Schicchi Paolo, “Storie di Francia. Prima Parte.”

Edito da Circolo di Studi di Criminologia, Vienna, 1930, 94 p.

Critica feroce, tipica di Schicchi, contro la democrazia francese osannata da parte del fuoriuscitismo italiano antifascista come luogo di pace e libertà. In “Storie di Francia”, scrive il curatore dell’edizione pdf del libro, si scorge “una determinazione incrollabile nel condurre la propria lotta contro il sopruso e l’ingiustizia che in quegli anni si concretizzava anche nell’atteggiamento della Francia teso a demonizzare e criminalizzare gli immigrati, soprattutto italiani, allo scopo di avere il pretesto di espulsione delle voci critiche verso l’Italia fascista.”
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Note dell’Archivio
-I manoscritti della seconda parte di Storie di Francia andarono perduti quando Schicchi si spostò dalla Francia al Nord Africa francese (Algeria e Tunisia).
-Nell’Avvertimento del libro viene scritto: “Questo volumetto esce con un ritardo di molti mesi a cazione dell’espulsione dell’autore avvenuta l’anno scorso, il che, del resto, non toglie nulla all’opportunità e all’efficacia del lavoro. Le lacune che in esso potranno riscontrarsi si devono a tale ritardo e saranno colmate nella seconda parte, che verrà fuori quanto prima e che conterrà i seguenti capitoli:
I. – Megalomania dei paladini di Francia.
II. – Xenofobia.
III. – Mentalità barbarica.
IV. – Carnevale e decadenza.”

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Schicchi Paolo, “Il contadino e la questione sociale”

Edito da Trimarchi Editore, Palermo, 1919, 159 p.

Il ritorno alla terra o, per meglio dire, la lotta contro il consumismo attraverso la coltivazione agricola, viene vista ancor oggi come una forma di resistenza e panacea al modello capitalista vigente.
Ciò che in apparenza sembra diverso tra queste due forme di produzione e distribuzione (neoliberista da una parte e, dall’altra, quella che possiamo definire volgarmente “a chilometro zero”) in realtà è soltanto fumo agli occhi: la differenza è soltanto in termini quantitativi e di persone raggiunte all’atto che il prodotto viene venduto. La lotta per mantenere la produzione e i livelli distributivi o, per sintetizzare al meglio la cosa, il proprio status all’interno dell’immenso ed enorme mercato (agricolo, in questo caso) è vitale e fondamentale in termini di sopravvivenza sia dell’azienda (che sia singola, cooperativa, associazione etc) che dell’individuo-proprietario che vi lavora. È in questo ambito che “il contadino” diventa la figura chiave o principale della produzione e distribuzione agricola. Questo soggetto economico, per millenni, è stato ritratto in modo positivo o negativo, a seconda del periodo e degli eventi storici. Da Verga a Rapisardi, passando per Marx e Malatesta, arrivando fino ai giorni nostri con i difensori de “il ritorno alla terra”, il contadino viene rappresentato come: il pezzente che subisce o si vuol arricchire, il benefattore e protettore della terra, il soggetto rivoluzionario o reazionario capace di sovvertire o difendere l’ordine costituito, il partigiano che combatte contro il neoliberismo e via dicendo.
Se usciamo da questo recinto mitologico ed idealizzato, troviamo pochi testi e personaggi capaci di aver decostruito questa figura e, più in generale, il lavoro agricolo in ambito capitalistico.
Paolo Schicchi è uno di questi. L’anarchico di Collesano, nel libro “Il contadino e la questione sociale”, riuscì ad uscire fuori dalle rappresentazioni demonizzate o giulive sia dei letterati (Rapisardi) che di soggetti politici (Marx e Malatesta) dei suoi tempi, analizzando la questione contadina da un punto di vista storico e di esperienza politico-personale (in quanto egli partecipò attivamente alle lotte dei Fasci Siciliani), decostruendo e al contempo ricostruendo la figura del “villano” in ambito storico e attuale (del suo tempo ovviamente), denudando o mostrando realmente quel che era (e lo è in parte ancor oggi) il lavoro agricolo inserito nei meccanismi capitalistici: sfruttamento e mercificazione dell’individuo e della terra.

