Fassin Didier , “La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane”

Edito da La Linea, Bologna, 2013, 351 p.

Spesso, negli ultimi anni, le periferie delle metropoli occidentali sono state il teatro di scontri tra le forze di polizia e gli abitanti, per lo più giovani di origini straniere. Nel 2005 è stato il turno delle maggiori città francesi. Didier Fassin, con un’etnografia incentrata su un corpo “speciale” di polizia dell’area urbana di Parigi, ci dà un resoconto illuminante del fenomeno. Ne descrive la quotidianità fatta d’inattività e di noia, ma mostra anche la costante ricorrenza di umiliazioni, violenze e discriminazioni nei confronti delle minoranze etniche e degli immigrati. L’analisi ci svela come, in un contesto di crescenti disparità e tensioni razziali, lo Stato tenda ad agire per rafforzare l’ordine sociale vigente piuttosto che per difendere l’ordine pubblico.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “La force de l’ordre. Une anthropologie de la police des quartiers”, Seuil, Parigi, 2011

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Equipaggio della Tanimar, “Crocevia Mediterraneo”

Edito da Eleuthera, Milano, 2023, 152 p.

Gommoni, sbarchi, motovedette, ONG, scafisti… la spettacolarizzazione dei confini che da anni viviamo nel nostro quotidiano racconta solo una parte della storia. Le prevalenti narrazioni politico-mediatiche rappresentano il Mediterraneo come una barriera «naturale» che divide aree geograficamente e socialmente distanti. Al contrario, il Mediterraneo è – storicamente – uno spazio di incontro e contaminazione, come testimonia questo lavoro «sul campo» condotto a bordo della Tanimar da un gruppo di scienziati sociali che ha dato voce e legittimità a tutti coloro che lo attraversano: migranti, pescatori, marinai, guardacoste, isolani, funzionari delle agenzie europee. Una ricerca che applicando i criteri di una sociologia intesa come pratica pubblica propone di ripensare la «frontiera d’acqua» del Mediterraneo. Affinché non sia più un confine arbitrariamente tracciato sulla mappa, ma torni a essere uno spazio comune abitato da una pluralità di attori sociali che non solo lo rimettono costantemente in discussione, ma già oggi vanno prefigurando futuri post-nazionali in grado di oltrepassare il controllo statale della mobilità.

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(a cura di) Papi Andrea, “Educazione e libertà. Atti del Convegno di Castelbolognese (22 Ottobre 2017)”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Giugno 2018, 126 p.

Dalla presentazione di Andrea Papi
Questo convegno è stato pensato e progettato all’interno dell’as­semblea della Blab (Biblioteca Libertaria Armando Borghi), co­ me prosieguo dell’esperienza dell’anno precedente quando, dal 21 ottobre al 16 dicembre del 2016, fu organizzato il ciclo d’incontri Vaso, creta o fiore? – Educare alla libertà. Avendo constatato che si era trattato d’un’esperienza altamente positiva, aveva senso pro­ porre qualcosa capace di continuare ad analizzare ed elaborare ulteriormente tutto ciò che è inerente a quell’insieme complesso e affascinante che conosciamo come Educazione libertaria. Si trattava di tentare di fare il punto della situazione relativa­ mente al senso e alle problematiche in atto delle esperienze e del­ le riflessioni che agiscono per educare alla libertà, tenendo conto che non si parte da zero, ma che si è collegati a un retroterra sto­rico e culturale di tutto rispetto: ampio, cospicuo e molteplice, che ha dimostrato di sapersi perfezionare e arricchire. Capace cioè di quella duttilità positiva che è in grado di assorbire cam­biamenti anche profondi e spingersi a cercarli, senza però intac­care minimamente il patrimonio ideale e valoriale su cui si fonda. Seguendo queste linee di riferimento il convegno si è svolto in due sessioni, una mattutina e una pomeridiana. Nella prima sono state proposte quattro relazioni programmate (Andrea Pa­pi, Raffaele Mantegazza, Francesco Codello e Giulio Spiazzi), cui è seguito un dibattito prima della pausa pranzo. Nella sessio­ne pomeridiana altre tre relazioni programmate (Filippo Trasat­ti, Maurizio Giannangeli, Thea Venturelli), anch’esse seguite da un dibattito, come nella mattinata sentito e partecipato. Nella presente pubblicazione sono riportate innanzitutto le sette relazioni che hanno costituito il programma annunciato. Abbiamo inoltre trascritto alcuni interventi pronunciati nell’am­bito del dibattito che ne è seguito, selezionando quelli che ci so­ no apparsi più stimolanti.

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La rivoluzione sociale. Periodico socialista-anarchico

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Durata: 4 Ottobre 1902 — 5 Aprile 1903
Luogo: Londra
Periodicità: Quindicinale
Pagine: 4

Nota dell’Archivio
-Manca il n. 5
-Come scrive Pietro Di Paola in “The Knights Errant of Anarchy. London and the Italian Anarchist Diaspora (1880-1917), “dopo la cessazione de “Lo Sciopero Generale, venti anarchici italiani firmarono una nota scritta da Malatesta per lanciare un altro giornale, “La Rivoluzione Sociale”. Questo giornale intendeva esprimere il cambiamento nella tattica politica degli anarchici. Ormai Malatesta aveva cominciato a considerare come errore l’ingresso degli anarchici nelle organizzazioni operaie in Italia. Entrando nelle associazioni operaie, gli anarchici erano riusciti parzialmente ad uscire dall’isolamento. Tuttavia, gli anarchici erano stati troppo sicuri del potenziale del movimento operaio e avevano simpatizzato con i gruppi repubblicani e socialisti, ideologicamente e politicamente antagonisti all’anarchismo – fattori che stavano erodendo il radicalismo degli anarchici. Malatesta sosteneva che gli anarchici avevano sopravvalutato l’importanza delle associazioni operaie: era un’illusione credere che il movimento operaio, da solo e per sua natura, potesse portare alla rivoluzione sociale. […] [secondo Malatesta] i sindacati includevano elementi conservatori e reazionari ai quali gli anarchici dovevano resistere […] Il movimento operaio era un comodo obiettivo per le campagne politiche ed era molto utile per riunire le forze in vista della rivoluzione. Tuttavia, per ottenere un cambiamento strutturale della società era inevitabile un’insurrezione armata. Di conseguenza, gli anarchici dovevano prepararsi e organizzarsi in vista del conflitto armato. Per Malatesta, preparare il terreno per una rivoluzione armata doveva essere la priorità degli anarchici, sia all’interno che all’esterno delle associazioni operaie. […] Malatesta sosteneva questa posizione perché presumeva che l’Italia fosse sull’orlo di una insurrezione popolare. In effetti, l’ondata di scioperi generali del 1902 […] sembravano confermare [..] l’avvicinarsi di un periodo rivoluzionario. Egli riteneva, quindi, che l’esperimento liberale di Giolitti stesse per fallire e sostituito da una politica di repressione che ricordava gli anni Novanta del XIX secolo. Questo, secondo Giulietti, dimostra che la lunga assenza di Malatesta dall’Italia gli fece perdere di vista alcuni degli elementi politici e sociali innovativi del riformismo giolittiano. “La Rivoluzione Sociale” intendeva sostenere il nuovo orientamento di Malatesta in Italia sfruttando la libertà di espressione concessa dall’Inghilterra. La differenziazione dai riformisti […] divenne quindi un tema centrale del giornale. […] Il timore che i contatti con i socialisti potesse minare la purezza rivoluzionaria degli anarchici fu spiegato in una serie di articoli dove vennero criticate le politiche e gli approcci parlamentari del Partito Socialista. La decisione dei socialisti riformisti, guidati da Filippo Turati, di appoggiare il gabinetto Zanardelli-Giolitti, aggravò lo sdegno degli anarchici. L’intransigenza verso il programma riformista spinse il giornale a respingere persino le campagne per le riforme sociali dei socialisti alla Camera – come la legalizzazione del divorzio, o la proposta di un congresso antimilitarista da tenersi a Londra. Secondo Virgilio (una spia della polizia, ndt), Malatesta riteneva che il coinvolgimento degli anarchici nelle campagne per le riforme, sebbene apparentemente vantaggioso, fosse uno spreco di energie. La Gran Bretagna fu un esempio del fallimento del riformismo. La descrizione della povertà diffusa, causata dalla crisi economica che colpì il Regno Unito, fu utilizzata per sottolineare l’inefficienza dei sindacati, degli enti di beneficenza e delle riforme politiche. […] Pur essendo nati come istituzioni rivoluzionarie, i sindacati avevano gradualmente accettato il ruolo del capitalismo. Di conseguenza, divennero difensori degli interessi corporativi e incitarono i lavoratori privilegiati contro i lavoratori immigrati mal pagati. Inoltre, i sindacati svilupparono strutture burocratiche gestite da una classe di funzionari ben pagati e interessati quasi esclusivamente ai propri interessi. […] un altro punto centrale de “La Rivoluzione Sociale” era la partecipazione degli anarchici nelle associazioni dei lavoratori […] Secondo “La Rivoluzione Sociale”, tutti i lavoratori, di qualsiasi inclinazione politica o religiosa, dovevano iscriversi ai sindacati; ma le stesse organizzazioni dei lavoratori dovevano rimanere politicamente neutrali. Il giornale esortava gli iscritti ai sindacati anarchici a preservare la propria identità, senza farsi assorbire dalla gerarchia sindacale […] Allo stesso tempo, i membri anarchici erano ansiosi di contrapporre le loro politiche ai tentativi socialisti di conquistare l’egemonia in queste organizzazioni […] Negli anni successivi, lo sviluppo dell’analisi del rapporto tra anarchici e movimento operaio – avviato da Malatesta e da La Rivoluzione Sociale – influenzò fortemente la partecipazione anarchica nel sindacalismo rivoluzionario e nell’Unione Sindacale Italiana. L’ultimo numero de La Rivoluzione Sociale apparve nell’aprile 1903. Le difficoltà finanziarie segnalate dal giornale in Gennaio furono, ancora una volta, la ragione più probabile della sua scomparsa. […]”

