Fabbri Luigi, “La prima estate di guerra. Diario di un anarchico 1 Maggio-20 Settembre 1915.”

Edito da BFS, Pisa, 2015, 125 p.

Il diario di Luigi Fabbri è un documento straordinario nel suo genere: una testimonianza viva del perturbamento e della drammatica divisione tra interventisti e anti-interventisti scatenata dall’esplodere del Primo conflitto mondiale. Scritto durante i primi mesi di guerra, dalla riflessione quotidiana del leader anarchico emerge, oltre la propria adesione convinta ai principi dell’internazionalismo, la persuasione che l’unica possibilità di frenare il massacro fosse quella di un’opposizione reale anti-monarchica e anti-giolittiana in considerazione del fatto che la monarchia era la principale sostenitrice del fronte bellicista e che il sistema politico clientelare giolittiano avesse contribuito notevolmente a favorire le scelte interventiste dei moderati. Fabbri, nella sua riflessione quotidiana, non disgiunge l’analisi della politica interna dagli avvenimenti internazionali e dalle condizioni di difficoltà che attraversava il movimento anarchico stretto nella morsa della repressione e della guerra.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nella prima pagina del libro: “La trascrizione delle pagine di Luigi Fabbri riproduce fedelmente lo sti­le redazionale dell’autore, sia per quanto riguarda la punteggiatura (lineette, virgole, punti di sospensione ecc.) sia per quanto riguarda l’utilizzo di corsivi (che sostituisce il sottolineato, in un solo punto abbiamo utilizzato il sottoli­neato per indicare la doppia sottolineatura) e virgolette, anche laddove discor­dante con i criteri attualmente in uso, ai quali si attengono invece le note del curatore. (Si veda in particolare l’uso del corsivo, anziché del virgolettato, per i titoli delle riviste, e, al contrario, la scelta delle virgolette anziché del corsivo per i titoli dei testi e dei contributi in rivista). La natura diaristica dello scritto giustifica peraltro le ricorrenti incertezze che si registrano nell’applicazione di questi stessi criteri, sulle quali si è comunque deciso di non intervenire. Allo stesso m odo si sono conservati gli arcaismi, evidenziando solo gli errori evi­denti attraverso l’indicazione [sic].
Pur seguendo la stessa numerazione, le note a corredo del testo compren­dono sia quelle dell’autore sia quelle del curatore, queste ultime sempre segna­late in fine con la dicitura (N .d .C .).
Nel complesso la scelta redazionale seguita intende restituire con la mag­giore aderenza e compiutezza possibile la bella ed elegante prosa di Luigi Fab­bri e il carattere della composizione diaristica.”

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Mariuzza, “La voragine. La grande guerra: quello che costa, chi paga.”

Edito da Tipografia della Cronaca Sovversiva, Lynn, 1916, 24 p.

