OLga, “Massima sicurezza. Il carcere speciale in Italia”

Giugno 2014, 28 p.

Lo Stato con i suoi organi di “disinformazione”, oggi come sempre nei tempi di acutizzazione delle lotte in ogni ambito sociale, manipola la realtà. All’opinione pubblica non viene detto nulla su quanto avviene realmente in carcere: violenze e vessazioni quotidiane (in particolar modo sulle persone immigrate), isolamento, video-conferenza, divieti di incontro, uso mirato e massiccio degli psicofarmaci, teoria e pratica della premiazione e del ricatto (esempio evidente ne è l’applicazione recente dell’aumento della liberazione anticipata portata a 75 giorni ogni sei mesi scontati di detenzione) tutte situazioni ben descritte dalle tante lettere che ci arrivano dal carcere. Alla miseria generalizzata lo Stato risponde riducendo fortemente la spesa sociale ed accrescendo esclusivamente la spesa per le guerre ed il controllo con più polizia, più carceri e interi quartieri delle metropoli messi sotto sorveglianza satellitare.
Le persone in generale hanno fatto propria il concetto di giustizia e diritto come se nella società capitalistica potessero esistere valori di libertà e dignità umana nel senso più profondo e ampio, quando invece sappiamo che da sempre in particolare nei momenti di crisi il capitalismo, in nome del profitto, schiaccia e annulla le persone in modo massificato e selettivo, con guerre interne e esterne, razzismo, e fascismo. In breve affinché possa esistere una società fondata sulle classi, sulla proprietà privata, ovvero sul dominio, è necessario che esistano delle leggi che escludano dai privilegi larghe fette di persone e delle punizioni che possano tenere lontano chi non si conforma a queste leggi.
Immaginare un mondo senza galere significa per noi immaginare un modo di vita che non comprenda, classi, frontiere, guerre, stati e potere ma che invece nasca da condivisione, solidarietà, accordo, accettazione delle differenze. Il consenso forzato, spacciato per “patto sociale”, è volto ad una pace che non significa certo convivenza pacifica fra le persone, ma piuttosto collaborazione sociale imposta con la forza fra sfruttatori e sfruttati, dominatori e dominati, tra dirigenti ed esecutori.
Questa “pace sociale” che organi ben precisi come magistratura, eserciti e forze dell’ordine sono deputati a proteggere attraverso la repressione, è diffusa attraverso l’indottrinamento clericale, scolastico e televisivo volti ad annientare qualunque spirito critico che possa intaccarli. Il carcere è la forma più brutale ed evidente di tutto ciò. Esso mira a far sì che le persone colpite confermino nell’opinione pubblica la sua funzione di esperienza terribile che mira a far piegare la testa, portando le persone a non cercare nemmeno di immaginare un modo diverso di vivere ed intrecciare relazioni. Coloro che nella storia sono stati definiti dai dominatori, ribelli, malfattori, partigiani, banditi, terroristi sono quelli che lo Stato vuole punire maggiormente e per i quali ha studiato nel tempo forme di punizione estreme volte ad annientare loro stessi e chi li vuole seguire. In questo opuscolo, che non ha la pretesa di essere completo ed esaustivo ma parte della necessaria discussione più generale fra dentro e fuori, vogliamo parlare dell’evoluzione del carcere in Italia con un focus particolare sul carcere “speciale”.
Anche oggi ci troviamo di fronte ad un riassestamento del carcere, ovvero riorganizzazione sulla base di sperimentazioni e relativi aggravamenti riguardanti le forme di isolamento, di tortura, di censura, di riduzione estrema di tutti i rapporti con l’esterno sia che riguardino i colloqui con familiari ed avvocati, della negazione della propria identità attraverso il processoin video-conferenza, della limitazione dei libri in cella e della negazione della loro socializzazione.
Siamo perciò solidali con tutti i detenuti e tutte le detenute che lottano e si ribellano contro questa pianificazione mortifera sulla quale poggia la ristrutturazione del carcere attraverso il 41bis, l’Alta Sorveglianza, 14bis (che è rivolto a chi si ribella in carcere), l’ampio uso degli psicofarmaci, la censura ufficiale e ufficiosa della posta, il controllo sulla circolazione dei libri, delle riviste e degli opuscoli ecc… e sicuramente appoggeremo, come sempre abbiamo fatto, anche istanze di miglioramenti parziali che possano rendere la condizione detentiva meno terribile, ma lottiamo soprattutto per abbattere la società del Capitale, ridurre in macerie tutte le galere, cancellare tutte le frontiere, bruciare tutte le divise. Nell’estate e autunno scorso e durante la primavera del 2014, sono avvenute all’interno di svariate galere, per la prima volta dopo tanti anni, delle discussioni collettive rispetto alla lotta con rivolte (come a Cagliari e a Piacenza,) scioperi del carrello e della fame e battiture. Pensiamo a questo opuscolo come un foglio che riesca a contribuire al rafforzamento della lotta dentro e fuori dal carcere.

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Malatesta Errico, “Pagine di lotta quotidiana e “Pensiero e Volontà”

Edito a cura del Movimento Anarchico Italiano, Carrara, 1975. Primo volume: V+358 p.; Secondo Volume: 323 p.; Terzo Volume: 416 p.

