Bakunin Michail, “Organizzazione anarchica e lotta armata. Lettera ad uno svedese”

Edito da La Rivolta, Ragusa, Marzo 1978, 118 p.

Recensione tratta dal numero 19 di Anarchismo, 1978
Per la prima volta tradotta in italiano la Lettera ad uno svedese (Augusto Sohlman), risulta essere uno stimolante scritto del grande rivoluzionario anarchico, molto attuale almeno nei riguardi del problema dell’organizzazione specifica. Il testo, tradotto e curato da Gianni Landi, che ne ha anche firmata l’introduzione, è molto esplicito su due argomenti: la funzione creatrice della distruzione (argomento caro anche al giovane Bakunin) e la funzione di stimolo della minoranza agente. E alla costruzione di questa “minoranza” egli dedica la maggior parte dei suoi sforzi, convinto che si tratti della costruzione dell’unico esercito che sia possibile contrapporre alla “Santa Alleanza dei re contro la libertà”. Con l’esercito della rivoluzione sarà possibile fare insorgere il popolo, “prepararlo ovunque all’insurrezione simultanea”. Ma, per arrivare a ciò sarà pur sempre necessaria un’organizzazione segreta, “alcune centinaia di giovani di buona volontà”. Scrive l’estensore dell’introduzione su questo argomento: “Quest’ultima frase non deve però essere intesa come un velato avallo ai diversi cartelli della lotta armata, dal più stalinista (Brigate Rosse) al più libertario (Azione Rivoluzionaria), perché se è vero che i compagni di lotta armata stanno dimostrando con i fatti e non con le parole che un gruppo di uomini decisi può disarticolare uno Stato, e un’economia, è altrettanto fuori dubbio che soltanto una azione di massa può abbatterlo. Questo non vuol dire che dobbiamo delegare alle ‘masse’ ogni iniziativa e che questo diventi un comodo paravento al nostro opportunismo, ma nemmeno si può pensare che la costruzione di un Partito combattente o di un’organizzazione di ‘armati’ possa costituire, in questa fase della guerra di classe una indicazione politica”. Giuste considerazioni che trovano riconferma nelle analisi di Bakunin e nelle occupazioni che le dettarono a suo tempo. Non c’è dubbio che la rivoluzione è faccenda molto complessa, non c’è dubbio che non è sempre facile mantenere inviolati i “sacri” principi dell’incontaminata fede, non c’è dubbio che le necessità di scontro possono spingerci se non ad accettare alleanze spurie almeno a lasciare in vita coesistenze da sottomettere a rigorosa vigilanza; e non c’è dubbio che tutto qui finisce per turbare gli spiriti deboli e i sottili metafisici sempre “puliti” nell’astratta atmosfera delle idee. Ma la violenza è fatto doloroso, grave, che richiede l’assunzione di gravi responsabilità. Lottare per la rivoluzione può condurci davanti a decisioni che richiedono un grande coraggio. Non tanto per quello che riguarda la nostra vita, o per certe azioni che possono essere più o meno giuste, per il modo in cui saremo capaci di affrontare la repressione; quanto per trovare il fondamento morale delle nostre azioni. Attaccare i nemici degli sfruttati a livello teorico è facilissimo, e tutti i “progressisti” sono più o meno d’accordo, ma quando questo attacco si concretizza in azioni precise, quando si uccidono alcuni di questi responsabili, quando si distruggono alcuni strumenti dello sfruttamento, quando si annienta alcune centrali del dominio di classe; davanti al polverone melodrammatico alzato dagli strumenti di informazione del regime, molti compagni si sentono in dubbio. Tutti pieni di fuoco pochi minuti prima, tutti disponibili per mettere a soqquadro il mondo, si sentono assaliti dai dubbi e dai ripensamenti, dai distinguo morali che non hanno fondamento una volta che si sia accertata – e la storia non può darci smentita alcuna in questo senso – la responsabilità degli sfruttatori. Non sarebbe inutile, per i compagni, riflettere, ancora una volta, su questo argomento, anche rileggendo le pagine del Bakunin, argomento che va ben oltre un superficiale “realismo” rivoluzionario e che, pur non smentendo l’importanza fondamentale del momento etico nella condotta dello scontro di classe, individua i limiti precisi di questo momento nella responsabilità degli sfruttatori che da sempre sono stati i “padroni della Storia”.

