lacerato e carico di tensioni violentissime.
Cosi, se da una parte la lezione puro-visibilista le consente, a sua volta, di effettuare magistrali analisi sulla relazione tra le forme, le linee e le superfici all’interno delle singole inquadrature, o di scene e sequenze e di coordinarle in un quadro generale di scelte d ‘autore, dall’altra l’attenzione per gli archetipi e la storia della cultura e della mentalità la portano a importanti riflessioni sul ruolo del cinema per la comprensione dell’immaginario tedesco. Certo se, tra tutte le manifestazioni artistiche, la Eisner riesce a distinguerne il diverso grado di influenza sul prodotto cinematografico, il suo discorso acquista il massimo di pertinenza quando vengono mostrate le relazioni più strette e dirette tra il teatro e il cinema. Su questo piano si attua, in misura maggiore, il principio dei vasi comunicanti e si constata come, ad alimentare il cosiddetto espressionismo cinematografico, sia la lezione teatrale di Max Reinhardt prima e di Piscator poi, in misura non certo inferiore a quella delle regie dell’espressionismo teatrale. A mano a mano che il libro procede ci si accorge che la Eisner, mediante una serie di mutamenti a vista, pone il cinema non al punto più stretto di confluenza delle varie espressioni artistiche, ma gli affida il ruolo di contenitore, dalle pareti assai elastiche e dilatabili, capace di accogliere e sistemare al suo interno spinte e materiali tra i più eterogenei. Cosi, in uno spazio in apparenza sconvolto, tra storie di mostri e fantasmi, in atmosfere da incubo, la Eisner si muove con estrema sicurezza indicando i giusti rapporti di prospettiva, le ragioni delle scelte scenografiche, l’oscillazione tra molteplicità e unità, tra forme chiuse e aperte, tra le diverse modalità della visione della superficie e della profondità, le influenze precise e specifiche – là dove esistono – dei grandi teatralizzatoci tedeschi degli inizi del novecento.
Cosi non sarà difficile – per esempio – mostrare come alla base del cinema di Fritz Lang vi sia la lezione di Gordon Craig, come il verbo di Max Reinhardt sia sceso sulle teste di molti autori del cinema tedesco come una sorta di spirito, come l’ opera di von Gerlach, Jessner, o del «Kammerspiel» circoli nei film di Lubitsch e Dupont, di Lupu Pick e Murnau, Pabst e Lang. Più che in qualsiasi altra cinematografia, nel cinema tedesco degli anni venti si verifica un rapporto non antagonistio, ma simbiotiço tra cinema e teatro e una feconda interazione reciproca. E il merito del libro è di avercene mostrato tutti i legami e le relazioni di scambio.
In questo quadro la cultura dell’espressionismo risulta essere una pedina importante del gioco, ma non la forza egemone e totalizzante. Le relazioni, le misure di scala, i conflitti formali e ideologici all’interno della produzione tedesca della repubblica di Weimar non si possono osservare in base ad una prospettiva unitaria e monocentrica: I testi e il sistema cinematografico che li accoglie presentano all’interpretazione percorsi multipli e tuttora si offrono in tutta la loro ambiguità e polisemia di significati e di espressione.
Trent’anni fa, con questo saggio, Lotte Eisner aveva mostrato come il modo più produttivo per conoscere il cinema tedesco degli anni venti fosse quello non di unificare e trovare comodi denominatori comuni, ma piuttosto di mostrare le differenze, distinguere, separare. Da allora, come si è detto, poco è stato fatto e la modestia dei contributi successivi e il minimo interesse per la storia del cinema muto tedesco, se non trovano plausibili spiegazioni, ripropongono, quasi naturalmente, questo libro per la sua attualità. Ad un ideale tavolo di gioco critico e storiografico, alla Eisner il banco verrebbe assegnato di diritto e bisogna riconoscere che in mano ha tuttora lei le cane migliori e che, in molti momenti, il libro è ancora in grado di assumersi rischi critici e interpretativi molto alti. E soprattutto di comunicarci il senso del profondo coinvolgimento e dell’amore dell’autrice per il proprio oggetto e di affascinarci per la ricchezza del suo bagaglio culturale e per la sua estrema disinvoltura nel manovrare i vari strumenti critici e interpretativi.
Dal momento che Werner Herzog ha già testimoniato, da par suo, l’amore per la Eisner compiendo un viaggio a piedi da Monaco a Parigi nel 1974 (documentato nelle pagine di Sentieri di ghiaccio) per ottenerne la guarigione da una grave malattia, e poiché, d’altra parte, credo assai poco nelle mie doti taumaturgiche, preferisco dichiarare, in modo assai più semplice e modesto, il mio amore per l’autrice. E testimoniarle soprattutto la mia riconoscenza per aver provato, leggendo più volte queste e le altre pagine dei libri su Murnau e Lang, emozioni e suggestioni culturali di lunga durata e lezioni di metodo e di rigore professionale, raramente ritrovate in questi ultimi anni in cui mi è parso spesso di annegare nella miriade di pubblicazioni effimere, improvvisate, dilettantesche, abborracciate, destinate per lo più ad una dispersione rapida e incapaci di lasciare alcuna traccia.

