Malatesta Errico, “Fra contadini”

Edito da Biblioteca della “Questione Sociale”, Paterson, 1898, VI+63 p.
Edito da Edizioni RL, Napoli, 1948, 36 p.

Prefazione dell’edizione della Biblioteca della “Questione Sociale”
Cari amici della QUESTIONE SOCIALE.
Un bravo di cuore per la decisione da voi presa, di fare una nuova edizione italiana dell’opuscolo Fra Contadini, del nostro compagno Errico Malatesta.
Il momento non può essere più opportuno. Il risveglio del nostro partito in Italia, dovuto in molta parte anche alla simpatia colla quale generalmente viene accolta la tattica che esso ora segue e all’indirizzo pratico dell’attuale metodo di propaganda, tattica ed indirizzo che voi pure adottaste pel vostro giornale, richiede la pubblicazione di opuscoli, che rispondano alla necessità di propagare le nostre idee in modo popolare, con chiarezza di concetto, senza incomprensibili astrazioni; in maniera, infine, ben netta e definita, affinchè siano scartate quelle deplorevoli confusioni, che in più o meno buona fede, si erano infiltrate nella nostra propaganda ed avevano tal volta deviato la praticità che il Partito Socialista Anarchico deve avere, sia nei mezzi di lotta, sia nelle sue finalità.
Ed, invero, tra gli innumerevoli opuscoli di propaganda che si sono pubblicati un po’ dappertutto, pochi, a mio credere, possono competere con quello del Fra Contadini per la sua efficacia, e per lo scopo a cui risponde e pel quale fu compilato. Esso, colla sua forma dialogata, con linguaggio famigliare, e senza alcuna pretesa letteraria, dà una idea generale di quel che si propongono i socialisti anarchici; rileva le ingiustizie sociali contro le quali essi insorgono; mette a nudo i difetti e le anormalità dei partiti borghesi, dimostrando con logica rigorosa la loro impotenza a migliorare le tristi condizioni del proletariato nel presente stato sociale, [ii] mentre con critica serrata, combatte la tattica elettorale dei socialisti legalitari e finalmente risponde vittoriosamente alle obbiezioni che più comunemente si fanno contro l’attuazione del sistema sociale che il nostro partito va propagando.
Certamente l’opuscolo Fra Contadini non ha la pretesa di essere un lavoro di gran mole, e costituire, perciò un rivolgimento del pensiero umano. No, esso è semplicemente un libro di propaganda elementare, nel quale però stanno racchiuse tutte le idee generose che sono orgoglio e gloria del nostro partito, e serve principalmente a schiudere alle intelligenze, anche le meno sviluppate, quei larghi orizzonti di benessere sociale ed individuale, di cui spesso nemmeno supponevano l’esistenza.
È un libro morale, nel senso vero della parola, da dove traspira un sincero amore pei derelitti, e l’odio, non contro gli uomini, ma contro i sistemi e le istituzioni che rendono egoisticamente malvagi i pochi privilegiati, detentori di tutte le ricchezze sociali.
A dimostrare poi come questo opuscolo Fra Contadini sia stato apprezzato, nel modo che gli si conveniva dal proletariato internazionale, è utile si sappia che mai, fin’ora, altri opuscoli di propaganda hanno avute tante edizioni, e sono stati tradotti in tanti idiomi diversi, come esso lo è stato
[…]
Parecchie altre pubblicazioni del Fra Contadini in italiano e traduzioni in lingue straniere hanno veduto la luce, ma non è stato possibile rintracciarne delle indicazioni positive.
Colla nuova edizione italiana che vi proponete pubblicare, risponderete altresì a coloro i quali credono che il partito socialista anarchico, abbia in questi ultimi [v] tempi essenzialmente modificato il proprio ideale, abbandonata la linea di condotta che seguiva ed inaugurata la tattica dell’organizzazione. Mostrerete invece che l’attuale risveglio del partito socialista anarchico, non solo in Italia, ma dovunque, è dovuto appunto ad essere ritornato a quella sana, attiva e pratica propaganda, la quale per altro non esclude nessun atto rivoluzionario coscientemente fatto e perciò chiaramente compresa e benignamente apprezzata dalle masse, che fu attivamente, con fervente apostolato, propugnata fin dal primo manifestarsi dell’anarchismo in Italia — che di molti anni ha preceduto il socialismo legalitario — e l’opuscolo Fra Contadini, edito per la prima volta in Firenze nel 1884, ne fa prova luminosa.
Dalla succinta recensione del Fra Contadini, chiara apparisce l’importanza di questo opuscolo, le cui edizioni sono rapidamente esaurite. Risalta altresì la necessità di diffonderlo ovunque in abbondanza per acquistare tra le masse indifferenti, adepti numerosi, coscienti e convinti della bontà e della praticità dei nostri ideali.
Le autorità, specialmente in Italia, sempre timorose, perchè prive d’ogni senso di libertà e di giustizia; trovano che questo semplice e persuasivo opuscolo sia altamente pericoloso alle classi dirigenti, da cui esse emanano, e “more solito” calpestando ogni più elementare principio di legalità, si oppongono con ogni mezzo, alla sua pubblicazione ed alla sua diffusione, talchè anche i bravi compagni di Torino, che tanto meritano per l’indefessa propaganda che fanno colle loro pubblicazioni della Biblioteca di Studi Sociali, i quali, essi pure, avevano riconosciuto i vantaggi e la necessità di fare una nuova edizione del Fra Contadini; ultimamente si sono visti, dalla prepotenza sbirresca, che è sola legge imperante in Italia, scomporre questo opuscolo che avevano già in preparazione, e minacciati di processo, in questo caso, sinonimo di condanna — dati [vi] “l’imparzialità” della magistratura del “bel paese” se avessero persistito a che l’opuscolo vedesse la luce.
A voi adunque, cari compagni della Questione Sociale, incombe adesso il gradito dovere di fare la pubblicazione al più presto del Fra Contadini, e farla a grande tiratura. La nostra propaganda ne avvantaggerà indubbiamente mentre avremo altresì il curioso e dilettevole spettacolo di ammirare le “paterne” autorità rodersi di rabbia… “vuota stringendo la terribil ugna!”
Cordialmente della causa e vostro.
F. Cini”