Presentazione di Gino Cerrito
I tre volumi di Scritti che si è ritenuto di riprodurre sono il frutto di un lungo lavoro di spoglio, iniziato da un gruppo di anarchici subito dopo la morte di Errico Malatesta (1932). La raccolta vide la luce nel 1934-1936 per i tipi delle edizioni del “Risveglio” di Ginevra, con prefazione di Luigi Fabbri, e preludeva alla pubbli­cazione di numerosi altri volumi riguardanti gli scritti di Errico Malatesta anteriori al 1919. “Abbiamo credu­to bene — scrivevano infatti gli editori — invece di se­guire l’ordine cronologico, di dare anzitutto gli scritti riferentisi agli ultimi anni di vita del nostro grande scomparso, dal suo ritorno in Italia nel dicembre 1919. Sono critiche, riflessioni, consigli, proposte, moniti in cui teoria e pratica, ideale e realtà, pensiero ed azione sono genialmente fusi”. Ecco il motivo essenziale per cui il gruppo promotore preferì iniziare la riedizione degli scrìtti malatestiani con quelli apparsi in un perio­do particolarmente interessante per le masse lavoratrici italiane, un periodo su cui da vari anni gli anarchici ita­liani sono tornati per esaminare ed approfondire le esperienze e le dolorose conseguenze.
Gli Scritti che si ripropongono al lettore italiano so­no sconosciuti non soltanto al grande pubblico. A causa delle vicende che funestarono la storia umana nel ven­tennio che segui alla grande guerra, a causa delle note persecuzioni e della diaspora anarchica di quegli anni, furono realmente pochi fra gli stessi libertari co­loro che riuscirono a rivivere le esperienze diverse e varie del primo dopoguerra e gli scontri ed i dissidi fra i vari gruppi politici in generale e fra quelli anarchici in particolare, al lume di quello strumento di lavoro di pri­ma mano che è rappresentato dagli scritti malatestiani del periodo. Tanto più importanti in quanto la vita di Errico Malatesta, anche in quegli anni e particolarmen­te in quegli anni che vedono lo scontro fra il movimen­to operaio italiano e le squadre fasciste e che procla­mano il fallimento del metodo legalitario dei partiti co­sì detti rivoluzionari, si identifica con la vita stessa del Movimento anarchico italiano e, molto spesso, con le istanze rivoluzionarie delle masse sconfitte.
Gli scritti di Malatesta risentono indubbiamente del particolare clima politico del tempo, e perciò del turba­mento che il fascismo, la rivoluzione russa e la massic­cia emigrazione imposero agli anarchici italiani; risen­tono in primo luogo della fede nello scontro frontale risolutivo, che lo stesso Malatesta negli anni immediata­mente successivi al 1920 approfondì nei suoi vari aspet­ti, ponendo in maniera definitiva il problema dell’anarchia come anarchismo: anarchismo come gradualità del processo rivoluzionario e pluralità della sperimentazio­ne. Appunto perciò gli scritti di Malatesta sono anche l’opera di un teorico che chiarisce e sistema il pensiero dei teorici a lui precedenti, rivalorizzando e rinnovan­do particolarmente l’opera di Proudhon attraverso la esperienza vissuta dal Movimento come tale, durante mezzo secolo di vita attiva. Appunto perciò il pensiero di Malatesta resta in gran parte attuale:
1) Quando sostiene che l’educazione e la propagan­da sono solo dei germi, che da soli restano impotenti a produrre una mutazione rivoluzionaria; per cui affer­ma la necessità dell’azione diretta di provocazione e di ricorrenti movimenti insurrezionali che contribuiscano con i fatti a dare sostanza a quella propaganda educa­tiva e producano nuovi bisogni e nuovi stimoli; osser­vando che le masse sono disposte all’azione comune, ma hanno bisogno di una giustificazione etica che agi­sca in concorso con certe altre condizioni esterne, fra cui in primo luogo la crisi o la dimostrata debolezza dei poteri costituiti.
2) Quando enuncia la gradualità del processo rivolu­zionario e la pluralità della sperimentazione, in rappor­to alle condizioni ed alle istanze della popolazione in­teressata.
3) Quando — pur sostenendo la necessità di strappa­re quanto è più possibile al potere costituito — insiste sulla svalutazione dell’efficacia rivoluzionaria del meto­do delle riforme progressive; notando che la stessa ri­forma importante e basilare delle otto ore, benché ot­tenuta nel modo più efficace (per azione e pressione diretta), resta sempre allo stato provvisorio e può esse­re riperduta per le circostanze più varie, finché dura il regime capitalistico e statale.
4) Quando, contrariamente alle argomentazioni di coloro che sostengono che l’anarchismo avrebbe una funzione esclusivamente negativa di demolizione della società presente e lascerebbe ai posteri il compito di costruire la società socialista e libertaria, afferma in li­nea generale che la soluzione della crisi che travaglia il movimento rivoluzionario e perciò lo stesso Movimen­to anarchico consiste nella formazione di un’organizza­zione anarchica specifica, la quale sia il prodotto non di un congresso o di un accordo promosso dagli attivi più conosciuti e stimati, ma da un’intesa faticosa che sorga dal bisogno generale dei gruppi e venga sostenu­ta dalla stessa attività dei militanti nel movimento ope­raio. “Bisogna riaffermare i nostri ideali e la nostra tat­tica, e spargerne largamente la conoscenza fra le masse — egli ripeteva già nel giugno del 1913 — Bisogna far sentire la nostra azione in tutte le manifestazioni della vita sociale. Bisogna coordinare tutte le nostre attività allo scopo che ci prefiggiamo: la rivoluzione per l’anar­chia e pel comunismo” (Volontà, 8 giugno 1913).
La teoria che sta alla base di questa concezione è giustificata e giustifica — come chiariscono ripetutamente gli Scritti — vuoi il rapporto malatestiano mino­ranza-masse, vuoi il problema mai abbastanza illustrato delle necessarie alleanze. Anche in un periodo di ripie­gamento rivoluzionario, dopo la negativa conclusione dell’occupazione delle fabbriche, e l’inizio dell’azione martellante delle squadre fasciste, ad una domanda ri­voltagli da un compagno sull’argomento Errico Malatesta rispondeva: “Noi in questi ultimi anni ci siamo ac­costati per un’azione pratica ai diversi partiti d’avan­guardia e ne siamo usciti sempre male. Dobbiamo per questo isolarci, rifuggire dai contatti impuri,e non muoverci o tentare di muoverci se non quando potremo farlo con le sole nostre forze ed in nome del nostro programma integrale?
“Io non lo credo. “Poiché la rivoluzione non possiamo farla da soli, cioè poiché non possiamo colle sole nostre forze attira­re e spingere all’azione le grandi masse necessarie alla vittoria, e poiché anche aspettando un tempo illimitato le masse non potranno diventare anarchiche prima che la rivoluzione sia incominciata, e noi resteremo neces­sariamente una minoranza relativamente piccola fino al giorno in cui potremo cimentare le nostre idee nella pratica rivoluzionaria, negare il nostro concorso agli altri ed aspettare per agire di essere in grado di farlo da soli, sarebbe in pratica, e malgrado le parole grosse ed i propositi radicali, un fare opera addormentatrice, ed impedire che s’incominci con la scusa di volere con un salto arrivare di botto alla fine…
“Noi dovremmo quindi essere sempre disposti a se­condare chi vuole agire, anche se questo implica il ri­schio di essere lasciati poi soli o traditi. “Ma nel dare agli altri il nostro concorso, o meglio nel cercare sempre di utilizzare le forze degli altri e profittare di tutte le possibilità di azione, noi dobbiamo restare sempre noi stessi, e metterci in grado di far sentire la nostra influenza e contare almeno in propor­zione delle nostre forze reali. E per questo importa in­tendersi, collegarsi, organizzarsi sul modo più efficace possibile…” (Umanità Nova, 26 agosto 1922).
Risalta altresì negli Scritti, ripetutamente, la convin­zione sulla funzione esclusivamente strumentale del sin­dacato: il sindacato come mezzo di propaganda e di agitazione, da non scambiare con il fine della rivoluzio­ne libertaria che va oltre l’interesse delle classi e un ti­po determinato di organizzazione della società. Gli anarchici — precisava anzi Malatesta — devono aderire ai sindacati non solo per svolgervi la propaganda oggi e, domani, per avere gli strumenti pronti a prendere in mano l’organizzazione della produzione tolta ai padro­ni; ma anche per reagire contro il particolarismo che è il frutto inevitabile e dannoso delle unioni operaie, sor­te proprio per difendere interessi particolari.
L’opposizione al funzionarismo del movimento sin­dacale fu una norma costante, ispirata oltre che da prin­cipi etici, da uno spirito d’indipendenza sempre vigile e dalla coscienza degli effetti negativi del professioni­smo politico-sindacale. A questa intransigenza, alla sua chiarezza ideologica, alla pratica reazione contro il culto della personalità alla sua straordinaria fede nella rivoluzione e nella volontà umana, alla sua coerenza teorico-pratica si deve in genere la sua duratura influen­za sul Movimento anarchico internazionale, oggi più che mai viva.
Da quanto si è detto è lecito concludere che ciò che distingue un Malatesta da un qualunque altro espo­nente rivoluzionario in generale e anarchico in spe­cie, non è il fatto di essere stato egli il vecchio compa­gno di Bakunin e di Cafiero, il vecchio internazionali­sta senza macchia che lo elegge esempio, capo morale seguito, amato e — se si vuole — riverito dai suoi stessi avversari di partito, costretti infine a riconoscerne i me­riti. L’elemento che lo distingue è la coerenza profon­da ma, nel contempo, l’adesione alla realtà, la decisione, la mancanza del pregiudizio della coerenza studiata e voluta ma non sentita, l’intelligenza di dovere adeguare le teorie alla realtà o di portare la realtà alle teorie. Non ci sono dubbi in Malatesta. Egli è il rivoluzionario nella misura in cui riesce a mettere in rapporto l’ideale con la realtà, nella misura in cui comprende che l’ideale ha degli aspetti utopistici che è opportuno individuare e solo in parte superare con l’azione concreta possibile. Appunto perciò il suo realismo non è nè può divenire mai banale possibilismo, perchè rimane miscelato con quel pizzico di avvenirismo che riesce a sublimarlo, proiettandolo nel futuro e così trasformandolo da fat­tore statico e spesso negativo di progresso in fattore dinamico, positivo e rivoluzionario.

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Nota dell’Archivio
-I tre volumi vennero pubblicati dalle Edizioni de Il Risveglio di Ginevra rispettivamente nel 1934, 1935 e 1936.
-Le prefazioni sono di Luigi Fabbri
-Nel Secondo Volume vi è un’Errata Corrige: “Nel Primo Volume di queste opere sfuggirono alquanti svarioni suscettibili di rendere queste opere incomprensibile il senso delle frasi. Indichiamo i principali, nel caso il lettore non li avesse già avvertiti e corretti da sè stesso:
A paginia 29, la riga del 2° capoverso, leggere: « Quali siano… », invece di : « Quali siamo… ».
A pagina 189, alla 4a riga della nota in corsivo, leggere : « abbiano grandemente… », invece di: « abbiamo grandemente… ».
Alla stessa pagina, stesso corsivo, 5a riga, leggere : « si abbiano dunque … », invece di : « si abbiamo dunque… ».
Nel II° volume, a pagina 110, la nota deve rinviare all’articolo della pagina 86 e non a quello della pagina 84.”

