La Terza Roma

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Durata: 20 Settembre 1901
Luogo: San Paulo Brasile
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4

Note dell’Archivio
-Bettini, nel libro “Bibliografia dell’anarchismo : periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana, 1872-1971”, riporta questa scheda tecnica: “Appartiene alla serie dei n.u. di contenuto antinazionalistico, diffusi in occasione del 20 Settembre. Il significato del tit., è chiarito nello scritto di Giani Gimida, La terza Roma: «Dopo la Roma dei Cesari con Nerone; dopo quella dei Papi con la gloria dei Borgia, ci voleva pur quella dei sabaudi, con un re sifilitico che alle plebi italiche fosse capace offrire, quale pranzo, gli apologhi di Mercurio [sic] Agrippa, riveduti e corretti dal Licurgo del 248 e dal fariseo della Libertà per tutti!». Vi compaiono scritti di «Iugai di Milna» (Il prete ed il socialismo); di Augusto Donati (più tardi additato come spia, dal gruppo «Germinal» di S. Paolo; cf. il n.u. La Gogna, del 2 [o 4?] Ottobre 1902), su La Monarchia a Roma; ed una corrispondenza, da Rio de Janeiro, di D. Michele Catanzaro (Verro è morto), a proposito della recente scomparsa di Crispi, recante un monito ai «farisei piagnoni» a non riesumarne la memoria «per monumentarlo, perchè noi allora, lo risusciteremo per inchiodarlo alla gogna». Ampia è anche la collaborazione di G. Damiani (XX Settembre; Riflessioni d’uno spregiudicato su d’una cosa assai … pregiudicata; Fuori gli anarchici; quest’ultimo in polemica con l’autore di un articolo omonimo, apparso sul «Fanfulla»). In seconda pagina, infine, è riprodotto lo scritto di E. Malatesta, Errori e rimedi, già pubblicato sul n.u. L’Anarchia (Londra, ag. 1896).”
-Sulla vicenda di Augusto Donati, si vedano le due tesi di dottorato:
–Felici Isabelle, “Les italiens dans le mouvement anarchiste au Bresil. 1890-1920”, 1994, Capitolo 3: Des anarchistes italiens plus internationalistes que jamais, Paragrafo 6: “L’affaire Augusto Donati, La Gogna”, pagg. 163-169 (versione digitalizzata del 2016)
–Gordon Arthur Eric, Anarchism in Brazil: Theory and practice 1890-1920, Tulane University, 1978, pagg. 77-81

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(a cura di) Di Nola Laura, “Da donna a donna. Poesie d’amore e d’amicizia”

Edito da Edizioni delle Donne, Cologno Monzese, 1976, 167 p.

Dire il non detto, svelare il nascosto, è una delle maniere con le quali le donne costruiscono la loro storia. L’amore tra donne sottratto al silenzio come alla curiosità per essere comunicato in versi soprattutto alle altre donne, è uno dei momenti in cui affiorano e si disfano in­terdetti secolari che vanno al di là della sfera sessuale e di un con­formismo erotico funzionale all’ordine forzato del mondo della pro­duzione. La scoperta del corpo femminile, il proprio e quello del­l’altra, dell’estranea e tradizionale nemica, come un terreno non osti­le né impervio, il lasciare vivere la bambina soffocata che è in ogni donna, la regressione come possibilità di riscatto, un uso della parola fuori dalle censure: questo l’implicito progetto dei testi raccolti nel­ l’antologia curata da Laura Di Nola. C’è inoltre un rifiuto, о la sua speranza, della più ineliminabile, la più radicata о « naturale » delle subalternità femminili, quella sessuale, nell’ipotesi di un amore che sia anche amicizia che oggi può esprimersi ed essere riconosciuta nel movimento delle donne.

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Scott James C., “Elogio dell’anarchismo”

Edito da Eleuthera, Milano, 2022, 208 p.

