Bonanno Alfredo Maria, “Guerra civile”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Novembre 2013, 67 p.

Nota introduttiva alla prima edizione

Capire le nuove condizioni della guerra civile, quelle che diverranno così familiari a tutti noi negli anni futuri, richiede uno sforzo di liberazione. Scrostare il proprio modo di concepire il mondo dai residui di un intero secolo (l’ultimo, con tutti i suoi guai) di sedimentazioni non è facile.
Qualcosa di profondo, che si è annidato dentro di noi, proprio nel nostro sentire più intimo e protetto, dove non permettiamo a nessuno di accedere, deve cadere, deve aprirsi e permettere al ferro rovente dell’indagine impietosa di farsi avanti. Dopo tutto si tratta di linee d’ordine, anche se sono state spacciate come l’ultimo baluardo del rifiuto dell’ordine, la revoca in dubbio del modo di vivere cosiddetto borghese. E noi, distruttori dei valori della borghesia, pensavamo di essere i depositari di quel sogno dell’avvenire che ci eravamo portati in cuore. Tutto questo potrebbe mantenere qualcosa di concreto e di vivo, ma potrebbe anche essere di no. Solo dopo che il ferro rovente delle esperienze senza ritorno sarà passato attraverso, solo allora potremo sinceramente rispondere alle nostre antiche domande. Fino a quel momento, si consiglia il silenzio.
Non basta volere la libertà, bisogna avere anche la schiena adatta per sopportarla. Gli uomini sembra che non si siano ancora prodotta questa schiena sufficientemente asinina per il loro futuro, quindi non sono ancora pronti per la libertà. E siccome non vedo perché si debba affidare questa speranza a un qualsiasi processo di evoluzione, dei tanti che se ne trovano in commercio, non mi resta che la speranza dei folli, quella contro tutto e contro tutti. Il che mi sta bene, ma che sia chiaro: qui siamo dei folli imbarcati in una nave senza destino, la cui rotta, forse proprio per questo, è aperta a tutte le possibilità.
Nella penuria ci siamo stretti uno all’altro, dandoci reciproca forza, credendo in un Dio unico che ci indicava la strada. In tempi recenti, e meno recenti, questo Dio ha cambiato volto, grosso modo le condizioni dello stare assieme sono rimaste valide fino ad oggi. Il futuro ci ispira ancora tanta paura, ed è quindi necessario mettersi uno accanto all’altro per fare fronte. Ancora oggi, qualche stralunato rivoluzionario parla di “Fronte di classe” o qualcosa del genere. Poiché non siamo mai stati, in fondo, animali da armento, ci siamo sempre sentiti portatori di stimoli eversivi, diretti a rompere le forze aggregative che premevano in senso contrario. Non poche volte noi stessi abbiamo stigmatizzato questi stimoli, in uno con le scomuniche delle chiese in carica. Si avvicinano tempi che potrebbero rendere questo modo di fare sempre più necessario, proprio per questo diciamo subito di tenerci alla larga. Nessuna chiesa, per favore, meno che mai quella anarchica che sembra (a volte) negare ogni chiesa in nome della chiesa delle chiese, quella che si fregia del titolo irrefutabile di distruttrice di tutte le chiese. Anche di questa chiesa, alla larga.
Anche dal modello “naturale” alla larga, per favore, ancora un poco di pazienza, seguitemi un altro poco. La forza e la potenza dell’uomo, il suo braccio muscoloso che apre le fauci della belva, modello contrapponibile al povero e atrofizzato braccio del mendico che chiede l’elemosina di un aiuto, il brando possente di un liberatore, solo in apparenza sono antitetici, in fondo sono le due facce della stessa condizione. Condottiero e condotti si sostengono reciprocamente, l’uno, senza gli altri, sarebbe un farneticante manichino. Se, finora, abbiamo accettato la punizione all’interno del gregge, la soluzione non può essere semplicemente quella della rivolta nel gregge, altrimenti ci resterebbero solo le scottature del sole della ribellione, e dopo, tornato il maltempo delle necessità ricostruttive, non faremo altro che rimpiangere di essere ancora in vita e di non avere trovato sorella morte ad accoglierci il primo giorno della rivolta.
La forza va bene, se sta dalla mia parte, la ribellione anche, l’intelligenza e la capacità di progettarsi un intervento seriamente distruttivo contro il mio nemico, sono condizioni importanti dell’attacco, ma non sono tutto. C’è qualcosa d’altro, ed è questo qualcosa che viene fuori dalla guerra civile. C’è il mostro della libertà, armato di tutto punto, con tutti i suoi aculei al posto giusto: ecco quello che in fondo mi fa più paura, ecco quello che devo capire se non voglio continuare ad aprire la strada ai futuri dominatori.
L’istinto vitale, la forza che posso sentire (ascoltando bene, senza tentennamenti) dentro di me, perfino le sue selvagge modulazioni, l’orgoglio, il coraggio, l’egoismo, l’entusiasmo, mi sollecitano ad andare avanti, a superare questa condizione di vita, ma se mi limitassi a questa piattaforma di “generosità” fondata sulla certezza finirei per fare una brutta esperienza. Ancora una volta, il cavaliere senza macchia si armerebbe nella notte della veglia per morire (se fortunato) al sole del giorno dopo. Non c’è difatti niente da “superare” in quell’armamentario di generosità. Occorre scavare più a fondo, penetrare più intimamente nella piaga che nascondiamo sotto il fiammante giustacuore della coerenza.
La libertà richiede un’analisi profonda dei valori che ancora fioriscono attorno a noi, come erme sulla strada dell’incredibile futuro. Ognuno di questi simboli fallici racchiude il sogno di una potenza estinta. Singolarmente presi avevano un senso, dicevano qualcosa (forse) all’uomo che non c’è più. Il coraggio è diventato materia per corride spagnole e circuiti motociclistici. I migliori lo coltivano, innaffiandolo quotidianamente con letture edificanti, in attesa della prima barricata dove andarsi a infilzare nella lancia dell’avversario. In fondo, della libertà, ai migliori, che gliene importa? Loro hanno una bella armatura di coerenza con cui vanno in giro pavoneggiandosi per cortiletti e stradine di periferia, e tanto gli basta. Saranno gli ultimi a cogliere questo discorso, feroce fino in fondo, un discorso senz’ombra dove nascondersi. La libertà è mortale.
Niente come la guerra civile ce lo dimostra. Non c’è nessuna tendenza al bene. La rivoluzione, considerata nella sua realtà e condotta fino in fondo, la rivoluzione che non abbiamo ancora visto, è l’azzeramento di tutti i valori, la nascita di una condizione di anomia assoluta, la sola in cui si può parlare di libertà: può quindi chiamarsi l’avvento del bene? Farlo adesso, dopo le tante esperienze di quest’ultimo secolo, significa continuare uno stupido scherzo. Non c’è compimento possibile della storia, non c’è finalizzazione verso il miglioramento, non c’è progresso.
Messa insieme questa merce poco digeribile, si può guardare in faccia la guerra civile, senza restare al primo livello: quello della riprovazione e del disgusto.
Catania, 29 aprile 1999
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “Dissonanze”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2015, 729 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione