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Note dell’Archivio
-Titolo originale: “Programme d’une société internationale secrète de l’émancipation de l’humanité.” Il testo è conservato presso la Biblioteca Nazionale Svedese di Stoccolma.
-Una prima traduzione del testo originale venne fatta parzialmente in russo dagli storici Vladimir Anatolyevich Dyakov e Evgenia Lvovna Rudnitskaya ed inserita nel volume “La situazione rivoluzionaria in Russia nel 1859-1861”, Vol. VI, Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica, Mosca, 1974, pagg. 313-355.
In Europa Occidentale, venne tradotto prima in italiano da Landi (vedi punto successivo di queste Note dell’Archivio) e nel 1979 Michel Marvaud inserì lo scritto originale di Bakunin nel libro “Bakounine. Combats et débats”, Institut d’Études Slaves, 1979, pagg. 185-226.
-Nella prima pagina del libro viene riportata la seguente nota: “Il presente volumetto è stato curato in ogni aspetto dal compagno Gianni Landi, il quale se ne assume ogni responsabilità e nel contempo si scusa degli eventuali errori, particolarmente nella grafia dei nomi, dovuti in buona parte al fatto che il testo originale è stato rilevato su microfilm da un manoscritto di Bakunin.”

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Bakunin Michail, “La reazione in Germania”

Edito da Anarchismo Edizioni, Trieste, 2009, 64 p., Seconda Edizione

Nota introduttiva
Chi cercasse in queste pagine di un Bakunin giovanissimo il rivoluzionario della maturità rimarrebbe deluso. Nessuno di noi rimane per sempre lo stesso, sarebbe un molotite idiota capace di ripetere sempre la medesima tesi, scelta una volta per tutte.
Bakunin non sta ancora cercando la sua strada, l’ha di già trovata, la sua è una scelta di campo già fatta, ma è una strada ancora da percorrere e un campo ancora da esplorare. Impiegherà tutta la sua vita di lottatore a fare queste due cose, fino in fondo, senza tergiversare e senza mezzi termini.
Il mondo dorato della sua fanciullezza, il servizio nell’esercito dello zar, sono acqua passata, adesso è uno studente di filosofia con idee di sinistra, con una gran voglia di fare e non soltanto di ascoltar maestri – che nella Germania dell’epoca si sprecavano davvero.
In un certo senso questo scritto è il suo biglietto da visita, la sua dichiarazione di guerra. Ha tutti i limiti di una avventatezza che in altri uomini poteva successivamente essere rinnegata, ma che in lui, conseguente fino in fondo, sarà soltanto portata alle estreme conseguenze, nel pensiero e nell’azione. Ben presto la filosofia di Hegel resterà sullo sfondo come un remoto miraggio, senza nessun tentativo, esclusivamente teorico, di far camminare la dialettica – strumento del mestiere del filosofo dello spirito assoluto – sulla testa o sui piedi, resterà sullo sfondo e non sarà sostituita dalle tesi di nessun altro nume tutelare, né Schelling né Proudhon.
Una selvaggia produzione di idee sostituirà le ordinate teorie tedesche pronte all’uso reazionario in qualsiasi salsa condite, il pensiero anarchico in prospettiva viene da lui dapprima intuito a grandi linee, più col desiderio di distruzione che con una tesi filosofica e politica precisa, poi dettagliato nella lotta concreta dalle barricate del 1848 fino al rivellino di San Pietroburgo, fino alla Siberia, fino alla grande contesa con i marxisti all’interno della Prima Internazionale.
Il resto è storia nota.
Trieste, 14 dicembre 2008

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Note dell’Archivio
-Titolo originale: Jules Elysard [Michail Bakunin], “Die Reaktion in Deutschland. Ein Fragment von einem Franzosen”, “Deutsche Jahrbücher”, Dresda, Ottobre 1842.
-La prima edizione in italiano è stata pubblicata da Altamurgia, Ottobre 1972

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Bakunin Michail, “Il socialismo e Mazzini: lettera agli amici d’Italia”

Edito da Serantoni, Roma-Firenze, 1905, 64 p.

