Rete Evasioni, “Guida per chi ha la sventura di entrare in carcere”

Edito da Rete Evasioni, novembre 2012, 31 p.
Continuano a ripeterci che
le carceri sono sovrappopolate.
E se invece fosse la popolazione
ad essere “sovra-imprigionata”?
Basta non rispondere a comando alle condizioni imposte da questo mondo per correre il rischio di finire in galera. Siamo tutti potenziali criminali e visto che tutti possiamo finire in carcere ognuno e ognuna di noi viene già trattato come tale. L’ossessione della sicurezza, dell’emergenza, la manìa giustizialista, l’idea che ogni problema sociale possa essere affrontato con polizia-arresti-codici penali e carcere, domina questa società e non è altro che l’altra faccia del dominio del lavoro, della scuola, della famiglia e della merce sulle nostre vite. Combattere l’idea stessa della prigionia è un obiettivo che tutte e tutti oggi dobbiamo perseguire. L’istituzione carceraria, in tutte le sue molteplici forme: carcere,  Opg, Cie, controllo psichiatrico, camere di sicurezza, carceriminorili, case di accoglienza e altro, è ciò che permette la sopravvivenza del sistema che ci sfrutta e ci opprime in ogni momento della nostra vita. Coloro che hanno redatto questa guida si battono per la completa distruzione del carcere e l’abolizione del sistema penale. Pensiamo che riforme o aggiustamenti lascino inalterato il modello di punizione e annientamento della personalità di chi viene recluso/a. Per noi non si tratta di costruire nuove prigioni, magari più umane, ma di svuotare quelle già esistenti. Quelli che si riempiono la bocca di buone intenzioni, che parlano di riformare il carcere, sono gli stessi che prima hanno provveduto a riempirlo. Siamo convinti e convinte che il carcere non sia altro che uno specchio della società. Quella società dove il territorio che abiti non offre nessuno spazio per socializzare, ma solo per produrre e consumare. 
La questione carceraria ci riguarda interamente. Perché attraverso la lotta contro il carcere vogliamo cercare di dare maggiore consistenza a quella parola che sembra aver perso consistenza e significati: solidarietà. Organizzarci per lottare contro il carcere significa costruire legami e amicizie che permettano di renderci più forti nelle lotte che portiamo avanti ogni giorno. Questa guida elenca numerosi diritti di detenuti e detenute, ma anche e soprattutto tantissimi doveri. Come tutti i diritti, anche quelli che riguardano chi è detenuto in un carcere non sono stati concessi magnanimamente dallo stato, al contrario sono stati strappati con la lotta. L’entusiasmante stagione di rivolte degli anni 70, e anche le lotte che sono seguite, hanno imposto una diversa immagine del detenuto. Non più un disperato da compatire e assistere ma un individuo in grado di comprendere il ruolo del sistema carcerario in questa società, capace di organizzarsi per rivendicare miglioramenti della propria condizione in una prospettiva di abolizione del sistema della punizione e della pena. È importante che chiunque entri in carcere oggi, sia consapevole di entrare in un luogo che, anche se sembra il luogo della devastazione e dell’abbandono, è anche il luogo dove coloro che vengono considerati gli ultimi della società, i dannati della terra, hanno lanciato l’urlo tra i più poderosi per la trasformazione radicale di questa società basata sullo sfruttamento e sulla punizione.
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Verde Salvatore, “Il Carcere Manicomio: Le carceri in Italia tra violenza, pietà, affari e camice di forza”

Edito da Sensibili alle Foglie, 2011, 80 p.

Questo libro denuncia la proliferazione di nuovi luoghi dell’internamento, indotta dal precipitare verso la forma carcere/manicomio di quel vasto panorama di istituzioni sociali nate con l’affermarsi dello stato sociale,e che avevano il compito di governare il disagio, la sofferenza, la devianza, la diversità. Poiché si tratta di una dinamica estesa, diffusa, tendenzialmente prevalente, che dalla prigione e verso la prigione costruisce nuovi saperi e poteri di gestione della crisi sociale contemporanea, bisogna moltiplicare le vigilanze democratiche, le azioni di tutela, le pratiche di aiuto a tutta quella umanità che è vittima, parafrasando Franco Basaglia, dei “crimini di pace”.

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Ricci Aldo, Salierno Giulio, “Il carcere in Italia. Inchiesta sui carcerati, i carcerieri e l’ideologia carceraria”

Edito da Einaudi, Torino, 1971, 451 p.

Immagine opaca della società, luogo geometrico delle contraddi­zioni del «sistema», valvola di sfogo dell’aggressività individuale e collettiva, l’istituzione carceraria è l ’ingranaggio più oscuro del­lo Stato. Questa ricerca sociologica sulla violenza penale, la prima del genere in Italia, è il risultato di una «discesa» diretta in que­sto inferno. I meccanismi più segreti del sistema penitenziario vengono ampiamente svelati dalle testimonianze dei diretti inte­ressati: detenuti, agenti di custodia, dirigenti, magistrati, funzio­nari del ministero di grazia e giustizia.
Attraverso lo studio analitico del recinto carcerario (struttura, personaggi, regole del gioco, modalità di funzionamento), il vo­lume giunge ad illuminare drammaticamente l’assurda, violenta realtà carceraria; chiarisce gli effetti che questa dinamica istitu­zionale ha sui segregati e sui segreganti; formula una nuova ipo­tesi che suggerisce il ribaltamento del ruolo tradizionalmente ri­coperto dal «deviante-delinquente» in quello di possibile, futuro protagonista della propria liberazione

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Opuscolo contro il carcere e le sue relazioni. SABOTIAMOLO. Dossier sul carcere di Spini di Gardolo -Tn

Edito da Edizioni Bezmotivnyki, 2012 [?], 72 p.

