Fo Dario, “Morte accidentale di un anarchico”

Edito da Einaudi, Torino, 1974, 121 p.

Presentazione
Come ci è venuto in mente di allestire uno spettacolo legato al tema della strage di Stato? Anche in questo caso siamo stati spinti da una situazione di necessità. Durante la primavera del ’70 i compagni che assistevano ai nostri spettacoli – compagni operai, studenti, democratici progressisti – ci sollecitavano a scrivere un intero testo sulle bombe di Milano e sull’assassinio di Pinelli, che ne discutesse le cause e le conseguenze politiche. La ragione di questa richiesta era costituita dal pauroso vuoto d’informazione attorno al problema. Passato lo shock iniziale, la stampa taceva: i giornali della sinistra ufficiale, «l’Unità» in testa, non si sbilanciavano e non andavano oltre sporadici commenti del tipo: «Il fatto è sconcertante», «Come oscura è la morte di Pinelli, così rimane avvolta nel mistero la strage alle banche». Si aspettava che «luce venisse fatta». Aspettare, purché non si facesse caciara…
E invece no. Bisognava far caciara, con ogni mezzo: perché la gente che è sempre distratta, che legge poco e male e solo quel che gli passa il convento, sapesse come lo Stato può organizzare il massacro e gestire il pianto, lo sdegno, le medaglie alle vedove e agli orfani, e i funerali con i carabinieri sull’attenti che fanno il presentat’arm…
All’inizio dell’estate esce da Samonà-Savelli il libro La strage di Stato: un documento straordinariamente preciso, ricco di materiale, e soprattutto scritto con grande decisione e coraggio. In autunno «Lotta Continua» e il suo direttore Pio Baldelli vengono denunciati dal commissario Calabresi. è a questo punto che anche noi comprendiamo la necessità di muoverci al piú presto. A nostra volta iniziamo il lavoro d’inchiesta. Un gruppo di avvocati e giornalisti ci fa avere le fotocopie di alcuni servizi condotti dalla stampa democratica e di sinistra – ma non pubblicati; abbiamo la fortuna di mettere il naso in documenti riguardanti inchieste giudiziarie, ci è dato perfino di leggere il decreto di archiviazione dell’affare Pinelli (e, com’è noto, i processi che secondo alcuni avrebbero definitivamente dovuto «far luce» sull’episodio verranno successivamente rinviati e definitivamente sospesi: per morte non accidentale dell’attore). Stendemmo una prima bozza di commedia. Farsa, addirittura: tanto penosamente grotteschi risultavano gli atti delle istruttorie, le contraddizioni delle dichiarazioni ufficiali. Ci viene fatto presente che potremmo correre il rischio di denunce, incriminazioni, processi: decidiamo comunque che vale la pena di tentare che, anzi l’andar giú a piedi giunti sia necessario, è il nostro dovere di militanti politici. L’importante è fare in fretta, intervenire a caldo.
Il debutto, al capannone di via Colletta, coincide con i giorni in cui si celebra il processo a Pio Baldelli, direttore di Lotta Continua. è un successo di massa straordinario: ogni sera la sala è esaurita mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo, ci troviamo a recitare con la gente sul palcoscenico, fra le quinte. Nonostante le provocazioni: come la telefonata del solito ignoto che denuncia la presenza di una bomba in sala, l’intervento della Volante, il rilievo dato all’«incidente» dalla stampa padronale. Nonostante tutto ciò, sollecitati a tener duro dai compagni avvocati del processo Calabresi-Baldelli, le repliche proseguono a platee esaurite fin oltre la metà di gennaio. Le difficoltà cominciano con la partenza per la tournée. In via Colletta siamo a casa nostra: fuori, i compagni che ci organizzano sono costretti ad affittare teatri, cinema, sale da ballo. C’è piú d’un gestore che si rifiuta di accordarci la sala, disposto a pagare ogni danno, dal momento che qualcuno l’ha consigliato di non insistere, di lasciar correre… Qualcuno che non vuol perdere il suo posto di questore.