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Baez Joan, “Saresti imbarazzato se ti dicessi che t’amo? Autobiografia”

Edito da Mondadori, Milano, 1969, 134 p.

Questa autobiografia di Joan Baez è come le sue canzoni: altrettanto serena e poeticamente suggestiva nel ripercor­rere il cammino della sua giovane vita, dall’infanzia vaga­bonda vissuta accanto alla forza tranquilla del padre – un contadino messicano divenuto professore di fisica a Harvard e poi pacifista – sino agli anni dell’indipenden­za, della ricerca personale, privata e « civile », di un at­teggiamento che non concedesse nulla all’opportunismo, alla chiusura settaria verso il prossimo. In tutto il libro, come nel mormorato « understatement » delle sue can­zoni più belle, in primo piano non ci sono né i razzisti né coloro che le gridano insulti quando parla о canta contro la guerra: ci sono le persone che ama, i ragazzi fug­giti e vagabondi, le ragazze negre incontrate nei ghetti e nelle prigioni, gli esclusi e gli sbandati che si cercano e si uniscono per sopravvivere, e una esperienza d’amore chiusa, intimidita, delicata, ma anche rigorosa, senza pre­cauzioni e senza riguardi. Intorno a questo mondo gio­vane e inquieto si stringe un cerchio di sospetto, rabbia, paura, violenza, premono i gelidi meccanismi della società organizzata. Se il sospetto cadesse, se l’aggressività si pla­casse (è il « messaggio » per cui si battono Joan Baez e i giovani che lei rappresenta), si scoprirebbe una nuova fraternità primordiale, un amore incondizionato, profon­do, in cui oggi sembra impossibile credere.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Daybreak”, Dial Press Inc., New York, 1966

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Kupiec Jean-Jacques, “La concezione anarchica del vivente”

Edito da Eleuthera, Milano, 2021, 256 p.

La genetica è nata e si è sviluppata su un presupposto deterministico: la stabilità del gene e la sua trasmissibilità ereditaria. Eppure tutta la biologia contemporanea ci parla della variabilità come di una condizione permanente ed essenziale dell’essere vivente che non può essere ridotta a puro rumore o fluttuazione: il caso non è un accidente che perturba il processo deterministico. Nel vivente non c’è un ordine stabilito bensì un disordine organizzato che rende possibile la vita e la sua evoluzione. Ampliando il campo di applicazione dell’ontologia darwiniana, che assume la variazione aleatoria come forza motrice del processo evolutivo, Kupiec delinea una concezione anarchica del vivente che contesta l’idea di un ordine cogente inscritto nei geni. Gli organismi non sono società centralizzate di cellule che obbediscono al genoma o all’ambiente esterno, ma comunità cellulari autogestite che vivono per sé stesse e che per mantenere le proprie funzioni vitali sono spinte a cooperare, realizzando delle vere e proprie reti di mutuo appoggio. Ed è questa la nuova via che deve intraprendere la ricerca biologica per uscire dalle secche in cui l’ha spinta la genetica.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Et si le vivant était anarchique”, Éditions Les Liens qui Libèrent, 2019

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Briguglio Letterio, “Il partito operaio italiano e gli anarchici”

Edito da Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1969, 314 p.

Introduzione

«Il movimento operaio si chiarisce solo dal di dentro. Il mistero della sua storia può essere messo in luce solo in virtù degli artefici di questa epopea (.. .). Utilizzare le testimonianze dei militanti, ravvivarne i volti scoloriti, farne riudire le voci, non è forse questo il mezzo più sicuro per restituire alla storia operaia il suo significato? ». Con queste considerazioni Edouard Dolléans inizia il suo secondo volume della Storia del movimento operaio intesa come storia del movimento sindacale.