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Note dell’Archivio
-Prima edizione di questo libro: 1983
-Traduzione del libro “L’écran démoniaque. Les influences de Max Reiithardt et de l’exprenionnisme”, La Terrain Vague, 1981

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Bandini Mirella, “Per una storia del lettrismo”

Edito da TraccEdizioni, Gavorrano (Gr), 2005, 123 p.

L’opera di Guy Debord, la mente dell’Internazionale Situazionista, trova i suoi elementi di formazione nella militanza lettrista; ne ha fatto parte nel 1951 e nel 1952, anno in cui ha fondato per scissione l’Internationale Lettriste. L’autrice prosegue nel testo l’assunto tracciato con la ricostruzione storica dell’I.S. nel suo libro “L’estetico il politico” del 1977. Insieme a una storia analitica del Lettrismo, fondato a Parigi nel 1946 nell’ambito della cultura di sinistra da Isidore Isou, profugo rumeno come Cioran, Jonesco e Tzara, per la prima volta sono messe in luce e approfondite le radici lettriste delle tesi situazioniste. Nel progetto globale arte-vita, Guy Debord ha sviluppato importanti temi lettristi, dal ruolo sociopolitico dei giovani che sfocierà nel Maggio ’68, alla trasformazione dell’architettura in antiarchitettura nell’Urbanisme Unitaire, alle teorie del détournement, della derive e della psicogeografia già surrealiste, fino alla disintegrazione della struttura filmica. Il Lettrismo di Isou, la più longeva delle avanguardie storiche e tuttora attiva, basata sulla decostruzione del linguaggio ridotto al sistema delle lettere e dei segni, sul disfacimento della forma e sulla pittura trasformata in poliscrittura, ha anche influenzato il minimalismo concettuale dell’arte contemporanea

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Giachetti Diego, Scavino Marco, “La FIAT in mano agli operai. L’autunno caldo del 1969”

Edito da BFS, Pisa, 1999, 220 p.

Le lotte operaie dell’autunno caldo hanno segnato una svolta fondamentale nella storia italiana del dopoguerra. Non sono state solo una vicenda contrattuale, ma un evento che ha cambiato – insieme alle relazioni industriali – tutto il panorama politico e sociale. La FIAT di Torino fu l’epicentro di quello scontro, grazie soprattutto alla presenza di una massa di operai senza qualifica professionale, in gran parte immigrati dal Sud, che riusci a imporre i propri obiettivi e le proprie forme di lotta anche contro le resistenze dei sindacati, dando vita a scioperi spontanei e a manifestazioni di rivolta fortissime.
Questo libro ricostruisce per la prima volta, passo per passo, le vicende del 1969 alla FIAT, a partire dai primi scioperi sulle qualifiche – all’inizio dell’anno – sino alla firma del contratto, nel mese di dicembre, senza limitarsi alla situazione di fabbrica, ma descrivendo ii clima sociale in cui quei fatti si svolsero. Ne sono protagonisti in primo luogo gli operai stessi, ma anche le organizzazioni sindacali, i partiti della sinistra, ii movimento studentesco che scelse di appoggiare gli scioperi autonomi, i gruppi che tentarono di costituire un’altemativa al movimento operaio tradizionale.
Non e un quadro lineare e celebrativo di quegli eventi, ma un tentativo di analisi anche delle contraddizioni che si manifestarono, delle polemiche che divisero i protagonisti, delle diverse culture cbe ebbero modo di esprimersi, delle influenze che l’autunno caldo ebbe sugli anni Settanta. È una chiave di lettura per la storia dei conflitti sociali nell’ltalia alle soglie della crisi.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nella prima pagina del libro, “Diego Giachetti ha scritto il primo capitolo, a eccezione del primo paragrafo steso da Marco Scavino che ha scritto anche ii secondo capitolo. L’introduzione e comune”