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Mele Annino, “Strabismi. Dove si racconta del carcere e del senso delle cose”

Edito da Sensibili Alle Foglie, 2009, 118 p.

“Chi frequenta il proprio ovile sa quanto valore può avere una cosa da niente. Anch’essa è stata creata perché c.è posto per tutti”. Così l’autore inizia la sua narrazione e ci accompagna con mano leggera fra i boschi e le lande solitarie della sua latitanza come fra le mura delle carceri in cui è ristretto. Là dove “Franco, in un angolo della cella, appendeva bottiglie vuote. Vuoti di plastica del Coccolino, della Coca-cola, insomma tutto quello che gli capitava. Con un filo appendeva queste bottiglie al soffitto. Lo chiamava l’angolo degli impiccati”. Narrazione sul filo dell’ironia e dell’amarezza, questo libro richiama i lettori ad una riflessione non superficiale sulle questioni sociali sollevate dalla cronaca quotidiana, come la droga, la scuola, il rapporto con l’ambiente, e chiede attenzione per il mondo carcerario. Un mondo che rischia sempre più di essere seppellito, con tutti i suoi abitanti, in una terra di nessuno ai margini non soltanto delle città ma anche della coscienza civile.

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Manifesto dei Sedici. Critiche di Malatesta, Galleani, Borghi e di alcuni anarchici russi

Edito da Anarchismo, Trieste, 2015, 128 p.

Nota introduttiva
Il Manifesto chiamato “dei Sedici”, dal numero (errato) dei firmatari, costituisce un cedimento clamoroso di fronte alla linea primaria e insostituibile degli anarchici, di ogni anarchico, contro la guerra. Su questo sono tutti concordi, non ci sono anarchici, oggi come ieri, che trovano giustificazioni alla sua stesura. E allora? Come mai uomini del calibro di Grave, Cornelissen, Malato e Kropotkin, per limitarsi ai compagni più conosciuti, lo stesero e lo firmarono? La risposta non può essere che una sola: fu un abbaglio, ma un abbaglio consequenziale.
Un abbaglio, perché credere di partecipare a una guerra “dalla parte giusta” non è possibile, non esistendo guerre giuste. Consequenziale, perché derivante logicamente dall’ipotesi quantitativa fondata sulla logica dell’aggiunta o, come l’abbiamo definita, dell’“a poco a poco”. Il determinismo, in salsa marxista o positivista, risulta sempre indigesto.
La risposta di Malatesta costituisce una critica esemplare. Non solo per la sua ortodossia antimilitarista e, in una parola, anarchica, ma per il modo garbato e non polemico che seppe prendere. Il gioco aveva una posta altissima, i compagni firmatari del “Manifesto” erano noti in tutto il mondo e godevano di un credito rivoluzionario di tutto rispetto, non si poteva liquidare la faccenda come un errore di valutazione. Occorreva prendere le mosse da lontano e andare al nocciolo della questione senza revocare in dubbio il grande contributo che uomini come Kropotkin e altri avevano saputo dare, e avrebbero continuato a dare, alla rivoluzione anarchica. E Malatesta ci riesce pienamente.
Anche a prescindere dal contenuto di questa sottile schermaglia, che oggi potrebbe sembrare ovvio, c’è anche il metodo con cui essa venne condotta, metodo che nelle chiacchiere odierne, spesso e volentieri, viene messo da parte per ricorrere agli attacchi personali piuttosto che sostanziali. La piattezza dei tempi in cui vivo si coglie anche in tante grossolanità che continuano a rotolarmi a fianco senza nemmeno sfiorarmi.
La risposta di Galleani a Kropotkin è uno dei suoi testi più famosi e importanti, dal titolo: “Per la guerra, per la neutralità o per la pace?”. Malgrado l’artificiosità del suo stile, questa volta il retore è messo in secondo piano. Il problema era durissimo: controbattere a un grande amico e a un compagno, fra i non pochi, di enorme influenza in tutto il mondo, conosciuto e ammirato, compagno che, contro tutte le aspettative – quante volte succederà di poi una cosa del genere? – aveva preso una strada insostenibile e inaspettata.
La risposta di Borghi è più intima, quasi colloquiale, eppure rende benissimo – e per questo l’abbiamo inserita – il clima che si respirava in quel momento fra gli anarchici, di fronte alla defezione dalla linea antimilitarista di tanti compagni conosciuti e autorevoli.
Il tema dell’autorevolezza e del bisogno di guardare al compagno che questa veste finisce per assumere, quasi sempre per corrispondere ai bisogni degli altri compagni e non certo per una sua smania di primeggiare, che in quest’ultimo caso si sentirebbe il lezzo lontano un miglio, è sempre aperto. Non dimentichiamolo.

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Note dell’Archivio
-Gli articoli presenti sono i seguenti:
–“Manifesto dei Sedici”, 26 Febbraio 1916;
–“Anarchici Pro Governo”, “Freedom”, Volume 30, n. 324, Aprile 1916;
–“Per la guerra, per la neutralità, o per la pace?”, “Cronaca sovversiva”: a. XIII, nn. 45, 46, 47, 48, 49, 50, 51, 52; a. XIV, n. 1;
–“Da Ravachol a Barrère”, estratto da “Mezzo secolo di anarchia (1898-1945)”, II ristampa, Catania 1989, pp. 153-161
–“Anarchici russi. Risposta al Manifesto dei Sedici”, Otvet, in “Put’k Svobode”, Ginevra, maggio 1917, pp. 10-11.
Nel libro di Avrich Paul, “L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico russo”, edito da Edizioni Antistato, Milano, 1978, viene riportata a pagina 145 la seguente nota bibliografica sulla risposta (Otvet) data a Kropotkin:
“« Otvet », volantino del Gruppo degli Anarco-Comunisti di Ginevra (1916), Columbia Russian Archive; Put’k Svobode, n. 1, maggio 1917, pp. 8-11; cfr. le proteste del Gruppo degli Anarco-comunisti di Zurigo e il volantino di Roshchin, « Trevozhnyi Vopros », entrambi presso il Columbia Russian Archive, e Alexandre Ghé, “Lettre ouverte a P. Kropotkine” (Losanna, 1917). Gli attacchi dei bolscevichi contro Kropotkin e i suoi simpatizzanti « difensisti » furono, naturalmente, quanto mai velenosi. « Gli anarchici più famo­si del mondo intero », scriverà Lenin in “Il socialismo e la guerra”, « hanno disonorato se stessi non meno degli opportunisti con il loro sciovinismo sociale (nello spirito di Plekhanov e di Kautsky) a pro­posito della guerra ». Lenin, “Sochineniaa”, XVIII, 204-205. Secondo Trotsky, 1’« antiquato anarchico » Kropotkin ha sconfessato tutto ciò che aveva professato per almeno mezzo secolo, senza vedere « che una Francia vittoriosa avrebbe umilmente servito i banchieri ameri­cani ». Leon Trotsky, “The History of the Russian Revolution” (3 vol. in 1, Ann Arbor, 1958), I, 320; II, 179.”

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Malatesta Errico, Nettlau Max, Galleani Luigi, “Organizzazione e Anarchia”

Edito da Edizioni Gruppo Studi Sociali, Parigi, 1927, 32 p.

