Albera François, “Avanguardie”

Edito da Editrice Il Castoro, Milano, 2004, 171 p.

Negli studi di storia ed estetica del cinema la questione dell'”avanguardia” è abbondantemente trattata ma allo stesso tempo trascurata. Molto presto ci si è resi conto che esisteva un cinema d’avanguardia e che i problemi da risolvere erano quelli della periodizzazione e della caratterizzazione in termini di correnti e tendenze. Sono stati disegnati panorami sempre più vasti dell'”avanguardia nel mondo” facendo dell’avanguardia una scuola, un genere, perfino uno stile. Questo studio ripropone la questione “avanguardia/cinema” partendo da altre esigenze, senza dare un giudizio a priori sulla natura del legame che unisce o contrappone i due termini al fine di riconsiderare i concetti in questione, ciò che essi comprendono e ciò che implicano.

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Nota dell’Archivio
-Sono sconosciuti i riferimenti al libro o i testi originali tradotti ed editi da Editrice Il Castoro.

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Vogel Amos, “Il cinema come arte sovversiva”

Edito da Studio Forma, Torino, 1980, 274 p.

Amos Vogel propone in questo libro una curiosa quanto affascinante chiave di lettura della storia del cinema dalle origini all’undeground cui fa da unico conduttore il fenomeno della visione, visto nell’impatto psicologico e a volte addirittura fisiologico dell’immagine sullo spettatore e la parte quindi importantissima, che l’immagine, il fotogramma, la sua “costruzione” interna ed esterna (montaggio), ha svolto e continua a svolgere nella storia del cinema, nel sovvertire tabù e valori morali e istituzionali imposti dalla tradizione.
Dopo un’introduzione in cui vengono analizzati i fattori culturali e tecnologici che hanno permesso l’affermarsi del cinema “come arte sovversiva”, nelle quattro parti del volume vengono di volta in volta esaminati i mezzi formali ed extra formali tramite i quali si è svolta e continua ancor oggi tale sovversione. Infine un’ultima parte, costituita dalle schede accuratamente compilate, dei film presi in esame nei singoli capitoli, offre un manuale di consultazione pratico e di non poca importanza. Per la prima volta un libro sul cinema dove il discorso non viene fatto per “belle” immagini, ma tramite il “montaggio” e il taglio particolare dato a queste per arrivare a una chiara lettura visiva oltre che testuale.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Film as a Subversive Art”, New York, 1974

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(a cura di) Della Casa Steve e Manera Paolo, “Sbatti Bellocchio in sesta pagina. Il cinema nei giornali della sinistra extraparlamentare 1968-1976”

Edito da Donzelli Editore, Roma, 2012, XII+228 p.

Per la generazione del ’68 il cinema è stato uno straordinario strumento di socializzazione. Ecco perché è molto presente sui giornali che la sinistra extraparlamentare ha prodotto fino al 1976, anno in cui la spinta del ’68 finisce, la partecipazione di massa scompare e tutto cambia. Sono i giornali (da «Lotta continua» a «Vedo rosso», da «Servire il popolo» alla «Vecchia talpa», dal «Quotidiano dei lavoratori» al «manifesto») che hanno formato una nuova generazione di giornalisti e un modo nuovo di intendere il giornalismo. In quelle testate il cinema fa spesso capolino, con stroncature spettacolari oppure con titoli a effetto. Gli articoli non sono mai firmati, ma la memoria orale indica nomi di un certo peso: Umberto Eco, Adriano Sofri, Pio Baldelli, Peppino Ortoleva, Vincenzo Vita, Valentino Parlato; Taviani, Bellocchio, Petri, Montaldo, Kubrick, gli autori più recensiti. Si tratta di articoli taglienti, vigorosi, a volte paradossali, forse incomprensibili se non collocati nella durezza del dibattito di quegli anni. Sono segnali di una passione, quella per il cinema, che non ha mai più avuto la stessa importanza nel dibattito culturale. Un gioco della memoria, sospeso tra autoironia e nostalgia. Un libro che racconta un pezzo di storia del nostro paese, uno straordinario «come eravamo», che con un tono semiserio scopre contraddizioni e verità di un mondo che non c’è più, ma che per molti versi è lo specchio del nostro presente. Qualcuno ha parlato di anni di piombo, altri li hanno definiti formidabili. Sicuramente sono stati anni di celluloide.