Il presente opuscolo fu pubblicato la prima volta nel 1877 a Milano. Dopo fu ripubblicato in successive edizioni ad Ancona nel 1886 e a Imola nel 1901, senza essere mai disturbato dal fisco. È quindi a titolo di documento storico riflettente le polemiche pro e contro il socialismo, vivacemente sostenute dai due grandi agitatori Bakounine e Mazzini, che presentiamo al pubblico questa nuova edizione.
L’EDITORE

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Note dell’Archivio
-In Michel Bakounine, “Oeuvres. Tome VI”, Stock, Parigi, 1913, vi è la seguente Prefazione di James Guillaume:
Nello stesso numero de “La Roma del Popolo” in cui aveva attaccato l’Internazionale e la Comune di Parigi (13 Luglio 1871), Mazzini aveva lanciato l’idea della riunione a Roma di un Congresso operaio italiano. Il Congresso fu effettivamente convocato per il 1° Novembre successivo da una Commissione riunita a Genova (circolare di convocazione del 14 Agosto).
Su “La Roma del Popolo” del 12 Ottobre, Mazzini pubblicò una lettera aperta indirizzata “Ai rappresentanti gli artigiani nel Congresso di Roma.”
In questo periodo Bakunin stava lavorando al libro che avrebbe seguito la sua “Risposta d’un Internazionale a Mazzini”, che si sarebbe intitolato: “La teologia politica di Mazzini e dell’Internazionale”; mi aveva già inviato, per la stampa, le prime pagine di questo nuovo manoscritto fino a pagina 49 compresa (17 Ottobre). Ma non appena ebbe letto, su “La Roma del Popolo”, la lettera di Mazzini ai rappresentanti dei lavoratori italiani, interruppe il suo lavoro per iniziare, la sera del 19 Ottobre, una “circolare di risposta alla circolare di Mazzini”. Il suo diario-calendario lo vide occupato nella stesura di questa circolare fino al 28 Ottobre; ecco il testo degli appunti ad essa relativi, che ci mostrano l’improvviso abbandono del libro dottrinale in preparazione contro Mazzini (che egli chiama “2° opuscolo mazziniano” o “opuscolo 2 Mazzini”) per la frettolosa improvvisazione di questo appello ai suoi giovani amici italiani, mettendoli in guardia contro la manovra mazziniana e a sollecitarli all’azione immediata:
“18 Ottobre. Opuscolo Mazzini 2 – 19. Opuscolo di Mazzini 2. (Sera) Circolare di risposta alla circolare di Mazzini. – 20. Circolare contro Mazzini conclusa, domani preambolo, – 21. Circolare dettata a Emile [Bellerio]. – 22. Circolare dettata a Emile; inviata la prima metà della circolare a Paolo [un amico di Milano]. – 23. Scritto mattina e sera, continuazione della circolare. – 24. Inviati a Milano altri quattro fogli della circolare; scritto mattina e sera. – 25. Inviati a Milano quattro fogli, fino al tredicesimo compreso. – 26. Ho quasi finito la circolare, mattina e sera. – 27. Sempre Lettera agli amici contro Mazzini. – 28. Lettera di Burbero [Vincenzo Pezza, a Milano]; fine dell’epistola, in tutto venticinque fogli, quasi cento pagine, inviata a Burbero”.
Il Congresso “operaio” convocato dalla Commissione di Genova si è aperto a Roma il 1° Novembre. Tutti i delegati hanno accettato il programma mazziniano, ad eccezione di tre oppositori: Carlo Cafiero, che rappresentava la Sezione dell’Internazionale di Girgenti (Sicilia), Alberto Tucci, che rappresentava la sezione appena ricostituita dell’Internazionale di Napoli, e un delegato di Livorno, De Montel. Dopo aver firmato una dichiarazione il 3 Novembre in cui affermavano di considerare i principi accettati dal Congresso “contrari ai veri interessi della classe operaia e al progresso dell’umanità”, i tre oppositori si sono ritirati. I delegati votarono un Patto di Fratellanza, come base di un’organizzazione a cui aderirono 135 società operaie e che aveva come giornale l’Emancipazione, diretta a Roma da Maurizio Quadrio,
Il Congresso di Roma suscitò grande scalpore in Italia; suscitò le proteste degli operai socialisti e della gioventù rivoluzionaria; Garibaldi, sollecitato a spiegarsi in merito agli attacchi rivolti dai mazziniani all’Internazionale, rispose con la famosa lettera a Giorgio Pallavicini-Trivulzio, in cui diceva: “L’Internazionale è il sole dell’avvenire”.
Contemporaneamente al Congresso, era apparso un opuscolo di 15 pagine intitolato “Agli Opérai delegati al Congresso di Roma”, firmato Un gruppo d’Internazionali: era stato stampato a Napoli e distribuito ai delegati. Su “La Roma del Popolo” del 16 Novembre, Mazzini, senza nominare Bakunin, lo indica come autore di questo opuscolo; e, in effetti, il contenuto era stato tratto dal manoscritto inviato da Bakunin a Milano dal 22 al 28 Ottobre. Non avendo potuto ottenere questo documento, molto raro, non posso dare un’indicazione precisa del suo contenuto; ma, essendo stato distribuito tra il 1° e il 3 Novembre, è certo che solo le prime pagine del manoscritto di Bakunin, quelle inviate il 22 Ottobre e forse anche, in parte, quelle inviate il 24 e il 25, hanno potuto essere utilizzate dal traduttore. Secondo le informazioni raccolte da Max Nettlau, fu Palladino a tradurre, e probabilmente ad adattare e abbreviare, le parti del manoscritto pubblicate in queste 15 pagine a stampa.
Quattordici anni dopo, nel 1885, una traduzione italiana completa del manoscritto dell’Ottobre 1871 apparve sul “Piccone, bollettino comunista anarchico”, di Napoli, e, quasi contemporaneamente, sul “Paria” di Ancona, con il titolo: “Circolare. Ai miei amici d’Italia in occasione del Congresso operaio convocato a Roma pel I. Novembre 1871 dal Partito Mazziniano”; nel 1886, questa traduzione fu ristampata in un opuscolo di 103 pagine in-16, ad Ancona, dal titolo: “Il Socialismo e Mazzini, Lettera agli amici d’Italia”. Un’altra edizione fu pubblicata a Imola nel 1901. Nel 1905 Fortunato Serantoni pubblicò a Firenze un’altra edizione della stessa traduzione, preceduta dalla seguente nota:
“Questo opuscolo fu pubblicato per la prima volta nel 1887 (sic) a Milano. Fu poi ristampato in edizioni successive ad Ancona nel 1886 e a Imola nel 1901, senza mai essere continuato. È quindi come documento storico… che presentiamo al pubblico questa nuova edizione.”
Un’edizione più recente (a sua volta intitolata Quinta edizione) è stata pubblicata a Roma nel 1910, dalla Libreria Editrice Sociologica (già Casa Editrice Libraria “Il Pensiero”). È su questa edizione del 1910 che abbiamo basato la nostra traduzione.”