Abbiamo raccolto e presentiamo ai lettori il breve studio che intorno alla finanza della grande guerra ha pubblicato Mariuzza in varie puntate della Cronaca Sovversiva nel Maggio ultimo; sembrandoci degno di più vasta diffusione, di maggiore pubblico e più vario. Giacchè, fino ad oggi, la grande guerra non è stata a nostro modesto avviso considerata – da coloro i quali vi acclamano e da coloro i quali v’imprecano – che da un punto di vista convenzionale superstizioso artifizioso, con grave scherno della verità non soltanto ma dei più gravi e reali interessi, travolti o minacciati da la bufera infernal che mai non resta e mena gli spirti con la sua rapina senza che nulla speranza gli conforti…non che di posa; ma di minor pena.
Dagli araldi degli imperi centrali si grida che alle razze teutoniche pervenute nel campo del pensiero, delle scienze positive, delle applicazioni industriali, dei traffici più svariati ad un livello cui mal si tengono le razze concorrenti sbarra il passo una sordida esosa indegna coalizione iniquamente; che se il rinascimento fu italico nel XV secolo, inglese nel XVI, francese nel XVIII, vuol essere e sarà tedesco nel ventesimo secolo, e che saranno violentemente abbattuti alle quattro frontiere dell’impero tutti gli ostacoli da cui potrebbe essere contrastato.
Rispondo dall’altra gli eredi della Charta, degli enciclopedisti che mentre dovunque, in tutti i paesi civili, il pensiero, la scienza, la civiltà si sono levati sdegnosi dei vincoli della fede della razza della nazione, lieti di essere conforto gioia gloria dell’uman genere, in Germania, nella Germania rimasta medievale oltre ogni rivoluzione, pensier e progresso, studi e traffici, cattolici e socialisti rimangono innanzi ad ogni cosa, tedeschi, strumento uguale di un bieco e ferrato imperialismo che è minaccia nefasta alla civiltà alla libertà, al superiore divenire delle umane consociazioni. E che spavalda minaccia vuol essere nel sangue rintuzzata, spenta sotto un cumulo di rovine. È qualche cosa di vero nei pretesti dell’una e dell’altra fazione, troppo scarso per giustificare anche agli occhi dei razzisti più esosi e dei guerrafondai professionali la carneficina spaventosa che desola da due anni il vecchio continente falciandovi ogni vigor di vita, ogni fede di lavoro di creazione d’avvenire, allontanando sempre più remota la speranza di vedere un giorno – placate le taccagne miserande competizioni del breve interesse – conserta l’umanità nella lotta contro la natura per la gioia e per la guarentigia del suo libero civile destino.
Ma sufficiente, la magra verità che si confessa, a mascherare l’intimo senso e la più vera, inconfessabile ragione dello scempio orrendo meditato, covato, organizzato durante mezzo secolo, voluto e provocato ugualmente da una parte e dall’altra ad accaparrare la signoria del mare e del mercato internazionale, affilando cavilli, arroventando pregiudizii fanatici, fomentando odii primordiali, ergendo con perfida atroce sapienza i servi al di qua contro i servi al di là della frontiera per poterli il giorno atteso avventare gli uni sugli altri briachi di rabbia e di fanfare, di superstizione e di epicedii, al macello, al macello insano ed immane per l’usura per l’aggiotaggio per gl sbruffi dei pirati dei pubblicani dei farisei senza coscienza, senza scrupoli senza pudore!
Questo ignorato capitolo di storia, questa verità che si soffoca di rose o di gloria – come direbbe Voltaire – che si sovracarica di lauri di orgogli di bandiere di menzogne tricolori, affinchè non ne tralucano le folgori sobbillatrici, Mariuzza rivela coraggiosamente illustrandoli di cifre tanto più eloquenti che emergono da fonti ufficiali ineccepibili, per cui se peccano di discrezione, di reticenze avvedute e studiate, sfidano vittoriosamente ogni smentita.
Mettendo in luce non solo che cause modi e fini della guerra sono competizioni lubriche inconfessate, inconfessabili per l’egemonia del mare, pel monopolio dei traffici usurai per la signoria del mercato internazionale; ma soprattutto quanto costi la grande guerra da cui tutto il mondo è angosciato, desolato, e chi sia chiamato da ultimo a farne tutte le spese, a pagarne in sangue in lacrime in bocconi di pane, in servitù inasprite, l’immane tributo.
Gli editori pensano che per quanto breve e modesto lo studio di Mariuzza giovi ad una più esatta valutazione del “fatto” della guerra, ad una più onesta e più seria previsione delle sue conseguenze immediate e lontane; giovi soprattutto al proletariato il quale – dopo trent’anni d’impudiche guerre da corsa, dopo il Madagascar, il Transvaal, la Cina, il Marocco, la Tripolitania ed altre losche avventure congeneri a cui ha tenuto il sacco, a cui ha dato il sangue suo migliore per abbandonare ai pirati il bottino – si è lasciato riprendere all’esca delle menzogne convenzionali smaliziate e stantie, e nel nome e sulle orme del re o della repubblica cerca alla guerra dei suoi padroni la libertà la civiltà la prosperità che gli può dare la guerra sua soltanto.
La guerra che passando su tutte le trincee di classe irresistibile bufera estirperà ogni radice ad ogni istituto di privilegio, il monopolio della terra della fucina della scuola, costellando sui solchi redenti, in cospetto del diritto di vivere di conoscere di godere, uguali, i cittadini riconciliati dell’universo.
Alla verità che serve per l’educazione proletaria e la rivoluzione sociale gli editori sono lieti di schiudere più vasto e più agevole cammino.
GLI EDITORI

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Note dell’Archivio
-Opuscolo fotografato
-Pubblicato a puntate su Cronaca Sovversiva, nn. 19 (6 Maggio 1916), 20 (13 Maggio 1916) e 21 (20 Maggio 1916)
-Mariuzza è uno pseudonimo di Luigi Galleani (il cui nome si può vedere scritto a matita nella copertina dell’opuscolo fotografato)
-L’opuscolo è contenuto nella raccolta Galleani Luigi, “Una battaglia”, Biblioteca de L’adunata dei refrattari, Roma, 1947, XIII+378 p.