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Porton Richard, “Cine y anarquismo. La utopía anarquista en imágenes”

Edito da Gedisa, Barcellona, 2001, 284 p.

Richard Porton approfondisce i molti modi in cui i registi e le registe hanno ritratto le lunghe tradizioni dell’anarchismo nell’ambito della lotta rivoluzionaria. Pur riconoscendo la predilezione del cinema sui ridicoli stereotipi anarchici, Porton concentra la sua analisi su film che, consapevolmente o meno, riflettono o addirittura promuovono la resistenza sul posto di lavoro, la pedagogia anarchica, l’auto-emancipazione e l’insurrezione anti-statale. Porton spazia dall’era del muto ai classici come Zero in Condotta e Amore e Anarchia, fino a film contemporanei come The Nothing Factory, coinvolgendo le opere di Jean Vigo, Jean-Luc Godard, Lina Wertmuller, Yvonne Rainer, Ken Loach e tanti/e altri/e.

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Note dell’Archivio
-Libro in spagnolo
-Traduzione del libro in inglese “Film and the anarchist imagination”, Verso, 1999
-Nella seconda edizione di questo libro (edita dalla University of Illinois Press, 2020), Porton riflette su diversi nuovi argomenti tra cui le rappresentazioni negative dell’anarchismo negli ultimi vent’anni e l’abbraccio contemporaneo al post-anarchismo.

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Virilio Paul, “Guerra e cinema. Logistica della percezione”

Edito da Lindau, Torino, 1996, 120 p.

Questo saggio sviluppa un approccio ancora inesistente, o quasi, quello all’utilizzazione sistematica delle tecniche cinematografiche nei conflitti del XX secolo. Infatti, dopo le note necessità strategiche e tattiche della cartografia, i primi passi della fotografia, militare durante la guerra di Secessione, in attesa dell’attuale videocontrollo del campo di battaglia, la prima guerra mondiale vide svilupparsi l’uso intensivo delle sequenze filmate nella ricognizione aerea. […] Strumento di mira indiretta, complementare a quello delle armi di distruzione di massa, l’oculare della macchina da presa imbarcata a bordo degli aeroplani prefigura dunque una mutazione sintomatica dell’acquisizione di obiettivo, una derealizzazione crescente dello scontro militare in cui l’immagine si prepara ad avere la meglio sull’oggetto, il tempo sullo spazio, in una guerra industriale dove la rappresentazione degli eventi domina la presentazione dei fatti. […] Sviluppando in tal modo le premesse di una vera e propria logistica della percezione militare, in cui l’approvvigionamento delle immagini diventerà l’equivalente dell’approvvigionamento di munizioni, la guerra del 1914 inaugurerà un nuovo “sistema d’armi” formato dalla combinazione di un veicolo da combattimento e di una macchina da presa […]. Guerra delle immagini e dei suoni che sostituisce la guerra degli oggetti

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Guerre et Cinéma. Logique de la perception”, Cahiers du cinéma, 1991.

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Rouch Jean, “Cinè-Ethnography”

Edito da University of Minnesota Press, Minneapolis-London, 2003, VIII+400

Jean Rouch, una delle figure più influenti del mondo documentaristico e del cinema etnografico, ha realizzato più di cento film nell’Africa occidentale e in Francia. In opere così acclamate come Jaguar, i Cacciatori del leone, e Cocorico, Monsieur Poulet, Rouch ha esplorato il razzismo, il colonialismo, la modernità africana, il rituale religioso e la musica. È stato un pioniere di numerose tecniche cinematografiche e ha ispirato generazioni di cineasti e registi della Nouvelle Vague attraverso l’espressione “cinéma vérité” (termine coniato da Rouche stesso).
Il libro, curato da Steven Feld, professore di musica e antropologia presso la Columbia University, raccoglie gli scritti, le interviste e altri materiali di Rouch che distillano il suo pensiero sul cinema, l’etnografia e la sua carriera.