Gli scricchioli del mondo che mi circonda li sento sempre più forti, sarà una mia impressione, ma è così. Non voglio indicare la causa di questo rumore persistente, mi sbaglierei di sicuro, forse è connaturata alle vecchie pulegge repressive e partecipative che fanno andare avanti la baracca, fare questo rumore, forse è l’insieme dei lamenti di coloro che soffrono, e se ne dolgono, ma non sanno come porre rimedio ai propri guai se non richiedere, per cortesia, un allungamento della catena.
Altro è il deserto. Il deserto è prova e paura, una minaccia che incombe continua e imprevedibile. Eppure è un’aridità solitaria che educa alla pazienza e all’attesa. È l’immagine più convincente della tensione, dell’intensità che si esalta senza necessariamente apparire irreversibile, senza avere obbligo di apparenza. L’ebete fascino del tumultuoso modo del fare è lontano, pure non essendo scomparso del tutto. I miei nuovi progetti nell’intuizione dell’azione trascolorano e fluiscono nella desolazione, variano dapprima in modo ragionevole, poi sempre più velocemente, all’infinito, rifiutando di ascoltare le mie parole e prestando orecchio alla voce dell’uno che arriva col vento del deserto. Questa voce respira e svanisce a ogni sensazione, canta la vita, la qualità e le intensità che la caratterizzano senza con questo specificarla in modo definitivo fino in fondo, fino a farla conoscere con la forza possessiva della parola. Ogni parte di questa intensità non è distinguibile dall’altra, è tutto continuo nella realtà, inesauribile e lieve movimento, appassionata risposta alla richiesta di amore che viene dal deserto. Amo la fugace presenza di ciò che nella forza era assenza, amo la vita che nel deserto è tanto forte da essere morte nello stesso tempo, da riassumere in sé la morte come ridicolizzazione del tempo. Tutto nella desolazione si dissolve all’ombra di una qualità indefinibile col maglio dell’apparenza, ma ottimamente individuabile nell’intensità. Se la vita e la morte si riconoscono entrambe nella desolazione è perché il tutto e il nulla sono semplici modulazioni dell’intensità, non elementi logicamente antitetici. Nell’azione felicità e disperazione si uniscono insieme, non si distinguono più, gioia e malinconia, condizioni dove, nell’estrema intensificazione puntuale, non posso che essere in loro perché sono stato colto, ma che non posso né capire né dire.
Qui rifletto su un numero considerevole di modulazioni della vita, sofferenze e gioie, attacchi inferti e colpi subiti, tentativi violenti di liberazione e processi repressivi in corso. Mi affascina l’eccesso, l’eccesso senza compromessi, l’essere tutto quello che sono, messo in gioco senza reticenze. Non potrei resistere a lungo senza avvertire presente una tensione estrema, l’ebbrezza di un movimento che cerca quello che non è a portata di mano, che si incanta di fronte alle propaggini di una sconosciuta desolazione, al silenzioso profilarsi di un territorio nuovo, privo di contrassegni e di corrispondenze. La gioia dell’assenza non può essere un semplice aumento di grado della gioia della presenza. Questo passaggio non esiste, la sua impossibilità è data dalla incapacità quantitativa di completarsi. Ciò comporta una sollecitazione al combattimento, anche contro tutto quello che ho costruito, che ho solidificato sotto l’aspetto del possesso, e anche una lotta contro tutti i tentativi di aumentare questo possesso per farlo diventare capace di controllare il mondo. Innalzarmi sugli ostacoli del mondo è una banale esercitazione di muscoli, devo salpare verso nuovi orizzonti, la mattinata è ormai matura e sono sazio del miscuglio di luce e di buio che mi viene servito come verità e non è altro che apparenza. Che la gioia esploda fino a confondermi, che io non sappia più che fare, dove poggiare i piedi, su quale recondita saggezza fare affidamento, che una spinta cresca dentro di me come una pianta tropicale, estranea e incomprensibile, con un ritmo insostenibile e confuso e faccia sfiorire ogni traccia di meschinità e di concezione razionale. La bufera si approssima ed è quella solita che si scatena nel deserto, sabbia e vento.
Arrivederci altrove, ecco il saluto dell’altra volta, quindici anni fa, per me resta sempre lo stesso. Arrivederci altrove.
Trieste, 4 marzo 2014
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Dissonanze, inizialmente era suddiviso in 6 volumi, usciti tra l’Ottobre 1999 e il Marzo del 2000. Successivamente sono stati raccolti in unico volume e pubblicati nel 2015.

