Licemi Augusto, “Si nasce, si pasce, si muore”

Edito da Cooperativa Tipografica Editrice Paolo Galeati, Imola, 1972, 52 p.

PREFAZIONE
Quando il compagno Augusto Licemi mi ha chiesto una prefazione per questo suo Bozzetto in un atto, da lui dedi­cato « a chi sa intendere e a chi ha la pazienza e la capacità di riflettere sulle cose che in esso (con molta modestia) si dicono », ho accettato con animo grato l’invito. Tuttavia, questa introduzione al lavoro di Augusto Licemi preferisco venga considerata come un avvertimento al lettore, piut­tosto ch’essere presentata col nome pomposo di prefazione, intendendo con ciò che il lettore giudichi da sè in modo consapevole e adulto.
Quelle che l’autore presenta al lettore non sono pagine scritte da un esperto che pontifica dalla cattedra erudite sen­tenze, ma vogliono essere un documento diretto, che interes­serà anziani e giovani, con tutta la sua carica di tragedia, re­datto da un uomo semplice, un artigiano pieno di umanità, un anarchico il cui lavoro è vero ed attuale. Stampare questo bozzetto in un momento in cui la lotta politica e sociale in Italia è aspramente combattuta e, nel mondo, ad una generale incoscienza fanno riscontro brutali carneficine, è atto meritorio, contributo serio ed efficace alla conoscenza delle iniziative capaci di porre un freno al dila­gare di una funesta inconsapevolezza, risponde con l’arma migliore della persuasione e della presa di coscienza ad una realtà cruda e profondamente umana. Augusto Licemi ci aveva già dato un saggio della sua bravura di drammaturgo con « LA RESURREZIONE DI CRISTO » — che mette a nudo i fatti della vita e della mi­seria ambientati in una povera casa, in un contrasto patetico tra illusioni, miti e superstizioni e la realtà, l’indigenza e la fame — e « IN CASERMA », pubblicato il primo dalla “Collana Anteo” nel 1962, « GIULIA », « IL FIGLIO DEL MORTO » e, continuando con profitto e serietà d’in­tenti in quel genere, ci offre oggi « SI NASCE, SI PASCE, SI MUORE », scritto con chiara spregiudicatezza, degna di un uomo libero, con il quale mette in luce alcuni dei dram­matici aspetti della vita odierna.
Commedie modeste, senza pretese nè artistiche nè let­terarie, semplici nella disposizione delle scene e nel linguag­gio, che vanno dirette al cuore ed hanno la virtù di com­muovere, rendendo più sensibili chi ascolta o legge, dispo­nendoli a meglio comprendere ciò che l’autore si ripromette, confessando ch’egli scrive solo a scopo di propagandare l’anarchia.
Tipografo di professione, Licemi collabora a diversi gior­nali anarchici e fonda, a Lecce, dove è nato il 25 feb­braio 1888, il 1° dicembre 1912 « per preparare anche in quella contrada arretrata quel movimento di coscienze ope­raie che in altre regioni non è più una novità », il « CIRCOLO FILODRAMMATICO OPERAIO PIETRO GORI », a cura del quale esce il numero di saggio « LA SQUIL­LA NOVA », che diverrà, poi, periodico mensile di pro­paganda razionale, di cui sarà direttore col numero 1 del1’8 gennaio 1913, dedicato all’anniversario della morte di Pietro Gori.
Idealmente coerente con ciò che pensa, e di cui ne è profondamente convinto, troviamo Licemi tra coloro che, anarchici, nel 1915 sono contro la guerra che funesta dal 1914 l’Europa e il mondo. Non si nasconde, anzi firma un suo articolo, che è al tempo stesso una dichiarazione di fede nell’ideale anarchico ed una presa di posizione contro la guerra e il militarismo, apparso nel numero uno, serie B, Anno III del 1° maggio 1915 della « SQUILLA NOVA », periodico quindicinale che, dopo Lecce, egli dirige a Milano, facendo del proprio domicilio il recapito del giornale, in un periodo in cui « il macello europeo ha disorientato ritolti cervelli, non escluso quello di qualche sedicente anarchico » ed è pericoloso condurre una campagna contro la guerra ed il militarismo, soprattutto che il giornale viene distribuito gratuitamente. Insomma, una vita al servizio di un ideale puro e umano, carica d’impegno, questa è la lezione che scaturisce da una intima rivolta e si espande nelle lotte di riscatto che l’umanità provoca e sostiene.
* * *
Con felice invenzione, l’autore colloca la sua vicenda in una verità che altri appena intravedono. L’ufficialità giudi­cante non omologherà come ortodossi i bozzetti di Licemi, ma egli, ottantaquattrenne, procede per la sua strada of­frendo, mirabile esempio di unità di pensiero e anarchica protesta per le offese della vita e della civiltà, usando ma­teriale atto a far rivivere i tesori e le bellezze di un ideale sublime, la cui immagine creativa rende assimilabile l’espres­sione di una vita nuova che cancelli l’orrore di quella che stiamo subendo e soffrendo, dando al lettore la possibilità di conoscere a fondo l’anarchia, le sue caratteristiche, la sua grande umanità.