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Note dell’Archivio
-Libro in Inglese.
-La traduzione dei saggi e delle interviste presenti in questo libro è stato fatto da Steven Feld stesso

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Morin Edgar, “Cinema o l’uomo immaginario”

Edito da Cortina Raffaello Editore, Milano, 2016, XXX+238 p.

Morin evidenzia qui il legame strutturale tra cinema e immaginario, descrivendo il cinema come un meccanismo che riattiva processi profondi della psiche. Elemento intermedio tra reale e fantastico, l’immagine ha un ruolo centrale nella conoscenza. Come spettacolo immaginario, il cinema implica una percezione realizzata in stato di doppia coscienza: l’illusione di realtà è inseparabile dalla coscienza che si tratta effettivamente di un’illusione. In questo modo il cinema mette in gioco qualcosa di magico, che ci permette di entrare in un mondo nuovo senza sentirci spaesati. La presenza di intensità affettive ed emozionali nei film ne costituisce la forza e garantisce la capacità di coinvolgere la psiche degli spettatori.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Le Cinéma ou l’homme imaginaire”, Les Editions de Minuit, Parigi, 1956

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Fofi Goffredo, “Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società”

Edito da Eleuthera, Milano, 2015, 108 p.

Se è vero che la grande arte ha sempre in sé qualcosa di anarchico, di critica dell’esistente, di contestazione dell’ordine sociale dato, il cinema ha sempre avuto due anime: quella consolatoria, ovvia, tesa a intorpidire le menti (prevalente), e quella non conciliata, provocatoria, critica del “mondo cosi com’è” (minoritaria). Ed è di quest’ultima che si occupa Fofi, di quel cinema che ha cercato l’oltre e il fondo, che ha esplorato territori e linguaggi capaci di mettere a nudo ogni maschera del potere, ogni cultura dell’accettazione, ogni mercato dell’intelligenza e dell’immaginazione. Tanti gli esempi di questo rapporto diretto o indiretto tra cinema e anarchia che possono essere rintracciati in film e registi sia del passato, a partire da maestri come Vigo e Bunuel, sia del presente, in autori come Kaurismàki, Oshima o Cipri e Maresco. Ne viene fuori un sorprendente affresco che ci dà conto di quell’inesausto filone della sfida e della grazia che continua sotterraneamente ad agire nel cinema del nostro tempo.

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Fissore Gianpaolo, “Al cinema nel Sessantotto”

Estratto dal dossier “Il sessantotto, e dopo?” di Marica Tolomelli, Storicamente, Alma Mater Studorium Università di Bologna, 2009, Volume 5, pag. 17

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Armi chimiche. Dossier a cura della Federazione Anarchica Pisana

Edito dalla Federazione Anarchica Pisana, Pisa, [1982], 10 p.

Estratto dell’introduzione
Gli strateghi delle due superpotenze negli ultimi anni parlano sempre più con insistenza di un possibile conflitto limitato alla regione europea ed é anche in vista di questa eventualità che le armi chimiche sono state rivalutate da “deterrenti” ad armi da usare in campo di battaglia, come già é stato nelle ultime guerre che hanno visto impegnate le superpotenze in Vietnam, in Afghanistan, ect. Gli arsenali di armi chimiche stanno subendo una profonda trasformazione, gli eserciti sempre più si preparano ad attaccare e a difendersi nel campo chimico.
Gli anarchici pensano che oggi la lotta non può essere condotta contro le sole armi nucleari, come spesso é avvenuto nelle ultime marce del movimento per la pace, ma necessariamente deve estendersi a tutte le armi e a tutti gli eserciti. Ed é per questo che la lettura di un articolo di un addetto ai lavori Mauro Cifani sulla rivista militare Aeronautica (Anno 53 n. 1 genn.febb.1382) ha stimolato la pubblicazione di questo opuscolo informativo, che si propone di far conoscere un argomento che molti ritengono storia dei conflitti del passato e che invece si prepara ad essere un punto nodale di un possibile conflitto futuro.

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Nota dell’Archivio
-Opuscolo fotografato

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