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Puglielli Edoardo, “Gli anarchici abruzzesi e la grande guerra.”

Edito da Centro Studi Libertari “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2014, 15 p.

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Misèfari Bruno, “Diario di un disertore”

Edito da La Nuova Italia, Firenze, 1973, XVI+114 p

Introduzione
Fu mio compagno di scuola.
Aveva il volto pallido e pensoso del sognatore, gli occhi lampeggianti di anima e il sorriso – sorriso di bontà – quasi stampato sulle labbra.
Figlio di montagnardi calabresi, aveva nelle vene tutto il calore della sua terra vulcanica e nel cuore tutti i sorrisi del suo cielo azzurro e gloriato di sole.
Era un ribelle nato. Ed ebbe perciò, anche lui, le sfumature della persecuzione statale. Ma egli viveva troppo di sogno per risentirsene. Le cose piccole e grette della vita contemporanea di cui molti si nutrono e si compiacciono, non eran fatte per lui.
«Era scritto», dicono gli orientali.
Per lui era scritta la fine. Non mi meravigliai perciò quando seppi che il torrente sanguinoso della guerra lo aveva travolto per sempre.
A guerra finita, ebbi il suo diario. Gli appunti del mio amico, anche se poveri di preziosità letteraria, contribuiscono al rinnovellamento dell’ordine sociale, e ciò mi basta.
È una battaglia contro la civiltà contemporanea ed un inno alla resurrezione dell’uomo. Ha diritto di cittadinanza nelle ampie vie del mondo.
Leggete il suo diario, vi dirà che il suo gesto non può essere giudicato da voi, ma dalla storia.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nel libro, “Il Diario di un disertore fu scritto da Bruno Misèfari nel carcere di Zurigo – Kantonspolizei, Kasernenstrasse – nel 1918.”

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Rossi Marco – Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra in Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918

Da alcune parole, dissepolte come residuati bellici, che inizia questa ricerca su alcuni risvolti della guerra dentro la guerra, aldilà del ricorrere e commemorare anniversari. Quella sconfinata macellazione umana, subito entrata nella retorica dei racconti pubblici come la Grande Guerra, venne consumata dentro una dimensione, individuale e collettiva, inenarrabile e irrappresentabile che soltanto talune fotografie, pitture e poesie sono riuscite a restituirci attraverso frammenti veridici proprio in quanto surreali. Immagini e parole dalle quali emerge la solitudine, disperata e ammutolita, dell’individuo precipitato in un incubo incomprensibile che mostra il rovescio sia dei miti della civiltà romantica che del positivismo scientifico: una generazione, che era andata a scuola col tram a cavalli, stava in piedi sotto il cielo in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato tranne le nuvole e, al centro, in un campo di forza di correnti distruttive e esplosioni, il fragile, minuscolo corpo umano. altronde, il primo massacro mondiale avviene proprio tra le na zioni europee che erano state prima la culla della cristianità e poi della cultura illuminista, mentre l’industria della guerra disumanizza, annien ta o invalida generazioni di giovani grazie alle più importanti scoperte della scienza e della tecnica dell’epoca tanto che, tra i gruppi economici fautori dell’intervento, non si trovano quelli retrivi, ma piuttosto quelli maggiormente dinamici e i settori più avanzati della ricerca. Nei faticosi racconti di molti morituri in divisa si coglie infatti una rottura esistenziale su due fronti, in contraddizione coi valori tradizio nali del passato, divorati in un’immorale carneficina, ma anche contro quella modernità che aveva consegnato l’umanità ai meccanismi stritolanti di un progresso senz’anima, concretizzando le apocalittiche profezie sul declino dell’uomo sopraffatto «dalle stesse creature meccaniche che egli aveva inventato». Annullati dentro questa anomala dimensione, «i combattenti, sotterraneo personale di servizio assegnato a macchine mortali, spesso non si rendono conto per settimane di trovarsi uomini contro uomini». Peraltro, distacco e disincanto erano già latenti nell’anteguerra e avevano portato anche all’illusione mortifera che un conflitto totale fosse il rimedio estremo per azzerare e rigenerare un mondo in cui si sentivano estranei i settori più irrequieti della società, incapaci di trovare una collocazione – e quindi un senso – nel conflitto tra le classi.