Prefazione dell’edizione RL
“Questo piccolo gioiello della letteratura rivoluzionaria ed anarchica., come lo defìnì Luigi Fabbri, non ha bisogno di una particolare presentazione. Basterà ricordare che fu scritto da Errico Malatesta nel 1883, a Firenze, nel tempo in cui il nostro compagno compilava il periodico La Questione Sociale. La prima edizione uscì appunto in Firenze nel 1884 e ben presto si apre la serie delle traduzioni. Pietro Kropotkine ne curò l’edizione francese, nel 1887, e nel 1891 uscì l’edizione inglese. Moltissime sono le edizioni nelle diverse lingue: spagnola, tedesca, rumena, olandese, norvegese, boema ecc. ecc. Se ne hanno traduzioni in ebraico, in armeno e in fiammingo. A Parigi, nel 1898, fu stampata la prima edizione cinese. Innumerevoli sono le edizioni pubblicate in Italia. Nel 1923, a cura del periodico Fede, se ne ebbe una edizione riveduta dallo stesso Malatesta ed è quello il testo da noi riprodotto nella edizione presente. Il successo dell’opuscolo testimonia da sè l’importanza dello scritto e la sua grande efficacia per la propaganda. Vi parlano due contadini, nel limpido dialogo spoglio di frasi retoriche, così semplice e umano, ed è perciò specialmente adatto alla propaganda fra il proletariato delle campagne. Ma la lettura dell’opuscolo è utile a tutti i lavoratori indistintamente poichè vi si affronta l’intero problema sociale, sotto tutti gli aspetti. E le argomentazioni conquidono ben presto il lettore perchè Malatesta, con l’arte garbata del dialogo, dopo aver parlato al cuore sa far ragionare convenientemente il cervello. Tutti gli scritti di Errico Malatesta, come è ben noto, hanno il sorprendente pregio di sembrare scritti oggi, per i problemi attuali. Anche questo dialogo darà perciò, ai contadini ed ai lavoratori, l’impressione di trattare argomenti sommamente aderenti alla realtà contemporanea, tanto vivi e veri sono i ragionamenti di Giorgio, l’anarchico che con fede di apostolo spiega al proprio compagno di lavoro che cosa vogliono gli anarchici e che cosa è l’anarchia.”