Ora, proprio per chiarire l’operaismo e l’anarchismo dal di dentro e per restituire alla storia operaia alcuni particolari significati, abbiamo conferito ai capitoli di questo volume l’esclusivo carattere di studi e di ricerche. Non è quindi la nostra una storia delle idee socialiste separata dalle drammatiche vicende del movimento operaio, ma un insieme di indagini concrete che si sforzano di riconoscere a quelle vicende il valore di autentiche occasioni per una ricostruzione sempre più consapevole della dinamica sociale. L’autosufficienza e le istanze sistematiche banno preteso fin troppo per legittimarsi storiograficamente. N’è venuta fuori una metodologia intellettualistica ed astratta che ha fatto procedere il divenire storico del movimento operaio a passaggi obbligati. Siamo così ancora oggi di fronte a una specie di fenomenologia lineare che non ammette integrazioni di natura dialettica, né parallelismi più o meno transitori e che ripete le sue origini dal pensiero politico e sociale di Filippo Turati.
Il Turati infatti, nel criticare il « sereno eclettismo » (così lo chiamava) di Osvaldo Gnocchi Viani, poneva il movimento operaio alla base di un processo fenomenologico che partiva dalle manifestazioni più inavvertite ed inconscie per giungere « alla cuspide » e cioè alle forme di pensiero consapevoli ed organiche rappresentate esclusivamente dal « socialismo scientifico »?. Anche la storiografia contemporanea, quella autosufficiente e sistematica, recepisce interamente questo schema interpretativo e perciò ammette un rigoroso evoluzionismo gerarchico che, partendo dall’indistinto e dell’inconscio (anarchismo), giunge al distinto ed «i conscio (operaismo), per riposare definitivamente nella pienezza dell’autocoscienza (il socialismo scientifico, cioè la « cuspide »). Dopo di che la problematicità e la dialettica naturalmente si volatilizzano ed ogni ricerca sul movimento operaio finisce col rivestire un valore essenzialmente erudito. Ma la storia, osserva ancora il Dolléans, « non è un erbario i cui fori scoloriti diventano polvere. È una foresta, interrotta da selve e da radure, una foresta che con la sua ombra ora protegge, ora soffoca i nuovi virgulti ». Da qui la necessità di stadi e di ricerche sempre nuovi come base di un atteggiamento critico volto a confermare, a perfezionare v anche a capovolgere giudizi vecchi e nuovi, Dalla storie del movimento operaio attraverso i suoi congressi, bisognerà giungere al confronto di questa storia con la realtà quotidiana delle lotte sociali; dai profili storici, spesso con contorni troppo definiti, di gruppi o di partiti, bisognerà puntare a ricostruzioni critiche che tengano conto di quel fenomeno di osmosi sociale che persino l’anarchico Mingozzi riteneva del tutto inevitabile. Ecco cosa intendiamo per ripensamenti, per occasioni e per integrazioni in sede storiografica.
Solo così l’operaismo non sarà più passibile di disinteresse e di interpretazioni ausiliarie o di comodo. E solo così l’anarchismo riuscirà a sottrarsi alle continue decapitazioni in sede storiografica, mentre, più o meno esplicitamente, continua a vivere, carica di esperienze, di delusioni e di dolori nella coscienza del mondo contemporaneo.
Gli argomenti contenuti in questo volume riguardano l’individuazione dei vari gruppi anarchici, il loro orientamento ideologico e la loro attività nel campo cooperativistico durante il delicato trapasso dalla tradizione bakuninista o collettivista ai nuovi orientamenti anarco-comunisti. Per quanto si riferisce agli operaisti, le nostre ricerche dovrebbero condurre ad un ripensamento della qualifica di «corporativismo », pronunciata a suo tempo dagli anarchici e ripetuta oggi con molta insistenza dagli storici del movimento operaio, Non sembra infatti per nulla calzante la qualifica di corporativismo o di « operaiocrazia » a proposito di un partito cui premeva nell’identica misura l’emancipazione dei lavoratori delle città e quella dei lavoratori delle campagne. Altro scopo delle nostre indagini è stato quello dì fare conoscere da vicino il pensiero e l’opera di Alfredo Casati, quasi ignorato dalla odierna storiografa, e soprattutto di ravvivare il volto scolorito di Osvaldo Gnocchi Viani, le cui precisazioni sulla differenza fra partiti politici e partiti sociali, fra vita politica e vita pubblica? avrebbero dovuto servire a non confondere lo sperimentalismo operaistico con una specie di riformismo più o meno potenziale. Aveva il Partito operaio un programma finalisticamente socialista? C’è chi ritiene di no, essendosi limitato a rivendicare « quell’emancipazione della classe lavoratrice ad opera dei lavoratori medesimi, che era stata la bandiera della Prima Internazionale al movimento della sua fondazione ». Il programma del Partito operaio, sperimentalista nei mezzi, ma intransigente nel fine, si prestava molto poco a divagazioni di natura teleologica. « Lo scopo del Partito Operaio Italiano — si legge ne Il Fascio operaio in polemica con gli anarchici — non è quello di vedere come deve compiersi l’emancipazione dei lavoratori, ma di prepararla ed affrontarla colle organizzazioni delle forze oppresse, colla continua conquista del miglioramento e del benessere morale e materiale, coll’assicurarsi la vittoria contro il capitalismo (…) la missione del Partito Operaio è essenzialmente economica e intellettuale, di propagande e di organizzazione emancipatrice della classe che rappresenta (.. .) lasciandola nella vita pubblica con propria bandiera e proprio carattere ». Sembrerebbe una forma di miopia questa rinuncia a vedere come si dovrà compiere l’emancipazione dei lavoratori, e invece era frutto di una coerente autolimitazione che rifiutava responsabilmente qualsiasi dottrinarismo «teorico e indefinito v, di un’esigenza concreta secondo cui « la miglior scuola e la miglior dottrina (consistevano) nella lotta di tutti i giorni, nelle sconfitte e nelle vittorie ». Rigorosamente parlando, anche il Partito operaio, dl pari degli anarchici e dei socialisti legalitari, guardava e! comunismo anarchico come al fine migliore dell’umanità. Ma questo era un finalismo utopistico, una malattia del secolo. I fine non immediato, ma nemmeno utopistico, consisteva invece, secondo Gnocchi Viani, in una grande organizzazione economica di produzione e di scambio, in una società basata sull’economia sociale intessuta di associazioni cooperative. Un fine, come si vede, che negava alla Politica ogni diritto di cittadinanza. Se questo era (quale in effetti si rivelò) l’intrinseco finalismo del Partito operaio, non sarà sufficiente rilevare che questo partito mancava di un programma finalisticamente socialista; occorrerà pure precisare che cosa si intendesse per socialismo in Italia durante il decennio 1882-92, E di ciò si potrà trovare qualche cenno in questo volume. Per un « partito sociale » e sperimentalista come quello operaio, costantemente insoddisfatto delle soluzioni proposte dei « partiti politici », anche se socialisti, la futura società non avrebbe potuto avere altro carattere saliente se non quello proposto appunto da Gnocchi Viani. Pensare diversamente? sarebbe come dire che il partito socialista del Costa non aveva un programma finalisticamente operaista, perché era socialista. I confini fra operaismo e socialismo sono storicamente così tenui da rendere precaria ogni legittima esigenza di precisazione.
L’occasione al presente lavoro è stata offerta in maniera determinante dal ritrovamento di quasi tutto il « processo dei Socialisti in Este » in mezzo a migliaia di buste recentemente versate dal Tribunale di Padova all’Archivio di Stato?
Il prezioso « corpo di reato » di tale processo (circa 700 fra cartoline e lettere, quasi un piccolo archivio privato) è ora a completa disposizione degli studiosi che potranno ampiamente servirsene, avendo noi pubblicato in appendice solo ciò che si riferisce di nostri argomenti. Nel corso delle nostre ricerche siamo stati particolarmente favoriti dallo spirito di collaborazione dei funzionari e del Direttore dell’Archivio di Stato di Milano, Prof. Alfio Natale. A tutti porgiamo quindi doverosi e sentiti ringraziamenti. Presso l’Archivio di Milano si trovano però, sia pure in discreta quantità, i soli documenti di Gabinetto della Questura, ancora poco valorizzati nella loro interezza. Al Direttore della Biblioteca « G. G. Feltrinelli » di Milano, Prof. Giuseppe Del Bo, vadano pure î nostri sentiti ringraziamenti per averci facilitato le ricerche, soprattutto consentendo la consultazione degli archivi Casati e Gnocchi Viani.
Fra i corrispondenti di Gnocchi Viani si conservano nella « Feltrinelli » diverse lettere di Francesco Papafava che abbiamo pubblicato (solo in parte), insieme con alcune lettere di risposta forniteci dal conte Novello Papafava, al quale manifestiamo quindi la mostra riconoscenza.
Uguale riconoscenza esprimiamo alla Direttrice della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, Prof. Emma Pirani, per le cortesie usateci,
I più profondi sentimenti di gratitudine vadano infine al Prof. Gabriele De Rosa, costante ed affettuosa sorgente di incoraggiamenti e di chiarificazioni metodologiche.

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Pelliconi Marco, “Andrea Costa: dall’anarchia al socialismo”

Edito da Grafiche Galeati, Imola, 1979, 126 p.