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Schicchi Paolo, “La guerra e la civiltà. Mondo arabo e aggressione occidentale”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Giugno 1988, 112 p.

Nota Editoriale
Ci è sembrato estremamente opportuno riproporre og­gi questo lavoro di Paolo Schicchi su “La Guerra e la Ci­viltà” per la pungente attualità che sprizza da ogni concet­to, e per soddisfare un’esigenza nostra di contrapporci, an­che in questo modo, alla campagna antiaraba, a difesa dei“valori di civiltà dell’Occidente”, che ogni giorno, da tem­po, siamo costretti a subire, ieri per giustificare un bom­bardamento omicida amerikano a Tripoli, oggi per amman­tare di un fumo di omertosa complicità il genocidio pa­lestinese da parte dello Stato d’Israele. Il terzo motivo era quello di dare spazio, il giusto spazio, a Paolo Schicchi,nel contesto della cultura rivoluzionaria e anarchica con­temporanea.Se da anni, infatti, ci troviamo impegnati in prima fi­la contro i processi di aggressione imperialista nel Mediterraneo, dentro i quali la Sicilia ha, suo malgrado, un ruo­lo centrale per lo spiegamento militare di quell’impero USA autoelettosi a “guardiano” del Mondo Occidentale,e cioè a gendarme e poliziotto del capitalismo e a stupra­tore e saccheggiatore delle altre “sotto-civiltà”, motivi ve ne sono abbastanza per difendersi anche attaccando,anche sbilanciandosi dalla parte delle vittime, una volta tanto. Come ha fatto Schicchi, il quale, infatti, ci ha da­to una quasi apologia del Mondo Arabo, confutando tut­te le amenità, i luoghi comuni, i pregiudizi, le chiusure mentali, il razzismo, eletti a supporto dell’aggressione ita­liana contro la Libia. E giustamente Schicchi faceva pen­dere la bilancia dalla parte degli arabi; egli non scriveva per mera esercitazione letteraria da sbandierare nei grati­ficanti salotti intellettuali dell’epoca, contro i quali si poneva polemicamente (vedi i graffianti riferimenti a Papini, alla Serao e ad altri), ma conduceva una battaglia dai toni duri; egli usava la polemica come strumento di lotta politica e ideologica, non disdegnando, come tutta la sua vita aveva dato e darà atto, di usare ogni altro mez­zo per portare avanti la pratica rivoluzionaria. E la serie­tà, la documentazione riportata, giocano a favore di quel­la verità storica che, allora come oggi, si cercava di offu­scare, il che ridimensiona gli spunti apologetici a quel modo tutto suo di scrivere e polemizzare.Si consideri il particolare momento, la ricerca da parte del Potere savoiardo del “posto al sole”, la campagna im­bastita a giustificare il “barbaro ” saccheggio italiano, pro­seguito poi col fascismo, e si vede come le parole di questo testo abbiano assunto un significato importantissimo, sia per la portata “provocatoria”, sia perché mostrarono in altra luce personaggi insospettabili in realtà complici ideo­logici e pratici dell’“ubriacatura tripolina”. Un’avventu­ra che oggi è divenuta tabù per lo Stato italiano; uno sche­letro nell’armadio giustamente tirato fuori dalle vittime,ma che il governo “antifascista nato dalla resistenza” evi­ta di riportare all’aria aperta. Ancora oggi un film su quegli orrori è proibito in Ita­lia, e chi lo trasmette viene sottoposto a denunce e repres­sione; mostrare le stragi del colonialismo italiano, che non è stato da meno d’ogni altro, è dunque un reato; si scher­nisce un Gheddafi quando ricorda le forche, le stesse di cui il “Giornale d ’Italia” parlava con questi toni: “In­dubbiamente per gli arabi la forca è il solo mezzo di dominazione”. D’altra parte, quella degli arabi non vuol essere per noi— siciliani — solo una difesa di principio; è difendere una storia, una cultura, da “saraceni di Sicilia” oggi risucchia­ti nell’orbita di sistemi nord-occidentali; è, quindi, anche un modo per sottolineare un processo storico di colonia,6subito ininterrottamente dalla Sicilia (ma non senza rea­zioni), e la continuità del regime capitalista, colonialista,autoritario di oggi, con quelli di ieri succedutisi sull’isola.Eccetto per il periodo arabo, che certo fu, come Schicchi spiegava bene, fra tutti il meno rovinoso, quello maggior­mente produttore di elementi innovativi, di progresso in ogni campo, dall’agricoltura alle arti, dal costume alla let­teratura, ecc.Certamente il lavoro ha anche dei limiti; si ricordi che è stato scritto oltre settanta anni fa; si riscontrano giu­dizi e affermazioni che la moderna antropologia ha pre­cisato meglio, se non superato. Così come mancano con­siderazioni critiche sull’autoritarismo islamico, sul ruolo affidato alla donna nel Mondo Arabo; il lettore vi potrà trovare sparuti passi sui turchi o gli ebrei che potranno far gridare al “razzismo”, ma che sono riferiti al dominio de­gli Stati e delle classi dominanti, e perciò facilmente rias­sorbibili nel contesto storico in cui, con particolare violen­za queste entità statali e nazionali si rapportavano l’una con l ’altra, per il predominio reciproco. Schicchi, dunque, da anarchico, nemico di ogni Stato e di ogni autorità, si proponeva di “ricordare che i con­quistatori d ’ogni razza, d ’ogni tempo e d ’ogni luogo si somiglian tutti, come tante gocciole d ’acqua, nei pensie­ri, nelle parole, nei sentimenti e nelle azioni”. E noi og­gi lo riproponiamo, in solidarietà con i palestinesi, i su­dafricani, gli indiani d ’America e gli oppressi di tutto il mondo.