Introduzione
Dopo un po’ di discussioni sull’istituzione carceraria,dopo alcune riflessioni sia collettive che individuali, e dopo varie critiche e auto-critiche sul modo di lottare contro il carcere e la società che lo genera, abbiamo deciso di fare un opuscolo di approfondimento per conoscere meglio il nostro nemico. Come individui che anelano alla propria “libertà” non possiamo che odiare nel profondo di noi stessi tale struttura e chi vi “lavora” o chi vi collabora. Per noi il carcere non è solamente rappresentato da quelle mura che vediamo, ma anche dalle relazioni economiche, politiche e sociali che ruotano attorno a questa struttura. Per questo motivo abbiamo deciso di approfondire un po’ meglio tutte queste relazioni che si reggono sulla sofferenza di migliaia di uomini che sono rinchiusi in questi posti e sulla collaborazione di altri che contribuiscono a mantenere e a far funzionare la reclusione carceraria.
Non è né la prima né l’ultima volta che ci occupiamo di carcere, anche perché crediamo che la lotta che portiamo avanti contro questa istituzione è contro tutta la società. È vero che in questi ultimi anni abbiamo lasciato molto da parte questo percorso di lotta per svariati motivi. Abbiamo constatato che non è abbastanza continuare la lotta dei compagni che finiscono in carcere per stargli più vicini. Abbiamo visto che, in questo modo, a volte, ci si allontana dal portare una solidarietà (per farci capire) più attiva e di attacco a quei compagni che hanno deciso di seguire un percorso di lotta al sistema. Pensiamo che “dovremmo” scegliere più accuratamente che percorsi intraprendere senza lasciare isolate quelle persone che formano parte della lotta e che si trovano recluse, ben consapevoli però delle nostre forze e dei nostri limiti. Queste sono le nostre impressioni. Lungi da noi l’idea di limitare o di giudicare altre sensibilità che scelgono altri percorsi. Proprio per la mancanza che abbiamo cercato di spiegare prima, ci siamo resi conto che, almeno per quello che ci riguarda, “dobbiamo” cambiare rotta su questo aspetto. Questo mezzo lo mettiamo a disposizione di quelli che vogliono distruggere tutte le forme autoritarie, di cui il carcere che è una delle più evidenti. Questo opuscolo nasce dalla consapevolezza di provare a superare certi nostri limiti per colpire meglio e non essere impreparati.
Ma per fare ciò c’è anche bisogno che le persone che, come noi, hanno a cuore la lotta contro il carcere e la società, abbiano più autonomia e iniziativa ad attaccare e sabotare individualmente come collettivamente, ognuno con i propri mezzi e le proprie pulsioni. Per ciò questo opuscolo è un invito a AGIRE! Non solo un lavoro teorico, ma consapevoli che la conoscenza dei nostri nemici è fondamentale. Riportiamo di seguito l’introduzione dell’opuscolo dei compagni di Monza. Abbiamo saccheggiato dal loro lavoro tutto ciò che ci è piaciuto e che condividiamo. Abbiamo preso la sua struttura come base per il nostro. Ci rifacciamo al loro approfondimento con la voglia di allargare e di condividere tale percorso che sentiamo nostro con l’intenzione di colpire il nostro comune nemico, per conoscere meglio ogni singolo carcere e i suoi tentacoli con la consapevolezza e la lucidità di chi abbiamo davanti e delle sue forze (che sono molto superiori alle nostre).
Siamo consapevoli di questo e, anche se a volte riusciamo ad essere una spina nel fianco del nemico cercando di non lasciare solo chi è nel ventre della bestia, abbiamo anche chiaro che le nostre forze sono parziali e ci teniamo a non dare false aspettative a chi è detenuto.
Per noi rimane fondamentale dire a chi è dentro e lotta che non è solo. Come individui sentiamo e pensiamo che non ci può essere coesistenza fra noi e una società carceraria che ritiene “giusto” privare della propria libertà un essere umano. Speriamo che questo piccolo opuscolo possa diventare un contributo utile per provare a smuovere le tensioni e le passioni per la lotta contro il carcere e il sistema. Questo opuscolo parla del carcere di Spini di Gardolo (Trento), un carcere nuovo, lontano dall’essere un hotel di lusso (come lo hanno definito quelle carogne dei giornalisti, politici e merde varie).
Siamo del parere che, anche se il carcere fosse d’oro, sempre carcere rimarrebbe. Dedichiamo questo piccolo contributo a due amici che sono rinchiusi nella struttura di Trento e ad altre tre persone che sono prive della loro libertà (sono ai domiciliari a Trento), e a tutti quegli individui che sono rinchiusi in qualsiasi modo, e che con la loro dignità tuttora continuano a lottare. A loro va uno speciale saluto con tutto il nostro affetto, sperando che presto ci troveremo nelle strade per continuare a lottare contro ogni gabbia, con più rabbia verso chi ci rinchiude e tanto amore per voi! Per l’Azione!