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de Cleyre Voltairine, “Un’anarchica americana”

Edito da Eleuthera, Milano, 2017, 183 p.

Come afferma Emma Goldman, l’altra grande figura femminile di quegli anni: «Voltairine de Cleyre è la più dotata e brillante donna anarchica che gli Stati Uniti abbiano mai generato». Vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, Voltairine elabora infatti un anarchismo autoctono, e non d’immigrazione, che si rifa a pensatori come Emerson, Thoreau e Tucker, senza dimenticare i padri nobili delLa Rivoluzione americana, ovvero Paine e Jefferson. Ne esce una visione originale che mostra tratti decisamente più individualisti delle visioni anarco-comuniste prevalenti nell’anarchismo d’immigrazione europea. Ma a rendere ancora più originale questa visione concorrono anche le sue riflessioni, e le sue battaglie, sulla condizione della donna, che sfociano in un’anarchia di genere del tutto inedita e quanto mai attuale anche a distanza di cento anni.

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Note dell’Archivio
-I seguenti testi sono tradotti dal francese e dall’inglese:
–“La bandiera della rivolta: la vita e l’opera di Voltairine de Cleyre” di Normand Baillargeon e Chantal Santerre. Titolo originale: “La bannière de la révolte, l’étendard de la liberté: la vie et l’’Œuvre de Voltairine de Cleyre”; inserito come introduzione del libro “D’espoir et de raison. Écrits d’une insoumise de Voltairine De Cleyre”, Lux Éditeur, Montreal, 2008 rieditato nel 2018, 312 p.
–“Nascita di un’anarchica”. Titolo originale: “The Making of An Anarchist”; saggio originarimente pubblicato nel volume postumo “Selected Works” curato da Alexander Berkman (Mother Earth Publishing Association, New York, 1914) e poi ripubblicato dalla rivista «Revisionist Press» di New York.
–“L’idea dominante”. Titolo originale: “The Dominant Idea”; articolo pubblicato su “Mother Earth”, n. 3, Vol. V, Maggio 1910, pagg. 81-87
–“L’11 novembre 1887”. Titolo originale: “The Eleventh of November”, 1887; conferenza tenuta a Chicago l’11 novembre 1901 e poi pubblicata dalla rivista «Free Society» il 24 novembre 1901
–“La tendenza economica del libero pensiero”. Titolo originale: “The Economic Tendency of Freethought”; saggio apparso per la prima volta sul periodico «Liberty» di Boston il 15 febbraio 1890 (vol. XI, n. 25)
–“L’assassinio del presidente McKinley dal punto di vista di un’anarchica”. Titolo originale: “McKinley’s Assassination from the Anarchist Standpoint”; articolo pubblicato su “Mother Earth”, n.8, Vol. II, Ottobre 1907, pagg. 303-307
–“L’anarchismo e le tradizioni americane”. Titolo originale: “Anarchism and American Traditions”.
Nella rubrica “Are you interested in anarchism?” del numero 9 di “Mother Earth” (Vol. III, Novembre 1908), Emma Goldman annunciava che Voltairine de Cleyre “una delle donne più abili della letteratura d’America, scriverà su “L’anarchismo e le tradizioni americane”. Lo scritto citato verrà pubblicato sui nn. 10 (Vol. III, Dicembre 1908, pagg. 344-350) e 11 (Vol. III, Gennaio 1909, pagg. 386-392).
Verrà tradotto in italiano da “Cronaca Sovversiva” nei nn. 5 (30 Gennaio 1909), 6 (6 Febbraio 1909), 8 (20 Febbraio 1909) e 9 (27 Febbraio 1909); successivamente verrà pubblicato dalla Biblioteca della Rivista “Sciarpa Nera”, Milano, 31 p.
In questa edizione curata da Eleuthera vi è una parte del testo tradotto.
–“Le porte della libertà”. Titolo originale: “The Gates of Freedom”; conferenza tenuta alla Liberal Convention di Topeka, Kansas, il 15 marzo 1891 e poi pubblicata su «Lucifer» nell’aprile e nel maggio del 1891. In questa edizione curata da Eleuthera la traduzione non è completa.
–“La questione della donna”. Titolo originale: “The Woman Question”; conferenza tenuta in Scozia nel 1897 e pubblicata postuma per la prima volta su «The Herald of Revolt» di Londra nel settembre del 1913.
–“La schiavitù sessuale”. Titolo originale: “Sex Slavery”; conferenza tenuta nel 1890 e pubblicata postuma nel 1914 nel volume Selected Works curato da Alexander Berkman.
–“Il caso della donna contro l’ortodossia”. Titolo originale: “The Case of Woman Versus Orthodoxy”; conferenza tenuta nel 1896 e poi pubblicata nello stesso anno sul «Boston Investigator».