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Note dell’Archivio
-“La guerra e la civiltà. Mondo arabo e aggressione occidentale” è inserito come introduzione ai due drammi “La morte dell’aquila” e “Tutto per l’amore”, pubbli­cati a Milano senza data (tra il 1912 e il 1915).
-Nel libro sono inseriti in appendice i testi di Arturo Schwartz, “Aldilà degli slogan”, Michele Corsentino, “Profilo di Paolo Schicchi”, e Natale Musarra, “Documenti di questura e articoli di giornali concernenti Paolo Schicchi (1890-1895)”

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Schicchi Paolo, “Noi soli contro tutti”

Edito da CentroLibri. Edizioni Anarchiche e Libertarie, Catania, 1993, 109 p.

Da anni ci proponevamo di pubblicare scritti di Schicchi perché ci avevano attirato le frammentarie notizie sui suoi interventi nel sociale e, in genere, sulla sua attività e sul suo pensiero. Ma il compito non era facile perché la maggior parte di quella produzione era frammentaria e sparsa dap­pertutto in Europa: archivi, biblioteche, case, ecc. Il lavoro di Natale Musarra ha reso finalmente possibile tale realizzazione. Lasciamo quindi ai compagni il piacere di scoprire que­sta interessante pagina della lotta anarchica, e quello che vogliamo consegnare alla loro riflessione non è tanto il personaggio in sé — in quanto anche noi, come Schicchi, siam o contrari alle santificazioni — ma tutto ciò che questo individuo e le sue parole e le sue azioni sono riusciti a proporre e produrre.