L’alta ispirazione ideale, l’obiettivo di una società libe­ratrice dell’uomo, si contrappone alla tragica mascheratura che si vuole accreditare dall’esterno; essa prende luce dagli atteggiamenti che i protagonisti assumono via via che gli episodi si svolgono, quasi ubbidissero ad una profezia che sin dall’inizio del dramma segna la nascita del secondo figlio di Corrado e nel fratello Aurelio la tragedia di chi intravede il disastro e si accorge di essere impotente a salvare i suoi cari, e l’umanità con essi, a rompere il cerchio dei pregiudizi, dei miti, delle complicità irreali di mentalità incrostate a tradi­zioni crudeli; consapevolezza di chi ha il cuore puro e sa leggere negli eventi, sa già come tutto andrà a finire, e la previsione trova conferma nel finale in cui il senso della ve­rità avvolge un trionfo, ma solo quello della morte.
Le scorie deposte dalla lunga consuetudine borghese ed il conformismo piatto a cui si adattano facilmente le masse acefali, impediscono di accettare il ragionamento della lo­gica umana, derivante da una pienezza di esperienze radicate nella realtà, da divenire saldi fattori di emancipazione del­l’uomo e dell’umanità. La letteratura che affronta e com­batte apertamente la guerra e il militarismo, che ne è lo stru­mento determinante, è carente di opere vive. Il pubblico disinformato, non trovando nel saggio o nel romanzo la chiave che dà soluzioni di pace ai conflitti armati tra Stati e alle stragi prodotte dalle guerre, cosi pensa l’autore, tro­verà nel teatro, nella rappresentazione, lo stimolo che lo aiuterà a prendere coscienza di una realtà che lo minaccia, a individuarne i responsabili e gli esecutori, a cercare altri con i quali legare, ai problemi e alle lotte contingenti, quelli della rivolta alla guerra, alla sovrappopolazione, al razzismo, alla fame — e tutti i rischi mortali della nostra incivile civiltà — in una contagiosa attesa della fine di un mondo troppo vecchio per le idee nuove.
Le idee contenute in questo « abbozzo di vita vissuta » si riallacciano alla crisi ecologica in atto nel mondo, questa essendo un aspetto nuovo di un vecchio problema, avente per moventi lo sfruttamento, l’ineguaglianza e l’ingiustizia, poste in rilievo dall’autore che, per bocca di Aurelio, le sottopone a sferzante critica includendo, opportunamente, una delle componenti maggiori della generale infelicità: l’ac­crescimento della popolazione mondiale.
« Io amo molto i bambini — esclama Aurelio in una delle più persuasive scene — ed è il grande affetto che ho per loro che mi spinge a propagandare l’idea di non farli na­scere, di non metterli al mondo, a questo mondo. È logico: non approvo la loro nascita, perchè non approvo la loro sorte, il loro avvenire, il loro soffrire, la loro fine uguale per tutti: la morte. Questo è il mio solo, vero, umano pensiero, il mio incubo ».
Fu questo grido d’allarme straziante che diede enorme importanza sociale ad una battaglia per la quale Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria, anarchici, incorsero nella denuncia penale seguita da processo e condanna, colpevoli di avere sfidato i divieti fascisti contro la propaganda dei metodi anti­concezionali. E fu questo episodio di cronaca giudiziaria, aperto contro gli anarchici un quarto di secolo fa, che ne apri successivamente altri contro sociologi insigni e gli amici dell’A.I.E.D., tra l’ironia compiaciuta della maggior parte della nostra classe politica legalitaria.
I problemi della crisi demografica, che investono l’av­venire di circa quattro miliardi di esseri umani oggi viventi, non sono isolati da altri ugualmente gravi e minacciosi, quali la diversità dei livelli di ricchezza dei popoli, che le varie conferenze mondiali ufficialmente riconosciute non sono riu­scite ad equilibrare, a causa degli ostacoli frapposti dai po­tenti della terra i quali, pur consci delle immense respon­sabilità che ricadono sulle loro spalle, tuttavia non intendono rinunciare a quegli interessi particolari — nè la Chiesa ai suoi dogmi sulla procreazione per volontà divina — che a molti sembrano sacrosanti anche se ci hanno condotto sulla soglia di un abisso senza fine.
Idee e argomenti, l’autore li prende dalla vita e dall’anar­chismo che lo aiuta a cercarli; essi sono destinati, perchè profondamente sentiti, a far presa nel pubblico, a commuo­verlo e convincerlo. Non si può non concordare con l’esigenza avanzata dall’autore di propagare ciò che per lunga espe­rienza egli ha vissuto, combattendo lo Stato come potere autoritario e oppressivo, affidandosi all’anarchismo sostan­zialmente benefico.
La sua crociata contro la guerra è urgente quanto il rico­noscere l’uomo cittadino del mondo e la terra madre di tutti gli esseri umani. Questo è il messaggio che, attraverso le scene ed i personaggi di cui sono protagonisti, Augusto Li­cemi ha voluto trasmettere all’uomo, perchè si rivolti al pen­siero -di una fine cosi crudele ed abbia ancora in sè la forza e la speranza di sopravvivere.
Savona, 26 giugno 1972.
Umberto Marzocchi