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OLga, “Massima sicurezza. Il carcere speciale in Italia”

Giugno 2014, 28 p.

Lo Stato con i suoi organi di “disinformazione”, oggi come sempre nei tempi di acutizzazione delle lotte in ogni ambito sociale, manipola la realtà. All’opinione pubblica non viene detto nulla su quanto avviene realmente in carcere: violenze e vessazioni quotidiane (in particolar modo sulle persone immigrate), isolamento, video-conferenza, divieti di incontro, uso mirato e massiccio degli psicofarmaci, teoria e pratica della premiazione e del ricatto (esempio evidente ne è l’applicazione recente dell’aumento della liberazione anticipata portata a 75 giorni ogni sei mesi scontati di detenzione) tutte situazioni ben descritte dalle tante lettere che ci arrivano dal carcere. Alla miseria generalizzata lo Stato risponde riducendo fortemente la spesa sociale ed accrescendo esclusivamente la spesa per le guerre ed il controllo con più polizia, più carceri e interi quartieri delle metropoli messi sotto sorveglianza satellitare.
Le persone in generale hanno fatto propria il concetto di giustizia e diritto come se nella società capitalistica potessero esistere valori di libertà e dignità umana nel senso più profondo e ampio, quando invece sappiamo che da sempre in particolare nei momenti di crisi il capitalismo, in nome del profitto, schiaccia e annulla le persone in modo massificato e selettivo, con guerre interne e esterne, razzismo, e fascismo. In breve affinché possa esistere una società fondata sulle classi, sulla proprietà privata, ovvero sul dominio, è necessario che esistano delle leggi che escludano dai privilegi larghe fette di persone e delle punizioni che possano tenere lontano chi non si conforma a queste leggi.
Immaginare un mondo senza galere significa per noi immaginare un modo di vita che non comprenda, classi, frontiere, guerre, stati e potere ma che invece nasca da condivisione, solidarietà, accordo, accettazione delle differenze. Il consenso forzato, spacciato per “patto sociale”, è volto ad una pace che non significa certo convivenza pacifica fra le persone, ma piuttosto collaborazione sociale imposta con la forza fra sfruttatori e sfruttati, dominatori e dominati, tra dirigenti ed esecutori.
Questa “pace sociale” che organi ben precisi come magistratura, eserciti e forze dell’ordine sono deputati a proteggere attraverso la repressione, è diffusa attraverso l’indottrinamento clericale, scolastico e televisivo volti ad annientare qualunque spirito critico che possa intaccarli. Il carcere è la forma più brutale ed evidente di tutto ciò. Esso mira a far sì che le persone colpite confermino nell’opinione pubblica la sua funzione di esperienza terribile che mira a far piegare la testa, portando le persone a non cercare nemmeno di immaginare un modo diverso di vivere ed intrecciare relazioni. Coloro che nella storia sono stati definiti dai dominatori, ribelli, malfattori, partigiani, banditi, terroristi sono quelli che lo Stato vuole punire maggiormente e per i quali ha studiato nel tempo forme di punizione estreme volte ad annientare loro stessi e chi li vuole seguire. In questo opuscolo, che non ha la pretesa di essere completo ed esaustivo ma parte della necessaria discussione più generale fra dentro e fuori, vogliamo parlare dell’evoluzione del carcere in Italia con un focus particolare sul carcere “speciale”.
Anche oggi ci troviamo di fronte ad un riassestamento del carcere, ovvero riorganizzazione sulla base di sperimentazioni e relativi aggravamenti riguardanti le forme di isolamento, di tortura, di censura, di riduzione estrema di tutti i rapporti con l’esterno sia che riguardino i colloqui con familiari ed avvocati, della negazione della propria identità attraverso il processoin video-conferenza, della limitazione dei libri in cella e della negazione della loro socializzazione.
Siamo perciò solidali con tutti i detenuti e tutte le detenute che lottano e si ribellano contro questa pianificazione mortifera sulla quale poggia la ristrutturazione del carcere attraverso il 41bis, l’Alta Sorveglianza, 14bis (che è rivolto a chi si ribella in carcere), l’ampio uso degli psicofarmaci, la censura ufficiale e ufficiosa della posta, il controllo sulla circolazione dei libri, delle riviste e degli opuscoli ecc… e sicuramente appoggeremo, come sempre abbiamo fatto, anche istanze di miglioramenti parziali che possano rendere la condizione detentiva meno terribile, ma lottiamo soprattutto per abbattere la società del Capitale, ridurre in macerie tutte le galere, cancellare tutte le frontiere, bruciare tutte le divise. Nell’estate e autunno scorso e durante la primavera del 2014, sono avvenute all’interno di svariate galere, per la prima volta dopo tanti anni, delle discussioni collettive rispetto alla lotta con rivolte (come a Cagliari e a Piacenza,) scioperi del carrello e della fame e battiture. Pensiamo a questo opuscolo come un foglio che riesca a contribuire al rafforzamento della lotta dentro e fuori dal carcere.