Tutto è organizzato e tutto si organizza intorno a noi. Un tempo si governavano gli uomini col bastone, li si sfruttavano con l’ignoranza, li si tenevano a freno con la paura. La grande rivoluzione da un lato, il progresso industriale dall’altro, hanno rotto le dighe dell’ignoranza e della paura. La vecchia gerarchia è crollata. Le folle straripano. Il bastone non basta più. La chiesa è impotente. La legge ha bisogno di freni più solidi che le manette. Come contenere la fiumana che sfugge da tutti i lati? L’organizzazione a cui i lavoratori erano spontaneamente ricorsi per coalizzare i loro sforzi di liberazione, offriva ai padroni dell’ora la sola possibilità di contenere le folle e manovrarle.
Gli anarchici – o, almeno, una parte di anarchici – si sono associati a questo culto universale dell’organizzazione. Oppressi dal peso formidabile delle altrui coalizioni, non sanno sottrarsi al fascino di tanta forza umana impiegata a fini di conservazione sociale, e pensano, con amarezza, ai trionfi di cui priva l’anarchia, il non avere essi la possibilità di smuovere così immense riserve di energia sociale. Onde sognano di pervernirvi un giorno, e predicano, con l’anarchia, il mito dell’organizzazione.
Ma il culto dell’organizzazione, come tutte le religioni del successo, porta necessariamente, anche gli anarchici, all’adattamento, all’oblio dei principii, alla diluzione dell’anarchismo, che, perduta la sua fiera intransigenza, diventa presso gli organizzatori uno strumento più o meno efficace di dominio. Come dimostra il Progetto d’organizzazione anarchica lanciata or fa due anni da un gruppo di compagni russi all’estero, ed applicato dal Congresso di Parigi (Ottobre 1927) dell’Unione Comunista Anarchica Francese, trascinata da un’inconcepibile follia di rinnegamento ad instaurare la censura sulla propria stampa e l’onnipotenza, in seno all’Unione, del suo comitato centrale esecutivo.
Noi pensiamo che in questo senso si batta una falsa strada. In questa società in cui tutto s’ingolfa nel meccanismo rigido, gerarchico, opprimente di un’infinita di organizzazioni politiche, economiche, sportive, culturali etc, manifestamente intese a vincolare l’individuo al posto assegnatogli sull’ingranaggio sociale, la posizione dell’anarchismo, secondo noi, non è già quella di secondare l’andazzo delle cose, ma di prendere un atteggiamento deciso ed energico di rivolta. Mentre tutto si meccanizza, l’anarchico deve esaltare l’autonomia, la libertà di iniziativa, gli scatti iconoclasti della coscienza che non accetta catene.
Dove tutto si organizza per sfruttare, opprimere, cristalizzare la gerarchia sociale dell’ordine democratico uscito dalla grande rivoluzione, ad instaurare il feudalesimo della dittatura capitalista, l’anarchico deve uscire dai ranghi, scandalizzare le gerarchie, schiaffeggiarle in pieno, col praticare, al di fuori dell’organizzazione che avvilisce, la cooperazione e la solidarietà che redime.
Il compito dell’anarchismo è quello di estrarre l’individuo dall’ingranaggio meccanico delle organizzazioni che lo schiacciano, e farne un uomo libero.
Ma com’è possibile, questo, se il culto dell’organizzazione incomincia dagli anarchici?
Quale contributo alla discussione, noi raccogliamo in queste pagine quanto ebbe a scrivere sul Risveglio di Ginevra in merito al progetto di organizzazione proposto dagli anarchici russi, il compagno Errico Malatesta.
Il quale, come ognuno sa, si professa organizzatore, ma egli insorge contro l’idea di adottare in seno all’organizzazione anarchica idee e metodi autoritari.
Riportiamo in seguito uno scritto di Max Nettlau, pubblicato dall’Anarchie di Parigi in sede d’inchiesta sul Partito Anarchico. È ovvio che un’organizzazione anarchica per la lotta sarebbe in sostanza un vero e proprio partito politico. Infine, abbiamo giudicato opportuno, estrarre dal libro “La fine dell’Anarchismo?” di Luigi Galleani, le pagine che, in polemica con F. S. Merlino, vi sono dedicate tanto all’organizzazione politica (partito) quanto all’organizzazione economica (sindacato) degli anarchici. Le conclusioni a cui giungono i compagni Nettlau e Galleani sono diverse – essendo categoricamente opposte all’organizzazione degli anarchici- alle premesse del compagno Malatesta. Riunendo queste a quelle, noi non abbiamo inteso fare opera di imparzialità. Siamo tutt’altro che indifferenti alla discussione.
Ci è parso infatti che la critica contingente del Malatesta al progetto degli anarchici russi, valorizzasse le conclusioni teoriche degli antiorganizzatori, mentre distrugge ogni possibilità di organizzazione quale è intesa oggi da quanti anarchici o no si interessano della questione.
Gli Editori

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Malatesta Errico, Molinari Ettore, “Contro la monarchia. Le due vie. I fattori economici pel successo della Rivoluzione Sociale”

Edito da “Il Risveglio, Ginevra, 1932, 46 p.

I compagni italiani nella Svizzera hanno deciso di pubblicare riuniti questi tre opuscoli, i primi due di Errico Malatesta, il terzo del prof. Ettore Molinari. Non hanno perduto nella loro attualità,benchè scritti, il primo nel 1899 e gli altri due nel 1920. Essi svolgono tre questioni capitali, ossia:
-l’unione delle forze sovversive;
-la tattica rivoluzionaria;
-le misure economiche proprie a far rivivere la rivoluzione.
Ognuno potrà rendersi conto così che gli anarchici, trattati da utopisti, in realtà al momento opportuno seppero ben porre il prolema rivoluzionario e mostrarne la soluzione.
Del primo opuscolo, largamente diffuso in Italia sotto il titolo “Aritmetica elementare”, non ci fu possibile rintracciare copia, ma ne diamo la parte essenziale quale venne da noi riprodotto i un nostro “Almanacco socialista-anarchico per l’anno 1900”, pubblicazone che doveva dar luogo ad un processo terminato con l’assoluzione dei compagni Held, Frigerio e Bertoni.
Abbiamo così inteso rendere omaggio a due nostri grandi scomparsi: Errico Malatesta ed Ettore Molinari, uno dei più illustri chimici italiani, e nello stesso tempo giovare ad una sana propaganda della chiara concezione rivoluzionaria anarchico.

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Note dell’Archivio
-Opuscolo fotografato
-La versione elettronica presentata è presa dal ciclostilato di Luigi Assandri a Torino nel 1978.

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Malatesta Errico, Merlino Francesco Saverio, “Anarchismo e democrazia. Soluzione anarchica e soluzione democratica al problema della libertà in una società socialista”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 1974, 140 p.

Nel gennaio del 1897, venne pubblicato sul quotidiano “Il Messaggero” una lettera di Francesco Saverio Merlino in cui invitava gli anarchici ad abbandonare l’astensionismo e prendere parte alle elezioni votando per i candidati dei partiti popolari. Il riconoscimento della democrazia come ideale e pratica politica rivoluzionaria spinse Malatesta a replicare, ribadendo l’astensionismo anarchico e le sue ragioni.
Il dibattito che ne scaturì tra i due si allargò fino a trattare tematiche riguardanti la maggioranza e la minoranza, la delega riguardante le decisioni e la difesa degli individui affidata a corpi specializzati (sia a livello culturale che militare), la produzione e la distribuzione economica.
Quello che è interessante di questo dibattito è la dimensione politica di Malatesta su cosa intendesse come società anti-autoritaria.

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Note dell’Archivio
-Come riportato dal curatore della versione elettronica, “alcuni refusi di stampa e alcune frasi risultanti troncate e prive di significato nel testo di riferimento sono state corrette confrontando l’edizione critica: Opere complete, a cura di Davide Turcato, Milano – Ragusa, Zero in condotta – La Fiaccola, 2011.”
-La prima pubblicazione di questo dibattito polemico tra Malatesta e Merlino venne fatto dal Gruppo Centro di Roma nel 1949.

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(a cura di) Fabbri Luce, “Malatesta Errico e Fabbri Luigi. L’organizzazione e Libera sperimentazione”