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Licemi Augusto, “In caserma. Scene dal vero in un atto”

Edito da Cooperativa Tipografica Editrice Paolo Galeati, Imola, 1965, 47 p.

PREFAZIONE
Nel 1912 si combatteva, per volere di S.E. Giovanni Giolitti (se non erro era proprio lui che aveva allora in mano le redini del governo italiano, regnando Vittorio Emanuele III), si combatteva – dicevo – la guerra libica ed io ero, per la prima volta, richiamato sotto le armi, pur essendo stato da poco congedato dal periodo di leva vissuto a Palermo. Ero caporale (giù il cappello!) addetto alla fureria di una compagnia di un reggimento di fanteria di stanza, allora, in una città delle Puglie, e avevo la possibilità di assistere a molte scene e scenette di ogni genere, talvolta comiche e talvolta dolorose e anche, tra l’altra volta, più o meno disgustose, come quella, per esempio, del soldato reduce dalla Libia, che nello zaino gelosamente custodiva la mammella di una ragazza nexra, quindicenne, alla quale gliela aveva asportata, dopo averla -diceva lui, con molto orgoglio – deflorata brutalmente seviziata!
Cose queste che naturalmente, sempre più mi facevano odiare la guerra e i suoi entusiasti sostenitori.
Questo lavoretto fu scritto nel mese di maggio, appunto di quell’anno 1912, ricavandolo dal vero, per essere rappresentato al “Circolo Filodrammatico Pietro Gori” da poco costituito dallo stesso sottoscritto. Dopo tale rappresentazione (che, fra parentesi, ottenne un buon successo), il lavoretto fu dimenticato nel cassetto. Ora, alla distanza di oltre cinquant’anni (addio gioventù) mi è capitato tra le mani: l’ho riletto, ci ho data una limatina, ed eccolo qui che esce dalle tenebre -modestamente, come la precedente “Resurrezione di Cristo” – e spicca il volo a rappresentare un altro dei miei tanti peccati giovanili; peccato che però idealmente anche questo è tutt’oggi ancora valido. S’intende che i nomi e alcune sfumature del lavoro sono dettati dalla fantasia.
Milano, Febbraio 1965