Edizioni BFS, Pisa, 2014, pag. 90

Note:
Referenze immagini: in copertina foto dalla collezione privata dell’Autore.

p. 2 e p. 52 archivio privato F. Schirone, Milano.

P. 6 Biblioteca F. Serantini, Pisa, Carte M. Antonioli, collezione fogli volanti.

P. 80 collezione privata dell’Autore

Le altre illustrazioni sono vignette di Scalarmi tratte da G. Trevisani, Mezzo secolo di storia nella caricatura di Scalarmi, Cultura nuova, Milano, 194

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Tomasiello Bruno, “La Banda del Matese 1876-1878. I documenti, le testimonianze, la stampa dell’epoca”

Edito da Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, 2009, 640 p.

“Il mattino del 3 Aprile 1877, dal treno Napoli-Benevento-Foggia, scendevano, presso la stazione di Solopaca, una “bionda signorina dagli occhiali verdi” ed un signore alto, distinto, biondo, dalla barba folta e lunga. Sono forestieri, inglesi per la precisione. Una carrozza è ad attenderli per condurli al paese di San Lupo, uno dei villaggi incastrati sulle balze della montagna del Matese…”, così inizia Pier Carlo Masini il racconto del tentativo insurrezionale anarchico della primavera 1877 contro la monarchia, promosso da ventisei internazionalisti, tra i quali Carlo Cafiero, Errico Malatesta, Pietro Cesare Ceccarelli, il russo Sergej Michajlovic Kravcinskij, meglio conosciuto col nome di «Stepniak. Uomini integerrimi e coerenti che non fecero mai carriere politiche ma lottarono sempre con abnega­zione e disinteresse personale.
Spinto dagli ideali internazionalisti e fiducioso nella «propaganda del fatto», il piccolo gruppo di rivo­luzionari, dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri a San Lupo, domenica 8 aprile 1877, a Letino e Gallo, sulle montagne del Matese, occupò il municipio, bruciò gli archivi comunali, distrusse i conta­tori dei mulini e, in nome della Rivoluzione Sociale, dichiarò decaduto il re Vittorio Emanuele II.
L’eccessiva reazione governativa (furono inseguiti da dodicimila soldati!), rassoggettamento dell’ordine giudiziario al potere politico durante la fase istruttoria, la lunghissima ed ingiustificata carcerazione, la faziosa e poco neutrale condotta del processo penale, porteranno, nell’agosto del 1878. I giurati della Corte d’Assise di Benevento ad assolvere completamente gli internazionalisti dall’infamante accusa di aver agito «per libidine di sangue». «Un processo di questi per provincia, e il governo si sarebbe ucciso con le proprie mani». Sarà questo il commento finale di un giornalista del «Corriere del Mattino» di Napoli, il socialista beneventano, Pasquale Martignetti per evidenziare l’inconsistenza e l’incapacità della politica governativa nell’affrontare la «questione sociale».
A distanza di 130 anni, la ricerca di Bruno Tomasiello fa riemergere dall’oblio episodi e testimonianze archivistiche e giornalistiche, opere e documenti interessantissimi, rendendoli vivi e comprensibili, contribuendo ad una maggiore conoscenza di questo episodio storico, troppo spesso dimenticato dalla storiografia ufficiale, che ha proiettato i piccoli comuni di San Lupo, Letino e Gallo nella storia dell’anarchia e del socialismo italiano e internazionale

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Terracciano Nicola, “Il moto internazionalista sul Matese del 1877”

Edito da Centro Studi Libertari, Napoli, 1978, 31 p.

Questo ‘ricordo’ è stato stampato in occasione dello scoprimen­to nella piazzetta di Letino, il 10 settembre 1978, di una lapide commemorativa del centenario del Moto, su iniziativa della RIVI­STA STORICA DI TERRA DI LAVORO, con varie adesioni, spe­cialmente libertarie.
Una parte dello scritto è apparsa sui nn. 2-3-5-6 anno II del quindicinale ALTERNATIVA CASERTANA, a commento anche di una manifestazione commemorativa del Moto, svoltasi a Caserta il 17 dicembre 1977, con relazione del prof. Alfonso Scirocco dell’Università di Napoli e successivo dibattito, a cura della Federa­zione unitaria C.G.I.L.-C.I.S.L.-U.I.L.
L’amministrazione comunale socialista di Letino ha intitolato recentemente, in occasione del centenario, una strada a Malatesta ed un’altra a Cafiero, ha concesso sollecitamente l’autorizzazione per la lapide, ha offerto liberamente un contributo.