Premessa
La storiografia contemporanea è particolarmente attenta alla necessità di approfondire i rapporti e le connessioni che legano la storia nazionale e quella locale. Il moto complessivo delle trasfor­mazioni sociopolitiche del nostro paese, si può infatti comprendere appieno esplorando i campi di indagine regionali e locali, in quanto le particolarità che li caratterizzano costituiscono una interessante e stimolante chiave d’interpretazione delle più complessive vicende italiane: il peso dei particolarismi ha indubbiamente costituito un freno alla piena realizzazione dell’unità del paese, d’altro canto que­sta diversità si rivela positiva in quanto costituisce una fonte di arricchimento dell’articolazione sociale e dei valori etico-politici che ne sostanziano le vicende storiche. Il movimento operaio italiano è stato caratterizzato nel suo primo sviluppo da esperienze e tradizioni diverse tra loro nelle varie regioni d’Italia, fatto che ha causato una certa difficoltà a porsi come interlocutore valido nella lotta per la direzione politica del paese, ma che tuttavia ha costituito una ricchezza dalla quale attingere per radicarsi profondamente tra le masse popolari articolando e diversi­ficando i caratteri dell’iniziativa politica. Il presente studio, inserendosi nel filone della storiografia a carattere locale, intende favorire la conoscenza storica della realtà imolese e romagnola, approfondendo in particolare l’indagine verso quel movimento operaio che ha così profondamente marcato le vicende delle nostre terre ed il loro tessuto culturale e sociale. Vuole inoltre costituire uno stimolo all’approfondimento ul­teriore degli studi e delle ricerche volte a mettere in evidenza le profonde radici da cui la odierna realtà ha tratto origine. La storiografia maggiore ha indagato a fondo sia il cruciale mo­ mento della « svolta » con la quale Andrea Costa nel 1879, abban­donando le rigide dottrine anarchiche, aprì il cammino all’afferma­zione del socialismo, sia le vicende che prepararono ed accompagna­rono la fondazione del Partito Socialista nel 1892: nel complesso degli studi compiuti ci pare abbia avuto minore rilevanza la esperien­za del Partito Socialista Rivoluzionario, la quale peraltro costituì un importante terreno di verifica di quelle teorie socialiste che poi si affermarono nel 1892 con una maturità ed organicità senz’altro maggiore. La parabola temporale che va dall’abbandono dell’anarchia da parte di Costa, all’adesione al Partito Socialista Italiano, costituisce il limite entro il quale si consumò l’esperienza originaria del primo socialismo romagnolo-, vengono qui indagate le vicende locali di que­gli anni ed il contributo decisivo ad esse fornite dal dirigente socia­ lista imolese Andrea Costa, pur nell’ambito degli avvenimenti e della attività che le diverse forze politiche svolsero su scala nazionale. Centro dell’indagine è la città di Imola, la quale sul finire dell’Ottocento fu crogiolo di importanti esperienze che non solo segnarono lo sviluppo del movimento operaio a livello locale, ma estesero i loro frutti ben oltre i confini romagnoli: essa produsse dirigenti politici di livello nazionale, tra i quali emersero tra gli altri Andrea Costa e Luigi Sassi. Il materiale a disposizione del ricercatore riguardante questi ar­gomenti è enorme, quasi inesauribile: poiché la ricerca ha dei precisi limiti geografici e temporali, si fa riferimento alla parte che attiene le vicende imolesi, inserite nel contesto regionale. In particolare si è ricercato nel Fondo Costa, nelle raccolte di riviste e di altro materiale reperibili presso la Biblioteca Comunale di Imola, negli Atti del Comune di Imola, in documenti e riviste con­ servate presso la Biblioteca Comunale di Forlì, nell’Archivio Stori­co di Bologna, ed inoltre in un ampio materiale bibliografico, con lo scopo di approfondire gli studi attraverso la conoscenza di documen­ti originali molti dei quali inediti. Per questo si raccomanda la lettura delle note e dell’appendice, al fine di avere una visione complessiva del materiale presente nel volume: spesso infatti notizie particolari, precisazioni e riferimenti ai documenti sono stati scorporati dal testo e riportati in nota al fine di consentire una lettura più agevole. Ci auguriamo ad ogni modo di avere compiuto uno studio che stimoli l’interesse dei cittadini emiliano-romagnoli nei confronti del­ le vicende storiche delle loro terre, le quali costituiscono una parte non trascurabile ma addirittura per certi aspetti fondamentale del panorama dei fenomeni storici del mondo contemporaneo.

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Bonanno Alfredo Maria, “Nuove svolte del capitalismo”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Settembre 2009, 128 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione

Nel gennaio del 1993, insieme ad un altro compagno, venni invitato in Grecia a tenere alcune conferenze presso il Politecnico di Atene e presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Tessalonica.
Alcuni dei testi qui pubblicati hanno una storia particolare che necessita di alcuni chiarimenti. Il primo testo è lo schema delle conferenze che mi accingevo a fare in Grecia; il secondo la trascrizione della registrazione su nastro della conferenza di Tessalonica; il terzo, la trascrizione di una intervista concessa al quotidiano di Atene “Eleftherotipia”. Il primo di questi testi, pur avendo lo scopo vero e proprio di una guida per le conferenze, fu da me sviluppato in forma molto dettagliata perché, d’accordo con i compagni greci, lo si distribuì ciclostilato in traduzione greca a tutti i presenti, poco prima della conferenza, sia ad Atene che a Tessalonica. Questo si rese necessario a causa delle difficoltà di una traduzione simultanea dall’italiano in greco, lingue considerevolmente diverse come struttura grammaticale.
Successivamente, nel maggio del 1993, lo stesso testo, col titolo suo originale di “Nuove svolte del capitalismo” venne da me pubblicato nel n. 72 della rivista “Anarchismo”.
Questi tre scritti hanno una loro omogeneità che li rende pubblicabili, anche in questa sede, come un tutto omogeneo, trattando della ristrutturazione capitalista e, in maniera più approfondita, delle forme di lotta insurrezionale propugnate dagli anarchici.
Una curiosità. Il penultimo paragrafo del primo testo qui pubblicato continua a portare il titolo: “L’organizzazione rivoluzionaria anarchica insurrezionale”. L’origine di questo sottotitolo, diventato successivamente tanto famoso, è un po’ curiosa e merita di essere ricordata. In effetti, avevo titolato questo paragrafo “L’organizzazione informale anarchica insurrezionale”, ma ci si trovò di fronte a difficoltà nel tradurre in greco il termine “informale”, difficoltà che non fu possibile superare prima del mio arrivo in Grecia e che indusse i compagni, nella preparazione del ciclostilato tradotto in greco, con il mio consenso fornito direttamente al telefono, a sostituire il termine “informale” col termine più generico di “rivoluzionaria”.
Nel pubblicare il testo in Italia dimenticai di ripristinare la parola “informale” che resta comunque più idonea a fare comprendere quello che sta scritto nel paragrafo in questione.
Non mi è parso utile procedere ora alla suddetta correzione tenuto conto delle chiacchiere e delle stupidaggini che sopra vi hanno ricamato gli specialisti della procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, guidati dal Pubblico Ministero Marini.
Credo sia utile passare adesso ad una breve descrizione del modo in cui le teste pensanti della Magistratura italiana e dei carabinieri hanno lavorato sul testo.
Il 17 settembre 1996 decine di anarchici vengono arrestati in Italia, comincia quella che sarà definita la “Montatura Marini”. Accuse specifiche di sequestri di persone, rapine, omicidi, detenzione di armi, ecc. Tutte avvolte in un’accusa di fondo, quella di banda armata, denominata ORAI, sigla tratta da quel mio paragrafo di cui parlavo sopra: Organizzazione Rivoluzionaria Anarchica Insurrezionale.
Il processo è ancora in corso e, forse, durerà, nel suo intero ordine di gradi di giudizio, ancora per anni. Nel frattempo, invece di essere in galera, siamo stati messi in libertà da una banale questione procedurale: le teste pensanti della Procura di Roma avevano troppo da pensare, nel tentativo di giustificare una fantomatica “banda armata”, per seguire le regole del gioco, per applicare i procedimenti che la legge impone anche a loro. Risultato: pur con accuse da ergastolo, quelli che come me non hanno altre condanne da scontare sono tutti fuori del carcere.
Come il lettore spassionato – lasciamo stare gli anarchici che sanno benissimo cosa pensare – si accorgerà leggendo questi testi, non c’è in essi nessuna teoria organizzativa riguardante una determinata banda armata, ma un approfondimento sui modi organizzativi specificatamente insurrezionali. Questi riguardano la formazione dei gruppi di affinità, costituiti da compagni anarchici, l’elaborazione di un progetto rivoluzionario comune, il loro rapportarsi reciproco in una eventuale organizzazione informale, la costituzione di nuclei di base legati a realtà di massa precise, e infine il modo in cui queste tre strutture si possono raccordare insieme.
Mi rendo conto che per l’ottusa mentalità di un carabiniere, educato a vedere nel nemico la fotocopia in negativo di se stesso e della propria organizzazione, nulla esiste sotto la luce del sole che non sia fornito di organigramma, di capi, di strategie e di conquiste da realizzare. E fin qui posso capire perfino una eventuale lettura tendenziosa, ma quello che non posso capire, e che nessun lettore potrà capire, è la pretesa di affidare a un testo come quello qui pubblicato il compito di reggere un modello di banda armata che ancora continua a fermentare nel cervello della Pubblica Accusa, disposta a tutto pur di provare la nostra colpevolezza.
Disposta a tutto. Esatto, perfino a negare l’evidenza. E difatti, come appare chiaro dalle stesse carte processuali, e perfino nello stesso mandato di cattura, per necessità di cose riassunto ai minimi termini, un dubbio dovette sorgere nelle loro menti ottenebrate dal cieco bisogno di giustificare l’ingiustificabile: “Se Bonanno ha sviluppato in questo testo (“Nuove svolte del capitalismo”) la teoria di una banda armata (ORAI), ed è questo che affermiamo noi, Pubblica Accusa e carabinieri, non può essere poi andato in Grecia a parlare pubblicamente in aule universitarie di questo argomento, sarebbe illogico. E siccome il testo in questione deve per forza significare quello che noi, Pubblica Accusa e carabinieri, vogliamo che significhi, ecco che dobbiamo per forza concludere che Bonanno non è mai andato in Grecia, non ha mai fatto quelle conferenze, non ha mai scritto questo testo come scaletta e promemoria per quello che pubblicamente andava a dire a braccio”.
Sillogismo ineccepibile, solo che nega un fatto plateale, il fatto che a quelle conferenze, sia ad Atene che a Tessalonica, erano presenti centinaia di persone, che esistono le registrazioni, non solo delle conferenze ma dell’intero dibattito, che la conferenza e il dibattito di Tessalonica sono stati trascritti per intero e pubblicati in un libro uscito in Grecia (Duo parembaseiw sth YessalonÛkh, Ayhna 1995), ed infine, che esiste addirittura una prova fotografica, pubblicata il 28 febbraio 1993 dal quotidiano di Atene “Eleftherotipia” insieme alla mia intervista (il terzo degli scritti qui pubblicati).
Ma perché l’accusa vuole per forza leggere in questo testo quello che non c’è? Perché vuole a tutti i costi, anche a rischio del ridicolo, vedervi la teorizzazione di una banda armata specifica, con tanto di nome? La risposta è semplice: perché altrimenti non potrebbe condannare decine di compagni per un reato associativo – che ovviamente non esiste – ma solo per eventuali reati specifici, e solo dopo che questi siano stati singolarmente provati in base al codice penale, ecc.
I titolari dell’accusa sanno bene che questa seconda alternativa è difficile da percorrere, sanno benissimo che alcuni reati specifici si basano soltanto sulle accuse di una ragazzina subornata da loro stessi, ecco perché tanta pertinacia nel volere leggere in questo testo quello che non c’è.
Nessuna ipotesi di organizzazione informale può infatti rassomigliare ad una banda armata. Siamo su due terreni diversi. L’organizzazione chiusa, necessariamente rigida se si vuole parlare di banda armata, può essere uno strumento fra i tanti e, in certe condizioni dello scontro di classe, quando ci si trova con l’acqua alla gola, può anche essere utile come mezzo difensivo e offensivo. Per tornare ancora oggi utile, almeno nell’ambito delle caratteristiche che la storia più o meno recente ci ha fatto vedere, dovrebbe modificarsi profondamente la formazione economica e sociale che abbiamo di fronte, il capitale dovrebbe tornare sui suoi passi, alle condizioni produttive degli anni Ottanta, con una classe operaia forte e centralizzata, con una inamovibile catena di trasmissione costituita da sindacati e partiti della sinistra, tutte cose che ognuno vede bene che non esistono più. Per molti aspetti il modello organizzativo chiuso, che spera soltanto, in modo indiretto, nella generalizzazione dello scontro, non facendo nulla in questa direzione se non esportare i propri interventi attraverso i mezzi d’informazione che si sa come lavorano, questo modello organizzativo oggi corrisponde più o meno alle condizioni ideologiche sommatorie del sindacato e del partito. Se non vogliamo considerare il parallelo col partito, dobbiamo per forza prendere in considerazione il parallelo con una organizzazione che ha come proprio scopo la crescita quantitativa, il dilagare delle proprie azioni e quindi il proprio costituirsi come punta di diamante dello scontro di classe.
Certo, se gli anarchici mettono mano alla costituzione di una organizzazione specifica chiusa, lo fanno con intendimenti diversi da quelli classici, sclerotizzati dal procedere dei marxisti leninisti. E non c’è dubbio che Azione Rivoluzionaria, ai suoi tempi, costituì un tentativo in questo senso, un tentativo che ben presto esaurì la spinta iniziale verso la generalizzazione delle lotte, finendo per chiudersi nel reclutamento massiccio e nell’assommazione con le altre organizzazioni combattenti presenti all’epoca sul fronte delle lotte. Non dico che non ci siano stati, specialmente nei documenti dei primi mesi, alcuni spunti analitici di grande interesse, dico che queste analisi non solo non accettarono un approfondimento critico, ma che nel chiudersi in se stesse e nel difendersi, finirono per annullarsi e per dare spazio alla clandestinizzazione e basta. I migliori compagni, si diceva all’epoca, sono quelli in carcere, non occorreva fare altro che andare in carcere per diventare un compagno migliore.
Il fatto è semplice. Nell’elaborazione di un’analisi non si può prescindere dalla propria situazione personale. Questa, anche senza volerlo, finisce per trapelare in quella. E se uno è in carcere, si vede subito che si tratta di un’analisi che proviene dal carcere. In più, quando un compagno vede che le condizioni della realtà che gli è immediatamente vicina sono radicalmente compromesse, finisce per travalicare al di là delle stesse caratteristiche critiche dell’analisi che sta elaborando, massimalizzando le conclusioni e perfino i mezzi d’intervento e i metodi di cui si fa propugnatore. Rinchiudendosi nell’ottica asfittica di un’organizzazione clandestina anche il modo di ragionare diventa clandestino a se stesso, e questo quasi senza accorgersene.
Una volta si affermava che trovandoci in una fase pre-rivoluzionaria (nessuno però forniva spiegazioni sul perché si era in questa fase) l’unica strada da percorrere era quella dell’organizzazione armata più o meno chiusa (poi si vide nella pratica che qualsiasi tentativo di “diversità” finiva per abortire nella più classica delle chiusure). Oggi a nessuno viene in mente di dire che siamo in una fase pre-rivoluzionaria, per cui se dovessimo accettare l’ipotesi di una organizzazione armata chiusa sarebbe una nostra decisione pura e semplice, un modo come un altro di fare qualcosa, e ciò lo dico a prescindere della strana concomitanza con le palpitanti attese dell’accusa al processo di Roma.
A questo punto potrei ripetere quello che ho scritto molti anni fa, e precisamente in un articolo pubblicato su “Anarchismo” nel 1979, dal titolo “Sull’organizzazione clandestina”, facilmente reperibile da più di un decennio nel mio libro: La rivoluzione illogica (pp. 88-90), ma mi sembra inutile. Se molti non hanno presenti quelle vecchie pagine, non so che farci. Neanche io amo rileggerle, in fondo appartengono ad un’epoca diversa dalla presente. Per quel che posso ricordare mi sembra che vi accennassi al fatto che la critica dell’organizzazione clandestina chiusa non è necessariamente affermazione di semplice individualismo. La critica non è mai indebolimento, ma rafforzamento di qualcosa, però, caso strano, quando a essere criticati sono i compagni che partecipano o si fanno sostenitori, sia pure in astratto, di una forma rigida di organizzazione, ecco che la critica viene considerata come un attacco personale o un indebolimento delle proprie precarie condizioni, e quando sei davanti a compagni che si trovano in carcere, con anni di condanna sulle spalle, corri il rischio di essere linciato. Penso che il concetto di generalizzazione della lotta anche armata non sia una negazione dell’organizzazione, e penso anche che la critica dell’organizzazione clandestina chiusa non costituisce un “esporsi al massacro”. Non mi interessano queste massimalizzazioni.
L’organizzazione informale dei gruppi di affinità e il relativo sviluppo dei nuclei di base, in precise situazioni di lotte di massa, è la forma organizzativa che ritengo più utile, almeno in questo momento storico, per favorire la generalizzazione dello scontro, anche armato.
Catania, 10 ottobre 1998
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, Aprile 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “Internazionale Antiautoritaria Insurrezionalista”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, 176 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione