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Bertelli Pino, “Jean Vigo. Cinema della rivolta e dell’amour fou”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 2009, 248 p.
Questo libro di filosofia politica sul cinema fatto da un poeta del­l’anarchia, Jean Vigo, suggerisce la disobbedienza, la rivolta, la sovversione non sospetta di ogni forma di autorità. Si richiama alle virtù nobili, ai desideri e alle passioni degli eresiarchi di ogni tempo e si fa carico di tutti i rovesciamenti di prospettiva dell’ordine esistente. Poiché tutto ciò che non è detto in modo la­scivo e pedante, cattedratico o mercantilizio non si addice a gente che cammina sempre strisciando, a questi e per questi io non parlo affatto: non vi è niente di più facile che criticare e rim­proverare, e molti pensano di emergere, o più semplicemente di esistere, utilizzando il nome di altri in malo modo. In ogni caso che mi lascino in pace o magari che mi attacchino con vivacità e franchezza, non riceveranno certamente da me nessuna risposta o un franco riconoscimento del loro giudizio severo e della loro arroganza. Per l’amore, come per la libertà, non ci sono catene.

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Angelucci Daniela, “Deleuze e i concetti del cinema”

Edito da Quodlibet, Macerata, 2012, 148 p.
Sul rapporto tra cinema e filosofia, oggi sempre più analizzato e frequentato, Gilles Deleuze si era pronunciato già nella prima metà degli anni Ottanta, scrivendo due testi ancora oggi molto attuali e discussi. Soltanto la filosofia, egli afferma, può arrivare a «costituire i concetti del cinema stesso». Ripercorrendo questi concetti, dieci in tutto, ed evitando, come diceva lo stesso Deleuze, la doppia ignominia dell’eccessiva erudizione e di un’esagerata familiarità, questo libro intende ricostruire i contenuti e l’atmosfera del suo pensiero sul cinema. Senza rinunciare a proporre, a partire dalle categorie filosofiche deleuziane, letture di particolari autori e di film significativi.

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L’Anticristo

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Durata: 1 Gennaio 1872 (a. I, n. 1) — 5-12 Maggio 1872 (a. I, n. 19).
Luogo: Torino
Periodicità: Settimanale
Pagine: 32

Note dell’Archivio
-Come riportato dal Bettini, questo giornale “dapprima democratico spinto e anticlericale, converge poi, decisamente, su posizioni internazionaliste bakuniniane. Violenta è la polemica che conduce contro i mazziniani e contro ogni possibilità di accordo fra questi e gli internazionalisti. “Le vostre utopie repubblicane — si legge nel n. dell’11 febbraio 1872 — non trovano più un cane che le prenda sul serio! Il popolo d’Italia è un popolo che conoscete meno delle tribù australiane. E’ un popolo che ha fame, che non sa leggere, che ha imparato a odiare: è un popolo di proletari. Che cosa volete che se ne faccia della vostra repubblica? ” Cf. anche l’articolo di G. Eandi, I Mazziniani e l’Associazione Internazionale, sui n. del 3, 10 e 24 mar. 1872. Su G. Eandi, vd. G. Cita Mazzini, Giovanni Eandi, in “Movimento Operaio”, a. I, n. 2 (nov. 1949), pp. 55-56.”
-Mancano i numeri: 2, 3, 4 e 15.
-Nel numero 1 le pagine fotocopiate e digitalizzate sono mescolate fra di loro.
-Nei numero 8 e 16 mancano delle pagine
-Nel numero 13 mancano le pagine 18 e 19

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bell hooks, “Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà”

Edito da Meltemi, Milano, 2020, 251 p.