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Masini Pier Carlo, “Gli Internazionalisti. La Banda del Matese 1876-1878”

Edito da Franco Di Sabantanonio, Roma, Dicembre 2009, 166 p.

Prefazione
L’episodio che abbiamo ricostruito in queste pagine è presente nella storia del nostro paese ed in particolare nella storia del movimento operaio italiano. I cronisti, a suo tempo, annotarono il ca­so e i primi scrittori di cose socialiste in Italia lo segnalarono per il suo valore di esperienza po­litica attraverso cui erano passati gli uomini, le idee, le formule del nascente movimento socialista. A ottanta anni di distanza noi lo ricordiamo per la simpatia umana che ispirano i suoi perso­naggi, per la suggestione d’avventura che è nei fat­ti, perché in esso si risolve tutta una fase storica della Prima Internazionale in Italia.
L’argomento ha anche fermato la nostra atten­zione, perché ci è sembrato che a quanti hanno avuto occasione di occuparsene nella più recente produzione di studi storici sul movimento operaio italiano, abbia fatto difetto l’obiettività. Molti di questi studiosi sono stati traditi dalla generale e preconcetta avversione di tipo ideologico contro l’anarchismo in genere e il bakuninismo in specie, muovendosi sulla traccia di una polemica che vor­rebbe riportare nella storiografìa i termini del con­trasto fra Marx e Bakunin, il cui posto è ormai e soltanto nella storia.
La polemica ebbe l’avvio in uno scritto di Er­coli [Palmiro Togliatti] pubblicato sulla rivista Stato Operaio nel 1934, sotto il titolo Marxismo e bakunismo (Nel 70° anniversario della I Interna­zionale), in cui fra l’altro si legge: “In Italia il bakunismo (sic) aveva avuto occasione di dare solo qualche prova di sé, e la prova fu miserevole: di­sordinati, irresponsabili tentativi di rivolta di contadini e di braccianti, condannati a finire nel nulla, capaci soltanto di mostrare la vanità della tattica anarchica dei colpi di mano […]”
Sull’indicazione di Ercoli si muove tutto un gruppo di studiosi che in questo dopoguerra ha condotto una serie di nuove ricerche sulle origini del movimento operaio e socialista in Italia.
Le tesi dell’Ercoli sono immediatamente rie­cheggiate da Emilio Sereni che nei suoi saggi su Il capitalismo nelle campagne, pubblicati in vo­lume nel 1948, dedica alcune pagine ai fatti del beneventano e tratta del bakuninismo in tutta una parte del suo saggio su La politica della Destra.
Purtroppo in questa analisi si intrecciano le più artificiose deduzioni di un marxismo schema­tico, per cui il bakuninismo è ora il prodotto dell’e­sasperazione contadina contro il capitalismo in espansione e contro la « conquista regia », ora il de­rivato dello stesso contraddittorio ed insufficiente sviluppo del capitalismo, ora il riflesso della crisi della vecchia nobiltà borbonica (il Sereni forza la sua tesi fino a ricercare vedantemente i motivi dell’adesione del Cafiero, del Covelli e del Merli­no all’Internazionale nella appartenenza delle lo­ro famiglie all’aristocrazia borbonica o comunque alla vecchia classe dirigente e nella loro condizio­ne sociale di intellettuali declassés), ora infine il risultato della combinazione di tutti questi fatto­ri. Ma poiché il riconoscere al bakuninismo una ba­se sodale-popolare, sia pure contadina, sarebbe stata eccessiva, indulgenza, il Sereni soggiunge che «è proprio nel carattere elementare, ’spontaneo’, della ideologia e delle forme organizzative del bakuninismo che va ricercata una delle ragioni fondamentali della sua incapacità ad influenzare ed or­ganizzare le masse contadine stesse, di cui pure era obiettivamente l’espressione ».
Ed infine, stan­te il fatto che questo preteso miscuglio di borbonismo in ritardo e di avventurismo piccolo-borghe­se è, bene o male, il terreno su cui il movimento operaio italiano affonda le proprie radici, il Sere­ni cerca di spiegare il fenomeno, qualificando « l’in­fantilismo anarchico » come « espressione del gra­do arretrato di sviluppo » di questo movimento. Che significa? Che il movimento operaio italiano degli anni settanta era « arretrato» in rapporto a quello dei decenni successivi? Né poteva essere al­trimenti, ma resta il fatto che di quel movimento, arretrato e confuso, gli internazionalisti italiani furono l’avanguardia coraggiosa ed illuminata che apri ad esso la strada maestra del socialismo. Que­sto bisognava dire.