Pensare a una serie di rapporti stabili fra compagni nell’ambito del bacino del Mediterraneo, nucleo essenziale da cui partire verso una possibile maggiore ampiezza futura, anche al di là degli iniziali limiti geografici, è stato un sogno accarezzato per lunghi anni.
Non un feticcio organizzativo qualsiasi, una sigla forte e altisonante, che come un manichino spaventapasseri tenesse lontano i malintenzionati repressori e attirasse le anime pure degli anarchici desiderosi di conoscersi, ma qualcosa di concreto, di reale, capace di andare al di là degli aspetti formali, o, se si preferisce, di bandiera, per essenzializzare il problema.
Tentativi in questo senso ce ne sono stati tanti, tutti animati da una prospettiva più ampia, più generica, quella che di regola alimenta gli incontri fra compagni a livello internazionale, una conoscenza importante per entrare in possesso, in maniera diretta, di quelle notizie che solo chi abita in un posto preciso possiede. Gli aspetti repressivi, quasi sempre, molto meno anche le iniziative di lotta, intese queste ultime nel senso preciso del termine, cioè quando siamo noi, proprio noi, a prendere in mano il gioco e a condurlo a modo nostro.
Pur non nascondendomi l’importanza di questi interessi informativi e degli sforzi che tutti abbiamo fatto, e continuiamo a fare, per svilupparli, pur condividendo la necessità di fare circolare quanto più materiale è possibile in questo senso, in modo che si sappia che succede nei vari Paesi dove ci sono compagni con cui si è in contatto, non c’è dubbio che questa fondamentale attività non è tutto quello che si può fare.
Allo stato delle cose, per quanto possa sembrare incredibile, una fitta rete di fogli e foglietti, di giornali e periodici, rete ricca di notizie, quasi sempre riguardanti la repressione, ma anche qualche attacco diretto contro i responsabili e gli oggetti concreti che rendono possibile il dominio, esiste e svolge benissimo il suo compito. Un tessuto sotterraneo si è sviluppato in questi ultimi anni, in grado di corrispondere perfettamente, o quasi, alla richiesta d’informazione avvertita da tutti i compagni. In questo senso, possiamo dire che i giornali tradizionali, portavoce, nelle diverse situazioni, delle forme classiche dell’organizzazione anarchica, sono proprio quelli che meno partecipano a questo movimento spontaneo, polverizzato in mille iniziative che non è possibile racchiudere in un’intenzione di sintesi.
Ma, ancora una volta, non è questo il punto.
Anche lo scambio d’informazione, e perfino la conoscenza reciproca, diretta e personale, può risultare una panacea come un’altra, un surrogato dell’azione. Io mi drogo d’informazione quotidianamente, attraverso i giornali e la televisione, e continuo così a farlo attraverso i contatti privilegiati che riesco ad attingere con i compagni dei diversi Paesi stranieri con cui entro in contatto. Certo, lo faccio in buona fede, anzi mi do molto da fare per mettere insieme questa seconda dose d’informazione, che non posso cogliere semplicemente girando il bottone della televisione o aprendo il giornale del mattino. Spesso la stessa difficoltà di reperimento di questo secondo tipo di materiale informativo, la fatica e il costo dei viaggi, lo scrivere lettere e il conoscere esotici compagni stranieri, fatto quest’ultimo che mi riempie il cuore di gioia e di mal represso orgoglio, tutto questo alla fine mi impedisce di esercitare sul mio comportamento quel minimo di luce critica che è sempre indispensabile tenere accesa.
Che me ne faccio di questa informazione, diciamo così, privilegiata? Dopo avermela rigirata fra le mani, l’unica cosa che mi viene in mente (ce ne sarebbero altre, ma non saprei da dove cominciare) è di passarla ai compagni, perché si diffonda quella informazione, e così il mio iniziale e personale privilegio diventi patrimonio comune, quanto più possibile generalizzato.
Lodevole pensiero, ma anche questo costretto ad una triste conclusione: e dopo?
E dopo, altra informazione, altri spazi, altri viaggi, altri incontri con altri più o meno esotici compagni, altro rigirarmi fra le mani altre carte e, alla fine, altri passaggi verso quella mitica generalizzazione informativa che dovrebbe essere il lievito della rivoluzione. Dovrebbe, perché di fatto non lo è, non lo è se resta sola, se manco dell’essenziale, se manco di un progetto.
Ecco il punto. Tutto crolla, o almeno si ridimensiona in una gradevole ninnananna adeguata a salvarmi la vita, se manco di un progetto. Ma nessun progetto mi viene fornito come supplemento al pacchetto informativo. Allo stesso modo, non posso andarmelo a cercare per le medesime strade e con gli stessi mezzi che percorro e adopero nella ricerca di quei contatti che mi riempiono, e mi salvano, la vita. Il progetto è dolorosa e sconcertante esperienza personale, bisogno primario di chiedere e chiedersi: perché?, slancio per andare oltre, ancora più avanti, ben al di là di quello che arrivando come latte e miele sembra a tutta prima in grado di soddisfare la mia sete informativa.
Non dico che questo dèmone, una volta ospitato nel proprio cuore, sia in grado di chiudere la porta a qualsiasi altra faccenda, dico solo che insisterà altamente per ottenere di più, e non quantitativamente (altra informazione, altra carta, altri guai, altre belle notizie d’attacco), ma qualitativamente, diventando intransigente, chiedendo di più e proponendo di più.
In fondo, l’adeguarsi, com’è facile capire, non è che il segno della propria inadeguatezza. Io non posso permettermi di chiedere idee e progetti a chi mi trasmette informazioni, sarebbe implicitamente una delega e un gesto scorretto, specialmente per un anarchico, potrei suggerire io un territorio di approfondimento, verso cui indirizzare quel flusso d’informazioni così ricco, che invece mi limito a sponsorizzare in maniera passiva, o a farne carne della mia carne in maniera passionale, ma per fare ciò, per avanzare un passo ancora su questa strada, occorrerebbe il dèmone che mi detta dentro, ed anche il contenuto di questo dettato, la sostanza del progetto. Mancando questa sostanza, e non avendo mai sentito dentro di me la necessità di fornirmi di tutti gli strumenti idonei a farla venire alla luce, non posso fare altro che tacere, ripiegando su una posizione di minore rischio.
Forse nelle pagine precedenti, come spesso mi accade, sono andato al di là delle mie intenzioni. Non tutti i compagni si pongono passivamente di fronte all’arrivo del flusso informativo da loro stessi sollecitato e reso operante. Molti pensano che la stessa circolazione delle notizie sia progetto rivoluzionario e, dentro certi limiti, hanno ragione, però anche questi compagni devono convenire che il progetto può essere ben più ampio e, principalmente, per essere considerato tale, deve possedere la caratteristica dell’iniziativa, deve cioè essere un nostro progetto di attacco e distruzione dell’ordine esistente. Può, di sicuro, avere anche dimensioni circoscritte, e perfino microscopiche, ma questa caratteristica la deve possedere in pieno fin dal primo momento della sua elaborazione.
Può anche darsi, e non posso escluderlo, che molti compagni abbiano un progetto di massima, diciamo un indirizzo verso lo sviluppo e la crescita quantitativa del movimento anarchico, inteso in senso largo, e pur non appartenendo ad un’organizzazione specifica di sintesi, si sentano in grado di legare quel loro impegno nella ricerca dei contatti informativi con quel loro progetto di crescita, pur restando quest’ultimo racchiuso nella nebulosità di uno sviluppo rinviato sempre ad un domani più prolifico di risultati dell’oggi. Può darsi, ma non è questo il progetto di cui discuto.