Edito da Studi Sociali, Montevideo, 1950, 25 p., Quarta Edizione

Ci spingono a ripubblicare questi vecchi scritti di Malatesta, non compresi nei volumi usciti a cura di Bertoni durante il periodo fascista, né nel volume di “Scritti scelti” pubblicato recentemente a Napoli, due ragioni, che ci sembrano una migliore dell’altra. La prima è che, meno per i pochissimi “veterani”, che conservano le collezioni dell’ “Agitazione” d’Ancona, della “Questione sociale di Paterson e d’altri vecchi giornali, o sono riusciti a procurarsi le quasi introvabili collezioni dei giornali (“Lotta umana” di Parigi e “Studi Sociali” di Montevideo) fatti in esilio da Luigi Fabbri, che cercò di ripubblicarvi il maggior numero possibile di articoli vecchi e introvabili di E. Malatesta, quanto quest’ultimo scrisse prima del 1919 è praticamente inedito. E nell’attesa che la collezione di Bertoni sia completata e si abbiano finalmente di Malatesta le opere complete, non è male che parte di questo materiale veda la luce sotto forma d’opuscoli. L’altra ragiona è assai più poderosa e vale anche per l’articolo di L. Fabbri. Da un po’ di tempo si assiste – nel campo anarchico non solo italiano – al rinverdire di vecchi problemi e di vecchie polemiche, che, per la generazione giunta a maturità prima delle due guerre mondiali, non avevano più che un interesse storico, giacché, definite chiaramente le rispettive posizioni, i contendenti, dopo aver raggiunto un certo limite d’accordo, avevano delineato e accettato, come premessa su cui era inutile tornare, il sussistente margine di dissenso. Il principale di questi problemi è appunto quello dell’organizzazione e delle sue forme.
La lunga parentesi del fascismo e della guerra, impedendo alle giovani generazioni di mettere pienamente a profitto l’esperienza delle precedenti, ha rotto la continuità ed ha portato quindi a delle ripetizioni che vorrebbero essere – e non sono – superamenti. Si sono così riprodotti il fascino dell’azione per l’azione, la suggestione dei facili (ma quanto illusori!) successi dell’organizzazione ferrea, della pianificazione, e – più legato di quanto non sembri a questi elementi piuttosto sentimentali che razionali – il mito del classismo. Parallelamente, e come reazione a questi intermittenti impulsi dichiaratamente o potenzialmente revisionisti, c’è stata nel movimento anarchico un po’ da per tutto un’accentuazione delle tendenze non tanto individualiste quanto antiorganizzatrici.
Discutendo con gli uni e con gli altri. Malatesta e Fabbri, han tenuto quella che a noi sembra la via maestra dell’anarchismo. E siccome – ripeto – nessun nuovo fattore è entrato in campo in questo speciale problema, “Studi Sociali” intende contribuire a questa rinnovata discussione con la ripubblicazione di questi vecchi ma sempre vivi articoli di Malatesta e di uno degli ultimi lavori di Luigi Fabbri, dal titolo “Libera sperimentazione”. Pensiamo che sia più utile questa ripubblicazione, che lo scrivere qualcosa di nuovo sull’argomento, anche perché, nel corso delle ultime discussioni s’è incorsi in errori di prospettiva per quel che riguarda la storia del nostro movimento. Per esempio A. Prunier, in una lettera all’ “Adunata dei Refrattari” pubblicata sotto il titolo “L’opinione dei compagni” nel numero del 21 Gennaio 1950 di quest’ultimo giornale, fa la seguente affermazione: “questa cortese polemica oppone da un lato i compagni che vedono…l’anarchismo come una delle scuole del socialismo, ossia un’affermazione della preminenza della società sull’individuo, dall’altro quelli che riconoscono il primato dell’individuo con Giuseppe Ciancabilla, Luigi Galleani e Malatesta stesso (sottolineato da me, l.f.)”. Ora come si vedrà da questi articoli, Malatesta era appunto fra coloro che si consideravano socialisti anarchici (denominazione abbandonata da lui e da altri che la pensavano come lui per ragioni di semplice opportunità); non dava però affatto alla parola socialismo il senso di preminenza della società sull’individuo – e nessun anarchico glielo darebbe,- ma invece quello di proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio diretto al fine di liberare l’individuo dallo sfruttamento ch’è poi una delle forme dell’autorità. Mi sembra che la cosa sia di nuovo da chiarire, perché si è tornati alle vecchie confusioni. Ed è bene chiarirla con le vecchie parole.
L’affermazione di Prunier si basa su uno scritto di Malatesta, pubblicato in “Pensiero e Volontà” (n. 15 del 1 Agosto 1924) in risposta a Luigi Fabbri, scritto ch’egli interpreta evidentemente in modo arbitrario. Infatti Malatesta sgombra in quest’articolo il terreno della discussione, collocando addirittura fuori dal campo anarchico la maggior parte degli individualisti contro cui aveva diretto alcuni scritti del 1897 anteriori a quelli che ripubblichiamo (e infatti i superuomini, gli adoratori dell’io s’erano in gran parte allontanati da sé, attratti com’erano stati dal dannunzianesimo estetizzante, sboccato poi nel fascismo), e limita il campo della disanima a quegli anarchici che considerano la proprietà individuale come garanzia di libertà. Malatesta afferma che questi ultimi, volendo arrivare, con un sistema diverso, agli stessi fini di liberazione della personalità umana a cui tendono gli altri anarchici, hanno tanto diritto a dirsi tali e ad essere considerati compagni, quanto gli anarchici che seguono in economia una o l’altra delle diverse scuole del socialismo, proclamandosi comunisti, collettivisti, mutualisti etc. Pur affermando le sue preferenze per l’economia comunista, finisce col sostenere la libera sperimentazione, come unica alternativa all’autoritarismo e quindi alla morte della rivoluzione. Come si vede, per quel che riguarda l’individualismo, non c’è stata nessuna rettifica di posizione da parte di Malatesta nell’ultimo periodo della sua opera di propagandista, ma solo un cambiamento di tono, dovuto alle diverse circostanze ambientali. In quanto all’organizzazione, le sue idee sono sempre rimaste le stesse e la formulazione che ne faceva nel 1897 è oggi così chiara ed attuale come allora. In questo pensiero equilibrato e realista, così ben delineato dal punto di vista dei diritti e doveri dell’individuo, sono impliciti anche i limiti dei diritti e doveri della società e specialmente di quelli del movimento organizzato, che Malatesta descrisse esplicitamente nella discussione coi “piattaformisti” russi appartenente all’ultimo periodo della sua attività (Malatesta – Scritti, vol. III, Ginevra 1936, p. 298 e sgg.)
Ci piacerebbe ripubblicare qui tale difesa della dottrina anarchica contro i pericoli autoritari d’una malintesa organizzazione, come contrappeso equilibratore a questi articoli del 1897, scritti contro i pericoli autoritari della non organizzazione. Ma il fatto di trovarsi la polemica contro i “piattaformisti” in volumi accessibili, dove gli interessati li possono facilmente trovare, ci ha consigliati a scegliere, per compiere tale funzione equilibratrice, lo scritto “La libera sperimentazione” (originariamente “Totalitarismo o sperimentalismo”) in cui Luigi Fabbri, nell’ultimo anno della sua vita, cercava di combattere l’utopia del sistema unico, logicamente legata all’idea del monopolio della rivoluzione da parte d’una tendenza organizzata a quello scopo e quindi necessariamente autoritaria. Tale idea era coscentemente o incoscentemente implicita non solo nella famosa “Piattaforma” dei compagni russi, ma anche in tentativi revisionisti posteriori a cui Luigi Fabbri allude. Il pericolo di tali degenerazioni in senso autoritario è permanente dove esiste il generoso entusiasmo dell’azione. Di qui la necessità d’una vigilanza continua su noi stessi e intorno a noi, non per “custodire l’arca santa dei principi”, come qualche ironista ha detto, ma per non infilare, invece della rischiosa via della libertà creatrice, la comoda strada che porta all’abisso.
Luce Fabbri

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Note dell’Archivio
-L’articolo di Malatesta venne pubblicato nei nn. 13, 14 e 15 de “L’Agitazione” del Giugno 1897. È stato ripubblicato nel libro curato da Turcato Davide, “Malatesta Errico. Un lavoro lungo e paziente…Il socialismo anarchico dell’Agitazione 1897-1898”, Edito da ZIC-La Fiaccola, 2011, pagg. 112-120.
Turcato riporta la seguente nota (che in parte si rifà a quella pubblicata da Luce Fabbri nell’opuscolo):
Correzioni di forma alla seconda parte dell’articolo furono apportate, come riferisce Luigi Fabbri, “dal medesimo Malatesta in una copia di suo pugno che ci mandò a Parigi nel 1928, quando questo suo lavoro doveva essere ripubblicato ne “La Lotta Umana” e non lo fu perchè il periodico dovette cessare le sue pubblicazioni in seguito all’espulsione dalla Francia del redattore e dell’amministratore”. Fabbri pubblicò poi la versione riveduta in Studi Sociali del 15 maggio 1935, corredandola della precisazione storica qui riportata. La copia manoscritta è consultabile in Luigi Fabbri Papers 255, Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis, Amsterdam. Tuttavia la presente edizione si attiene al testo originale del 1897, preferendo mantenerne la purezza documentaria che presentare una versione eclettica.” (pag. 112).
-L’articolo di Fabbri venne pubblicato nel n. 37 di “Studi Sociali” del 16 Gennaio 1935

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Malatesta Errico, “Rivoluzione e lotta quotidiana”

Edito da Antistato, Milano, 1982, 300 p.