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Note dell’Archivio
-Come riportato da Fedeli Ugo in “Errico Malatesta. Bibliografia”, “Fra Contadini” venne pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1884, curato dal giornale “La Questione Sociale”. La prima edizione del testo di Malatesta, stando a quanto riporta Fedeli, “aveva per titolo “Propaganda socialista fra contadini””, in cui “manca l’ultima parte, complessivamente 15 pagine e aggiunte solo nell’edizione di Londra del 1891”.
-La prefazione dell’edizione del 1898 è di Francesco Ferdinando Cini.

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Malatesta Errico, “Al caffè”

Editato da Mediateca, Luglio 2004, 88 p.

“Pur essendo l’ideale utile e necessario come faro che indica la meta ultima, la questione urgente è quella di ciò che si deve fare oggi e nel domani immediato. Noi vogliamo una società in cui ognuno abbia i mezzi per vivere come gli pare, ma nessuno possa costringere gli altri a lavorare per lui, nessuno possa obbligare un altro a sottoporsi alla sua volontà. Gli uomini non sanno come fare per essere liberi, o se lo sanno, non vogliono fare quello che occorre per liberarsi. E perciò restano schiavi. Ma noi speriamo che più presto che voi non crediate essi sapranno e vorranno. Allora saranno liberi.”

Attraverso i dialoghi tra vari personaggi di diversa estrazione sociale, economica e cultura, Malatesta espone in questo confronto sia una critica al potere costituito e culturale che le ragioni dell’anarchismo e della sua portata rivoluzionaria.

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Note dell’Archivio
-Come riportato da Fedeli Ugo in “Errico Malatesta. Bibliografia”, il testo completo di “Al caffè”. Conversazioni sull’anarchismo” venne pubblicato a Bologna nel 1922, editato da “Volontà”.
In passato vi erano state altre versioni del testo di Malatesta. Questa del 1922, però, fu quella completa e seguita “da una « nota » di Luigi Fabbri,” “la prima completa dei dialoghi, incominciati dal Malatesta nel 1897 mentre si trovava ad Ancona a redigere il giornale «L’Agitazione», interrotti al decimo dialogo causa le persecuzioni poli­ziesche che lo costrinsero a lasciare Ancona, e completati nel 1913, quando rientrato in Italia, sempre ad Ancona, redigeva il settimanale « Volontà », riveduti ed ampliati nel 1920, quando rientrato ancora una volta si accingeva a dirigere il quotidiano « Umanità Nova », aggiungendovi altri quattro dialoghi. Si devono quindi ritenere complete solo le edizioni avvenute dopo quest’anno.” (pag. 14)
-In questa versione elettronica manca la nota di Luigi Fabbri

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Malatesta Errico, “Lo sciopero. Dramma in 3 atti”

Edito da, Libreria del Risveglio, Ginevra, 1933, 15 p.

A proposito di questo lavoretto, scritto per contentare i compagni filodrammatici di Londra, Luigi Fabbri ci scrive: Non mi dispiace che tu pubblichi Lo Sciopero. Io però non avrei potuto farlo neppure se ne avessi avuto il manoscritto, perchè Errico quando me lo fece leggere a Londra nel 1906, mi fece promettere formalmente nel modo più assoluto, che non lo avrei mai pubblicato neppure se mi fosse venuto tra le mani a mezzo d’altri. È quindi mio dovere di dire a te la stessa cosa; ma ormai, quando ti arriverà la presente, tu lo avrai già pubblicato nel Risveglio e… cosa fatta capo ha! Però sarebbe bene che nel corpo dell’opuscolo che ne farai a parte, tu faccia cenno di questa espressa volontà di lui, avvertendo che la sua contrarietà alla pubblicazione rispondeva a scrupoli esclusivamente letterari e non, si capisce, a causa delle idee e sentimenti che vi diceva rispondenti del tutto al suo pensiero. Non mancare di mettervi la data: (1906 o prima). Ecco accontentato l’amico Fabbri. Se ci è permessa un’opinione nostra, diremo che il dialogo spigliato e l’azione condensata del dramma di Malatesta ci paiono dargli anche qualche pregio letterario.