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Malatesta Errico, “Pagine di lotta quotidiana e “Pensiero e Volontà”

Edito a cura del Movimento Anarchico Italiano, Carrara, 1975. Primo volume: V+358 p.; Secondo Volume: 323 p.; Terzo Volume: 416 p.

Presentazione di Gino Cerrito
I tre volumi di Scritti che si è ritenuto di riprodurre sono il frutto di un lungo lavoro di spoglio, iniziato da un gruppo di anarchici subito dopo la morte di Errico Malatesta (1932). La raccolta vide la luce nel 1934-1936 per i tipi delle edizioni del “Risveglio” di Ginevra, con prefazione di Luigi Fabbri, e preludeva alla pubbli­cazione di numerosi altri volumi riguardanti gli scritti di Errico Malatesta anteriori al 1919. “Abbiamo credu­to bene — scrivevano infatti gli editori — invece di se­guire l’ordine cronologico, di dare anzitutto gli scritti riferentisi agli ultimi anni di vita del nostro grande scomparso, dal suo ritorno in Italia nel dicembre 1919. Sono critiche, riflessioni, consigli, proposte, moniti in cui teoria e pratica, ideale e realtà, pensiero ed azione sono genialmente fusi”. Ecco il motivo essenziale per cui il gruppo promotore preferì iniziare la riedizione degli scrìtti malatestiani con quelli apparsi in un perio­do particolarmente interessante per le masse lavoratrici italiane, un periodo su cui da vari anni gli anarchici ita­liani sono tornati per esaminare ed approfondire le esperienze e le dolorose conseguenze.
Gli Scritti che si ripropongono al lettore italiano so­no sconosciuti non soltanto al grande pubblico. A causa delle vicende che funestarono la storia umana nel ven­tennio che segui alla grande guerra, a causa delle note persecuzioni e della diaspora anarchica di quegli anni, furono realmente pochi fra gli stessi libertari co­loro che riuscirono a rivivere le esperienze diverse e varie del primo dopoguerra e gli scontri ed i dissidi fra i vari gruppi politici in generale e fra quelli anarchici in particolare, al lume di quello strumento di lavoro di pri­ma mano che è rappresentato dagli scritti malatestiani del periodo. Tanto più importanti in quanto la vita di Errico Malatesta, anche in quegli anni e particolarmen­te in quegli anni che vedono lo scontro fra il movimen­to operaio italiano e le squadre fasciste e che procla­mano il fallimento del metodo legalitario dei partiti co­sì detti rivoluzionari, si identifica con la vita stessa del Movimento anarchico italiano e, molto spesso, con le istanze rivoluzionarie delle masse sconfitte.
Gli scritti di Malatesta risentono indubbiamente del particolare clima politico del tempo, e perciò del turba­mento che il fascismo, la rivoluzione russa e la massic­cia emigrazione imposero agli anarchici italiani; risen­tono in primo luogo della fede nello scontro frontale risolutivo, che lo stesso Malatesta negli anni immediata­mente successivi al 1920 approfondì nei suoi vari aspet­ti, ponendo in maniera definitiva il problema dell’anarchia come anarchismo: anarchismo come gradualità del processo rivoluzionario e pluralità della sperimentazio­ne. Appunto perciò gli scritti di Malatesta sono anche l’opera di un teorico che chiarisce e sistema il pensiero dei teorici a lui precedenti, rivalorizzando e rinnovan­do particolarmente l’opera di Proudhon attraverso la esperienza vissuta dal Movimento come tale, durante mezzo secolo di vita attiva. Appunto perciò il pensiero di Malatesta resta in gran parte attuale:
1) Quando sostiene che l’educazione e la propagan­da sono solo dei germi, che da soli restano impotenti a produrre una mutazione rivoluzionaria; per cui affer­ma la necessità dell’azione diretta di provocazione e di ricorrenti movimenti insurrezionali che contribuiscano con i fatti a dare sostanza a quella propaganda educa­tiva e producano nuovi bisogni e nuovi stimoli; osser­vando che le masse sono disposte all’azione comune, ma hanno bisogno di una giustificazione etica che agi­sca in concorso con certe altre condizioni esterne, fra cui in primo luogo la crisi o la dimostrata debolezza dei poteri costituiti.
2) Quando enuncia la gradualità del processo rivolu­zionario e la pluralità della sperimentazione, in rappor­to alle condizioni ed alle istanze della popolazione in­teressata.
3) Quando — pur sostenendo la necessità di strappa­re quanto è più possibile al potere costituito — insiste sulla svalutazione dell’efficacia rivoluzionaria del meto­do delle riforme progressive; notando che la stessa ri­forma importante e basilare delle otto ore, benché ot­tenuta nel modo più efficace (per azione e pressione diretta), resta sempre allo stato provvisorio e può esse­re riperduta per le circostanze più varie, finché dura il regime capitalistico e statale.
4) Quando, contrariamente alle argomentazioni di coloro che sostengono che l’anarchismo avrebbe una funzione esclusivamente negativa di demolizione della società presente e lascerebbe ai posteri il compito di costruire la società socialista e libertaria, afferma in li­nea generale che la soluzione della crisi che travaglia il movimento rivoluzionario e perciò lo stesso Movimen­to anarchico consiste nella formazione di un’organizza­zione anarchica specifica, la quale sia il prodotto non di un congresso o di un accordo promosso dagli attivi più conosciuti e stimati, ma da un’intesa faticosa che sorga dal bisogno generale dei gruppi e venga sostenu­ta dalla stessa attività dei militanti nel movimento ope­raio. “Bisogna riaffermare i nostri ideali e la nostra tat­tica, e spargerne largamente la conoscenza fra le masse — egli ripeteva già nel giugno del 1913 — Bisogna far sentire la nostra azione in tutte le manifestazioni della vita sociale. Bisogna coordinare tutte le nostre attività allo scopo che ci prefiggiamo: la rivoluzione per l’anar­chia e pel comunismo” (Volontà, 8 giugno 1913).