Spesso, però, le apparenti sconfitte diventano nostre vittorie. A Bologna, per esempio, ci vengono negati i millecinquecento posti del teatro Duse: riusciamo ad ottenere i seimila del Palazzetto dello Sport, e la gente lo affolla. Si comincia a intuire che se la polizia e qualche sindaco piú o meno governativo si danno tanto da fare perché certe cose non si sappiano… ebbene, certe cose vanno assolutamente sapute.
Ma qual è la vera ragione del trionfo di questo spettacolo? Non tanto lo sghignazzo che provocano le ipocrisie, le menzogne organizzate in modo becero e grossolano – a dir poco – dagli organi costituiti e dalle autorità ad essi preposte (giudici, commissari, questori, prefetti, sottosegretari e ministri), quanto soprattutto il discorso sulla socialdemocrazia e le sue lacrime di coccodrillo l’indignazione che si placa attraverso il ruttino dello scandalo, lo scandalo come catarsi liberatoria del sistema.
Il rutto che si libera felice nell’aria anche attraverso il naso e le orecchie proprio attraverso lo scandalo che esplode, quando si viene a scoprire che massacri, truffe, assassini sono organizzati e messi in atto proprio dallo Stato e dai suoi organi che ci dovrebbero proteggere. E il grande sghignazzo nasce nel constatare l’indignazione del buon cittadino democratico che cresce fino a soffocarlo: ma la soddisfazione che sono, alla fine, gli organi stessi di quella società marcia e corrotta a puntare il dito accusatore verso se stessa, verso le sue «parti malate», lo rende libero, disintasato in ogni buco del suo spirito. Fino a farlo esplodere felice nel grido: «Viva questa bastarda società di merda, che si pulisce però sempre con carta soffice e profumata, e che, ad ogni rutto, si porta educatamente una mano davanti alla bocca!»
Lo spettacolo è stato replicato per altri tre anni che hanno visto la morte di Feltrinelli, altre bombe, altri massacri. Evidentemente il testo è aggiornato, il discorso si è fatto più esplicito. Lo scopo immediato è quello di far comprendere come la strage di stato continui imperterrita, e i mandanti siano sempre gli stessi. Gli stessi che hanno tenuto in carcere Valpreda e i suoi compagni, sperando che crepassero, gli stessi che ammazzano a bastonate un ragazzo per le strade e nel carcere di Pisa.Gli stessi che preparano trappole e sceneggiate orrende, che preparano colpi di stato e poi, scoperti, assicurano: «Ma io scherzavo».
Come diceva Bertold Brecht: «Nei tempi bui cantiamo dei tempi bui, poi verrà anche per noi il tempo delle rose». Ma non illudiamoci, vedremo tornare ancora l’arroganza e la ferocia del potere. Un potere rivestito con costumi nuovi, volti mascherati con sotto le stesse facce. E vedremo anche nostri compagni passati sotto le file loro per pochi o tanti quattrini. L’importante per noi è avere la forza di tornare da capo, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di mostrare di nuovo al pubblico il deretano nudo e orrendo dell’ipocrisia.