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Colling Sarat, “Animali in rivolta. Confini, resistenza e solidarietà umana”

Edito da Mimesis, Milano, 2017, 182 p.

Nel 2000, mentre veniva condotta al mattatoio di Brooklyn, una mucca scappò per salvarsi la vita. La fuga andò a buon fine. Anche se era previsto che Queenie, come fu poi ribattezzata, dovesse essere riportata al macello, lo sdegno sollevato attorno al caso prevalse, risparmiando alla bestia un terribile destino. Sarat Colling prende in esame le vicende degli animali fuggiti dai macelli e analizza l’impatto che queste storie hanno avuto sull’opinione pubblica. Obiettivo della ricerca è quello di comprendere le forme di resistenza degli animali e il ruolo delle loro storie nella messa in discussione delle modalità con cui gli umani, e in particolare i consumatori, prendono le distanze dalla violenza delle imprese zootecniche. Nel volume sono riportate sei storie che consentono di esaminare in maniera approfondita i casi di fuga animale occorsi nello stato di New York. L’indagine si colloca nel campo interdisciplinare dei critical animal studies e attinge alle più recenti teorie elaborate dalla geografia animale, dai femminismi transnazionali e dall’analisi critica del discorso. Questo contributo affronta nello specifico la resistenza degli animali allevati e mette a confronto le esperienze e le rappresentazioni di tale resistenza sia da una “prospettiva dal basso”, acquisita tramite chi si prende cura degli animali, sia da una “prospettiva dall’alto”, che traspare dalle raffigurazioni presenti nei principali mass media influenzati dalle multinazionali.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Animals without borders. Farmed animal resistance in New York, 2013

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Cardias, “Un comune socialista”

Edito da Bignami e Comp., Milano, 1878, 95 p.