Come possiamo ripensare le pratiche di insegnamento nell’era del multiculturalismo? Cosa fare degli insegnanti che non vogliono insegnare e degli studenti che non vogliono imparare? Come affrontare il razzismo e il sessismo in classe?
Intriso di passione politica, Insegnare a trasgredire fonde la conoscenza pratica dell’insegnamento e la connessione profondamente avvertita con il mondo delle emozioni e dei sentimenti. Un libro prezioso su insegnanti e studenti che osa affrontare questioni quali eros e rabbia, dolore e riconciliazione, nonché il futuro dell’insegnamento stesso. bell hooks – scrittrice, insegnante e intellettuale nera e ribelle – propone un concetto di educazione come pratica di libertà.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Teaching to Transgress: Education as the Practice of Freedom”, Routledge, 1994

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Monteverdi Anna Maria, “Frankenstein del Living Theatre”

Edito da BFS, Pisa, 2002, 168 p.

Recensione di Oliviero Ponte di Pino
Alla fine degli anni Cinquanta, il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina inventa a New York il nuovo teatro e una nuova cultura. Nel 1968 il gruppo americano è esule in Francia con Paradise Now, uno spettacolo che non si limita a raccontare la rivoluzione ma cerca di provocarla – prima di tutto nei corpi degli attori e degli spettatori. Nel luglio del 2001 è a Genova, con il suo ultimo lavoro, Resistence, sempre fedele a un anarchismo militante e non violento, e alla necessità di un teatro politico.
Frankenstein, messinscena dello scontro tra il bene e il male, riflessione sulla violenza nella società, ideato e rappresentato poco dopo la metà degli anni Sessanta, resta il lavoro per certi aspetti più complesso e problematico del gruppo americano. Nell’offrire una personale versione di questo mito contemporaneo, ricchissimo di suggestioni e oggetto di infinite rivisitazioni soprattutto cinematografiche, il Living affronta i propri stessi fantasmi. Ricordando quell’esperienza, Judith Malina cita una vecchio detto: “Abbiamo conosciuto il nemico, e noi siamo lui”. Perché la Creatura è il mostro-robot figlio della violenza, ma al tempo stesso l’uomo nuovo, figlio della Rivoluzione (o delle buone intenzioni dello scienziato). Da questo punto di vista, l’ambiguo mito inventato da Mary Shelley non ha perso nulla della sua attualità. Lo sottolinea, nell’intervista che chiude il volume di Anna Maria Monteverdi dedicato allo spettacolo, la stessa Judith Malina: “Oggi il nemico sono le multinazionali e noi usiamo i loro prodotti, siamo coinvolti, siamo una parte del meccanismo, e anche quando protestiamo, protestiamo dentro la trappola del nemico”.
Anna Maria Monteverdi esplora e cerca di ricostruire nelle sue diverse stratificazioni (copioni, testimonianze, tracce video, interviste…) dunque un lavoro che coltiva e nutre le proprie ambiguità, e dunque si rivela assai complesso da studiare e ricostruire. Perché il Frankenstein non è mai stato la messinscena di un testo preesistente, ma un continuo processo. Non ebbe mai una forma stabile, ma una serie di versioni successive, sempre diverse: agli antipodi del teatro borghese (quello della finzione, del testo codificato), Frankenstein è una creazione collettiva costruita per azioni sceniche, centrate sul rapporto con il pubblico. Opera aperta, dunque, anche nel rapporto con lo spettatore e con lo spazio, secondo una teorizzazione allora in gran voga, ma al tempo stesso recupero della tradizione teatrale, quando le compagnie e gli autori adattavano il testo a seconda delle circostanze e delle reazioni del pubblico, consapevoli di creare a ogni rappresentazione un evento diverso e unico.
Quello che Anna Maria Monteverdi insegue e cerca di fissare nella pagina in quello che vuol essere un libro-film (e non un libro fotografia) è perciò un esempio di teatro vivente, di “living theatre”. E che in queste pagine resta sempre vivo: non tanto come freddo oggetto di studio, ma cercando di tenere vive le provocazioni di quello spettacolo. Da un lato ci interroga sul senso e sulla necessità del teatro – un teatro dove sia l’attore sia lo spettatore rischiano il loro corpo. Dall’altro ricordandoci che i temi intorno a cui ruotano le diverse versioni del Frankenstein sono gli stessi intorno a cui ancora oggi continuiamo a interrogarci.