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Monteverdi Anna Maria, “Il teatro di Robert Lepage”

Edito da BFS, Pisa, 2004, 158 p.

Regista teatrale, cinematografico e d’opera, realizzatore di scenografie multimediali per concerti rock, il canadese Robert Lepage è un caso nel teatro contemporaneo. Fin dai suoi primi spettacoli, i maggiori Teatri e Festival internazionali hanno espresso consensi unanimi e riconoscimenti per il suo teatro senza frontiere, liberato dai confini della lingua e del genere e caratterizzato da una narrazione prossima a quella cinematografica. Tra le sue regie teatrali: La trilogie des dragons, Polygraphe, Les aiguilles et l’opium, Elseneur, Les sept branches de la rivière Ota e La face cachée de la Lune.

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Ganzerla Neva, “Alejandro Jodorowsky: performance, teatro e guarigione”

Università degli Studi di Torino, Facoltà di scienze della formazione, corso di studio specialistico in teatro e arti della scena, 2010-2011, 151 p.

Presentazione
La tesi che presentiamo parte da una base di ricerca personale incentrata sulla funzionalità creativa e comunicativa del dolore, inteso in senso mentale, emotivo e fisico, con lo specifico interesse di verificare in quali occasioni esso viene utilizzato e con quale scopo comunicativo. All’interno della storia dell’arte visiva e teatrale, in particolare dell’ultimo secolo, la tematica del dolore è stata ampiamente investigata e applicata da parte degli artisti seppure con scopi e con modalità differenti e costituisce un filone di ricerca artistica che si manifesta in performance teatrali, performance artistiche e produzioni di opere visive. Tutti questi lavori testimoniano egualmente la potenza del dolore come mezzo per comunicare ed è grazie ad esso che riescono a dare una maggiore spinta nell’investigazione di tematiche politiche, sociali e psicologiche.
Quello che ci interessa in questo lavoro è analizzare in particolare come all’interno della teatralità di uno specifico drammaturgo l’uso del dolore si leghi alle istanze comunicative del testo, come esso vada a far parte della genesi della drammaturgia e della messinscena e che tipo di reazioni sia capace di smuovere nel gruppo di fruitori a cui viene “somministrato”. Come caso esemplificativo si è voluto analizzare il lavoro teatrale di Alejandro Jodorowsky (drammaturgo ma anche romanziere, saggista, sceneggiatore, regista e tarologo) poiché, all’interno della tematica del dolore, egli non è solamente interessato agli effetti psicologici che esso ha su pubblico e attori, o all’utilizzo del dolore come strumento per veicolare messaggi, ma soprattutto egli ricerca tramite l’esternazione del dolore (all’interno dell’esperienza teatrale) di stimolare tutti i partecipanti (che siano attori o spettatori) a trovare una soluzione a quegli episodi del vissuto che non hanno trovato soluzione e che continuano quindi a causare sofferenza. L’autore infatti non limita la propria indagine all’interno del dolore come status finito e limitato/limitante, all’analisi psicologica dei meccanismi di autodistruzione o di crescita interiore che esso causa, ma attraverso l’esposizione e l’indagine su di esso, Jodorowsky dimostra un preciso e personale scopo di trascendere dalla sofferenza per elevare il soggetto al di sopra delle immobilità causate dalla sofferenza stessa, sfruttando le possibilità rituali del mezzo teatrale per apportare delle effettive migliorie all’esistenza dello spettatore, dell’attore e dell’autore.
Questo lavoro quindi parte da una ricerca biografica esistenzial-culturale dell’autore, al fine di indagare quale sia il bagaglio esperienziale che ha partecipato alla sua formazione artistica; prosegue con un’analisi della sua produzione artistica (teatral-rituale in primis) soffermandosi sulle opere più esemplificative della nostra tematica di base; ricerca e analizza il rapporto tra poetica e mezzo di comunicazione utilizzato; verifica quali effetti l’opera sortisce nel fruitore e descrive infine l’allontanamento parziale dell’artista dal mezzo performativo verso quello (radicalmente differente nella forma, ma identico nello scopo) dell’audizione personale effettuata tramite l’uso dei tarocchi.

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Fox Manuela, “I conflitti bellici nel teatro di Jerónimo López Mozo e il caso di Anarchia 36”

Estratto da “Scrittura e conflitto. Volume I”, Atti del XXII Convegno dell’AISPI, Catania-Ragusa, 16–18 maggio 2004, pagg. 173-183

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Coda Elena, “Teatro di straniamento in Marinetti e Brecht”

Estratto da “Carte Italiane”, Vol. 1, Issue 13, 1994, 15 p.

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Marinetti Filippo Tommaso, Settimelli Emilio, Corra Bruno, “Teatro Futurista Sintetico”

Edito da Casa Editrice Ghelfi Costantino, Piacenza, 1921, 100 p.