La teoria che sta alla base di questa concezione è giustificata e giustifica — come chiariscono ripetutamente gli Scritti — vuoi il rapporto malatestiano mino­ranza-masse, vuoi il problema mai abbastanza illustrato delle necessarie alleanze. Anche in un periodo di ripie­gamento rivoluzionario, dopo la negativa conclusione dell’occupazione delle fabbriche, e l’inizio dell’azione martellante delle squadre fasciste, ad una domanda ri­voltagli da un compagno sull’argomento Errico Malatesta rispondeva: “Noi in questi ultimi anni ci siamo ac­costati per un’azione pratica ai diversi partiti d’avan­guardia e ne siamo usciti sempre male. Dobbiamo per questo isolarci, rifuggire dai contatti impuri,e non muoverci o tentare di muoverci se non quando potremo farlo con le sole nostre forze ed in nome del nostro programma integrale?
“Io non lo credo. “Poiché la rivoluzione non possiamo farla da soli, cioè poiché non possiamo colle sole nostre forze attira­re e spingere all’azione le grandi masse necessarie alla vittoria, e poiché anche aspettando un tempo illimitato le masse non potranno diventare anarchiche prima che la rivoluzione sia incominciata, e noi resteremo neces­sariamente una minoranza relativamente piccola fino al giorno in cui potremo cimentare le nostre idee nella pratica rivoluzionaria, negare il nostro concorso agli altri ed aspettare per agire di essere in grado di farlo da soli, sarebbe in pratica, e malgrado le parole grosse ed i propositi radicali, un fare opera addormentatrice, ed impedire che s’incominci con la scusa di volere con un salto arrivare di botto alla fine…
“Noi dovremmo quindi essere sempre disposti a se­condare chi vuole agire, anche se questo implica il ri­schio di essere lasciati poi soli o traditi. “Ma nel dare agli altri il nostro concorso, o meglio nel cercare sempre di utilizzare le forze degli altri e profittare di tutte le possibilità di azione, noi dobbiamo restare sempre noi stessi, e metterci in grado di far sentire la nostra influenza e contare almeno in propor­zione delle nostre forze reali. E per questo importa in­tendersi, collegarsi, organizzarsi sul modo più efficace possibile…” (Umanità Nova, 26 agosto 1922).
Risalta altresì negli Scritti, ripetutamente, la convin­zione sulla funzione esclusivamente strumentale del sin­dacato: il sindacato come mezzo di propaganda e di agitazione, da non scambiare con il fine della rivoluzio­ne libertaria che va oltre l’interesse delle classi e un ti­po determinato di organizzazione della società. Gli anarchici — precisava anzi Malatesta — devono aderire ai sindacati non solo per svolgervi la propaganda oggi e, domani, per avere gli strumenti pronti a prendere in mano l’organizzazione della produzione tolta ai padro­ni; ma anche per reagire contro il particolarismo che è il frutto inevitabile e dannoso delle unioni operaie, sor­te proprio per difendere interessi particolari.
L’opposizione al funzionarismo del movimento sin­dacale fu una norma costante, ispirata oltre che da prin­cipi etici, da uno spirito d’indipendenza sempre vigile e dalla coscienza degli effetti negativi del professioni­smo politico-sindacale. A questa intransigenza, alla sua chiarezza ideologica, alla pratica reazione contro il culto della personalità alla sua straordinaria fede nella rivoluzione e nella volontà umana, alla sua coerenza teorico-pratica si deve in genere la sua duratura influen­za sul Movimento anarchico internazionale, oggi più che mai viva.
Da quanto si è detto è lecito concludere che ciò che distingue un Malatesta da un qualunque altro espo­nente rivoluzionario in generale e anarchico in spe­cie, non è il fatto di essere stato egli il vecchio compa­gno di Bakunin e di Cafiero, il vecchio internazionali­sta senza macchia che lo elegge esempio, capo morale seguito, amato e — se si vuole — riverito dai suoi stessi avversari di partito, costretti infine a riconoscerne i me­riti. L’elemento che lo distingue è la coerenza profon­da ma, nel contempo, l’adesione alla realtà, la decisione, la mancanza del pregiudizio della coerenza studiata e voluta ma non sentita, l’intelligenza di dovere adeguare le teorie alla realtà o di portare la realtà alle teorie. Non ci sono dubbi in Malatesta. Egli è il rivoluzionario nella misura in cui riesce a mettere in rapporto l’ideale con la realtà, nella misura in cui comprende che l’ideale ha degli aspetti utopistici che è opportuno individuare e solo in parte superare con l’azione concreta possibile. Appunto perciò il suo realismo non è nè può divenire mai banale possibilismo, perchè rimane miscelato con quel pizzico di avvenirismo che riesce a sublimarlo, proiettandolo nel futuro e così trasformandolo da fat­tore statico e spesso negativo di progresso in fattore dinamico, positivo e rivoluzionario.