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Bonanno Alfredo Maria, “Come un ladro nella notte”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Settembre 2009, 108 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione
Questi ultimi dieci anni, la metà dei quali passati in carcere, non mi hanno fatto risolvere la contraddizione alla quale accenno in questo libro.
Anarchia e libertà sono sinonimi? A quel che vedo in giro, tranne una sparuta schiera di esseri lunari, non ci sono altro che imbroglioni e mestatori. E che vuol dire? Niente, l’anarchia e gli anarchici sono due cose del tutto differenti. Della prima ci si può innamorare a vita, dei secondi quasi mai l’amore dura a lungo, escluso quei pochissimi, per i quali l’affinità e la sintonia di affetti va al di là di qualsiasi contingenza.
La diversità che colgo tra il dire e l’agire è nella libertà di quest’ultimo, quindi anche nella libertà della volontà di agire. Il volere essere liberi non è però uguale ad essere liberi, il libero non vuole essere libero, semplicemente lo è. Non opera una selezione negandosi tutto quello che lo vincola, catene in primo luogo. Sono uscito da poco dal carcere e devo quasi certamente tornarci ancora per un residuo pena di un anno e qualche mese, potevo non essere mai entrato in galera, fin dal lontano ottobre del 1972, quando per la prima volta feci questa esperienza, bastava che continuassi a fare il dirigente industriale. Se ho gettato alle ortiche il mio status di sicurezza non l’ho fatto per finire in prigione, ma per fare più facilmente dei passi verso la libertà. Né l’andare in prigione ora né quei passi ormai lontani sono la libertà. Fino a quando dovessero restare solo un volere la libertà sarebbero conati e forme sofisticate di controllo.
La libertà, e quindi l’anarchia, si coglie ma non si possiede, è la qualità somma che perdo proprio nel momento in cui mi chiedo se posso conservarla garantendola contro le pretese dell’altro. Il dono comanda la qualità gratuitamente, il donarsi è aprirsi senza chiedere nulla in cambio. Senza questo dono non si arriverebbe mai alla qualità, ma si resterebbe sempre nell’ambito dell’impenetrabilità del fare.
L’azione che non mi coinvolge, che non mi cambia la vita mettendomi a repentaglio, è un semplice fare, una routine che rischia di infettare perfino la mia stessa quotidianità.
Vorrei, e lo sto facendo, scrivere tutto questo per gli altri, per me questo è un male necessario al quale cerco in ogni modo di sfuggire. Quando trovo un lettore ho un tuffo al cuore e mi chiedo se finalmente è arrivato chi riuscirà a leggere quello che anche io, solo io, riesco a intravedere a malapena in quello che scrivo. Considerare poi la fortuna di un libro è qualcosa di puerile. Basta pensare, per quel che mi riguarda, a La gioia armata. Spesso molti leggono un libro senza vederlo, quasi per sentito dire. Scrivere è una malattia dura a guarire, leggere senza capire è una malattia dello stesso genere. Non si è trovato ancora il modo di curarle, si possono solo cronicizzare.
Conosco molti stupidi che non potendo fare altrimenti si immaginano di vivere dei grandi eventi o di affrontare dei grandi problemi. Gli stupidi sanno sempre quello che fanno. Sono quasi in balia dei loro mali e ascoltano gli altri sperando di dare la stoccata buona.
La libertà, e quindi anche l’anarchia, non va raccontata, è una condizione cieca, non si lascia mettere per iscritto. La volontà l’azzera solo apparentemente, per meglio controllarla, ma non può mai cancellarla del tutto. Perfino nei peggiori, nei mestatori e nei venduti, si trasforma in falsa coscienza e morde senza pietà. La volontà campa a credito della libertà. Ora la vede come un nemico da affrontare, realizzandolo nel proprio ridurlo all’impotenza, ora come un’amante vogliosa da soddisfare. Il dolore che porta con sé non si distingue facilmente dal piacere.
L’anarchia è il massimo livello della libertà, riconoscere questo itinerario, scoprirlo, seguirlo, sono esercizi massacranti e richiedono una certa tendenza omicida. L’anarchico non sogna distruzioni, distrugge. I poveri illusi, che di solito considero stupidi, cercano a tutti i costi di darsi un atteggiamento da distruttori. Solo pochissimi non lo fanno. Alla lunga ottime persone ricavano da questa maschera una specie di automatismo, un gioco malvagio da cui non riescono più a venire fuori. Nei loro confronti è superfluo dire di no.