Ai borghesi
A voi che la rivoluzione dell’ottantanove, fatta con sangue di popolo, sfruttaste per vostro conto; a voi che siete oggi i veri oppressori: a voi della borghesia, le mie prime parole.
Parliamoci franchi: voi avversate il Socialismo, ma non sapete che cos’è. Lo combattete dalle cattedre, dai banchi del pubblico ministero, dagli scanni legislativi, dai pulpiti cattolici ed evangelici, dalle tribune democratiche e repubblicane, nelle opere e sui giornali; lo combattete sempre e dovunque, in pubblico e in privato: eppure, confessatelo, via, voi non lo conoscete.
Anche i più insigni fra voi hanno sul conto del Socialismo mille pregiudizi; i più intelligenti lo confondono colla legge agraria, colla divisione delle terre. Le vostre cime poi, in buona o in mala fede non so, con ridicolo appiombo o con grottesca disinvoltura, fanno un impasto stranissimo tra la Comunanza di Sparta, la Repubblica di Platone, la Città del sole di Campanella, la Utopia di Moro, il Comunismo ascetico di Saint-Simon e il Comunismo autoritario di Cabet; poi, come chiusa classica ad effetto, fulminano la Comune di Parigi. Si sdraiano quindi soddisfatti nella loro poltrona, e, sorbendo la tazza del moka, pensano: eppure sono erudito più di quanto credevo!
Li ho sentiti, questi messeri; ed erano professori, avvocati, ingegneri, medici, alti impiegati. Gettate l’ignoranza vostra, o borghesi, gettate il vostro gesuitismo e le calunnie, e se non volete riuscire burleschi, prima di combatterlo, studiatelo il nostro Socialismo.
Il Socialismo moderno non è, come le utopie comuniste, il parto di una fervida mente, il sogno di un cuor generoso. Il Socialismo oggi è una scienza. Il suo campo d’azione è indefinito, poichè si estende in quello di tutte le altre scienze positive, che offrono a lui largo contingente di fatti e di leggi. Col loro aiuto, il Socialismo cerca rendere ragione di tutti i fatti, utili o dannosi alla società, che si verificano, della loro naturale filiazione, delle cause che li hanno provocati. Finalmente, lo scopo del Socialismo come scienza è di rintracciare e render noti i mezzi adatti a diminuire i mali e ad accrescere i beni sociali. Infatti Socialismo suona: amore della società.[…] Ed ora, borghesi, presuntuosi, irascibili, intolleranti parliamoci franchi. Voi, con tutti i mezzi dei quali disponete, costituite l’ostacolo unico opposto al trionfo di queste legittime aspirazioni. Il nostro dovere è quello di chiamare l’umanità intiera ad atterrare questo ostacolo; il nostro dovere è di prendere al più presto possibile l’iniziativa della Rivoluzione Sociale, che dalla faccia della terra farà sparire tante sventure, conducendovi la pace, il benessere, l’eguaglianza e la libertà. Ed è per compiere questo dovere che noi ci teniamo continuamente pronti alla lotta.
Come uomini, qualcuno tra voi è venuto nel nostro campo, altri ne verranno; ma come classe avete dimostrato di non volere far getto dei vostri privilegi. La questione sociale, è vero, è malattia umana. Ma se voi, borghesi, affligge con forma cronica lenita da piaceri non pochi; tormenta il proletario con forma acuta e tremenda, lo fa il vero esercito della Rivoluzione. Sarebbe davvero follia pretendere che la massa dei sofferenti e degli sfruttati attendesse ancora pazientemente secoli e secoli, per vedere se una buona volta la borghesia si decidesse bonariamente a una radicale trasformazione sociale. No, mille volte no. Colla vostra classe or è inutile la propaganda, è necessaria la lotta. Non volete capitolare? Morrete sotto le macerie delle vostre fortezze. Se in questo libriccino non è la Rivoluzione, la crisi che segna il passaggio tra la società borghese e la nuova società, ciò non vuol dire che chi scrive, creda possibile una trasformazione pacifica. Solo le esigenze della narrazione, che altrimenti troppo si sarebbe scostata dal verosimile, hanno voluto così. Lo stesso dicasi della tinta alcun po’ convenzionale che può scorgersi nella prima parte.
Colla viva forma dell’episodio ho voluto qui riportare alcuni apprezzamenti sulle istituzioni borghesi, propugnando le idee nostre. E in un rapido schizzo ho voluto segnare a rotti contorni il profilo di una parte della nuova vita sociale. Minuscolo mio libretto, non lasciarti nascondere sotto un grosso messale, nè sotto una catasta di volumi delle centomila leggi e decreti del regno d’Italia, ma corri sullo scrittoio del giovane studente, sul banco dell’operaio, sul tavolino da lavoro delle fanciulle italiane.
Oh, mio libriccino, combatti, combatti….
Socialismo…. in questo segno tu vincerai!
Pisa, 1876.
Cardias