La raccolta di articoli, scritti e lettere di Errico Malatesta fatta da Gino Cerrito, fornisce la visione politica dell’anarchico di Santa Maria Capua Vetere che, dibattendo con sindacati, partiti e movimenti dei lavoratori, metteva in discussione il potere costituito e spingeva per una rivoluzione anarchica con le sue azioni.

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Note dell’Archivio
-In questa raccolta vi sono i seguenti articoli con relative note nostre e di Cerrito:

1. Il periodo della maturazione ideologica
–CONSIDERAZIONI SULLA STORIA DEL MOVIMENTO ANARCHICO IN ITALIA
a. “Il socialismo in Italia”: dalla Prefazione di Max Nettlau, “Bakunin e l’Internazionale in Italia”, Ginevra, Il Risveglio, 1928.
b. “L’evoluzionismo di P. Kropotkin”: Titolo originale: “Pietro Kropotkin. Ricordi e critiche di un vecchio amico”, in Studi Sociali, Montevideo, 15 aprile 1931.
–L’EVOLUZIONE DELL’ANARCHISMO
a. “Alla radice delle idee”: Titolo originale “Un po’ di teoria”, in “En-Dehors”, Parigi, 17 agosto 1892.
b. “Il rifiuto del terrorismo amorfista”: lettera inviata alla Pezzi a Firenze da Londra il 29 aprile 1892 (rintracciata in C.P.C. dell’A.C.S.R , Fascicolo E. Malatesta, ora in L. GESTRI, ,“Dieci lettere inedite di Cipriani, Malatesta e Merlino”, in Movimento operaio e socialista, XVII (1971), pp.325-27.
La lettera è contenuta nel libro curato da Bertolucci Rosaria, “Errico Malatesta. Epistolario 1873-1932. Lettere edite ed inedite”, pagg. 65-69..
c. “La tragedia di Monza”: pubblicato su “Cause ed effetti. 1898-1900”, n. u., Londra, settembre 1900.
d. “Errori e rimedi”: pubblicato come “Errori e rimedi. Schiarimenti”, in L’Anarchia, n. u., Londra, agosto 1896.
e. “Il furto come arma di guerra”: pubblicato su Umanità Nova, Roma, 12 luglio 1922.
–LA LEZIONE DEI FATTI
a. “La tattica rivoluzionaria”: pubblicato come [“Questions revolutionnaires”], in La Révolte, Parigi, [dal 4 al] 10 ottobre 1890. Cerrito riporta nella nota che “si tratta di una lettera assai più ampia: la prima parte è riprodotta nel paragrafo successivo”.
b. “Andiamo fra il popolo”: pubblicato su “L’Art. 248”, Ancona, 4 febbraio 1894. Leonardo Bettini, in “Bibliografia dell’Anarchismo. Volume 1, tomo 1. Periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana pubblicati in Italia. 1872-1971”, riporta la seguente nota a pagina 120 riguardante la collaborazione di Malatesta sul giornale anconetano: “[nel] numero del 4 febbraio (a. I, n. 5), vi pubblicò l’articolo “Andiamo fra il popolo” (in polemica con gli antiorganizzatori). Cf. Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta, Milano, 1969, p. 246 sq.”
c. “Il nostro compito”: pubblicato come “Il compito degli anarchici”, in “La Questione Sociale”, Paterson, settembre-ottobre 1899. Al suo rientro in Europa, Malatesta lanciava da Londra, sempre nel 1899, un breve opuscolo largamente diffuso in Italia, clandestinamente, dal titolo “Aritmetica elementare”. In realtà esso era un “appello a tutti gli uomini di progresso” contro la monarchia: mirava cioè all’unione di tutti i partiti antimonarchici invitando all’insurrezione, senza pregiudiziale alcuna per i principi che ciascun partito professava e senza impegni circa quanto ciascuno di essi avrebbe creduto di dover fare dopo la caduta della monarchia. La parte sostanziale dell’opuscolo venne ripubblicata insieme ad altro scritto del 1920 di Malatesta e ad un saggio del 1920 di Ettore Molinari, sotto il titolo “Contro la monarchia / Le due vie / I fattori economici pel successo della rivoluzione sociale”, Ginevra, Il Risveglio, 1932.
–L’ORGANIZZAZIONE DEGLI ANARCHICI
a. “Occorre dividerci… per poi riunirci”: Lettera a Nicolò Converti, Londra 10 marzo 1896. La lettera è stata pubblicata nell’epistolario curato da Bertolucci, pagg. 74-75. La curatrice riporta la seguente nota di Cerrito: “Malatesta esprime il proprio rammarico, consapevole dell’impotenza del movimen­to. Deplora la mancanza di cooperazione tra i gruppi. Per Malatesta l’organizzazione, lontana dal creare l ’autorità, è il solo rimedio contro di essa ed è il solo mezzo perché ognuno si abitui a prendere parte attiva e cosciente nel lavoro collettivo. L ’organiz­zazione non viola la libertà. Ciò che priva della libertà, che rende impossibile l’iniziati­va, è l’isolamento che rende impotenti. A Londra Malatesta scrive in quegli anni un opuscolo che raggiungerà clandesti­namente il Paese, Aritmetica elementare-, un appello a tutti gli uomini di progresso; un appello che mira all’unione dei partiti antimonarchici senza pregiudiziale alcuna per i principi professati da ciascun partito e senz’impegno per quanto ciascun par­tito ritenesse opportuno fare, caduta la monarchia, per l’insurrezione. Parte dell’opu­scolo è ripubblicata con un altro scritto del ’20 di Malatesta e unitamente a un saggio di Ettore Molinari con il titolo Contro la monarchia. Le due vie. I fattori economici del successo della rivoluzione sociale, Il Risveglio, Ginevra 1932.”
b. “Organizzatori e antiorganizzatori”: Titolo originale “L’organizzazione”, in “L’Agitazione” di Ancona, 4 giugno 1897.
c. “Necessità dell’organizzazione”: Brevi e insignificanti correzioni di forma furono apportate da Malatesta al testo originale dell’articolo, apparso sulla “Agitazione” di Ancona dell’11 giugno 1897, sotto il titolo L’organizzazione. Il testo corretto venne poi pubblicato insieme al precedente articolo in E. MALATESTA, Organizzazione e L. FABBRI, Libera sperimentazione, Montevideo, Studi Sociali, 1950, da cui l’ho tratto.
d. “L’organizzazione come condizione della vita sociale”: pubblicato su “Un progetto di organizzazione anarchica” in “Il Risveglio”, Ginevra 115 ottobre 1927. L’articolo venne scritto in polemica con la Plateforme di organisation de l’Union générale des anarchistes (Projet) pubblicata da un “gruppo di anarchici russi all’estero”, fra i quali Makno. Il progetto insisteva fra l’altro sulla “necessità” della “responsabilità collettiva”, come presupposto basilare di un’organizzazione anarchica efficiente: una “necessità” in cui Malatesta scorgeva una deviazione autoritaria.
e. “Caratteri dell’organizzazione antiautoritaria”: ibidem