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Nota dell’Archivio
-Elenchiamo gli articoli e le testate in cui vennero pubblicate:
–I gnostici dell’anarchismo, “La Zolfara”, numero unico, 1 Luglio 1920
–Noi soli contro tutti, “La Zappa”, numero unico, 10 Novembre 1920
–Il pozzo dei traditori, “L’Etna”, numero unico, 5 Marzo 1921
–Che cosa avete fatto voi?, “I Mietitori”, numero unico, 15 Agosto 1920
–Il fascismo in Sicilia, “L’Etna”, numero unico, 5 Marzo 1921
–L’histoire bataille, “Il Contadino”, numero unico, 27 Marzo 1921
–Il campanile e la bandiera, estratto da Il Contadino e la questione sociale, cap. V, pagg 62-80. Segue nel paragrafo successivo una “Nota dell’autore”, tratta dalla “Nota al capitolo V” de “Il Contadino e la questione sociale, pagg 157-159. L’intero brano venne ripubblicato sul numero unico “I Gladiatori”, 20 Luglio 1919, col titolo “Il campanile deformato”
–Spartaco passa il faro, “Il Vespro Anarchico”, numero unico di saggio, 10 Aprile 1921
–Nord e Sud, “La Falce”, numero unico, 17 Ottobre 1920
–La leggenda della mafia, “Cronaca Sovversiva”, Torino, a. 1, n. 7, 1 Maggio 1920
–Mastro Michele, “I Mietitori”, numero unico, 15 Agosto 1920
–L’orchestra di Polizzi, “La Falce”, numero unico, 17 Ottobre 1920
–Gl’intellettuali, estratto da “Fra la putredine borghese”, cap. V, pagg. 69-79
–L’idea, estratto da “Il Contadino e la questione sociale”, cap. VII, pagg. 91-97. L’intero brano venne ripubblicato sul numero unico “I Gladiatori”, 20 Luglio 1919.
–La disciplina, “L’Etna”, numero unico, 5 Marzo 1921
–La propaganda dell’arsenale, “Il Contadino”, numero unico, 27 Marzo 1921
–Espropriazione o saccheggio?, “I Gladiatori”, numero unico, 20 Luglio 1919
–L’Utopia, estratto da “Il Contadino e la questione sociale”, cap. IX, pagg. 122-148

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Mazzeo Antonio, “I padrini del ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”

Edito da Edizioni Alegre, Roma, 2010, 206 p.

Speculatori locali o d’oltre-oceano; faccendieri, piccoli, medi e grandi trafficanti, conservatori, liberali e finanche ex comunisti, banchieri, ingegneri ed editori. Sono questi I Padrini del Ponte che più o meno occultamente tramano a favore della realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Il libro, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, anche se non definitive, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi criminali che ruotano attorno alla grande opera. Dando della mafia un’immagine molto più complessa di quella a cui siamo abituati.

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Mangano Antonello, Mazzeo Antonio, “Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte”

Edito da Sicilia Punto L/Terrelibere.org, Ragusa, Giugno 2006, 103 p.

Quali sono i veri obiettivi che muovono da anni la «lobby del Ponte»? Quale sarà il vero impatto dei cantieri sulle popolazioni? E vero che la costruzione della mega-opera sarà un disastro per i conti dello Sta­to? Alla fine, chi ci guadagnerà davvero? Il quaderno articola in sette punti le argomentazioni contrarie al Pon­te, riportando ragioni note (ambiente, mafia, impatto occupazionale) e proponendo questioni poco conosciute (guerra, conflitti d’interesse, aziende ed interessi coinvolti). La lotta contro le Grandi Opere – fino a qualche tempo fa limitata ad una piccola minoranza ed oggi questione nazionale — ha riproposto la riscoperta dei territori e pone da subito il problema di un diver­so modello di sviluppo. 1. Il club del cemento. Perché il Ponte è affare per pochi. 2. Impatto sociale. Perché il Ponte stravolge la vita della comunità. 3. La mafia. Perché il Ponte ripropone il dominio criminale. 4. La diseconomia. Perché il Ponte è un disastro per i conti pubblici. 3. Impatto occupazionale. Perché il Ponte non dà lavoro. 6. Impatto ambientale. Perché il Ponte distrugge l’ecosistema. 7. I militari. Perché il Ponte è collegato alla guerra.