Se dentro di me il dèmone mi detta, a volte confusamente e perfino contraddittoriamente, una sollecitazione distruttiva, e se questo bisogno primario, che in me è come quello dell’aria che respiro, si concretizza in visioni apocalittiche di masse insorte che azzerano gli intrighi e le sostanze del dominio, non posso nascondere che tutto ciò potrebbe solo essere un bel sogno, o un incubo, a seconda dei punti di vista.
Sarebbe stupido andarmene in giro a parlare ai compagni di queste visioni notturne che mi induriscono l’animo e mi trascinano all’azione, al massimo tutto ciò potrebbe giustificare le mie azioni di fronte a me stesso, rendermele comprensibili e quindi realizzabili, ma il progetto è qualcosa di più e qualcosa di meno.
È qualcosa di più, perché traduce in termini pratici e teorici quegli impulsi e quei desideri, perché li fa vivere come processi sociali possibili legandoli alle condizioni effettive del nemico di classe e alle sue trasformazioni nell’organizzazione del dominio. È qualcosa di meno, perché nel fare ciò rimpicciolisce l’afflato possente del dèmone e lo porta nell’ambito del discorso tecnico, persuasivo e perfino un poco pedante.
In ogni caso, sia ricorrendo alle semplici immagini dell’ira, che tutto vorrebbero azzerare dell’immondo nido di guai in cui viviamo, sia costruendo le linee di un progetto insurrezionale specifico, non mi sono mai sentito in grado di pensare, le due strade, come un possibile completamento dei contatti e della fruizione del flusso informativo di cui sopra. Dall’altro lato, più spesso di quanto non si pensi, avvertivo negli altri lo stesso interesse e la stessa passione che si agitavano in me, però non mi riusciva di legare i due momenti, avvertivo sempre una sorta di salto logico inaccettabile che mi faceva ripiegare con prudenza. Così, spesso finivo per abitare due universi separati, e con me tanti altri, quello informativo e quello progettuale. A volte volevo fare in fretta a sbrigarmi del primo per dedicarmi al secondo, persistendo nell’immagazzinarli separati.
Sarebbe inesatto dire che il problema venne risolto riflettendo sui possibili sviluppi della situazione sociale, economica e politica dei Paesi del Mediterraneo dopo il crollo dell’impero sovietico. Inesatto, ma indicativo.
La riflessione cominciò proprio da lì. Senza stare ad approfondire i problemi dei nuovi Paesi emergenti dalla decomposizione del socialismo reale, sembrano a prima vista più che probabili situazioni di estremo disagio generalizzato non solo nelle fasce più miserabili, ridotte al lumicino delle risorse, ma anche in quelle che una volta erano le classi medie, privilegiate dalla piramide gestionaria dello Stato onnicomprensivo, ed ora abbandonate a se stesse, a un destino se non di miseria, di degrado sociale e quindi di abbassamento delle prospettive alle quali erano state da sempre educate.
A partire dal 1990 questa situazione è diventata evidente, poi ingigantitasi sempre più, frenata solo dallo sporadico e casuale intervento umanitario delle organizzazioni internazionali, dal braccio secolare degli Stati Uniti e dall’occhiuta carità della rinnovata Germania.
Molti di noi, a partire diciamo dagli anni Sessanta, siamo stati abituati a considerare circoscritti alla Spagna, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Germania, alla Svizzera i rapporti internazionali con gli altri compagni anarchici. Dopo la caduta del fascismo spagnolo, iniziative interessanti di attacco vennero a cessare di fronte all’equivoco di una rinascita spettacolare del movimento anarchico iberico, rinascita maldestramente gestita nel corso di questi due decenni appena trascorsi, ma che nelle sue speranze di forza popolare quantitativamente significativa aveva, fin dall’inizio, bloccato qualsiasi tipo di attacco contro la nuova democrazia spagnola, considerata una possibile controparte per un dialogo gestionario della cosa pubblica.
Le tristezze di queste valutazioni politiche portarono compagni dapprima impegnati, e seriamente, nell’antifascismo e nella cosiddetta lotta clandestina, a limitarsi ad un sostegno esterno delle forze democratiche di sinistra, se non a un’accettazione del voto come strada verso progressivi miglioramenti utili agli sfruttati.
Ma, anche accantonando queste miserie, e prendendo in considerazione la lotta più radicale, o almeno tale in apparenza per il suo sistematico ricorso alle armi, nessuna delle esperienze partite con intenzioni libertarie, dovute alla considerevole presenza di anarchici, si può dire che si sia conclusa con una vera e propria sperimentazione organizzativa e metodologica diretta a spezzare il cliché del partito armato. Dal M.I.L. al G.A.R.I., da Action Directe al 2 Giugno, fino ad Azione Rivoluzionaria, l’avvitamento è stato per un irrigidimento delle posizioni di partenza, con l’eccezione, forse, dell’Angry Brigade, per quel che è dato sapere. Senza nulla togliere all’interesse e alla validità di tali esperienze.
Diciamo che la continuazione “antifascista” in seno a esperienze di organizzazioni armate specifiche di matrice libertaria, non è stata senza conseguenze. La mentalità “reclutatrice”, conseguenza della visione quantitativa come simbolo di forza e presenza nella realtà, indirizzandosi verso il chiuso del proselitismo da sigla facile da ricordare (AR nell’elenco alfabetico viene prima di BR), tagliava inconsapevolmente la strada alla generalizzazione dello scontro, anzi, alla fine, vedeva ogni sforzo verso la polverizzazione nel territorio delle azioni armate, come un elemento disgregatore e quindi negativo. Il massimo dell’indecenza è toccato al grido: “Unità delle organizzazioni combattenti”.
Nel senso contrario, nel senso cioè dello “Stiamo arrivando”, di cui si era fatta portatrice l’Angry Brigade, non si fece molto, anche per la mancanza in tanti compagni del coraggio di sperimentare, per cui si preferiva ripiegare su strutture più “solide”, in apparenza, come, per esempio, Action Directe, evitando la preoccupazione di mettersi a pensare dove potesse mai condurre una esperienza del tipo “Stiamo arrivando”, senza sapere in effetti cosa fare e dove andare a parare.
Eppure, a fianco di queste esperienze, e fin dentro di esse (se non altro a livello di dibattito teorico), ci sono state decine di migliaia di piccole azioni, corrispondenti nei fatti al desiderio diffuso, se non proprio generalizzato, di attaccare il nemico in mille modi diversi, non pretendendo di colpirlo nel cuore che non esiste, e neanche nei centri operativi essenziali che seppure esistono si coprono uno con l’altro. E queste azioni, quasi sempre non rivendicate, oppure assistite da fantasiose rivendicazioni e da improbabili sigle, avevano solo lo scopo di allargare l’attacco armato, fare vedere come esso fosse possibile a prescindere da strutture verticistiche più o meno chiuse, e in fondo come lo si potesse proporre quale strumento rivoluzionario generalizzabile, in certi casi, a tutta una situazione di lotta. Nessuna intenzione di crescita quantitativa.