Dall’Introduzione:
Noi creiamo un teatro futurista «Sintetico» cioè brevissimo. Stringere in pochi minuti, in poche parole e in pochi gesti innumerevoli situazioni, sensibilità, idee, sensazioni, fatti e simboli (…). «Atecnico» (…). Col nostro movimento sintetista nel teatro, noi vogliamo distruggere la Tecnica, che dai Greci ad oggi, invece di semplificarsi, è divenuta sempre più dogmatica, stupidamente logica, meticolosa, pedante, strangolatrice. (…) E’ stupido rinunziare al dinamico salto nel vuoto della creazione totale fuori da tutti i campi esplorati. «Dinamico, Simultaneo» cioè nato dall’improvvisazione, dalla fulminea intuizione, dall’attualità suggestionante e rivelatrice. (…) Il nostro teatro futurista si infischia di Shakespeare, ma tien conto di un pettegolezzo di comici, si addormenta a una battuta di Ibsen, ma si entusiasma pei riflessi rossi o verdi delle poltrone. Noi otteniamo un dinamismo assoluto mediante la compenetrazione di ambienti e di tempi diversi. (…) «Autonomo, Alogico, Irreale». La sintesi teatrale futurista non sarà sottomessa alla logica, non conterrà nulla di fotografico, sarà autonoma, non somiglierà che a se stessa, pur traendo dalla realtà elementi da combinarsi a capriccio. (…) Il teatro futurista nasce dalle due vitalissime correnti della sensibilità futurista, precisate nei due manifesti: «Il Teatro di varietà» e «Pesi, Misure e prezzi del genio artistico», che sono: 1) la nostra frenetica passione per la vita attuale, veloce, frammentaria, elegante, complicata, cinica, muscolosa, sfuggevole, futurista; 2) la nostra modernissima concezione cerebrale dell’arte secondo la quale nessuna logica, nessuna tradizione, nessuna estetica, nessuna tecnica, nessuna opportunità è imponibile alla genialità dell’artista che deve solo preoccuparsi di creare delle espressioni sintetiche di energia cerebrale le quali abbiano valore assoluto di novità. Il teatro futurista saprà esaltare i suoi spettatori, cioè far loro dimenticare la monotonia della vita quotidiana, scaraventandoli attraverso un labirinto di sensazioni improntate alla più esasperata originalità e combinate in modi imprevedibili.(…) Ecco le prime nostre parole sul teatro. Le nostre prime 11 sintesi teatrali (di Marinetti, Settimelli, Bruno Corra, R. Chiti, Balilla Pratella) sono state imposte vittoriosamente da Ettore Berti e dalla sua Compagnia ai pubblici affollatissimi di Ancona, Bologna, Padova, Venezia, Verona…

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Stupia Michele, “Quando Salvemini giocava a scopone con gli anarchici…Anarchismo e antimilitarismo ne Il Mondo di Mario Pannunzio”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 2012, 55 p., Seconda Edizione.

Questo volumetto si propone di essere un invito e un aiuto agli studiosi perché esaminino più attentamente quella leggendaria ri­vista che fu «Il Mondo» tra il 1949 e il 1966. L’autore ha tratteg­giato le varie posizioni che il periodico di Pannunzio prese sull’antimilitarismo e sull’anarchismo. Sono così ricordate tante vi­cende, dalla severa condanna dell’obiezione di coscienza durante la guerra fredda, alla difesa dei «diffamatori» dell’esercito fascista; difesa unita sempre alla speranza di un nuovo esercito difensore del «mondo libero»; speranza che entra sempre più in crisi verso il 1960 per lasciare il passo alla condanna di ogni mentalità guerre­sca. E a proposito dell’anarchismo, sono segnalate le varie dife­se che «Il Mondo» fece di tanti «sovversivi» insieme alle critiche ideologiche. E dietro a tutto si intravede un mondo di persone vi­ve: Armando Borghi rievoca Salvemini che gioca a scopone con gli anarchici, lo stesso Salvemini trova accenti religiosi nel ricor­dare Berneri; Ernesto Rossi lascia le polemiche economiche per partecipare alla marcia della pace di Aldo Capitini…

Le ampie note (ancora arricchite in questa edizione) segnalano forse quasi ogni scritto che «Il Mondo» pubblicò su quegli argo­menti, e vogliono suggerire altri spunti di ricerca. In questa nuova edizione certe citazioni forse sconosciute su vicende come il Giap­pone in guerra, i fatti del i960, le polemiche del 1962, potranno essere stimolanti.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: 1995

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Stara Pietro, “Il militarismo del nuovo millennio”

Edito da CUB Scuola, [2001], 40 p.

La recente polemica sugli effetti dell’utilizzo uranio impoverito nei Balcani ha portato l’opinione pubblica a prendere consapevolezza di uno degli aspetti del carattere criminale della guerra.
Riteniamo necessario produrre una documentazione meno legata alla contingenza sulla guerra, sull’esercito professionale, sull’industria militare.
La critica radicale al militarismo è, infatti, uno dei fronti principali di intervento per il sindacalismo di base. La difesa degli interessi dei lavoratori si lega strettamente alla solidarietà internazionale, alla critica alla produzione di morte, allo sviluppo di un punto di vista indipendente sulle questioni sociali e politiche generali.
Nel corso degli ultimi anni il movimento dei lavoratori in generale ed il sindacalismo di base in particolare si sono misurati sul terreno dell’opposizione alla politica di guerra dello stato italiano con impegno e determinazione.