Terrelibere.org produce e raccoglie dal 1999 inchieste e ricerche sui rapporti tra Nord e Sud del Mondo, la mafia, le migrazioni, le que­stioni di genere, la tratta, l’economia. Tutti i materiali sono diffusi li­beramente.

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A 34 mani. Note sulla lotta contro gli sfratti a Torino

Torino, Settembre 2014, 18 p.

Al bando.
La messa al bando dei picchetti antisfratto: questa potrebbe essere la finalità ultima degli arresti torinesi del 3 di Giugno passato. Non l’unica, per carità, ma quella che veramente trascende le vicende del conflitto sociale in città e che pila potrebbe ipotecare lo sviluppo di alcune lotte portanti in tutta Italia, quasi fosse un codicillo anziché legislativa — del piano casa del governo introdotto per via giurisdizionale Renzi. Non che questo sia il primo attacco frontale contro l’efficacia mostrata dai picchetti, già la primavera scorsa gli omini di Tribunale torinesi avevano tirato fuori dal cilindro l’art. 610, l’incidente d’esecuzione, che, utilizzato probabilmente per la prima volta in maniera sistematica contro una lotta, consente di sospendere lo sfratto in caso di problemi di ordine pubblico e rimettere la procedura nelle mani di un giudice che stabilisce una nuova da senza più comunicarla allo sfrattando ma solo alle altre parti in causa. Lo sfratto diventa uno sgombero e la pratica del picchetto va a farsi benedire. Nelle carte dell’accusa, invece, i Pm torinesi arrivano a proporre l’equivalenza “picchetto antisfratto violenza aggravata a pubblico ufficiale che, per quanto possa sembrare ardita, e stata accolta senza battere ciglio dal Gip nel convalidare gli arresti preventivi e dai magistrati del riesame nel confermarli. E si parla dei picchetti in quanto tali, proprio in virtù del loro meccanismo di funzionamento, non solo di quelli conditi con episodi particolarmente “vivaci” Scorrendo la lunghissima lista dei capo di imputazione, difatti, si trova che ci vengono rinfacciati non solo picchetti nei quali l’ufficiale giudiziario si sarebbe trovato più o meno circondato dai membri della famiglia sotto sfratto, dai loro parenti ed amici e dai solidali organizzati nelle periodiche assemblee di quartiere, tanto da sentirsi “minacciato” e quindi forzato ad omettere un atto dell’ufficio» (eseguire lo sfratto) e a compierne un altro (firmare la proroga). Vi sono anche episodi nei quali l’ufficiale giudiziario neanche si avvicina al piccheto, se non per consegnare la proroga già compilata e nei quali la “minaccia” nei suoi confronti consiste solo nelle «fortificazioni di fortuna ma sapientemente congegnate», cioè nelle barricate di cassonetti. C’è una richiesta di arresti addirittura per tre differenti accessi di un’unica famiglia di Borgo San Paolo, nei qual l’elemento di “minaccia” è costituito solo dalla «catena umana» di fronte al portone , richiesta respinta esclusivamente perché gli aspiranti galeotti non sono stati identificati con certezza. E quando la polizia riesce a spazzar via un picchetto, con l’ufficiale giudiziario che arriva sul campo a battaglia finita solo per piantare la bandierina dello sfratto eseguito, ci si ritrova comunque accusati di “tentata violenza a pubblici ufficiale”. Se è indubbiamente vero che il livello di conflittualità toccato soprattutto nella Barriera dalla lotta contro gli sfratti e stato abbastanza alto, e socialmente allargato, con picchetti numerosissimi e ben difesi, è vero pure che, scava scava, questa inchiesta vuol colpire la forma picchetto in quanto tale, rendendola sostanzialmente illegale e quindi sanzionabile con l’arresto. Un 270 sexies a bassa intensità che non tenta di rendere, come nel caso dei compagni arrestati per la lotta contro il Tav, terroristico il sabotaggio — perché in grado di impedire alle istituzioni di rispettare gli impegni presi — ma piuttosto di rendere arrestabile chiunque intralcia in qualche modo la strada di un ufficiale giudiziario — perché così facendo gli impedisce di svolgere il suo dovere. E questo non è un problema, dunque, dei soli compagni arrestati o di quei proletari che ancora volessero resistere agli sfratti a Porta Palazzo o nella Barriera di Milano. Se questa imputazione passasse sarebbe un problema enorme per tutte le realtà di lotta contro gli sfratti e per la casa, qualunque sia lo sfondo progettuale o il loro percorso organizzativo, in tutta Italia. Sempre che il picchetto non sia utilizzato come un semplice orpello scenico per mascherare accordi già siglati in altra sede, ma questo è un altro discorso. E al di fuori dello specifico di questa lotta, poi, identico ragionamento dei giudici torinesi potrà fare il Pm che, in un prossimo futuro, si troverà alle prese con chi cerca di impedire, per esempio, l’esproprio dei terreni dove si dovrà costruire una qualsiasi “grande opera”. I proletari di oggi come quelli di ieri, per difendersi dalla violenza legale e quotidiana dell’economia, non hanno altri strumenti che le proprie braccia, magari adeguatamente equipaggiate, la propria determinazione e la propria capacità di organizzazione autonoma. E il lavoro d’avanguardia della Procura torinese si conferma ancora per quello che è, proprio come nel caso dell’uso dell’aggravante di terrorismo per i quattro del 9 Dicembre: fornire ai padroni strumenti nuovi per la repressione dei conflitti sociali e, nel contempo, toglierne a chi lotta.