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Note dell’Archivio
-Così l’editore Bignami presentava questo testo nel suo catalogo: “Il pregio di questo volume è quello di presentare un comune socialista funzionante in pratica. Esso risponde eloquentemente in questa maniera a coloro che domandano ad ogni momento ai socialisti esempi pratici e palpabili. Il Cardias ha raggiunto lo scopo, tanto più poi, che il libro è redatto in guisa da essere compreso dall’uomo anche meno istruito.”
-Nel libro di Gosi Rosellina, “Il socialismo utopistico. Giovanni Rossi e la colonia anarchica Cecilia”, viene riportata la seguente nota nelle pagine 11 e 12: “L’edizione fu curata a Milano dal Bignami che si preoccupò di pre­sentare lo scritto in due diversi articoli comparsi su « La Plebe » in data 4 e 11 luglio 1878 come opera rispondente finalmente «alle giuste esigenze della classe operaia ». Difatti l’operaio — si osserva nel secondo degli arti­coli ricordati — attraverso questa lettura poteva « rivivere nell’avvenire » e sentirsi « in pieno socialismo… con un lavoro associato, attraente, come diceva Fourier, e tranquillo del suo domani. Con questo volume… — pro­seguiva l’articolista — anche il meno istruito dei nostri lavoratori capisce, con il suo senso pratico, cosa sia il socialismo». E concludeva: « miglior libro di propaganda non esiste ». (Un Comune socialista, bozzetto di Cardias, in «La Plebe», Milano, 11 luglio 1878).”
-Questo libro di Cardias (alias Giovanni Rossi) è stato pubblicato in cinque edizioni: 1878, 1881, [18??], 1884 e 1891
-La seconda edizione (Livorno,1881) è riveduta e corretta
-Nella quarta edizione (Tipografia operaia sociale, Brescia, 1884, 72 p.) vi è una lunga prefazione di Andrea Costa.
-Nella quinta edizione della Tipografia e Litografia E. Favillini, Livorno, 1891, Cardias scriveva nelle prime pagine del volume: “Quel tanto di sentimentalismo e di retorica che l’autore, allora giovinetto, mise in queste pagine la prima volta che furono stampate, nel 1878, piacque più della forma arida adoperata nelle edizioni successive; ed ora si segue il parere dei lettori, tornando all’antico con questa quinta edizione, che è quasi una ristampa della prima. Se qualcuno trova che è gonfia o zuccherata, io, oggi, sono perfettamente d’accordo con lui.”

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Ai ferri corti con l’Esistente, i suoi difensori e i suoi falsi critici

Edito da Edizioni NN, [Pont St Martin ; Catania], 1998; 2015, 37 p.

Nota su un’appendice che non c’è
Anche la qualità di ciò che si avversa ha la sua importanza. Ci siamo incaponiti, per un certo periodo, nel cercare testi contemporanei che illustrassero con sufficiente coerenza alcune tesi che escludono la possibilità della rottura insurrezionale, per aggiungerli in appendice e rendere ancora più chiaro il contenuto del libretto. In particolar modo le tesi di chi preferisce i piccoli passi riformatori e quelli di chi, auto-nominandosi rappresentante privilegiato degli sfruttati, pensa di poter fare una rivolta per pochi intimi a suon di fuochi pirotecnici e slogan mal assemblati.
Ma, dopo un vano cercare, abbiamo rinunciato. Per trovare qualche testo ben fatto, in grado di porre domande serie ed attuali, saremmo dovuti andare indietro nel tempo di vent’anni. Del presente si può dire che è un tristo sacco che merda fa di quel che trangugia.
Edizioni NN, 1998

Link Download
(1998): https://mega.nz/file/HUomSKyI#CPDz-JhAl_gJL23Yl5rPLRx-G_Qw1mRINr0QGBwMsHc
(2015): https://mega.nz/file/DcgwxCwL#HxvmYQedNIA0xeWws-klFHrW3J95dBB2lrJ2y2PgECI

Nota dell’Archivio
-Nell’edizione del 2015, a differenza di quella del 1998, vi è una postfazione dal titolo “Ferri Battuti”, firmata da “alcuni, non tutti, ex animatori delle edizioni NN”

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