Nelle sue opere Scott ha sempre guardato alla complessità sociale evitando di ricorrere allo sguardo istituzionale e alla sua ottica unidirezionale. In questa riflessione al contempo storica, politica e antropologica, si spinge ancora più in là e ci propone un radicale capovolgimento di prospettiva: adottare lo sguardo obliquo proprio dell’anarchismo che, partendo dal basso e non dall’alto, dalla periferia e non dal centro, offre prospettive del tutto invisibili da qualsiasi altro punto di osservazione. Ed è da questa peculiare angolazione che Scott inizia a descrivere le dinamiche sociali che attraversano la società al di fuori degli ambiti istituzionali (archivi storici compresi), spaziando dai comportamenti prepolitici della vita quotidiana alle interazioni più marcatamente politiche. Si va così definendo una sensibilità libertaria che celebra il sapere locale, il senso comune e la creatività della gente qualunque: una sorta di manuale dell’anarchismo pratico capace di mettere sotto scacco la prevalente visione gerarchica e istituzionalizzata della vita sociale.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Two Cheers for Anarchism: Six Easy Pieces on Autonomy, Dignity, and Meaningful Work and Play”, Princeton University Press, 2012
-Prima traduzione in italiano: 2014

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Gramignano Filippo, “Il tentativo rivoluzionario di Paolo Schicchi del 1930”

Edito da Samizdat, Pescara, 1996, 96 p.

La personalità di Paolo Schicchi è una figura molto complessa, che disorienta coloro che cercano di collocarla storicamente in una determinata corrente del movimento anarchico. Onde è necessario poter scandagliare la psicologia schicchiana per raggiungere sia risultati positivi sia risultati negativi di codesta affascinante individualità . Egli fu un grande uomo d’azione più che teorico; per cui come uno dei maggiori protagonisti dell’antifascismo militante nel maggio 1924 fu costretto a prendere le vie dell’esilio, continuando così la battaglia antifascista all’estero. Filippo Gramignano, nel suo saggio, ricostru­isce con abbondanza di particolari il tentativo rivoluzionario del 1930, il qua­ le doveva soprattutto fallire per colpa di una spia, o forse di un apparato di spie, agli ordini del ministero degli Interni.Tuttavia l’attività di pubblicistica dello Schicchi è caratterizzata maggiormente da due idoli polemici: Casa Sa­voia e il fascismo. Essa era seguita da decine e decine di spie, per cui amba­ sciata e consolati italiani, d’accordo con i ministeri degli Esteri dei governi di cui era “ospite”, sopprimevano i suoi periodici e gli rendevano altresì la vita impossibile. Schicchi si ridusse così ad essere espulso da una nazione all’al­tra: Tunisia, Francia, Lussemburgo, Belgio, Austria, e infine fu costretto a vivere una vita clandestina. Sicché da un momento all’altro poteva essere ar­restato e consegnato alle autorità fa­sciste come “indesiderato”. Poiché egli era un uomo che non ebbe pace e non diede mai pace, lanciava nel 1928 il numero unico “La guerra civile” e nel 1929 il manifestino-appello Siciliani!. Queste due ultime pubblicazioni sono un incitamento alla rivolta del popolo dei Vespri.

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Corsentino Michele, “Il processo Paolo Schicchi davanti alla Corte d’Assise di Palermo nel 1924”

Edito da Samizdat, Pescara, 1997, 122 p.