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Autogestione Rivista

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Durata: Inverno 1978-1979 – Maggio/Luglio 1986
Luogo: Milano (dal n. 1 al n. 9); Roma (dal n. 10 al n. 12)
Periodicità: Trimestrale (dal n. 1 al n. 9); irregolare (dal n. 10 al n. 12)
Pagine: 96 (n. 1); 140 (n. 2); 124 (n. 3); 92 (n. 4 e n. 6); 52 (n. 5 e n. 10); 100 (n. 7); 68 (n. 8, n. 9, n. 11 e n. 12)

Note dell’Archivio
-I “Quaderni di Autogestione” non sono presenti in questo archivio.
-Dall’editoriale del n. 1:
“Una rivista anarcosindacalista per un movimento anarcosindacalista
Anarcosindacalismo perchè?
L’incapacità della sinistra di fabbrica a dare risposta al processo ristrutturativo in corso e ad opporre al riformismo egemone una pro­posta credibile, sta mettendo in crisi la stessa praticabilità degli stru­menti organizzativi sindacali e di lotta cresciuti nel solco della tradi­zione socialista autoritaria. D’altra parte il procedere della crisi sta, oltre a provocare sfiducia e disgregazione, “liberando” una serie di lavoratori dalla gabbia riformista spingendoli su una strada di critica politica che si va facendo più globale. Non solo, molti miti stanno cadendo uno dopo l’altro facendo ripartire un processo critico verso istituzioni, concezioni, ideologie che si credevano ormai largamente acquisite se non trionfanti. Tutto questo crea le premesse, per la prima volta dopo più di cinquant’anni, per una significativa esistenza di un “movimento operaio libertario di massa”, che sulla lotta di classe, l’autonomia, l’azione diretta, la solidarietà ed il federalismo fonda la sua pratica e la sua teoria, riallacciandosi in questo alla gran­de esperienza dell’anarcosindacalismo mondiale.
Quale chiarezza per quali obiettivi.
Ma se è vero che la possibilità di esistenza di questo “movimento operaio libertario di massa” è reale, è anche vero che molto forti sono i rischi che, a causa di interventi che non sappiano cogliere la complessità del momento, esso abbia uno sbocco minoritario, setta­rio e fortemente ideologizzato.
Ed è per evitare questo che oggi è soprattutto importante lavorare a dar corpo al consolidamento della resistenza operaia, sostenendo fino in fondo il rifiuto della politica dei sacrifici, aggregando su que­sta base tutti i lavoratori disposti a lavorare e a lottare su questo fronte, dando vita a strutture di classe a carattere stabile e spingendo sia ad un loro coordinamento costante su scala nazionale (d’azienda e di settore) che ad un confronto tra tutti gli embrioni di resistenza operaia oggi esistenti. Questo è il terreno più favorevole allo sviluppo dei contenuti dell’anarcosindacalismo oggi in Italia. Ma per meglio favorire questo sviluppo, per meglio sapere esaltare le tendenze liber­tarie ed egualitarie già OGGI esistenti, non basta ricollegarsi ad una esperienza per quanto gloriosa essa sia. Occorre soprattutto aver la coscienza che la costruzione odierna di un punto di riferimento organizzativo, teorico, per il proletariato non può non essere simulta­nea alla costruzione del punto di riferimento per gli stessi militanti interni alla lotta di classe. Occorre, cioè, se di anarcosindacalismo si parla (cioè di una pratica e di una teoria che sappia saldare la lotta economica e la lotta politica), superare la mentalità di “specifico”, basata sul principio dell’affinità ideologica, per costruire una menta­lità nuova, un comportamento anarcosindacalista che sappia riunifi­care non solo le varie tendenze libertarie operanti sul terreno della lotta di classe e di massa, ma soprattutto l’intero proletariato teso alla liberazione dell’umanità.
Fino a questo momento molti compagni hanno sempre ricercato la preparazione, la “certezza d’analisi” necessarie al lavoro di massa, nelle strutture di “specifico”, siano esse gruppi anarchici o partiti. E’ questo un vizio di fondo che va superato. La pratica anarcosinda­calista necessita di una mentalità anarcosindacalista. In questa luce non hanno senso strumenti di “linea”, di “schieramento” precosti­tuite; quelli che hanno senso sono strumenti che favoriscono processi di aggregazione di lavoratori consapevoli e coscienti, superando nei fatti la concezione e la pratica dell’avanguardia codificata. Certo questo non vuol dire che oggi ogni strumento sia GIÀ’ della classe, ma vuol soprattutto dire che comunque si rifiuta, all’interno dell’anarcosindacalismo, momenti di dibattito “interno” tipici delle organizzazioni specifiche, nell’affermazione contemporanea che ogni strumento, ogni momento, deve essere DELLA CLASSE.
Quindi se è vero che oggi qualsiasi strumento parte dall’iniziativa di compagni dell’area militante libertaria, è anche vero che si rifiuta ogni teorizzazione di un ruolo intermedio. Le strutture di raccolta degli anarchici, dei libertari, degli anarcosindacalisti, dell’autonomia operaia (quella reale), sono un insieme composito e diversificato. Un punto di partenza necessariamente in­termedio alla costituzione di un’organizzazione anarcosindacalista espressione reale della classe. In sostanza sono UN embrione che, nella misura in cui saprà collegarsi ad altre pratiche di azione diretta oggi esistenti a livello di massa, potrà risultare ESSENZIALE alla formazione del “movimento operaio libertario di massa”.
Dove si inserisce la proposta di una rivista
La battaglia che dobbiamo condurre dentro e fuori il “movimen­to”, nella classe, per riaffermare pratiche di azione diretta e per il riemergere dell’anarcosindacalismo, necessita di uno strumento di collegamento e di socializzazione delle informazioni, delle esperienze, delle analisi. Uno strumento di formazione e di dibattito che sappia svilupparsi.
Al di là di schieramenti precostiuiti
attraverso il lavoro COLLEGIALE dei militanti anarcosindacalisti operanti all’interno della lotta di classe.
Una rivista in sostanza con un suo spessore d’analisi, che sappia da un lato mettere a fuoco i meccanismi della trasformazione (econo­mica, politica, sociale, …) in atto sia da parte del potere che da parte del proletariato, e dall’altro innescare un processo d’identificazione che partendo dalla continuità sostanziale delle problematiche poste dalla lotta di classe in questo secolo riesca a definire con maggiore precisione le forme e gli obiettivi dell’azione militante. Una rivista che sia momento di riflessione, di dibattito, ma anche di cronaca odierna dello scontro di classe, di storia vista dalla parte del proletariato, di documentazione. Una rivista come specchio e patrimonio del ricostituendo movimento anarcosindacalista.”