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Malatesta Errico, “La politica parlamentare nel movimento socialista”

Edito da L’Associazione, Londra, 1890, 31 p.

Analisi di Malatesta sul fenomeno del suffragio elettorale, sui rapporti dei socialisti col parlamentarismo e la differenza tra socialisti autoritari e anarchici. Lo scritto, pubblicato nel 1890, mette a nudo sia l’anima borghese del suffragio elettorale che la piega opportunista (e di distorsione dell’ideale di liberazione) del socialismo parlamentare.

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Malatesta Errico, “L’anarchia. Il nostro programma”

Edito da Datanews, Roma, 2001, 67 p.

“Anarchia è parola che viene dal greco, e significa propriamente senza governo: stato di un popolo che si regge senza autorità costituite, senza governo.” Con queste parole si apre “L’anarchia”, accompagnato in questa sede da un vero e proprio programma d’azione del movimento, “Il nostro programma”. Due documenti storici che delineano con chiarezza ed efficacia i tratti salienti del pensiero anarchico ma anche due testi che conservano intatta, oggi più che mai, la loro carica eversiva e rivoluzionaria, contribuendo nello stesso momento a sfatare alcuni luoghi comuni tradizionalmente associati all’anarchismo.

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Malatesta Errico, “Il programma comunista anarchico rivoluzionario. In appendice Risoluzione del Congresso di Saint Imier. 1872”

Edito da Edizioni Organizzazione AnarcoComunista Napoletana, Napoli, [data sconosciuta], 22 p.

Il Programma Comunista Anarchico Rivoluzionario di Errico Malatesta (che risale al 1919) è il più noto testo di propaganda anarchico. Sintetica in maniera non banale, con un linguaggio semplice ed immediato, le tesi fondamentali della corrente anarcocomunista del movi­mento operaio e socialista. Può essere considerato l’equivalente del Manifesto del Partito Co­munista di Marx ed Engels per ciò che concerne la diffusione di massa delle tesi della corrente anarchica. In appendice, il Programma di Saint-Imier del 1872 — una sintesi delle risoluzioni della cosiddetta “Internazionale Comunista Antiautoritaria” tenutosi a Saint Imier nel 1872, considerate dagli storici l’atto ufficiale di nascita dell’anarchismo.

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Malatesta Errico, “Il buon senso della rivoluzione”

Edito da Eleuthera, Milano, 1999, 244 p.

A causa della sua intensa vita militante, Malatesta non ha lasciato un’opera che possa dare organicamente conto del suo pensiero, sparso piuttosto negli innumerevoli articoli pubblicati sulla stampa anarchica. D’altronde, il tempo storico di Malatesta non è quello della fondazione della dottrina, ma quello della sua attuazione. La differenza sostanziale tra lui e i pensatori classici che lo hanno preceduto, in particolare Proudhon, Bakunin o Kropotkin, è infatti che questi ultimi erano impegnati a costruire la logica del discorso, mentre l’anarchico italiano è interessato a verificarne la coerenza interna e la validità effettuale. Non solo quindi l’azione è cruciale nel discorso malatestiano, ma il suo contributo teorico può essere colto in pieno solo nel quadro complessivo delle esperienze storiche del movimento anarchico italiano e internazionale. Questa antologia raccoglie dunque solo una piccola parte degli articoli scritti da Malatesta nei suoi sessant’anni di militanza, di fatto privilegiando gli ultimi dieci anni della sua vita, quando si ritrova in una congiuntura storica più favorevole a sviluppare appieno quella che è sempre stata la sua concezione del mutamento sociale: una saggia e dirompente miscela di buon senso e utopia.