2. Antiparlamentarismo ed elezionismo
–LA TRUFFA PARLAMENTARE
a. “L’inefficienza dei parlamenti e i problemi del movimento operaio”: da “La politica parlamentare nel movimento socialista,” Londra, 1890 (opuscolo). I titoli dei paragrafi sono di Gino Cerrito.
b. “Le menzogne del socialismo legalitario e le insidie della democrazia borghese”:
–LA POLEMICA CON MERLINO
a. “Maggioranze e minoranze”: Lettera datata Londra (per ingannare la polizia, giacchè Malatesta era già in Ancona), in “L’Agitazione”, 14 marzo 1897. La lettera completa venne pubblicata in due numeri de “L’Agitazione” (14 e 21 Marzo 1897). Attualmente è stata riprodotta in forma completa nel libro curato da Turcato Davide, “Malatesta Errico. Un lavoro lungo e paziente…Il socialismo anarchico dell’Agitazione 1897-1898”, Edito da ZIC-La Fiaccola, 2011, pagg. 13-17
b. “Anarchia e parlamentarismo”: ibidem
c. “Società autoritaria e società anarchica”: pubblicato come “Da una questione di tattica ad una questione di principii”, “L’Agitazione”, 28 marzo 1897. L’articolo completo si trova nel citato libro curato da Turcato, pagg. 29-34
d. “Concezione integrale dell’anarchia”: pubblicato come “Poche parole per chiudere la polemica”, “L’Agitazione” 19 aprile 1897. L’articolo completo si trova nel citato libro curato da Turcato, pagg. 59-65
e. “Incompatibilità”: pubblicato come “Polemica”, “L’Agitazione”, 25 aprile 1897, numero unico in sostituzione del n. 7 de L’Agitazione. L’articolo completo si trova nel citato libro curato da Turcato, pagg. 69-72
f. “L’accordo non è possibile”: pubblicato come “Per la conciliazione [di Saverio Merlino]”, “L’Agitazione” 19 agosto 1897. L’articolo completo si trova nel citato libro curato da Turcato, pagg. 193-199
g. “Problemi di oggi e di domani. Governo socialista e forze armate”: pubblicato su “L’Agitazione” 23 dicembre 1897. Titolo originale “Problemi di oggi e di domani”. In un precedente articolo, pubblicato nel n. del 2 dicembre 1897, Malatesta sostiene che nessuno può precisare le forme dell’avvenire e che la questione è del modo e dei mezzi con cui alla futura società si vuole pervenire. A tal proposito chiede a Merlino di rispondere “ad una domanda alla quale nessun socialista democratico” ha voluto darmi una risposta esplicita. Io vorrei sapere, se, nell’opinione sua, quel tal governo o parlamento che egli crede necessario alla vita sociale, dovrà avere a sua disposizione una forza armata. Nel caso che no, allora davvero che la differenza tra noi sarebbe poca cosa, poichè io sopporterei di buona grazia un governo… che non potrebbe obbligarmi a nulla”. A questa domanda Merino risponde nel n. del 16 dicembre 1897 con un articolo dal titolo Uso ed abuso della forza, in cui sostiene che l’uso della forza dovrà essere riservato ai casi estremi dai cittadini all’uopo chiamati e non dalle istituzioni “come già in Inghilterra e negli Stati Uniti”. In altri termini Merlino cerca di eludere la domanda, oppure crede realmente che la “guardia nazionale” sia espressione della libera volontà della popolazione tutta e non abbia nulla a che fare con il governo.
–SOCIALISMO LEGALITARIO E SOCIALISMO ANARCHICO. L’INTERVISTA DI CIANCABILLA E LA POLEMICA CON L`AVANTI!
a. “La situazione del movimento e le sue prospettive””: Titolo originale Un’intervista, fatta a Malatesta da G. Ciancabilla allora redattore dell’”Avanti!” e poi anarchico. L’intervista venne pubblicata sull’”Avanti!” del 3 ottobre 1897. Ciancabilla per non denunciare la presenza di Malatesta in Ancona, finge di averlo intervistato “in una piccola stazione di provincia, tra l’arrivo e la partenza di un treno”.
b. “L’abbandono dei pregiudizi marxisti”: Titolo originale Conferma, in “L’Agitazione”, 14 ottobre 1897.
c. “Gli “sbandamenti” giustificati dell’Avanti!”: Titolo originale “Chiarimento” in L’Agitazione del 28 ottobre 1897.
–ELEZIONI E VOTAZIONI
a. ““Anarchici” elezionisti”: pubblicato in “Pensiero e Volontà”, 15 maggio 1924.
b. “L’astratto rigorismo degli “intransigenti””: lettera a Luigi Fabbri datata Roma 18 maggio 1931, poi pubblicata in “Studi Sociali” del 30 settembre 1932. La lettera è stata pubblicata nell’epistolario curato da Bertolucci, pagg. 314-317. Nella lettera, viene riportato nel libro di Bertolucci, “Malatesta esprime il proprio pensiero sui fatti di Spagna e pre­cisa il valore attribuito alla parola giustizia.”

3. Gli anarchici e il movimento operaio
–SINDACALISMO E MOVIMENTO SINDACALE
a. “Il sindacalismo al congresso anarchico di Amsterdam”: pubblicato in “Almanacco della Rivoluzione”, Paterson, N.J., 1907, pp. 19-22.
b. “Gli anarchici e le leghe operaie”: pubblicato in “Volontà”, Ancona, 20 settembre 1913.
–NECESSITÀ E PROBLEMI DEL MOVIMENTO OPERAIO
a. “Gli anarchici nel movimento operaio”: pubblicato in “Umanità Nova”, Roma, 26, 27 e 28 ottobre 1921.
b. “La funzione del sindacato nella rivoluzione”: pubblicato in “Umanità Nova”, 13 Aprile 1922. Malatesta richiama qui l’articolo pubblicato nel numero del 6 aprile 1922.
c. “L’illusione dello sciopero generale”: titolo originale “Lo sciopero generale”, in “Umanità Nova”, 7 giugno 1922.
–IL SINDACATO COME MEZZO DI LOTTA E DI EDUCAZIONE RIVOLUZIONARIA E COME NUCLEO FUTURO DI RIORGANIZZAZIONE SOCIALE
a. “L’organizzazione sindacale oggi e domani”: titolo originale La condotta degli anarchici nel movimento operaio (Rapporto al Congresso Anarchico Internazionale di Parigi del 1923) in “Fede”, Roma, 30 settembre 1923.
b. “L’unità sindacale”: pubblicato in “Pensiero e Volontà”, 16 febbraio-16 marzo 1925.