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Ripellino Angelo Maria, “Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia”

Edito da Einaudi, Torino, 1959, 279 p.

Presentazione:

Ripellino mette a fuoco in questo saggio la figura di Majakovskij, soffermandosi su quel movimento multiforme di cui il poeta fu una delle figure di punta: il futurismo russo. La storia del movimento, cosí come quella di tutte le avanguardie la cui influenza voleva spingersi al di là delle opere, sin nella vita stessa degli uomini, è una storia, piú ancora che di testi, di gesti, di manifesti, un’aneddotica di personaggi, di sfide, di colpi di scena che, senza escludere la vita privata, arrivano fino al modo di acconciarsi e di vestire. Ne sono protagonisti, con il poeta vagabondo Chlébnikov, l’anarchico profeta del movimento, Pasternàk e Chagall, Mejerchold ed Ejzenstejn. Forse non si vide mai, come nella Russia di quegli anni, un simile fervore di novità, una cosí larga disponibilità per le creazioni fantastiche, un impegno cosí generale verso le idee della nuova società. Nel rinnovato interesse per la storia delle avanguardie europee questo studio ci dà l’immagine di una stagione di straordinaria vitalità, analizzandola nelle sue componenti letterarie, estetiche e ideologiche.

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(a cura di) Viola Gianni Eugenio, “Frankenstein. Interpretazioni del Living Theatre”

Edito da Underground-La Fiaccola, Catania, 1972, 95 p.
Presentazione:
Teatro senza rappresentazione (quindi teatro che è un non-teatro), spettacolo che aspira alla libera­zione del pubblico attraverso un coinvolgimento, tentativo di favorire generose istanze creatrici. Il Living è stato tutte queste cose assieme e molte altre ancora.

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