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Nota dell’Archivio
-Manca l’Introduzione di Giampietro Nico Berti.
-Nell’ultima versione del 2018 il libro è stato titolato “Buon senso e Utopia”. Nella nota del curatore viene riportata la seguente: “La presente antologia è composta esclusivamente di articoli e saggi scritti nell’ultimo periodo della vita di Errico Malatesta, vale a dire gli anni che corrono dal 1919 al 1932. Tale scelta è dettata dalla constatazione che il periodo della sua «maturità» politica e culturale, sebbene dati senz’altro dalla fine dell’Ottocento (con la pubblicazione del periodico «L’Agitazione», Ancona, 1897), coincida in gran parte con il primo dopoguerra. E ciò perché il grande anarchico italiano, per una serie di contingenze particolari (per esempio, l’uscita del quotidiano «Umanità Nova»), ha modo solo allora di precisare e approfondire le sue idee intorno ad una serie di questioni, precedentemente trattate in modo sporadico e occasionale. Specialmente con gli articoli e i saggi apparsi tra il 1924 e il 1926, pubblicati nella rivista «Pensiero e Volontà», Malatesta giunge al definitivo approfondimento della sua sessantennale riflessione teorica, frutto di un’esperienza politica, culturale ed esistenziale che nel movimento operaio e socialista non ha precedenti.”

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Malatesta Errico, “Anarchismo e violenza”

Edito da Anarchismo Edizioni, Trieste, Novembre 2013, 59 p.

Nota introduttiva di Alfredo Maria Bonanno
Parrebbe una difesa contro l’accusa di pacifismo ad oltranza e in questi articoli, al contrario, viene ribaltata non solo l’accusa – assolutamente fuori luogo e per giunta proveniente da pulpiti non certo adeguati – ma viene, con grande attenzione, indicato il limite che la violenza rivoluzionaria finisce col trovare in se stessa, nel proprio fondamento morale e nell’obiettivo che deve sapersi dare di contribuire a realizzare la libertà non solo degli anarchici ma di tutta l’umanità, sfruttatori compresi.
Ora, siccome la strada è lunga, e il percorso liberatorio indicato, con relative precisazioni riguardo il reperimento dei mezzi organizzativi e dei metodi di attacco per realizzare questa violenza liberatrice, è accidentato, ci sono molti poveri di spirito che finiscono per bloccarsi nel corso delle tante realizzazioni – acquisizioni e perdite comprese – e, fermandosi, si arroccano sulla difesa di quello che sono riusciti a stringere fra le mani, e accuratamente lo difendono, diventando, con sfumature più o meno sgradevoli, piccoli “proprietari” di miserabili appezzamenti di “libertà”, mentre la libertà si contrae in un sogno ormai alimentato solo da contributi letterari, in genere di scadente qualità.
E del ritorno ai progetti di un tempo? e quella violenza che doveva scardinare le porte del vecchio mondo? È possibile che non si sia capito che ogni volta bisogna ricominciare daccapo? che non ci sono fatti rivoluzionari compiuti una volta per tutte?
Quello che Malatesta ci dice, a volte chiaramente a volte fra le righe, è proprio questo. La violenza è indispensabile, ma da sola non risolve per sempre i problemi della rivoluzione, questi si ripresenteranno sempre e quindi occorrerà sempre tornare ad attaccare i futuri sopraffattori, con una nuova violenza liberatrice, fin quando questa stessa violenza diventerà superflua per avere finalmente ottenuta la libertà non solo per gli anarchici ma per tutti.
Ci dispiace, ancora una volta, di guastare i sogni pacifici dei reduci e degli ex combattenti

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Ippolita, “Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale”

Edito da Eleuthera, Milano, 2005, 128 p.