In particolare, e per tenersi all’ultimo periodo, la CUB ha organizzato uno sciopero generale il 13 maggio 1999 contro la guerra nei Balcani, la solidarietà ai lavoratori della Zavasta colpiti dalle distruzioni conseguenti alla guerra, un puntuale lavoro di informazione critica sulle produzioni di morte.
E’ nostra opinione che la lotta antimilitarista sia centrale per lo sviluppo di un sindacalismo indipendente dallo stato, dai padroni, dai partiti. La lotta sindacale, infatti, nel mentre si sviluppa quotidianamente a livello aziendale, categoriale, territoriale, si misura necessariamente con le scelte politiche, diplomatiche, militari dello stato.
La scelta di destinare risorse crescenti alla spesa militare e di dar vita ad un esercito professionale esplicitamente attrezzato per guerre di aggressione ci pone innanzi alla necessità di:

  • Denunciare la sottrazione di risorse necessarie per garantire i servizi sociali, le pensioni, la tutela del territorio. Gli stessi soggetti economici, sociali e politici che affermano la “necessità” di ridurre la spesa sociale in nome dell'”interesse generale” che unirebbe salariati e padroni non hanno alcun dubbio nell’accrescere la spesa militare;
  •  Opporci al diffondersi di una cultura della guerra, della distruzione, della sopraffazione che, se colpisce direttamente le popolazioni aggredite, comporta la riduzione delle libertà civili, politiche, sindacali sullo stesso territorio nazionale. In nome dell'”interesse nazionale” vengono ridotte le libertà sindacali ed il diritto allo sciopero, imposte politiche antipopolari, impedita la libertà di azione contro le scelte del governo;
  • Sviluppare con sempre maggior forza la solidarietà internazionale fra i lavoratori mediante campagne di informazione, la puntuale documentazione della situazione reale, la denuncia delle menzogne correnti sulla politica militare dell’Italia e, in genere, delle potenze che dominano il pianeta, lo sviluppo di concrete iniziative di lotta;
  • Agire contro lo sviluppo delle produzioni di armi e rivendicare la produzione di beni e servizi necessari a garantire condizioni di vita migliori per i lavoratori;
  • Condurre quella una lotta intransigente battaglia per una civiltà fondata sulla solidarietà, la difesa dell’ambiente, la comprensione del comune destino dell’umanità.
    In particolare, riteniamo che nella scuola sia necessaria un’azione puntuale di informazione critica e di denuncia dei tentativi del blocco industriale militare di presentare una guerra come “umanitaria” e il militarismo come una necessità ineludibile.

Proprio nella scuola, infatti, registriamo un crescente attivismo delle forze legate al blocco industriale militare: iniziative per il reclutamento nell’esercito professionale, pubblicità delle imprese produttrici di armi, tentativi di imporre una cultura della guerra ovviamente “umanitaria”.
Come contributo a questo percorso di lavoro, che intendiamo riprendere e sviluppare, pubblichiamo questa breve ma approfondita ricerca, di Pietro Stara, ringraziandolo per la disponibilità che ha dimostrato. Della sua ricerca apprezziamo la ricchezza dei dati riportati ed il rigore critico. Su questi temi riteniamo necessario sviluppare il confronto, la discussione, l’elaborazione di precise proposte d’azione.
Chiunque sia interessato può prendere copia del testo e porsi in relazione con noi per organizzare presentazioni, dibattiti, iniziative di carattere antimilitarista.

Torino 2002
Cosimo Scarinzi

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Rete Antimilitarista Anarchica, “Chi fa la guerra non va lasciato in pace”

Opuscolo autoprodotto dalla rete antimilitarista anarchica, Settembre 2009, 66 p.

Nelle ultime assemblee della Coordinazione anarchica, alla quale attualmente partecipano diverse realtà di collettivi ed individui, a livello nazionale, è emersa l’esigenza di esprimerci e riflettere sulla questione dell’antimilitarismo, poiché le nostre vite sono quotidianamente bombardate da un livello di militarizzazione sempre più crescente, soprattutto nelle città, ma più in generale in un clima che si insigna anche alla luce di una forte ripresa del militarismo, legalizzato o meno, che risulta a dir poco allarmante, con guerre che continuano a combattersi sbandierando la tanto gettonata difesa o conquista della fantomatica democrazia, e non a caso termini come questi, utilizzati dai media, appaiono come imminente richiamo ad un panorama mondiale di conflitto bellico globale e permanente.