L’anarchia, e quindi anche la libertà, non può essere cercata come comunione conchiusa, perfetto completamento di quello che palesemente mi manca nella vita. L’apertura all’azione non lascia intendere questa aspettativa, che sarebbe una forma di reductio ad unum. Lo sforzo dell’azione è diretto, nella migliore ipotesi, a una delusione, alla constatazione di una sconfitta, ma questo fine è per pochi, sono difatti pochi quelli che non si fanno travolgere dal trionfo decretato loro dagli stupidi a tale scopo assoldati. Andando oltre è la regola che viene spezzata, tutto quello che è stato fatto andava bene, tanto bene da risultare degno di essere messo da parte, considerato materiale di riflessione non di possesso. Il cammino procede, lo strumento che si pensava conclusivo è invece un biglietto di passaggio verso qualcosa d’altro che la libertà mette in gioco nella molteplice veste delle possibilità.
Intenzionarsi verso l’anarchia ha una motivazione tremenda, una specie di mandato nuovo. Niente di ciò che appartiene all’accomodamento, alla progressione e alla contrattazione migliorativa può direttamente relazionarsi con l’anarchia, salvo che non si tratti di immagini e rappresentazioni simboliche. Un rifiuto del mondo è lo stesso impossibile, una parte del mondo è richiesta in maniera assoluta, me stesso. In genere mi costruisco un modello ed è questo modello che propongo nel relazionarmi con l’azione e con i miei compagni, ma me stesso è sempre al sicuro dietro il modello, non viene mai allo scoperto. Se l’anarchia mi chiama non posso ascoltare la sua voce perché le convenienze del mondo me lo impediscono, i miei stessi modelli in primo luogo, la vita è imitazione e immagine, non è me stesso messo in gioco. L’anarchia esige pienezza assoluta che non posso portare dietro non possedendola. La follia soltanto intuisce una possibile rapportazione, un dono che non può essere distrutto perché oltre ogni possibilità di misura. Non potenza che si realizza, ma realizzazione inimmaginabile che non potevo presupporre né programmare. È questa la sola possibile compresenza tra l’anarchia e il mondo che parcellizza e produce continuamente la vita, con tutte le limitazioni alle quali ogni giorno ci costringe a far fronte.
Trieste, 22 ottobre 2007
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, Gennaio 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “La bestia inafferabile”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, 128 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione
C’è un legame tra quello che posso fare e quello che sogno di fare. Tra accontentarmi del mondo così com’è e cercare di mandarlo a soqquadro. Questo legame da un lato tocca l’eternità della vita nel suo svolgersi inattingibile, forse incomprensibile, dall’altro i contrafforti di una modestia che non ha avuto in sorte che alcune possibilità di difendersi.
Imprecare alla propria incapacità non vale, i mezzi per lottare non li regala nessuno all’angolo delle strade. Occorre staccarli dalle pareti del tempio, affrontare il corruccio degli dèi pensierosi della propria sorte, e l’avida tenacia dei manutengoli addetti alla custodia.
Fior di denti aguzzi e di mascelle spalancate sono fuggiti via al primo rumore di una scacciacani. Bisogna inerpicarsi per via scoscese, per difficili sentieri non riconoscibili sulle carte del condominio governativo, incontrare il pericolo faccia a faccia nell’aria rarefatta delle altezze, dove non è possibile giocare sugli equivoci, mentre altrove un abitacolo pieno di fumo può mettere a nudo l’animella spaurita di una mangiatrice d’uomini. Non è il simbolo della montagna che mi interessa, e neanche quello della radura da cercare nell’impenetrabile foresta, il cuore dell’uomo nasconde oscure possibilità ancora da scoprire e semenze imprevedibili da cui far venire alla luce frutti che la rivolta finora non ha avuto modo di vedere. Ma questo impressionabile muscolo per ora batte timido nei recessi della propria allocazione. È un gigante che si immagina di scalare il cielo e non ha fatto i conti con i propri piedi d’argilla. Perché questa debolezza? Non si tratta di un fatto muscolare né di mezzi a disposizione. Non è certo la potenza di fuoco quella che distingue la bestia inafferrabile dall’animella spaurita che continua a raccontarsi le solite storie di fantasmi del passato per avere modo, la sera, di chiudere gli occhi e trovare il sonno riparatore di tante fatiche.