In Michail Bakunin, “Opere complete. Volume II”, curato da Arthur Lehning per l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam e tradotto e pubblicato in italiano da Edizioni Anarchismo nel 1976, vi è la seguente nota del traduttore:
La riproduzione del testo è quella della prima edizione integrale del manoscritto dell’Ottobre 1871: Michele Bakounine, “Il Socialismo e Mazzini. Lettere agli amici d’Italia”, Ancona, 1885, 103 pagine. La copertina indica: Tipografia Economica 1886. La notizia biografica, pp. 5-9 non è riprodotta. Il manoscritto originale portava semplicemente come titolo: Circolare.
La metà del testo da p. 11 a p. 58 dell’opuscolo del 1885 era uscita prima ne “Il Paria. Organo Comunista Anarchico”, Ancona 1885, Anno I, n. 13 (17 Agosto), n. 21
(6 Ottobre). Vi furono due numeri del 6 Settembre (n. 16 e 17) di cui il primo venne sequestrato. Ambedue contenevano la quarta continuazione. “Il Paria” pubblicò il testo col titolo: « Il Socialismo e Mazzini ». Il testo era preceduto dalla seguente nota:
« Lo scritto inedito di Bakunin che incominciamo a pubblicare, sebbene riguardi il Congresso mazziniano convocato in Roma il 2 [esatto: 1] Novembre 1871, pure contenendo una severa e giusta critica dei principii repubblicani non ha perduto affatto d’attualità; quel che si dice nel 1871 lo si può integralmente ripetere oggi dopo 14 anni. Lo scritto non aveva altro titolo che “Circulaire”; è una di quelle lettere opuscoli, che Bakunin scriveva tutto di un fiato senza lasciar mai la penna, senza giungere prima all’ultima parola ».
Sopra il testo di Bakunin abbiamo messo la seguente dedica:
« Ai Miei Amici d’Italia. In Occasione del Congresso Operaio. Convocato a Roma. Pel 1 Novembre 1871 dal Partito Mazziniano ».