Prefazione
Dei numerosi processi subiti da Paolo Schicchi nel cor­so della sua lunga e travagliata esistenza conosciamo il Reso­conto del Processo avanti alla Corte di Assise di Viterbo con­tro Schicchi Paolo, imputato di mancato omicidio e di vari attentati politici, edito dall’editore anarchico Camillo Di Sciullo ( Biblioteca del Pensiero – n° 9, Chieti 1904), con una lettera-prefazione di Pietro Gori. Quell’anno, dopo dodici anni, lo Schicchi aveva finito di scontare la pena, anche se gli restavano tre anni di sorveglianza speciale. Il medesimo reso­ conto venne ristampato a New York nel 1925, con una breve introduzione di alcuni anarchici che si firmano Noi del gruppo editore. Nelle mie ricerche di testi e documenti anarchici sono venuto in possesso del resoconto stenografico di un altro ce­lebre processo che Schicchi subì davanti alla Corte d’Assise di Palermo nel 1924, per articoli incriminati sui periodici L ’Adunata dei Refrattari, Il Martello di New York e II Vespro Anar­chico di Palermo. Il fascismo vide in piedi l’anarchico collesanese che lo combatteva con estremo coraggio e a viso aperto. Con il fa­ scismo venivano pure combattuti la monarchia dei Savoia e la Chiesa Cattolica, alleati naturali della nuova reazione. Gli attacchi schicchiani non venivano nemmeno risparmiati ai tiepidi socialisti, ai popolari e a tutti coloro che costituivano il fronte della conservazione sociale o della reazione. Onde 25Corsentino lo Schicchi per le sue battaglie di pubblicista si serviva di nu­meri unici o di periodici da lui fondati, o collaborava a gior­nali anarchici pubblicati in Italia e all’estero. Orbene la sua vasta produzione rimane ancora dispersa in vari periodici e, a mio avviso, sarebbe interessante conoscerla; e perciò atten­de lo studioso che la raccolga in alcuni volumi di scritti per affinità d’argomenti. Il Vespro Anarchico iniziava le pubblicazioni come quin­dicinale degli anarchici siciliani il 6 maggio 1921, e le termi­nò il 28 settembre 1923. Se ne stamparono 45 numeri. Era stato preceduto da 14 numeri unici tra il 1919 e il 1921, sotto la direzione di Paolo Schicchi. Nel corso della sua breve ma battagliera esistenza Il Ve­spro vide perquisito e mandato in galera il gerente responsabile Gabriele Pappalardo. Verrà sostituito da Nino Napolitano come direttore responsabile dal 20 agosto 1921 (an. I, n. 7), che ne era collaboratore fisso e anch’egli subirà perquisizio­ni avarie riprese. Dal 2 gennaio 1923 (an. Ili, n. 35) Gabriele Pappalardo è di nuovo il gerente responsabile, ma il direttore fa nello stesso numero questa dichiarazione: “E superfluo av­vertire per la millesima volta che politicamente, moralmente e giudiziariamente il solo ed unico responsabile del Vespro Anarchico sono io, Paolo Schicchi”. Dopo la presa del potere di Mussolini le squadracce fa­sciste si faranno pure sentire in Sicilia, al servizio dei latifondisti e saranno altresì fiancheggiate dai dirigenti della vecchia classe liberale, per timore che il bolscevismo potesse trionfare in Italia. Ovviamente la polizia e i carabinieri ne saranno i protettori e i difensori, nella distruzione di Came­re del Lavoro, di sedi socialiste, comuniste, repubblicane e anarchiche, di tutto ciò insomma che aveva funzione popola­ re. I saccomanni – come icasticamente Schicchi chiamava i fa­scisti – non sempre riuscivano nei loro intenti ove trovavano agguerriti gruppi anarchici e gruppi di vecchi sovversivi so­cialisti e comunisti. Talvolta erano essi costretti ad indietreg­giare. Numerosi giornali antifascisti provenienti dall’estero e diretti ad anarchici e sovversivi in genere, venivano seque­strati presso gli uffici postali. Lo stesso Vespro Anarchico è soppresso dalle autorità prefettizie, per aver invitato i lavoratori a battersi con le armi in pugno contro il fascismo. Il fascismo tendeva ad eliminare legalmente e illegal­mente ogni opposizione per instaurare la propria dittatura. Venivano così dalle stesse autorità prefettizie diffidati tutti i tipografi dell’isola a non stampare II Vespro. E l’epilogo di perquisizioni e persecuzioni culminerà nell’arresto a Collesano dello Schicchi il 14 ottobre 1923. Il resoconto del processo Schicchi è rimasto nel casset­to per più di sette decenni; pensiamo di trarre dall’oblio un documento storico di notevole importanza perché il lettore venga alla conoscenza di un determinato momento biografi­co dell’agitatore anarchico siciliano.

Michele Corsentino

P.S. È forse superfluo avvertire che il collegio della difesa è composto di valenti avvocati del foro palermitano che tengo­ no in grande considerazione Paolo Schicchi; il capo di esso è naturalmente il noto Francesco Saverio Merlino del foro di Roma.

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Senza restrizioni, festeggiamo la nostra mancanza di ritegno. Alcool e cultura dello stupro

Edito da Editions de l’ours sans drapeau, Agosto 2020, 8 p.

Ecco una testimonianza di una femminista/antifascista bulgara apparsa nel 2012 che abbiamo deciso di tradurre e di pubblicare nel formato di un piccolo opuscolo.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del testo in francese « Sans retenue, nous fêtons notre absence de retenue. Alcool et culture du viol »

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La Miseria

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Durata: 16 Novembre 1890 – 1 Gennaio 1891
Luogo: Buenos Aires
Periodicità: Irregolare
Pagine: 4