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7 Aprile 1920. La nostra storia. Modena, Piazza Grande

Modena, Novembre 2007, 54 p.

Questo libro è un omaggio alla vita di tanti uomini e donne che tra il 1800 ed il 1900 hanno riempito queste terre di libertà e di ribellione. Giustizia sociale, fratellanza umana erano le armi potenti a disposizione dei nostri fratelli e sorelle contro i poteri della monarchia, dello Stato, della chiesa e dei padroni, e vinsero come si vince sempre…in ogni moto di ribellione

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Off Topic e Maggioni Roberto, “Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015”

Edito da Agenzia X, Milano, 2013, 175 p.

Le banche, le fondazioni, le congreghe e le mafie stanno muovendo le loro pedine per accaparrarsi le fette più ghiotte della torta di Expo. Vuoi giocare anche tu? Tira i dadi e decidi il tuo personaggio: un immobiliarista alla Cabassi, un’archistar alla Boeri, un sindaco che ha sbagliato la prima mossa, un governatore padano più ricattabile del celeste, o un più modesto ‘ndranghetista che sposta terra e apre bar sui navigli. Muoviti sul tabellone schivando gli imprevisti. Comitati denunciano gli scempi, reperti archeologici disturbano i cantieri, pendolari bloccano i treni, inquilini si oppongono all’abbattimento delle case popolari, grattacieli vengono occupati da precari, informatici vanno in sciopero, centri sociali resistono agli sgomberi. Le caselle del gioco diventano capitoli del libro, se li leggi potrai fare luce sui buchi neri finanziari, i conflitti di interesse e la voracità della speculazione. Con un linguaggio a metà strada tra giornalismo d’inchiesta, comunicazione virale e advertising irriverente, “Expopolis” offre alle nuove comunità resistenti gli strumenti critici ideali per graffiare l’icona dell’evento internazionale. Un volume ricco di dati, analisi, documenti e racconti orali di cittadini che partecipano loro malgrado al grande gioco al massacro di Expo 2015.

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Operai leggete, operai riflettete!

Edito dal Gruppo anarchico Germinal, Ginevra, 1905, 6 p.

Permetteteci, lavoratori, di rubarvi qualche minuto sul ben guadagnato riposo per dirvi qui quattro chiacchiere alla buona. Lavoratori come voi, come voi soffriamo e lavoriamo, come voi siamo stati allevati nella ignoranza e nel pregiudizio, le disillusioni della vita ci han fatto conoscer la menzogna ed intravedere la luce della verità.

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Nota dell’Archivio
-Opuscolo fotografato

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