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Bakounine Michel, “Risposta d’un Internazionale a Giuseppe Mazzini”

Edito da Gazzettino Rosa, Milano, 1871, 32 p.

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Note dell’Archivio
-In Michel Bakounine, “Oeuvres. Tome VI”, Stock, Parigi, 1913, vi è la seguente Prefazione di James Guillaume:
“Nel febbraio 1871, Mazzini fondò un settimanale, pubblicato a Lugano, “La Roma del Popolo”, in cui espose le sue idee politiche e religiose. Da Marzo a Giugno si oppone ripetutamente alla Comune di Parigi, al federalismo e al socialismo. Nel numero del 13 Luglio attaccò formalmente l’Internazionale, che denunciò ai lavoratori italiani come un’istituzione pericolosa. Questo articolo cadde sotto gli occhi di Bakunin il 24 Luglio. In quel momento stava scrivendo la “Protestation de l’Alliance” (cfr. supra p. 6): si interruppe subito – il che significa che il manoscritto della “Protestation de l’Alliance” rimase incompiuto – e il 25 iniziò [a scrivere] una risposta all’attacco diretto del vecchio rivoluzionario italiano contro la grande Associazione dei lavoratori. La risposta è stata scritta in quattro giorni (25-28 Luglio). Emilio Bellerio, giovane amico di Bakunin, la tradusse in italiano e il 4 Agosto la portò alla redazione del “Gazzettino Rosa” di Milano, che la pubblicò in un opuscolo che costituiva un supplemento al numero del 14 Agosto, con questo titolo: “Risposta d’un Internazionale a Giuseppe Mazzini” di M. Bakunin, membro de l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. (Supplemento al N. 227 del giornale “Gazzettino Rosa”), Milano, presso l’amministrazione del Gazzetino Rosa, Via S. Pietro all’Orto, 23; 1871; 32 pagine piccole in-16). Le ultime otto pagine di questo opuscolo sono occupate da un altro scritto intitolato “L’Internazionale e Mazzini”: si tratta di un articolo tratto dal giornale di Girgenti “L’Eguaglianza”, che era diretto da Saverio Friscia.
Il testo francese della “Réponse d’un international à Mazzini” fu inviato da Bakunin, il 6 Agosto, al giornale socialista “La Liberté” di Bruxelles, che lo pubblicò nei numeri del 18 e 19 Agosto.
L’impressione suscitata in Italia è stata notevole. Mazzini non cercò di replicare; ma Aurelio Saffi rispose in Settembre su “La Roma del Popolo”, e il giornale mazziniano “L’Unità italiana”, di Milano, pubblicò alcuni articoli contro Bakunin in Agosto e Settembre.
Ecco gli appunti trovati nel taccuino di Bakunin sulla sua prima risposta (l’autore ne annunciava altre, che sarebbero seguite alla prima) agli attacchi di Mazzini al socialismo, alla Comune e all’Internazionale:
“24 Luglio. Articolo di Mazzini contro l’Internazionale. – 25. Ampio plico dell’Appello (pp. 92-141) con lettera a William inviata. Avviata la risposta a Mazzini. – 26. Risposta a Mazzini. – 27. Risposta a Mazzini. Emilio si mette a tradurre. – 28. Primo articolo contro Mazzini. Memoria sull’Alleanza. – 31. Emilio viene a leggermi l’inizio della traduzione della mia risposta a Mazzini.”
“4 agosto. Copia della Risposta a Mazzini. Emilio è partito per scrivere [il “Gazzettino Rosa”]. – 5. Copia finita di Risposta a Mazzini. Lettera a Emilio e Stampa. – 6. Lettera ai redattori della “Liberté” con articolo su Mazzini. – 11. Arrivo di Emilio Fanelli. – 20. Lettera della Stampa e 25 copie Opuscule [Risposta d’un Internazionale]. Opuscolo a Zamperini, Ogaref e [Adolphe] Vogt. – 23. Risposta a Mazzini, a Barcellona, a Zaytsef, a Ross. – 29. Inviato articolo contro Mazzini a Ozerof, Saigne, Lindegger, – a Ross, – a Adhémar, Guillaume, Camet, Spichiger”.
Il 28 Luglio, subito dopo aver terminato la sua Réponse à Mazzini, Bakunin aveva iniziato a scrivere un nuovo pezzo apologetico sulle dispute nell’Internazionale di Ginevra, che intitolò “Mémoire pour l’Alliance”. Ci ha lavorato fino alla fine di Agosto. Ma mentre scriveva questa Memoria pensava di continuare la sua polemica italiana.
Il 21 Agosto il taccuino riporta “articolo contro Mazzini”; il 25: “2° articolo contro Mazzini, con articolo sull’Alleanza e lettera a Guillaume”; il 28 e 29: “2° articolo Mazzini”; e in Settembre questa menzione ritorna quasi ogni giorno. Questa nuova risposta avrebbe assunto proporzioni più considerevoli della prima e sarebbe diventata un libro, o meglio l’inizio di un libro che, come L’impero knuto-tedesco, non fu mai completato. La prima parte di questo libro apparve nel Dicembre 1871 con il titolo: La teologia politica di Mazzini e dell’Internazionale; si trova nel volume VII.
Riportiamo la risposta di un’Internazionale a Mazzini così come è apparsa su “La Liberté” (questa risposta è stata poi posta da Bakunin in testa alla sua “Teologia politica di Mazzini”, a mo’ di Introduzione).
Seguiamo la traduzione dell’articolo “L’Internazionale e Mazzini” di Saverio Friscia, pubblicato sull’Eguaglianza e riprodotto dopo la “Risposta nel supplemento del Gazzettino Rosa” del 14 Agosto 1871. È interessante ascoltare il linguaggio del vecchio e fedele cospiratore siciliano accanto a quello del suo amico, il grande rivoluzionario russo.”