Altri studiosi, come il Manacorda e il Della Peruta, non riescono a sganciarsi da questa im­postazione polemica. Il primo, nel suo volume Il movimento operaio italiano attraverso i suoi con­gressi edito nel 1953 vede nel moto di San Lupo soltanto « l’ottima giustificazione » che gli inter­nazionalisti avrebbero offerto alla reazione per per­seguitare anche quelle correnti socialiste che per principio erano contrarie alla tattica insurrezio­nale. Si tratta di un motivo recriminatorio che ri­corre più o meno spiegabilmente sulla stampa so­cialdemocratica dell’epoca, ma che lo storico non può raccogliere cosi com’è. Il secondo, in un sag­gio pubblicato sulla rivista Movimento Operaio nel 1954 ed intitolato polemicamente La Banda del Matese e il fallimento della teoria anarchica della moderna ’Jacquerie’ in Italia si muove in due opposte direzioni: da una parte ravvisa il fal­limento di una teoria dov’è solo l’insuccesso di una tattica ed identifica addirittura in questo insuc­cesso «la liquidazione dell’anarchismo», dall’altra illustra l’episodio con tanti nuovi elementi e cosi interessanti osservazioni, da rivalutarlo storica­mente come un atto politico, trascendente i limi­ti di uno sterile gesto.
Un discorso a parte richiede il giudizio che dei fatti presenta Aldo Romano, nel 3° volume del­la sua Storia del movimento socialista in Italia, uscito nel 1956. Il Romano che si richiama an­ch’egli alle osservazioni dell’Ercoli, sviluppa in tutta la sua opera una violenta diatriba contro il bakuninismo, ma questa diatriba anziché rincrudi­re, si attenua proprio davanti ai fatti del Matese, cedendo il posto ad una valutazione pacatamente critica, che contrasta con il tono duramente re­quisitorio di molte altre pagine. Infatti il Romano rileva nell’impostazione politica dei moti del ’77 una «più sciolta e matura concezione del compito di un rivoluzionario», una « più approfondita co­scienza della funzione iniziatrice della pattuolia di punta del movimento popolare» e conclude con questo riconoscimento reso agli uomini della spe­dizione, più innanzi definiti come il « fior fiore del­la classe operaia di quei tempi»:
“Precorrevano generosamente i tempi, si mettevano fuori della loro realtà storica, perché (come abbiamo detto in altro luogo) è impossibile realizzare la rivoluzione socia­lista ove manca l’alleanza tra gli operai e i contadini Ma ciò che redime, ai nostri occhi, la temeraria impresa e rende pienamente degno di rispetto lo sfortunato e gene­roso tentativo di questi uomini, è lo spirito che li aveva animati. Erano convinti che, perché le masse acquistassero coscienza politica e propria capacità rivoluzionaria, occor­resse l’impulso degli iniziatori: e questo impulso essi ave­vano dato […]” (p. 295).
Su questo piano di rispetto morale si muovo­no due altri autori: Antonio Lucarelli nella biografia di Carlo Cafiero e Lilla Lipparini nella bio­grafia di Andrea Costa.
Un cenno infine deve essere fatto della lette­ratura anarchica che dal Guillaume al Nettlau, dal Fabbri al Borghi10 ha diffusamente trattato dell’argomento, non riuscendo peraltro a superare alcuni limiti: un limite documentaristico nel Guil­laume e nel Nettlau ed un livello illustrativo nel Fabbri e nel Borghi. Insomma in ogni caso è man­cata la critica, quella critica che gli stessi prota­gonisti, come vedremo, seppero invece sviluppare stilla propria stessa esperienza. Per finire, dobbiamo risolvere una questione. Molto spesso si sente parlare dei fatti del ’77 (e dei fatti del ’74) come di « moti bakuniniani ». Bisogna chiarire che Bakunin non c’entra, né direttamente né indirettamente perché le tattiche dei colpi di mano son fuori del bakuninismo ed appar­tengono piuttosto al mazzinianesimo. Bakunin po­lemizzò contro queste tattiche « mazziniane » ed esortò sempre i propri seguaci alle generali azioni di massa, anziché alle piccole congiure e alle ini­ziative individuali e settarie.
Nella famosa sua lettera al Ceretti si legge:
” Ciò che può e deve salvare l’Italia dallo stato di avvi­lente e rovinosa prostrazione in cui presentemente si trova, ciò che voi dovete preparare ed organizzare non è, m i sembra, una ridicola sommossa di giovani eroici ma ciechi; è una grande rivoluzione popolare. Per questo non basta far prendere le armi a qualche centinaio di giovanotti, non ba­sta neppure sollevare il proletariato delle città, bisogna che insorga la campagna, bisogna che insorgano anche i vostri venti milioni di contadini » Questo motivo ritorna molto spesso in altri scritti del Bakunin, che ci dispensiamo dal citare ulteriormente, sia come confutazione dei metodi conventicolari del Mazzini, sia come enunciazione dell’alleanza rivoluzionaria fra operai e contadini. ”
È chiarissimo comunque che la tattica dell’insurrezionismo sporadico non rientra nella concezione bakuniniana.
Con questo non diremo che nell’impresa del Matese, per alcuni aspetti secondari come il ruolo attribuito alle masse contadine meridionali e l’in­terpretazione sociale del brigantagqio, non sia pre­sente l’influenza del Bakunin, ma sarebbe un er­rore annettere al bakuninismo accadimenti che gli sono estranei e che vanno piuttosto imputati alla tradizione propriamente italiana delle imprese ri­sorgimentali (Mazzini, Garibaldi, Pisacane). Si obietterà che Bakunin partecipò di perso­na ai moti del ’74. Ma qnella partecipazione fu troppo lo sbocco di un dramma personale che il Bakunin cercò di risolvere nel fuoco di un’ultima disperata battaglia, per poterla assumere come at­to di responsabile ed impegnata adesione politica all’iniziativa.