Note dell’Archivio
-Manca il n. 3
-Per la maggior parte, gli articoli pubblicati nel giornale sono in italiano; solo qualcuno è in spagnolo; una piccola rubrica è in francese.
-Pagine rovinate: n. 1 e n. 2 : nelle pagg. 1-2 di questi due numeri vi è uno strappo al centro e in orizzontale che impedisce la lettura completa degli articoli
-Il n. 1 doveva uscire l’11 Novembre ma “per difficoltà surte ad ultima ora” uscì cinque giorni dopo (16 Novembre)
-Canales Urriola Jorge Ariel, nella sua tesi di laurea “Le valigie dell’anarchia: Percorsi e attivismo degli anarchici emiliani e romagnoli in Argentina e Brasile nella svolta di fine Ottocento” (2016), riporta che:
[…]il 16 novembre 1890 uscì a Buenos Aires «La Miseria», giornale antiorganizzatore scritto in lingua italiana che ospitò alcuni articoli in spagnolo e qualche piccola rubrica in francese. Il nuovo periodico apparve in concomitanza con la scomparsa delle collaborazioni in lingua italiana dalle pagine di «El Perseguido» – con il numero 8 del 26 Ottobre –, il quale sosteneva tuttavia che non era vero che gli anarchici italiani fossero stati esclusi dalla redazione o che non si accettassero più scritti nella loro lingua e, infatti, «El Perseguido» annunciò l’uscita de «La Miseria» per l’11 Novembre. Nonostante ciò, la nascita del nuovo giornale anarchico non mancò di polemiche. Nel suo primo numero, «La Miseria» lanciò una dura critica a «El Perseguido» perché l’amministrazione di quest’ultimo periodico non volle inviare gli indirizzi dei compagni per la spedizione del giornale – se non alcuni sbagliati –, accusandolo di atteggiamento autoritario: «Tenían miedo de la competencia los compañeros del Perseguido, ó es de su solo y exclusicvo privilegio el hacer propaganda por escrito?». Inoltre, chiariva che erano stati gli anarchici di lingua italiana a non inviare più scritti dopo i primi quattro numeri e che le pubbliche lagnanze di alcuni compagni riguardo a «El Perseguido» avevano avuto origine nel fatto che l’amministrazione del giornale non volle pubblicare un avviso di riunione dei comunisti anarchici de La Boca, seppur cercassero fra essi delle sottoscrizioni per le loro pubblicazioni. Il giornale «La Miseria», che si dichiarò comunista anarchico fin dall’inizio, ebbe una vita piuttosto breve e dopo quattro numeri – l’ultimo del 1° Gennaio 1891 – cessò la sua pubblicazione. Il periodico si propose di pubblicare l’opuscolo Fra Contadini di Malatesta con il quinto numero, progetto che rimase troncato, anche se dal secondo numero iniziò a pubblicarlo in spagnolo, rimanendo incompiuto. Dai tre numeri disponibili, sappiamo che il gruppo redazionale mantenne contatto con anarchici delle località argentine di Mercedes, Villa Casilda, San Nicolás, Bolívar, Mendoza e Morón, a Catamarca con Angelo Careghini, a Mar del Plata […] Il manifesto astensionista, diretto al popolo d’Italia dai socialisti anarchici italiani all’estero, apparve nel primo numero de «La Miseria» e in seguito il discorso principale del giornale riguardo all’Italia, nel contesto d’elezioni, fu la critica diretta ai socialisti e ai suoi «alleati» nel campo anarchico. […] già nel quarto numero, definita l’elezione di Camillo Prampolini al parlamento, il giornale metteva in dubbio il socialismo dell’avvocato reggiano poiché questo aveva confermato che non rinunciava al suo scranno alla Camera. Inoltre, nel quarto numero il periodico bonaerense diresse acidi giudizi su Germanico Piselli e il giornale «La Rivendicazione» di Forlì, sostenendo che «quest’individuo che la pretende ad anarchico, e quel foglio che la squaderna a socialista, sono né più né meno che la quintessenza dell’ermafroditismo, dell’indeterminazione e pressappoco