La protesi, quando c’è, ha sempre bisogno di una realtà concreta su cui innestarsi. Ho visto distruttori armati di tutto punto decidersi per la resa e ho visto al lavoro la bestia inafferrabile. Due universi differenti. Sono tanti i fili che ci tengono legati, fili che la coscienza alleva e sottopone a periodiche manutenzioni, fili di perbenismo e di sacralità, fili talmente tenaci che non possono essere neanche scalfiti dalle parole, anzi più queste parole sono esaltate ed esaltanti, più quei fili che rendono mummificata la coscienza, si rafforzano e così frenano qualunque stimolo alla rivolta. Se non si spezzano prima questi fili, ed è lavoro del singolo che deve crescere insieme ai suoi compagni in uno sforzo affine verso l’azione, ruggire è solo un gargarismo linguistico.
Rompendo quei fili non ci sono più né proporzioni né misure, tutto viene di colpo oltrepassato. L’architettura difensiva del nemico è parimenti forte e, forse, insuperabile, ma le sue strutture non sono più un ostacolo per la bestia che si slancia contro di loro. Non cadono, a volte, restano in piedi e a cadere è proprio l’animale dai forti e invincibili denti aguzzi, e che vuol dire? Forse per questo mille altre bestie altrettanto inafferrabili non si rialzeranno dal loro oblio lanciandosi all’attacco di quell’architettura senza fare calcoli di centimetri o di grammi?
Il nemico, a ben considerare le cose, è inaccessibile con i mezzi ordinari di attacco. Quando non stronca subito la vita della bestia inafferrabile, le taglia le unghie e i denti, l’addomestica, gli offre un pasto e uno stipendio a fine mese, oppure, molto più banalmente, gli dà la possibilità di ruggire, di ruggire quanto e come vuole (è stato abolito l’art. 272 del codice penale italiano). Il muro che così alza il potere intelligente è più alto e più forte di qualsiasi gabbia dello zoo.
La riflessione può essere tessuta di leggerezza e trasparenza, ma resta sempre struttura preventiva dell’azione, anche nelle persone migliori non manca di mettere in luce la malinconia che tutto pervade il mondo dell’attesa, del rinvio, del prepararsi in vista di essere forti abbastanza per fare qualcosa. Alla tristezza della ineluttabile inadempienza a volte si sopperisce con la ricerca di una inadempienza ancora più grande, quello che non può essere concluso, messo in atto adesso e subito, tanto vale che venga lasciato aperto, possibile ma aperto alla discussione e all’imbroglio reciproco, nella migliore buonafede. In questo modo il lavoro preparatorio si avvita come un serpente che vuole ingoiare la propria coda. Non posso di certo cadere nel tranello del tanto peggio tanto meglio, non posso nemmeno non vedere la sproporzione di forze. Sono una persona seria, io.
Eppure i segni del dolore sono qui, davanti a me, non il dolore degli altri, ma il mio, il mio personale portarmi dietro la carne incisa e le ossa martoriate. Posso squadernare questo dolore nella sua laida pienezza e posso coprirlo con le bende della pudicizia. Solo la bestia inafferrabile, nella sua barbarie inassimilabile da parte degli inebetiti bamboccioni che giocano a fare i terribili, sa radicalizzare il proprio rifiuto dell’addomesticamento senza stare molto ad approfondire i limiti reali non solo del ruggire ma anche dell’agire, dell’affondare la propria zampata singola, sia pure, e micidiale.
Il colpo che viene inferto senza indugi e senza imbarazzi, in se stesso senza bisogno di giustificazioni, la presa alla gola spersonalizzata e oggettiva, orgogliosa di dire sì anche davanti alla coscienza dei propri limiti e delle proprie debolezze, caratterizza la bestia inafferrabile.
La visione intuitiva dell’azione dovrebbe essere alleggerita da tutti i ricordi e dalle abitudini che affollano la riflessione preventiva. Occorrerebbe parlarne con sobrietà e senza quella enfasi che ricade inevitabilmente nella ripetizione e nel tornare a riprendere ciò che si è detto di già. Un ruggito è più che sufficiente, due rischiano di diventare una chiacchierata. Ogni volta bisognerebbe essere pronti alla partenza per andare oltre, per uscire fuori dal porto delle attese dove il battello è ormai stanco di dondolarsi nelle medesime acque. Non si verifica, questa partenza, perché il nemico ha dato un segno di debolezza, ma solo perché deve accadere, perché è impossibile che non accada. Può anche essere un istante privo di seguito, un balenio della zampa, può essere invece l’istante a cui seguirà quello in cui è consentito di assistere all’attacco inferto, alla rabbia finalmente esplosa, all’azione.
Per questo la bestia è inafferrabile. Con buona pace degli attendisti e degli aspiranti conquistatori.
Trieste, 19 ottobre 2007
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “Anarchismo insurrezionalista”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2019, 192 p., Terza Pagina