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Nota dell’Archivio
-I tre volumi vennero pubblicati dalle Edizioni de Il Risveglio di Ginevra rispettivamente nel 1934, 1935 e 1936.
-Le prefazioni sono di Luigi Fabbri
-Nel Secondo Volume vi è un’Errata Corrige: “Nel Primo Volume di queste opere sfuggirono alquanti svarioni suscettibili di rendere queste opere incomprensibile il senso delle frasi. Indichiamo i principali, nel caso il lettore non li avesse già avvertiti e corretti da sè stesso:
A paginia 29, la riga del 2° capoverso, leggere: « Quali siano… », invece di : « Quali siamo… ».
A pagina 189, alla 4a riga della nota in corsivo, leggere : « abbiano grandemente… », invece di: « abbiamo grandemente… ».
Alla stessa pagina, stesso corsivo, 5a riga, leggere : « si abbiano dunque … », invece di : « si abbiamo dunque… ».
Nel II° volume, a pagina 110, la nota deve rinviare all’articolo della pagina 86 e non a quello della pagina 84.”

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Mele Annino, “Strabismi. Dove si racconta del carcere e del senso delle cose”

Edito da Sensibili Alle Foglie, 2009, 118 p.

“Chi frequenta il proprio ovile sa quanto valore può avere una cosa da niente. Anch’essa è stata creata perché c.è posto per tutti”. Così l’autore inizia la sua narrazione e ci accompagna con mano leggera fra i boschi e le lande solitarie della sua latitanza come fra le mura delle carceri in cui è ristretto. Là dove “Franco, in un angolo della cella, appendeva bottiglie vuote. Vuoti di plastica del Coccolino, della Coca-cola, insomma tutto quello che gli capitava. Con un filo appendeva queste bottiglie al soffitto. Lo chiamava l’angolo degli impiccati”. Narrazione sul filo dell’ironia e dell’amarezza, questo libro richiama i lettori ad una riflessione non superficiale sulle questioni sociali sollevate dalla cronaca quotidiana, come la droga, la scuola, il rapporto con l’ambiente, e chiede attenzione per il mondo carcerario. Un mondo che rischia sempre più di essere seppellito, con tutti i suoi abitanti, in una terra di nessuno ai margini non soltanto delle città ma anche della coscienza civile.

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Manifesto dei Sedici. Critiche di Malatesta, Galleani, Borghi e di alcuni anarchici russi

Edito da Anarchismo, Trieste, 2015, 128 p.

Nota introduttiva
Il Manifesto chiamato “dei Sedici”, dal numero (errato) dei firmatari, costituisce un cedimento clamoroso di fronte alla linea primaria e insostituibile degli anarchici, di ogni anarchico, contro la guerra. Su questo sono tutti concordi, non ci sono anarchici, oggi come ieri, che trovano giustificazioni alla sua stesura. E allora? Come mai uomini del calibro di Grave, Cornelissen, Malato e Kropotkin, per limitarsi ai compagni più conosciuti, lo stesero e lo firmarono? La risposta non può essere che una sola: fu un abbaglio, ma un abbaglio consequenziale.
Un abbaglio, perché credere di partecipare a una guerra “dalla parte giusta” non è possibile, non esistendo guerre giuste. Consequenziale, perché derivante logicamente dall’ipotesi quantitativa fondata sulla logica dell’aggiunta o, come l’abbiamo definita, dell’“a poco a poco”. Il determinismo, in salsa marxista o positivista, risulta sempre indigesto.
La risposta di Malatesta costituisce una critica esemplare. Non solo per la sua ortodossia antimilitarista e, in una parola, anarchica, ma per il modo garbato e non polemico che seppe prendere. Il gioco aveva una posta altissima, i compagni firmatari del “Manifesto” erano noti in tutto il mondo e godevano di un credito rivoluzionario di tutto rispetto, non si poteva liquidare la faccenda come un errore di valutazione. Occorreva prendere le mosse da lontano e andare al nocciolo della questione senza revocare in dubbio il grande contributo che uomini come Kropotkin e altri avevano saputo dare, e avrebbero continuato a dare, alla rivoluzione anarchica. E Malatesta ci riesce pienamente.
Anche a prescindere dal contenuto di questa sottile schermaglia, che oggi potrebbe sembrare ovvio, c’è anche il metodo con cui essa venne condotta, metodo che nelle chiacchiere odierne, spesso e volentieri, viene messo da parte per ricorrere agli attacchi personali piuttosto che sostanziali. La piattezza dei tempi in cui vivo si coglie anche in tante grossolanità che continuano a rotolarmi a fianco senza nemmeno sfiorarmi.
La risposta di Galleani a Kropotkin è uno dei suoi testi più famosi e importanti, dal titolo: “Per la guerra, per la neutralità o per la pace?”. Malgrado l’artificiosità del suo stile, questa volta il retore è messo in secondo piano. Il problema era durissimo: controbattere a un grande amico e a un compagno, fra i non pochi, di enorme influenza in tutto il mondo, conosciuto e ammirato, compagno che, contro tutte le aspettative – quante volte succederà di poi una cosa del genere? – aveva preso una strada insostenibile e inaspettata.
La risposta di Borghi è più intima, quasi colloquiale, eppure rende benissimo – e per questo l’abbiamo inserita – il clima che si respirava in quel momento fra gli anarchici, di fronte alla defezione dalla linea antimilitarista di tanti compagni conosciuti e autorevoli.
Il tema dell’autorevolezza e del bisogno di guardare al compagno che questa veste finisce per assumere, quasi sempre per corrispondere ai bisogni degli altri compagni e non certo per una sua smania di primeggiare, che in quest’ultimo caso si sentirebbe il lezzo lontano un miglio, è sempre aperto. Non dimentichiamolo.