anche del farabutismo», il che era dimostrato dalle sue profonde contraddizioni politiche, dai suoi «mea colpa legalitari», dalla sua proposta di approvare l’astensionismo elettorale come partito e la libertà individuale di votare e dalla sua contemporanea firma della circolare astensionista del Congresso di Capolago e del manifesto per la candidatura dell’avvocato Alessandro Balducci a Forlì. La rete tessuta da «La Miseria» con i gruppi anarchici di lingua italiana, che facilitò la diffusione del manifesto anarchico in Argentina, ebbe come punto di appoggio in Italia soprattutto il gruppo del giornale «Sempre Avanti!» di Livorno – del quale si pubblicò il manifesto sulla sua uscita –, ma mantenne anche corrispondenza con alcuni compagni di Firenze, Pisa, Recanati e Genova, oltre al Canovi di Reggio Emilia e a Romeo Mingozzi di Ravenna. Fu a Buenos Aires, però, che i rapporti del giornale con i gruppi anarchici di lingua italiana, in particolare con Gli Iconoclasti, Gli Spostati e il Circolo Socialista Internazionale – ed eventualmente anche il gruppo di propaganda socialista che si stava costituendo a La Boca verso la fine di novembre –, lo fecero diventare un punto di riferimento per il movimento anarchico locale in lingua italiana, al di là delle particolari ma evidenti posizioni antiorganizzatrici del gruppo redazionale. I particolari indirizzi di ogni gruppo non furono, tuttavia, un ostacolo per la condivisione di un foglio di propaganda e per eventuali coordinamenti al di fuori delle logiche dell’organizzazione formalizzata e permanente. L’attività dei gruppi antiorganizzatori s’incentrò soprattutto sulla propaganda dei principi del comunismo anarchico, nella quale spuntarono specialmente la critica all’associazionismo operaio in società di resistenza e agli scioperi economici, da un lato, e dall’altro l’apologia della «propaganda del fatto», seppur questo tipo d’azioni praticamente non si videro nell’Argentina dell’epoca e, anzi, non tutti gli antiorganizzatori approvarono l’uso della violenza come metodo di lotta. In ogni caso, il rifiuto dell’organizzazione dei lavoratori non impedì che gli antiorganizzatori si rivolgessero agli operai e promuovessero la formazione di «gruppi di affinità» fra i compagni di lavoro. Non era strano trovare nelle pagine della stampa antiorganizzatrice notizie sugli scioperi del paese e sull’arresto degli scioperanti, seppur generalmente da un punto di vista critico. Nel novembre 1890 «La Miseria» riferiva una manifestazione pacifica di 660 operai delle strade nazionali, a Montevideo, sostenendo che se fossero stati armati, avrebbero guadagnato qualche cosa: «Chi avrebbe mai potuto trattenere 600 straccioni dal saccheggiare le tante gioiellerie e i cambi-monete nei dintorni della piazza?». A proposito degli impiegati uruguaiani che non ricevevano stipendio da tre mesi, invece, sparava contro i lavoratori che non facevano altro che farsi «menare pel naso dai magnati, direttori e presidenti d’una infinità di società dette di mutuo soccorso», e chiudeva con: «fino á cuando ti farai cristianamente pelare e scorticare, o popolo zuccone?». Nell’Ottobre 1891, più di mille operai ferroviari dei Talleres de Sola iniziarono lo sciopero e dopo 43 giorni di paralizzazione del lavoro la polizia arrestò oltre sessanta operai e più di quaranta donne, mettendo fine di fatto al movimento. […]” (pagg. 220-224)
-Sergi Pantaleone, in “Tra coscienza etnica e coscienza di classe. Giornali italiani anarco-comunisti in Argentina (1885-1935)“, pubblicato in «Giornale di Storia Contemporanea », 1, 2008, riporta che all’interno della redazione de “La Miseria” vi fosse Ettore Mattei e, come collaboratore, Francesco Momo. (pag. 114)