Introduzione alla seconda edizione
Dietro ogni aspetto della teoria anarchica insurrezionalista si nasconde un progetto, non dico un quadro asfittico completo in tutte le sue parti, ma un progetto sufficientemente individuabile, ben al di là di queste pagine e delle tante altre che nella mia vita ho scritto su questo tormentato argomento. Se non si tiene conto di ciò nessun chiarimento analitico potrà fare molto, anzi correrà il rischio di restare quello che è, un insieme di parole che pretendono contrastare la realtà, pretesa incongruamente idealista. Le piante grasse della filosofia classica tedesca, con i loro allettanti pungiglioni, hanno fatto tutto il danno possibile, spero che non costituiscano ancora più oltre specchietti per ingenue allodole rivoluzionarie.
Ciò non vuol dire che il problema del metodo possa essere affrontato di punto in bianco senza tenere conto di quanto è stato detto in tutte le salse, anche dalla stessa filosofia classica tedesca, sarebbe una ingenuità. In questa prospettiva non ci sono scorciatoie né ricette privilegiate, solo il duro lavoro rivoluzionario, lo studio e l’azione. Le scivolate che ho visto fare in questi ultimi anni a tanti distruttori più o meno canuti mi confortano in questa mia rigidità d’intenti. Sarebbe inutile pensare la propria radicalità estrema quando poi ci si limita a nascondere la mano senza neanche gettare il sasso. Non è una corsa all’immagine più significativa, allo specchio magico che riempie di colori smaglianti e inghirlanda preziosamente quattro pensieri domenicali da bacetti Perugina.
Questo libretto illustra un metodo, quello anarchico e insurrezionale, ma è di un’esperienza che esso parla, non di teorie che più o meno possono entrare in contrasto tra loro o anche andare d’accordo. Una esperienza che continua nel tempo e che si è andata sedimentando per così dire sul campo, nell’azione concreta, prendendo la sua forma ed espressione letteraria quasi per caso, in articoli, relazioni, volantini, o altro, sporadicamente affidati alle necessità del momento. Invece di vedere in questo un elemento di dissociazione, vi vedo, vi ho sempre visto, un movimento particolare, un incontro caratteristico tra idee ed azioni, in modo che dalle seconde si trovi luce particolare per le prime, e viceversa, senza soluzione di continuità.
Molti, ministro dell’Interno in giù, fino all’ultimo appassionato di fanfaluche, vi hanno visto un miscuglio indigesto di vigorosa maturità di pensiero e di fantasia sciocca e puerile. Che me ne importa? Ho sufficiente spessore della pelle per rendermi conto che le nerbate fanno parimenti male quando vengono dalla critica occhiuta del carabiniere che sogna di farmi assegnare quanto più possibile anni di carcere e quando vengono camuffate e direi quasi imbastite nelle lodi di un imbecille o nei ragli letterari di un asino.
Ogni metodo si basa sulla realtà, in caso contrario non è un metodo, né mai potrà dare vita a un progetto, è solo un movimento di gambe nervose e infaticabili, una passeggiata nel bosco delle favole, uno sciogliere enigmi della sfinge, un risolvere problemi di geometria descrittiva difficili solo per i fanciulli. La vita è un insegnamento troppo feroce per accettare, sia pure come compagni di viaggio, vertiginosi parassiti che si dilettano parlando delle loro impressioni e dei loro desideri di libertà. Parola pesante questa, molto pesante.
Nel volere essere liberi c’è una mostruosa tentazione, occorrerebbe squarciarsi il petto. Di già la stessa parola libertà è uno scandalo, che la si riesca a dire senza arrossire è uno scandalo. Che io insista a dire questa parola senza far fronte alle conseguenze che l’essenza stessa di quello che questa parola sottintende e mi pone di fronte è altrettanto scandaloso. La libertà, in fondo, non può essere detta, quindi questa parola, libertà, è ingannatrice, e mi inganna nel momento che la pronuncio. Eppure è detta, ma occorre un’aggiunta fondamentale, mettere a rischio me stesso. Quest’aggiunta dona nuovo significato alla parola, la sconvolge e la mette a nudo criticamente, taglia i tanti ponti significativi con una insistente chiacchiera alimentata da perdigiorno in vena di stramberie e la scarnifica portando alla superficie la possibilità di una realizzazione. Concretizzare a ogni costo la libertà.
C’è un meccanismo in questa fase interrogativa che è ancora perseguibile nei suoi dettagli, la parola risuona ancora nel gesto critico che scava dentro il di già detto, ma non è soltanto questo. Il senso profondo di questa parola sta proprio nel permettere un’apertura al proprio mettersi in gioco, faccia a faccia con la verità di se stessi, senza che niente possa essere inteso come schermo e riparo dietro cui attutire i colpi. Il meccanismo di cui parlo, il metodo rivoluzionario, non può essere diretto a rassicurare sui risultati, nel qual caso sarebbe una vera e propria critica positiva filosoficamente orientata a conservare più che a distruggere, ma è diretto a inquietare ulteriormente, a lacerare per l’ultima volta, prima del coinvolgimento, a mettere a disposizione non solo mia ma di tutti una possibile conclusione offerta proprio dall’applicazione del metodo e dall’assunzione delle responsabilità rivoluzionarie.
La straordinaria condizione nuova che riesco così a intravedere è il metodo insurrezionale, un abisso senza fine di cui le poche tracce indicative che spaccio per di già accaduto sono solo una remota e pallida immagine.
La distanza tra il pensiero e l’azione può, a volte, raccorciarsi di molto, e allora è il momento buono per colpire.
Trieste, 20 ottobre 2007
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima Edizione: Catania, Giugno 1999
-Seconda Edizione: Trieste, Settembre 2009