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Note dell’Archivio
-Gli articoli presenti sono i seguenti:
–“Manifesto dei Sedici”, 26 Febbraio 1916;
–“Anarchici Pro Governo”, “Freedom”, Volume 30, n. 324, Aprile 1916;
–“Per la guerra, per la neutralità, o per la pace?”, “Cronaca sovversiva”: a. XIII, nn. 45, 46, 47, 48, 49, 50, 51, 52; a. XIV, n. 1;
–“Da Ravachol a Barrère”, estratto da “Mezzo secolo di anarchia (1898-1945)”, II ristampa, Catania 1989, pp. 153-161
–“Anarchici russi. Risposta al Manifesto dei Sedici”, Otvet, in “Put’k Svobode”, Ginevra, maggio 1917, pp. 10-11.
Nel libro di Avrich Paul, “L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico russo”, edito da Edizioni Antistato, Milano, 1978, viene riportata a pagina 145 la seguente nota bibliografica sulla risposta (Otvet) data a Kropotkin:
“« Otvet », volantino del Gruppo degli Anarco-Comunisti di Ginevra (1916), Columbia Russian Archive; Put’k Svobode, n. 1, maggio 1917, pp. 8-11; cfr. le proteste del Gruppo degli Anarco-comunisti di Zurigo e il volantino di Roshchin, « Trevozhnyi Vopros », entrambi presso il Columbia Russian Archive, e Alexandre Ghé, “Lettre ouverte a P. Kropotkine” (Losanna, 1917). Gli attacchi dei bolscevichi contro Kropotkin e i suoi simpatizzanti « difensisti » furono, naturalmente, quanto mai velenosi. « Gli anarchici più famo­si del mondo intero », scriverà Lenin in “Il socialismo e la guerra”, « hanno disonorato se stessi non meno degli opportunisti con il loro sciovinismo sociale (nello spirito di Plekhanov e di Kautsky) a pro­posito della guerra ». Lenin, “Sochineniaa”, XVIII, 204-205. Secondo Trotsky, 1’« antiquato anarchico » Kropotkin ha sconfessato tutto ciò che aveva professato per almeno mezzo secolo, senza vedere « che una Francia vittoriosa avrebbe umilmente servito i banchieri ameri­cani ». Leon Trotsky, “The History of the Russian Revolution” (3 vol. in 1, Ann Arbor, 1958), I, 320; II, 179.”

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Malatesta Errico, Nettlau Max, Galleani Luigi, “Organizzazione e Anarchia”

Edito da Edizioni Gruppo Studi Sociali, Parigi, 1927, 32 p.