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Pezzica Lorenzo, Spica Pietro, “Storie d’anarchia per 50 ritratti. Racconto corale di immagini, sogni, canzoni e storie”

Edito da Shake Edizioni, Milano, 2021, 304 p.

L’ideale anarchico è aspirazione di libertà e desiderio di giustizia, ma anche reazione alla sopraffazione dei più deboli per mano dei più forti. È sogno di eguaglianza e di una società più giusta. Fratellanza tra pari. Per perseguire questi ideali, negli ultimi due secoli molti uomini e donne hanno sperimentato vite comunitarie e utopiche, progettato rivoluzioni impossibili, immaginato gesta romanticamente esemplari, disperate, e mille atti di eroismo. Infinite pagine di generosità ma anche di grandi tragedie. Perché nulla è semplice nelle vicende degli anarchici e delle anarchiche: il paradiso si mischia con l’inferno, le bandiere rosse a quelle nere. Così anarchici, così umani. In questo libro, cinquanta tra gli anarchici e le anarchiche più significativi sono disegnati dall’artista Pietro Spica. Alla stregua di un bordone musicale, i ritratti sono accompagnati da note biografiche, canzoni e poesie, da citazioni che si srotolano e rincorrono l’un l’altra, per infine delineare una toccante storia corale. Una vicenda scolpita dal sacrificio di tante donne e uomini, in grado di far emergere la ricchezza di un’idea plurale, sperimentale e antidogmatica. Il racconto di queste “storie d’anarchia” si concretizza così in un movimento concreto, nel corpo e nello spirito di queste donne e uomini, in una dimensione che lungi dall’essere solo politica è anche etica e profondamente umana. Nei ritratti: William Godwin, Stirner, Proudhon, Bakunin, Louise Michel, Carlo Cafiero, Lucy Parsons, Errico Malatesta, Voltairine de Cleyre, Gaetano Bresci, Emma Goldman, Noe It?, Lucía Sánchez Saornil, Buenaventura Durruti, Maria Luisa Berneri, Amedeo Bertolo, Paolo Finzi, Giuseppe Pinelli e molti altri fino ai giorni nostri.

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Barnao Charlie, Saitta Pietro, “Autoritarismo e costituzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un’autoetnografia”

da Quaderni del Centro interuniversitario per le Ricerche sulla sociologia del diritto, dell’informazione e delle istituzioni giuridiche, n. 50, Gennaio 2012, 33 p.

Il presente articolo indaga le modalità di apprendimento della violenza all’interno di una “istituzione totale” e di un corpo d’elite dell’esercito italiano: la Folgore. L’addestramento e i riti estremamente violenti di questo gruppo possono essere considerati simbolici, oltre che particolarmente rappresentativi, di un modello ideale perseguito dall’esercito e dalle forze armate in genere. L’ipotesi centrale presentato nel lavoro è quella per cui l’apprendimento dell’aggressione dentro le forze armate è voluta e controllata, essendo funzionale ai fini di queste stesse istituzioni. Attraverso un’etnografia autobiografica e il riferimento alle nozioni di rito di passaggio, rito di istituzione e, infine, al modello comportamentista di apprendimento, vengono descritti e analizzati i principali riti e le pratiche quotidiane di un reparto di paracadutisti. Gli autori sostengono inoltre che in Italia si stia assistendo alla trasmissione di pratiche e ideologie dall’esercito alla polizia, producendo una commistione che rende il confine tra guerra e pace sempre più confuso.

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Nota dell’Archivio
-A seguito di una petizione organizzata da simpatizzanti, membri ed ex appartenenti alla “Folgore”, Barnao e Saitta risposero alle critiche e al tentativo censorio voluto dai sostenitori e componenti di questa brigata dell’Esercito Italiano.

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Dirlik Arif, “Anarchism in the chinese revolution”

Edito da University of California Press, Los Angeles-Berkeley, 1991, 340 p.

L’ultima opera di Arif Dirlik è una prospettiva revisionista sul radicalismo cinese del XX secolo. Egli sostiene che la storia dell’anarchismo è indispensabile per comprendere i temi cruciali del radicalismo cinese. E l’anarchismo, adesso, è particolarmente significativo come fonte di ideali democratici nella storia del movimento socialista in Cina.
Dirlik attinge agli studi più recenti e ai materiali disponibili dell’ultimo decennio per compilare, in una lingua occidentale, la prima storia completa dell’anarchismo nel radicalismo cinese. L’autore sottolinea il contributo anarchico al discorso rivoluzionario e chiarisce questo tema attraverso un’analisi dettagliata delle polemiche anarchiche e della pratica sociale. Le mutevoli circostanze della rivoluzione cinese forniscono il contesto immediato; in tutto il suo saggio, l’autore vede l’anarchismo cinese collegato con l’anarchismo internazionale.

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Note dell’Archivio
-Libro in Inglese
-Nell’Author’s Note viene riportato: “Il capitolo 3 è una versione rivista di un articolo apparso per la prima volta su Modern China 12. n. 2 (Aprile 1986); il capitolo 4 è una versione rivista di un articolo (scritto in collaborazione con Edward Krebs) apparso per la prima volta in Modern China 7, n. 2 (Aprile 1981); il capitolo 5 è una versione rivista di un articolo apparso per la prima volta in Modern China 11, n. 3 (Luglio 1985); il capitolo 6 è una versione rivista di un articolo apparso per la prima volta su International Review of Social History 1 (1989); il capitolo 7 è apparso per la prima volta in Modern China 15, n. 4 (Ottobre 1989)”

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