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Bonanno Alfredo Maria, “Palestina mon amour”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2007, 336 p., Terza Edizione

Nota alla seconda edizione
Esaurita in pochi mesi la prima edizione di questo libretto se ne è resa necessaria una seconda, che esce liberata, almeno mi auguro, della maggior parte degli errori che avevano funestato la prima.
Mi sarebbe piaciuto dar conto qui delle tante discussioni che a voce e per lettera ho avuto con i compagni che hanno sviluppato non poche critiche al mio lavoro.
Forse lo farò in una prossima edizione, forse non lo farò mai. Si vedrà. Qui mi sembra interessante notare che non sono uscito del tutto malconcio dal ginepraio dove sono andato a ficcarmi. Dopo tanti anni, l’odio accumulato e le delusioni assorbite con apparente noncuranza, non hanno cancellato il mio entusiasmo, nei fatti, intendo, più che nel riordino delle idee.
L’identità ebraica, nella sua contorta visione della vita, nella sua concezione del mondo che colloca al centro di tutto un Dio molesto quanto altri mai, e da questo trauma originario riversa nella propria storia una giustificazione e perfino un amore per la catastrofe, resta uno degli elementi essenziali da cui partire per comprendere perché nessun quartiere verrà dato alle rivendicazioni palestinesi.
Per un altro verso, altrettanto doloroso è stato per me constatare che l’itinerario intrapreso dai Palestinesi non è per nulla quello che auspicavano tanti anni fa. Politici e profittatori stanno lavorando a costruire uno Stato che per forza di cose sarà forse peggiore del suo nemico di sempre.
L’unica speranza resta l’insurrezione popolare, che di già comincia a profilarsi contro gli stessi governanti dei Territori, fantocci in divisa che una volta, non tutti beninteso ma la maggior parte di loro, sembravano persone in carne ed ossa, uomini e donne degni di fiducia e di rispetto.
Ma il tarlo politico rode e mina in profondità tempre e caratteri che sembravano inattaccabili a qualsiasi lusinga. L’“autonomia” dei Territori ha avuto il risultato di trasferire in mani palestinesi il controllo dell’ordine pubblico. Adesso è la polizia palestinese a controllare e reprimere tutto, perfino la stessa Intifada. Israele sta risparmiando i costi altissimi di questo controllo e le spese militari e politiche di una occupazione sempre più difficile da mantenere. Gli interessi del nuovo governo israeliano si indirizzano ora verso la conquista di Gerusalemme-Est, tradizionale zona di insediamento palestinese.
Se si tiene conto della grande presenza di coloni israeliani nei Territori cosiddetti liberati si arriva a una facile previsione: aumento degli scontri. Alla fine del 1988 i coloni in Cisgiordania erano aumentati da 110.000 a 145.000 e quelli di Gaza da 3.000 a 5.500.
Al di là di tutto, perfino delle considerazioni sviluppate in questo libro, i sogni di un tempo continuano a farmi battere il cuore.
Catania, 2 giugno 1999
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima Edizione: Catania, Dicembre 1997
-Seconda Edizione: Catania, Giugno 1999