Tutto è organizzato e tutto si organizza intorno a noi. Un tempo si governavano gli uomini col bastone, li si sfruttavano con l’ignoranza, li si tenevano a freno con la paura. La grande rivoluzione da un lato, il progresso industriale dall’altro, hanno rotto le dighe dell’ignoranza e della paura. La vecchia gerarchia è crollata. Le folle straripano. Il bastone non basta più. La chiesa è impotente. La legge ha bisogno di freni più solidi che le manette. Come contenere la fiumana che sfugge da tutti i lati? L’organizzazione a cui i lavoratori erano spontaneamente ricorsi per coalizzare i loro sforzi di liberazione, offriva ai padroni dell’ora la sola possibilità di contenere le folle e manovrarle.
Gli anarchici – o, almeno, una parte di anarchici – si sono associati a questo culto universale dell’organizzazione. Oppressi dal peso formidabile delle altrui coalizioni, non sanno sottrarsi al fascino di tanta forza umana impiegata a fini di conservazione sociale, e pensano, con amarezza, ai trionfi di cui priva l’anarchia, il non avere essi la possibilità di smuovere così immense riserve di energia sociale. Onde sognano di pervernirvi un giorno, e predicano, con l’anarchia, il mito dell’organizzazione.
Ma il culto dell’organizzazione, come tutte le religioni del successo, porta necessariamente, anche gli anarchici, all’adattamento, all’oblio dei principii, alla diluzione dell’anarchismo, che, perduta la sua fiera intransigenza, diventa presso gli organizzatori uno strumento più o meno efficace di dominio. Come dimostra il Progetto d’organizzazione anarchica lanciata or fa due anni da un gruppo di compagni russi all’estero, ed applicato dal Congresso di Parigi (Ottobre 1927) dell’Unione Comunista Anarchica Francese, trascinata da un’inconcepibile follia di rinnegamento ad instaurare la censura sulla propria stampa e l’onnipotenza, in seno all’Unione, del suo comitato centrale esecutivo.
Noi pensiamo che in questo senso si batta una falsa strada. In questa società in cui tutto s’ingolfa nel meccanismo rigido, gerarchico, opprimente di un’infinita di organizzazioni politiche, economiche, sportive, culturali etc, manifestamente intese a vincolare l’individuo al posto assegnatogli sull’ingranaggio sociale, la posizione dell’anarchismo, secondo noi, non è già quella di secondare l’andazzo delle cose, ma di prendere un atteggiamento deciso ed energico di rivolta. Mentre tutto si meccanizza, l’anarchico deve esaltare l’autonomia, la libertà di iniziativa, gli scatti iconoclasti della coscienza che non accetta catene.
Dove tutto si organizza per sfruttare, opprimere, cristalizzare la gerarchia sociale dell’ordine democratico uscito dalla grande rivoluzione, ad instaurare il feudalesimo della dittatura capitalista, l’anarchico deve uscire dai ranghi, scandalizzare le gerarchie, schiaffeggiarle in pieno, col praticare, al di fuori dell’organizzazione che avvilisce, la cooperazione e la solidarietà che redime.
Il compito dell’anarchismo è quello di estrarre l’individuo dall’ingranaggio meccanico delle organizzazioni che lo schiacciano, e farne un uomo libero.
Ma com’è possibile, questo, se il culto dell’organizzazione incomincia dagli anarchici?
Quale contributo alla discussione, noi raccogliamo in queste pagine quanto ebbe a scrivere sul Risveglio di Ginevra in merito al progetto di organizzazione proposto dagli anarchici russi, il compagno Errico Malatesta.
Il quale, come ognuno sa, si professa organizzatore, ma egli insorge contro l’idea di adottare in seno all’organizzazione anarchica idee e metodi autoritari.
Riportiamo in seguito uno scritto di Max Nettlau, pubblicato dall’Anarchie di Parigi in sede d’inchiesta sul Partito Anarchico. È ovvio che un’organizzazione anarchica per la lotta sarebbe in sostanza un vero e proprio partito politico. Infine, abbiamo giudicato opportuno, estrarre dal libro “La fine dell’Anarchismo?” di Luigi Galleani, le pagine che, in polemica con F. S. Merlino, vi sono dedicate tanto all’organizzazione politica (partito) quanto all’organizzazione economica (sindacato) degli anarchici. Le conclusioni a cui giungono i compagni Nettlau e Galleani sono diverse – essendo categoricamente opposte all’organizzazione degli anarchici- alle premesse del compagno Malatesta. Riunendo queste a quelle, noi non abbiamo inteso fare opera di imparzialità. Siamo tutt’altro che indifferenti alla discussione.
Ci è parso infatti che la critica contingente del Malatesta al progetto degli anarchici russi, valorizzasse le conclusioni teoriche degli antiorganizzatori, mentre distrugge ogni possibilità di organizzazione quale è intesa oggi da quanti anarchici o no si interessano della questione.
Gli Editori

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Malatesta Errico, Molinari Ettore, “Contro la monarchia. Le due vie. I fattori economici pel successo della Rivoluzione Sociale”

Edito da “Il Risveglio, Ginevra, 1932, 46 p.

I compagni italiani nella Svizzera hanno deciso di pubblicare riuniti questi tre opuscoli, i primi due di Errico Malatesta, il terzo del prof. Ettore Molinari. Non hanno perduto nella loro attualità,benchè scritti, il primo nel 1899 e gli altri due nel 1920. Essi svolgono tre questioni capitali, ossia:
-l’unione delle forze sovversive;
-la tattica rivoluzionaria;
-le misure economiche proprie a far rivivere la rivoluzione.
Ognuno potrà rendersi conto così che gli anarchici, trattati da utopisti, in realtà al momento opportuno seppero ben porre il prolema rivoluzionario e mostrarne la soluzione.
Del primo opuscolo, largamente diffuso in Italia sotto il titolo “Aritmetica elementare”, non ci fu possibile rintracciare copia, ma ne diamo la parte essenziale quale venne da noi riprodotto i un nostro “Almanacco socialista-anarchico per l’anno 1900”, pubblicazone che doveva dar luogo ad un processo terminato con l’assoluzione dei compagni Held, Frigerio e Bertoni.
Abbiamo così inteso rendere omaggio a due nostri grandi scomparsi: Errico Malatesta ed Ettore Molinari, uno dei più illustri chimici italiani, e nello stesso tempo giovare ad una sana propaganda della chiara concezione rivoluzionaria anarchico.

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Note dell’Archivio
-Opuscolo fotografato
-La versione elettronica presentata è presa dal ciclostilato di Luigi Assandri a Torino nel 1978.

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