Gli hackers fanno molto e dicono poco. Ma, nell’era della tecnocultura, hanno molto da insegnarci: la passione per la tecnologia, la curiosità che li spinge a metterci sopra le mani, a smontare per comprendere, a giocare con le macchine, a condividere i codici che creano. Essere pirati informatici significa essere pirati della realtà. Essere protagonisti attivi, agire e non subire il cambiamento; usare la tecnologia per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri; porsi in un continuo dialogo con il flusso di informazioni delle reti, informatiche e umane. L’etica hacker, le pratiche di condivisione e cooperazione interessano ora anche il mercato, che ha assunto il metodo di sviluppo delle comunità hacker per risollevarsi dopo la bolla speculativa della net economy. I termini cambiano poco, da software libero (free software) a software aperto (open source), ma in realtà cambia tutto. Il passaggio è doloroso: la curiosità per il nuovo diventa formazione permanente, la fluidità delle reti diventa flessibilità totale, la necessità di connessione per comunicare diventa lavoro 24 ore su 24: semplici ed efficaci slogan del mercato globale. La cultura hacker cerca allora di elaborare nuove vie di fuga, insistendo sulla forza delle comunità e sulla responsabilità delle scelte individuali.

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Detour, “La canaglia a Genova”

Autoproduzione Il Sottovoce, 2006, 52 p., Seconda Edizione

E’ passato un anno dalle giornate del G8 e il cosiddetto movimento antiglobalizzazione si appresta a celebrare l’ennesima scadenza ricordando le giornate di un anno fa soltanto per la repressione poliziesca e per la morte di Carlo Giuliani. In pochi sembrano pensare – e nessuno osa dire – che se la polizia ha represso duramente, è stato soprattutto perché si era creata una situazione che le era sfuggita di mano, e che Carlo Giuliani è stato ucciso brutalmente – rispetto ai modi molto più raffinati con cui il dominio uccide e lobotomizza quotidianamente e tanto più tristemente milioni di suoi simili – perché quel giorno, assieme ad altre migliaia di persone, aveva avuto il coraggio di ribellarsi.
Il lamento e la celebrazione del lutto odierni sono gli strumenti per fare in modo che si continui a passare sotto silenzio quello che ha fatto e fa tuttora male a tutti, tanto ai fedeli servitori dell’ordine del mondo quanto ai suoi supposti contestatori. Prima del G8 era logico ritenere che nulla di interessante sarebbe potuto accadere: la logica dell’appuntamento e la costruzione di una trappola militare, nonché il monopolio mediatico delle lobbies sinistre (tute bianche, social forum, cattolici, ambientalisti e rifondati) nella gestione della “protesta” ufficiale e concordata facevano pensare che nessun contenuto interessante avrebbe potuto trovare sfogo a Genova. In questa situazione qualcosa è invece accaduto: l’organizzazione spettacolare dei professionisti della contestazione concordata è stata rifiutata da migliaia di persone che hanno deciso di fare a modo loro e di contestare realmente il potere che si manifestava attraverso l’organizzazione dello spazio urbano e la massiccia presenza poliziesca, attaccando direttamente entrambe. Se la lettura dei testi scelti e proposti restituisce in modo già esauriente (a partire dal testo di Montaldi sull’eredità genovese del ’60) lo scacco che è stato dato agli “opportunisti di sinistra” (magra consolazione, potrebbe dire più d’uno), ci sembra invece opportuno insistere subito sull’unico aspetto, finora totalmente ignorato, carico di potenzialità costruttive: migliaia di persone si sono impadronite di interi quartieri di Genova (Foce, Marassi, San fruttuoso e parti di Albaro e Castelletto), liberando le vie dal dominio capitalista.