Creando una Rete Antimilitarista anarchica, abbiamo voluto ricostruire una rinnovata forza di mobilitazione attorno alla questione antimilitarista appunto. Le basi militari statunitensi sulle nostre terre, in particolar modo nelle isole come la Sardegna, le spese militari in forte crescita, gli investimenti delle banche nel commercio di armi, le aziende italiane produttrici di armi, l’esercito italiano impiegato in operazione di pubblica sicurezza, gli armamenti in dotazione alle forze dell’ordine sono l’aspetto lampante di una società ed un’economia pervasa da una cultura autoritaria e militarista. Per questo abbiamo contribuito a creare una rete di individualità e gruppi che siano in grado di monitorare le situazioni, analizzare i contesti, produrre informazione e nuovi canali di informazione, promuovere momenti di mobilitazione e azione diretta. Una rete che sia in grado di rilanciare il lavoro fatto da chi si è occupato di antimilitarismo in passato riuscendo ad intercettare il lavoro, la passione, la determinazione di chi, sempre di più, odia l’autoritarismo militare, in qualsiasi parte del mondo. Una rete antimilitarista aperta a tutti quelli che si ritrovano sui contenuti e sulle pratiche libertarie per presentare interventi, riflessioni, iniziative e mobilitazioni, per costruire relazioni anche internazionali e porre le basi di una nuova stagione di lotta antimilitarista nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle piazze per sensibilizzare su questi temi tutti i cittadini che subiscono il militarismo in tutte le sue forme.

Ed è proprio a questo proposito che nasce, all’interno della rete, l’idea di un opuscolo che parli di ANTIMILITARISMO in un’accezione fortemente libertaria, in cui se ne ripercorranno brevemente i cenni storici, le origini, passando poi ad analisi più attuali, per esempio leggendo il legame che intercorre fra militarismo e razzismo, o agli innumerevoli sviluppi e nuove forme che il militarismo sa darsi nel mondo attuale, per poi proseguire con due approfondimenti specifici: il primo sulla militarizzazione territoriale annosa e scandalosa della Sardegna, una meraviglia nel Mediterraneo scempiata dalle basi; l’altro su un pessimo tentativo, in alcune scuole di Lecco, di far passare i militari stessi come promulgatori di pace, invitandoli ad incontrare gli studenti all’interno di dibattiti e incontri dal titolo aberrante, se si pensa ai relatori:“la pace si fa a scuola”, travalicando il limite del revisionismo, stravolgendo la realtà per indurre ad un pensiero di paura e conseguente e inevitabile difesa.

Lo scritto raccoglie materiale di analisi ed esperienze che è fatto di tanti contributi variegati proprio perchè più persone, provenienti da spazi e storie diverse, hanno scritto e condiviso, dal basso. C’è anche da specificare che trattandosi di un opuscolo lo spazio ridotto non ha acconsentito molti approfondimenti. A questo proposito i/le compagn* sard* stanno provvedendo alla stesura di altro materiale che formerà un opuscolo a se stante specifico per la situazione territoriale militarizzata dell’isola, con maggiori informazioni e dettagli. Oltre al cartaceo l’opuscolo è ovviamente scaricabile dal nuovo sito web creato ad hoc per la tematica antimilitarista, in cui è possibile apportare contributi, contenuti e modifiche e visionarne gli esistenti.

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Poole Gordon, “Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura USA”

Edito da Colonnese Editore, Napoli, 2002, 174 p., Seconda Edizione

All’indomani della guerra dei Balcani, dell’attac­co alle Twin Towers, dell’intervento militare in Afghanistan e alle possibili nuove missioni in Iraq, un saggio di estrema attualità per conosce­re nel profondo la cultura militare statunitense.
Richiamandosi ad una tradizione americana di pacifismo anti-imperialista da Henry David Tho­reau, Mark Twain, a Noam Chomsky, Ramsey Clark, l’autore individua momenti significativi della storia statunitense intesa come storia di con­flitti, sia interni che esterni. Coltivando l’antico sogno di essere il popolo eletto, investito di una missione democratica ed imperialista di portata mondiale, la cultura dominante statunitense svi­luppa, nel corso dei secoli, un’ideologia peculiar­mente bellicosa ed espansionista, spesso accompagnata da motivazioni umanitarie.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: 2001

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