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Bonmassar Michele, “Razza e diritto nell’esperienza coloniale italiana”

Edito da Sensibili alle Foglie, Roma, 2012, 224 p.

Questo libro tratta della “razza”. Sebbene questa nozione non possa applicarsi alla specie umana, vi è stata una vera e propria costruzione giuridica di questo concetto, tanto radicato da ricorrere ancora diffusamente nel gergo e da ritrovarsi persino all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica. In Italia questo è avvenuto nel quadro dell’espansione coloniale, tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la fine della seconda guerra mondiale. Sono qui esplorate le ricadute normative delle concezioni d’epoca in materia di “razza”, nel mondo accademico e scientifico, con particolare attenzione alle colonie di Eritrea ed Etiopia. Il quadro che ne emerge presenta un razzismo di matrice italiana dai tratti peculiari, sviluppatosi soprattutto nel ventennio fascista sul terreno coloniale africano, giunto solo alla fine del suo percorso alla legislazione antisemita del 1938. Perciò ampio spazio viene dedicato alla condizione giuridica dell’indigeno, alla regolazione dei rapporti tra colonizzato e colonizzatore e allo statuto giuridico del “meticcio”, figlio di relazioni intime tra popolazione italiana in colonia e nativi.

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Almanacco libertario pro vittime politiche

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Durata: 1929-1940/1941
Luogo: Ginevra
Periodicità: Annuale
Pagine: 80

Note dell’Archivio
-Fondato da Carlo Frigerio – in collaborazione con il gruppo de “Il risveglio/Le réveil” di Ginevra, l’almanacco si prefiggeva di informare i lettori di ciò che era accaduto nell’anno trascorso. Il ricavato delle vendite veniva devoluto alle famiglie delle vittime politiche in Italia.
-Digitalizzati da fotocopie
-Nel n. 12 (1940-1941) mancano le pagg. 51-52

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Aime Marco, “La macchia della razza. Storie di ordinaria discriminazione”

Edito da Eleuthera, Milano, 2013, 103 p.

Che cosa rivela la rabbia stupida di ehi è spaventato dall’idea di essere in un mondo troppo grande e invece vive nello sgabuzzino polveroso della sua provincia mentale? In questa lettera aperta a un bambino rom, Aime ci invita a non avere paura e a riflettere su quanto sta accadendo a noi, alla nostra cultura. Se una volta, come tutte le culture, era disegnata a matita e c’era sempre una gomma per modificarla, adesso si sta chiudendo, irrigidendo, trasformando in un’arma per colpire. 0 peggio, in una gabbia di acciaio che più che proteggerci ci tiene prigionieri. E da lì assistiamo impotenti a fatti che ci appaiono inevitabili, sempre meno gravi, fino a sembrare normali. Come intingere il dito di un bambino nell’inchiostro per apporre su un foglio la macchia della razza. Ormai siamo come quei tifosi che non inneggiano più alla loro squadra, ma passano novanta minuti a insultare gli avversari, tifosi che hanno fatto dei colori di una maglia una terra di appartenenza per cui vale la pena combattere, fare male, persino uccidere. Una terra non da amare, ma utile a odiare gli altri.

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Abolire le frontiere dal basso

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Durata: Settembre 2005 – Settembre 2006 [?]
Periodicità: mensile (i primi quattro numeri); irregolare (i restanti numeri)
Pagine: 9 (nn. 1-2); 19 (n. 3); 25 (n. 5); 23 (n. 6) ; 37 (nn. 4 e 7)

Note dell’Archivio
-La rivista è una traduzione di alcuni articoli – o di interi numeri – della fu pubblicazione “Abolishing the borders from below” (2001-2010). Come scritto nel redazionale del primo numero, lu traduttoru restarono “particolarmente colpiti di questa pubblicazione” per “l’ampio raggio di corrispondenze e i numerosi gruppi di anarchici che vi prendono parte. Un mondo di decine di collettivi, individualità, squat e spazi sociali che non trova cittadinanza nel nostro immaginario, per le lontananze linguistiche e culturali che ci separano.”
-Il materiale che abbiamo reperito proviene dal sito di “Abolire le frontiere dal basso“. Non sappiamo se uscirono altri numeri oltre il 7.

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