4. Le idee ed i fatti
–LA CRISI ATTUALE DELL’ANARCHISMO NEL MOVIMENTO SOCIALE
a. “Via e mezzi”: titolo originale “Quel che vogliamo”, in “Volontà”, 8 giugno 1913.
b. “Insurrezionismo o evoluzionismo?”: pubblicato in “Volontà”, 1 novembre 1913
–LA SETTIMANA ROSSA
a. “La rivoluzione in Italia. La caduta della monarchia sabauda”: “Manifesto degli anarchici al popolo”, pubblicato in “Volontà” del 17 giugno 1914, probabilmente scritto da Malatesta. Nel supplemento al n. 17 di “Volontà” dell’aprile 1914, gli anarchici anconetani avevano indirizzato un manifesto ai socialisti riuniti a congresso nazionale nella loro città, Il manifesto, scritto certamente da Malatesta, invitava i socialisti a porsi su una piattaforma rivoluzionaria insieme con gli anarchici, a “tornare alle origini”, a smetterla con le posizioni equivoche ed a schierarsi contro lo Stato e fuori dello Stato.
b. “E ora?”: Articolo non firmato, ma di Malatesta, In “Volontà”, 20 giugno 1914.
c. “Movimenti stroncati”: pubblicato su “Umanità Nova”, 28 giugno 1922.
–LA GRANDE SPERANZA
a. “L’alleanza rivoluzionaria”: pubblicato su “Umanità Nova”, 13 marzo 1920.
b. “Le due vie: riforme e rivoluzione”: pubblicato su “Umanità Nova”, 12 agosto 1920.
c. “Il censimento dei rivoluzionari”: titolo originale La “fretta” dei rivoluzionari”in “Umanità Nova”, Roma, 6 settembre 1921 (polemica con il socialista “La Giustizia” di Reggio E.)
d. “Movimenti stroncati”: pubblicato su “Umanità Nova”, 28 giugno 1922. Il “pezzo” qui riportata era preceduto da due pagine sulla “settimana rossa” riprodotta nel precedente paragrafo.
–UN’ORGANIZZAZIONE ED UN PROGRAMMA
a. “L’Unione Anarchica Italiana”: titolo originale La condotta degli anarchici nel movimento sindacale cit. e già in parte riportato, in “Fede”, 30 settembre 1923.
b. “Il programma comunista anarchico”: il programma era stato già pubblicato a puntate nella “Questione Sociale” di Patterson del 1899 ed era stato poi raccolto in opuscolo dal gruppo socialista-anarchico “L’Avvenire” di New London, Connecticut, nel 1903 e ripubblicato a Patterson nel 1905. Nell’edizione del 1920 proposta al congresso e da esso pienamente accettata, Malatesta aveva apportato alcune modifiche. Il programma è ancor oggi adottato dalla Federazione Anarchica Italiana, nonostante il mutamento dei tempi e delle condizioni obiettive e nonostante il mutamento del patto federale organizzativo della FAI. Del programma si riproducono qui alcune parti, dal momento in cui le altre sarebbero una ripetizione di “pezzi” già riportati o che si riproducono nelle pagine seguenti.
c. “Organizzatori ed antiorganizzatori”: pubblicato su “Umanità Nova”, 20 giugno 1922.
d. “Lo spontaneismo e l’organizzazione”: titolo originale “La fine dell’anarchismo di Luigi Galleani”, in “Pensiero e Volontà”, 1 giugno 1926.
e. “Individualismo e organizzazione”: titolo originale Nota all’articolo “Individualismo anarchico” di Adams, in “Pensiero e Volontà”, 1 agosto 1924. L’Adams aveva polemizzato con l’art. pubblicato da Malatesta nel n. del periodico del 1 luglio 1924.
–IL GOVERNO RIVOLUZIONARIO E LA DITTATURA DEL PROLETARIATO
a. “La dittatura del proletariato”: lettera a Luigi Fabbri sulla “Dittatura del proletariato” (premessa al libro “Dittatura e Rivoluzione”), datata Londra 30 luglio 1919, in “Volontà” Ancona, 16 agosto 1919 e apparsa poi come prefazione al vol. di L. Fabbri, “Dittatura e Rivoluzione”, Ancona, 1921.
b. “Il governo rivoluzionario dei socialisti”: titolo originale “Gli anarchici e i socialisti”, in “Umanità Nova”, 1 maggio 1920.
c. “La ricetta dei comunisti”: titolo originale “Le due vie: libertà o dittatura” in “Umanità Nova”, 15 agosto 1920.
d. “Bolscevismo e anarchismo”: titolo originale “A proposito del libro “Dittatura e Rivoluzione” di L. Fabbri”, Ancona 1921, in “Libero Accordo”, Roma 7 novembre 1923. L’art. è la prefazione dell’ed. spagnola del vol. di Fabbri, pubblicata a Buenos Aires nel 1923 ma fu scritto da Malatesta nel luglio 1922
–L’ALLUVIONE FASCISTA
a. “Analisi di un errore”: titolo originale “Ricominciando: il compito dell’ora presente”, in “Umanità Nova” Roma, 21 agosto 1921.
b. “Che fare?”: pubblicato su “Umanità Nova”, 26 agosto 1922
c. “La fallita ricerca di alleanze”: titolo originale Discorrendo di rivoluzione, in “Umanità Nova”, 25 novembre 1922.
d. “Mussolini al potere”: ibidem
e. “I nostri propositi”: pubblicato su “Pensiero e Volontà”, 1 gennaio 1924.
f. “Dopo un’eventuale trionfo insurrezionale”: pubblicato su “Pensiero e Volontà”, 1 ottobre 1924.
g. “Repubblica “democratica”?”: titolo originale Repubblica?, in “Pensiero e Volontà”, 16 ottobre 1925.
h. “Perchè voglio rimanere in Italia”: lettera a G. Damiani da Roma nel 1926. Malatesta era stato ed era sollecitato da diversi ad abbandonare il paese. La lettera, apparsa nella “Adunata dei Refrattari” del 28 agosto 1932, spiega i motivi del suo rifiuto. La lettera è contenuta nel libro curato da Bertolucci Rosaria, “Errico Malatesta. Epistolario 1873-1932. Lettere edite ed inedite”, pagg. 36-37.

5. Alla ricerca dell’anarchismo: problemi da approfondire
–IL GRADUALISMO ANARCHICO
a. “La rivoluzione in pratica”: pubblicato su “Umanità Nova”, 7 ottobre 1922. L’articolo è parte della relazione delle discussioni del Convegno Internazionale Anarchico di Bienne (Svizzera) tenuto in occasione del cinquantenario del congresso antiautoritario di Saint-Imier del settembre 1872.
b. “anarchia e anarchismo”: titolo originale Ancora sulla rivoluzione in pratica, in “Umanità Nova”, 14 ottobre 1922.
c. “Gradualismo e realismo”: titolo originale “Anarchismo e riforme”, in “Pensiero e Volontà”, 1 marzo 1924.
d. “Il possibilismo anarchico”: titolo originale Gradualismo, in Pensiero e Volontà, 1 ottobre 1925.
–GRADUALISMO. CHIARIMENTI, DIVERGENZE ED ERRORI
a. “Rimasticature autoritarie”: pubblicato su “Il Risveglio”, 1 maggio 1931.
b. “L’errore del “tutto e subito””: titolo originale “A proposito di revisionismo”, in “L’Adunata dei Refrattari”, 1 agosto 1931.
e. “Un governo di “anarchici”?”: titolo originale “Un governo che non è governo”, in “L’Adunata dei Refrattari”, 26 dicembre 1931.
d. “Il rovescio della medaglia: l’attendismo dei compagni spagnoli”: La lettera del 9 giugno 1931, indirizzata al “Carissimo Adolfo” in “L’Adunata dei Refrattari”, 20 agosto 1932; quella del 7 marzo 1932, indirizzata ad A.Borghi, in E. MALATESTA, “Scritti scelti”, Napoli, 1954, pp.230-232. La lettera è contenuta nel libro curato da Bertolucci Rosaria, “Errico Malatesta. Epistolario 1873-1932. Lettere edite ed inedite”, pagg. 322-324, 352-354
–I PROBLEMI DELLA RICOSTRUZIONE
a. “La nostra “mania ricostruttoria””: titolo originale “Discorrendo di Rivoluzione” in “Umanità Nova”, 25 novembre 1922.
b. “Lo sviluppo delle idee e la loro applicazione alle attuali contingenze”: titolo originale “Intorno al “nostro” anarchismo”, in “Pensiero e Volontà”, 1 aprile 1924.
e. “Il pericolo dell’interruzione rivoluzionaria”: titolo originale Demoliamo e poi?, in “Pensiero e Volontà”, 16 giugno 1926. L’articolo fa seguito alla recensione di Malatesta al libro di Luigi Galleani, riprodotta nel capitolo precedente, sotto il titolo “L’antiorganizzazione degli adunatisti”.
d. “La sicurezza pubblica”: titolo originale “E poi?”, in “Pensiero e Volontà”, 1 agosto 1926.
–IL RUOLO DEL MOVIMENTO ANARCHICO
a. “Revisionismo anarchico?”: titolo originale “A proposito di “revisionismo anarchico””, in “Pensiero e Volontà”, 1 maggio 1924.
b. “La funzione degli anarchici”: titolo originale “Gli anarchici nel momento attuale”, in “Vogliamo”, Biasca, giugno 1930.
e. “La libera sperimentazione”: titolo originale “Questione di tattica”, in “Almanacco Libertario pro vittime politiche”, Ginevra, 1931.

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Malatesta Errico, “Il suffragio universale”

Edito da Baraldi & Fleischmann, Mantova, 13 p.

“Per lunghi anni i partigiani della democrazia (che significa governo del popolo) han sostenuto che il suffragio universale è la fonte legittima del diritto ed il rimedio a tutti i mali sociali. Quando tutti hanno diritto al voto, essi dicono, il popolo manderà al potere i suoi amici e farà trionfare la sua volontà. Se le istituzioni che fonderanno gli eletti dal voto popolare non saranno perfette, se questi tradiranno gl’interessi dei loro mandati, gli elettori non avranno che da dar la colpa a loro stessi, e votar meglio un’altra volta. Anzi, aggiungono i più radicali, per maggior sicurezza si può stabilire la revocabilità del mandato ed il referendo, vale a dire che gli elettori sono sempre liberi di destituire il loro eletto e nominarne un altro, e che le leggi fatte dai deputati non sono valide se non dopo di essere state approvate dal popolo per voto diretto.”

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Note dell’Archivio
-Il testo di Malatesta venne pubblicato su “La Questione Sociale”, Paterson, New Jersey, A. 5, nuova serie, n. 6, 14 ottobre 1899. Attualmente è contenuto nel libro curato da Turcato Davide, “Errico Malatesta. Opere Complete. Verso l’Anarchia. Malatesta in America, 1899-1900”, edizione ZIC-La Fiaccola, Luglio 2012, pagg. 70-75
Fedeli, nella bibliografia di Malatesta, riporta che questo articolo venne pubblicato come “El Sufragio Universale” su “La Questione Sociale” di Buenos Aires, A. 1, n. 6, 15 Dicembre 1894. Successivamente venne pubblicato dal giornale “Combattiamo!” di Carrara come opuscolo nel 1903. Questa indicazione si trova a pagina 23 del testo di Fedeli.

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