Il dibattito post-G8 nell’ambiente “antagonista” si è esaurito nel difendere lo spirito anarchico del cosiddetto black bloc dalla ridicola accusa di essere un esercito di infiltrati e poliziotti e nel legittimare moralmente l’azione diretta. Questa doppia operazione difensiva non ha permesso di rilanciare i contenuti delle giornate genovesi oltre la denuncia della feroce repressione poliziesca. Detto quanto sia poco interessante filosofeggiare non solo sulla moralità dell’atto distruttivo (su cui poche persone di buon senso hanno da ridire), ma anche sulla stucchevole distinzione tra l’incendio di un auto proletaria o di una borghese o il saccheggio di un megastore invece che di una piccola bottega (e qui le remore aumentano da parte di chi non vede nel capitalismo un sistema di relazioni sociali concrete così oppressivo da meritare un attacco senza mediazioni) vale invece la pena sottolineare il pericolo strategico e politico di un nichilismo che non sa superarsi.
Gesto carico di significato e potenzialità quando compiuto da un casseur di periferia nel flusso della vita quotidiana come rifiuto per la vita di merda a cui è destinato, l’atto distruttivo diventa “spettacolo del rifiuto” – che già quarant’anni fa era stato identificato come una delle trappole più subdole tese dal recupero capitalista sulle forme di vita – quando viene proposto da un militante politico in occasione di un summit internazionale, circondato da telecamere e giornalisti. Se il progetto radicale è quello di ritagliarsi uno spazio all’interno degli appuntamenti fissati dal dominio e gestiti dai contestatori da esso addomesticati per praticare l’azione diretta contro i “simboli” del capitalismo, non resta che riconoscere lo scacco e andare altrove, ricordando come già negli anni Sessanta, nell’Amsterdam dei Provos, le agenzie di viaggio fossero arrivate al punto di organizzare finte guerriglie urbane a cui far partecipare i turisti, e sottolineando che le vere forme contemporanee di sovversione vanno cercate nelle insurrezioni popolari che hanno scosso l’Albania pochi anni fa, e che perdurano in Cabilia e, in parte, in Argentina.
Se Seattle aveva avuto un valore per il carattere di novità che la protesta sociale aveva avuto dopo decenni di apatia totale, tutte le tappe seguenti dell’antiglobal tour avevano costituito un rapido e progressivo scadimento nella rappresentazione spettacolare della protesta. Nonostante in molti abbiano voluto fare di Genova una tappa simile a quelle di Praga, Nizza e Goteborg, semplicemente aumentata nella quantità dei suoi effetti (maggior numero di manifestanti, di vetrine distrutte e di botte della polizia), essa è stata invece ben altro, un salto di qualità. L’azione diretta sfugge alla trappola dell’estetica del nichilismo e si trasforma in occasione di costruzione di situazioni di rivolta e di libertà reali quando scavalca il muro della militanza per aprirsi alla partecipazione gioiosa di altri manifestanti, di abitanti, di passanti e di curiosi nella costruzione di spazi e di momenti di vita collettivi. Questo è esattamente quanto è successo a Genova il venerdì 20 luglio (e non il giovedì né il sabato). I pochi black bloc che credono alla propria esistenza in quanto organizzazione e stabiliscono la relativa ortodossia militante si sono lamentati o se ne sono addirittura andati da Genova alla fine della giornata perché troppi cani sciolti non vestiti di nero hanno disertato la contestazione dei “simboli” del capitalismo. Questi perfetti progettisti di quel “rifiuto dello spettacolo” di cui lo spettacolo stesso fa richiesta non hanno capito che ciò che attrae le persone in una situazione di rivolta è una contestazione reale e immanente della vita quotidiana.
A Genova l’azione devastatrice non è mai stata fine a se stessa ma parte integrante di un movimento di appropriazione e godimento dello spazio urbano da parte di migliaia di persone in un clima tutt’altro che violento e parossistico (e chi non c’era lo può verificare da molti resoconti e filmati). In realtà, come è stato fatto notare da più parti, il black bloc non è una organizzazione ma una tattica di strada, ed in quanto tale ha avuto un ruolo decisivo durante il venerdì 20: scegliendo volontariamente di disertare la trappola mediatica della zona rossa e lo scontro diretto con la polizia, e inoltrandosi in quartieri popolari affollati non solo di manifestanti ma anche di curiosi, lo spezzone “nero” ha funzionato da detonatore per la liberazione di quegli spazi. Dalle 12 alle 19 di venerdì 20 luglio, ovvero dalle prime azioni all’incrocio tra Corso Torino e Corso Buenos Aires fino agli ultimi focolai di scontro in via Donghi, buona parte