L’anarchismo insurrezionalista nasce qui, in questo rifiuto del ricatto quantitativo e nell’intrapresa delle piccole azioni come modello rivoluzionario di intervento nella realtà. Ma, per molti motivi, nasce qui e resta confinato ad esperienze quasi esclusivamente dell’Europa occidentale, con l’ulteriore restrizione dei diversi settori nei quali sembra prendere corpo e incanalarsi: la liberazione animale, l’antinucleare, la solidarietà internazionale verso i popoli oppressi in maniera particolarmente feroce, ecc. Un progetto generale stenta a prendere piede, e meno che mai ad indirizzarsi verso Paesi europei con un altro genere di esperienza alle spalle e altri problemi da affrontare.
Se l’anarchismo insurrezionalista propone un metodo di attacco diffuso nel territorio, sembrerebbe a tutta prima la proposta progettuale più adeguata alle condizioni, a volte prossime all’anomia, presenti in molti Paesi dell’Est. Forti conflitti di base caratterizzano queste condizioni: una classe operaia in sfacelo ma ancora fortemente legata ad obsoleti luoghi di produzione, una classe dirigente velocemente indirizzata verso una inevitabile proletarizzazione, un vertice politico instabile e senza più l’alibi ideologico che in passato l’aveva aiutato a superare tanti momenti critici. Eppure non riusciamo a farci intendere. Anzi, in molti Paesi, come la Russia, è proprio il movimento anarchico tradizionale, l’anarcosindacalismo e l’archinovismo, che prendono piede, ripercorrendo i tristi itinerari spagnoli di dieci anni prima. Forse alcuni percorsi storici sono inevitabili?
Non credo, ma i fatti sono così, si presentano così. La riscoperta della propria identità rivoluzionaria, specie per le nuove generazioni, non è mai un movimento lineare, ma un processo contraddittorio che si sviluppa in maniera contorta e che per questo costa molto di più in termini di lacrime e sangue. Forse l’uomo, come diceva Bakunin, non ha ancora trovato una strada diversa per ribellarsi, e si attarda alla ricerca del mezzo migliore, rovistando nella cantina degli orrori passati.
Venendo sempre più a contatto, sia pure attraverso la stampa, ma qualche volta anche grazie a notizie che riescono a farsi largo fra le mille remore e le malcomprensioni che persistono, non ultima la barriera delle lingue, ci si rende conto che in questi Paesi la metodologia insurrezionalista non è un metodo fra i tanti, e neppure un progetto ben delineato, quanto una necessità alla quale non c’è modo di ovviare diversamente. Se finora le insurrezioni sono state espressioni circoscritte del malcontento popolare, fra poco potrebbero diventare incendio generalizzato, inarrestabile, in grado di determinare ripercussioni non facili a controllarsi nel resto dell’Europa, regioni mediterranee in particolare.
Questo ragionamento, in molte occasioni rigirato come un calzino, ci ha portato, in occasione del Convegno di Trieste, del 1990, ad avanzare una proposta organizzativa fondata su di un progetto insurrezionale. Le risposte che si sono avute alla lunga non sono risultate incoraggianti, anche perché presentate all’interno di un contesto dove dominava un altro modo d’intendere l’incontro stesso, il parlare fra compagni, il prendere contatto per la prima volta con esperienze lontane dalle proprie. Forse in quella occasione si lasciò che prevalesse (e come si poteva fare diversamente?) l’ideologia del siamo tutti anarchici, cerchiamo tutti uniti di raccogliere l’eredità della sinistra socialista e del mondo da essa creato, un mondo di orrori e torture, togliamo da questa esperienza tragica lo Stato, liberalizzandola a partire dall’economia, e ci resterà come l’oro in fondo al crogiolo alchemico, il comunismo anarchico.
Di certo le cose non stanno a questo livello di facilità. L’anarchia è altra faccenda, passa prima di tutto per una profonda trasformazione dell’individuo, e questa trasformazione non può aversi senza la crescita della coscienza, quindi senza l’avvento di una nuova capacità – prima inesistente – di organizzare la propria vita e il proprio mondo in modo radicalmente diverso. Non c’è solo da togliere il marcio della mela, c’è proprio da buttarla via.
Nella differente considerazione del che fare?, ecco che in quell’incontro, mi sembra, leggendo gli Atti (Est: laboratorio di libertà?, Milano 1992), ché all’epoca mi trovavo nel carcere di Bergamo, finisca per affiorare un malinteso di fondo. Nel Convegno ognuno parlava una diversa intenzione programmatica e si aspettava, per converso, di essere capito, cosa che naturalmente non poteva accadere nei limiti temporali di un momento destinato più che altro a conoscersi personalmente e senza nessun progetto discusso prima, di comune accordo, e dentro certi limiti condiviso. Si perpetuava così, all’ingrosso, il rito celebrato al minuto della perenne ricerca di contatti e informazioni. Questi contatti c’erano, finalmente visibili in carne e ossa, le informazioni anche (la grande madre Russia di nuovo in campo sotto i simboli dell’anarchia), ma non si poteva andare oltre, e chi voleva farlo, e cercò di farlo, dovette sembrare ai più, per quel che è stata la mia impressione di lontano spettatore, un marziano.
Qualcosa di diverso, pensarono in molti, un incontro che possa concretizzarsi su di una base teorica precisa, non solo circoscritta nei temi e nei progetti metodologici, ma perfino geograficamente. Il Mediterraneo come luogo di intersecazione di problemi comuni a tanti popoli e Paesi, ma problemi capaci anche di riverberarsi come effetto e come punto di riferimento sulle condizioni di lotta di Paesi geograficamente lontani.
Ma qualcosa di continuativo, che fosse capace di mantenere in vita un flusso informativo retto da un progetto comune, un progetto che concretizzasse nella pratica, e nelle diverse situazioni, l’anima insurrezionale lasciandosi alle spalle ogni illusione di sigle reboanti e di conteggi a mano armata.
L’idea dell’incontro, fra compagni dei diversi Paesi del Mediterraneo, più incontri nel tempo, cominciava a prendere corpo. E, parallelamente, la necessità che questi incontri non fossero la gigantografia dei contatti individuali dedicati quasi soltanto alla reciproca conoscenza e allo scambio d’informazione. In essi occorreva affrontare anche il problema del progetto insurrezionalista, problema complesso e difficile da porre sul tappeto in modo chiaro, ma che la realtà, da canto suo, s’incaricava ogni giorno di più di porre in evidenza.
Che fare? Che fare in casi come la Bosnia, come l’Albania, la Romania, l’Armenia, la Cecenia? Che fare? E ancora, che fare in casi come l’Algeria, la Palestina, Israele? Che fare? Quante situazioni bisognava vedere passare sotto i nostri occhi prima di capire cosa fare?
L’Internazionale insurrezionalista, come idea e come progetto nasce da questo flusso di problemi.
Per tanti motivi, non ultimi quelli repressivi, ma anche per le tante incomprensioni fra compagni che in questi ultimi anni sembra abbiano reso più corrusco del solito il non mai limpido cielo del movimento anarchico, non si è arrivati al primo passo, quello di una riunione preparatoria del Convegno iniziale dell’Internazionale.
Mi auguro che questo libro possa costituire una spinta per andare avanti, per tornare a parlare del problema e per arrivare là dove si era pensato di arrivare.
Che, alla fine, la voglia di fare prevalga sulle remore e sui sospetti.
Catania, 13 dicembre 1998
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, Marzo 1999

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