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Note dell’Archivio
-Come riportato da questa nuova edizione, il libro di Pier Carlo Masini venne stampato la prima volta dalle Edizioni Avanti!, Milano-Roma, 1958.

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Lippi Furio – Vian, il disertore

Antimilitarismo, pacifismo, non violenza, disprezzo verso i “mercanti di cannoni”, legittimità della reni tenza alla leva: sono i temi ricorrenti nell’opera di Boris Vian, che spaziò dal dramma alla canzone, dall’opera musicata al romanzo, dal soggetto cine matografico alla poesia, nella Francia del dopo guerra e della ricostruzione, della guerra d’Indoci na e d’Algeria, quando ormai l’impero coloniale è in piena dissoluzione e con esso gli ultimi sogni di grandeur. Contenuti corrosivi, che prendono di mira la Trinità sociale (Esercito, Chiesa, Finanza) con il suo pacifismo irriverente e dissacrano guerra e mi litarismo.

Millelire Stampa Alternativa, direzione editoriale Baraghini Marcello,  Ciampino/Roma, 26/09/1993, pag. 62

Note: Millelire pubblicazione settimanale, anno I n.19

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Bignami Elena, “Se le guerre le facessero le donne”. L’opposizione delle anarchiche italiane alla guerra (1903-1915)

Elena Bignami nel suo saggio – Se le guerre le facessero le donne”. L’opposizione delle anarchiche italiane alla guerra (1903-1915) – ricostruisce il percorso compiuto dalle anarchiche italiane nell’età giolittiana fino al primo conflitto mondiale, evidenziando non solo la partecipazione delle donne nelle campagne antimilitariste del movimento anarchico italiano, ma anche la specificità delle tematiche femminilin, la maternità, il ruolo educativo delle madri, il pacifismo, la lotta contro il maschilismo militarista – che si intrecciarono alle lotte contro l’imperialismo e la guerra.
A cura di Matteo Ermacora e Maria Grazia Suriano, Venezia, 2016, p. 32

Note: articolo estratto dal numero 31 ( da pag. 54 a 85), monografico, della rivista DEP dal titolo “Vivere in guerra. Le donne italiane nel primo conflitto mondiale / Living in war. Italian women in World War I“

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