della Genova centro-orientale è stata in mano ai rivoltosi, che hanno costretto la polizia ad azioni di contenimento e hanno attaccato i dispositivi di oppressione della vita quotidiana. Nell’arco di quelle lunghissime sette ore del venerdì non solo gli spezzoni di corteo antagonisti – quello più corposo che da Piazza Paolo da Novi è arrivato a Manin, via carceri di Marassi, e quello più piccolo ed avventuroso che ha raggiunto Piazzale Kennedy per poi percorrere tutto il lungomare fino a Boccadasse e ricongiungersi, attraversando Albaro, alla coda del corteo delle tute bianche – ma migliaia di persone hanno attraversato un territorio improvvisamente trasfigurato, dove tutti i segnali che quotidianamente ci ricordano il nostro dovere di sottomissione non avevano più senso (insegne commerciali, carreggiate automobilistiche, segnali stradali, ecc.) e le strade, vissute normalmente come percorsi obbligati di una vita preconfezionata, sono divenuti lo spazio di possibili avventure, i luoghi dove si costruiva la storia individuale e collettiva di quei momenti. Da tempo una città dell’occidente capitalistico pacificato non veniva liberata per così grandi spazi e per così lungo tempo da una canaglia di facinorosi.
Nonostante sia ormai da cinquant’anni al fedele servizio del capitalismo, l’urbanistica – organizzazione degli spazi urbani come funzione dei bisogni dell’economia – viene costantemente sottovalutata e trascurata tra gli obiettivi del mondo da contestare. Ma chi pensa che la globalizzazione non sia solo un sistema che aumenta la disparità economica tra una parte del mondo ricca e felice ed un’altra povera e triste, bensì un altro nome per definire quel totalitarismo dell’Economia sull’uomo che rende insopportabile la vita quotidiana di tutti, anche e soprattutto di noi “ricchi”, dovrebbe ricordarsi di quanta frustrazione, alienazione e oppressione passino attraverso l’organizzazione capitalista dello spazio urbano. La sistematica distruzione di ogni possibilità di aggregazione sociale e di piacere reale (non quello alienato indotto dal consumo), financo quello di circolare liberamente per le vie, è la causa principale della rassegnazione e della tristezza di milioni di persone, nonché dell’incapacità di saper creare quotidianamente forme di pensiero politico e di azioni di conflitto contro il dominio. Quando l’orizzonte della nostra vita quotidiana è fisicamente rinchiuso in una gabbia senza uscite – una città dove si esce di casa e ci si sposta solo per lavorare e consumare – la trappola capitalista ha successo. Lì finisce ogni possibilità di riscatto rivoluzionario perché “tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali non bastano a cancellare un attimo di libertà vissuta”. Quello che spesso neanche la sinistra radicale capisce è appunto che qualsiasi pretesa rivoluzionaria – per quanto fine – non può prescindere dalla sperimentazione concreta della libertà e solo la dimensione intrinsecamente sociale della città, la condivisione dello spazio, può permettere di superare l’impasse della libertà individuale non condivisa, per rilanciarla su un piano politicamente sovversivo.
Per tutti questi motivi, venerdì 20 luglio è stato un giorno di rivolta. Aver condiviso con migliaia di persone l’esperienza fisica e mentale di una nuova dimensione dello spazio urbano; aver respirato, sia pure per poche ore, l’atmosfera di un potenziale mondo alla rovescia, le cui strade non sono più i binari che portano sempre negli stessi posti, ma i terreni di avventure e di sorprese: tutto ciò è benzina sul fuoco che brucia coloro che non si rassegnano alla sopravvivenza. L’aver esperito la libertà nelle strade diventa automaticamente la base di una rivendicazione politica senza compromessi: la rivoluzione della vita quotidiana. Per le persone che sentono queste cose, il venerdì di un anno fa a Genova rimane un dies signanda albo lapillo, non un lutto da celebrare, ma una festa da rinnovare. Soltanto un’inflazione di situazioni simili, e mai nessun tribunale, potrà rendere giustizia alla lotta e alla morte di Carlo Giuliani.
Luglio 2002

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Note dell’Archivio
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