L’articolo di Friscia menzionato si trova sia nell’opuscolo da noi condiviso che nelle pagg. 273-282 del libro di Marino Giuseppe Carlo, “Saverio Friscia socialista libertario”

-In Michail Bakunin, “Opere complete. Volume I”, curato da Arthur Lehning per l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam e tradotto e pubblicato in italiano da Edizioni Anarchismo nel 1976, vi è la seguente nota di Lehning:
“La liberté aveva messo la seguente nota: « Una lettera di Bakunin. Riceviamo dal celebre socialista russo una lettera che ci fa veramente piacere riprodurre. Abbiamo già risposto in modo generale e sommario a Mazzini, ma la personalità dell’agitatore ita­liano è tanto importante da giustificare il ritorno sull’argomento in dettaglio e più a fondo. Nessuno poteva meglio incaricarsene di Bakunin»”

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Marino Giuseppe Carlo, “Saverio Friscia socialista libertario”

Edito da Istituto Gramsci Siciliano, Palermo, 1986, 373 p.

Laico fino alle forme più determinate dell’intransigentismo laicista, libero pensatore, libertario in fama di anarchico ed ugualmente personalità tollerante e aperta, alla sua morte (Sciacca 22 febbraio 1886) Saverio Friscia fu celebrato co­me uomo di parte al di sopra delle parti, uomo giusto: così per gli antichi amici mazziniani e per i nuovi radicali, da Bovio a Cavallotti; così per la generazione giovane che guardava, con attese messianiche, al « sole dell’avvenire ». Col tempo, il suo « anarchismo » aveva subito notevoli at­tenuazioni. Mentre l’internazionale anarchica veniva inve­stita, dopo il 1874, da un irreversibile processo disgrega­tivo, ed anche in Sicilia andavano nascendo le prime orga­nizzazioni ispirate al socialismo marxista, Saverio Friscia andò progressivamente avvicinandosi a posizioni « riforma­ste », assicurando nuove proiezioni agli elementi vitali del suo « socialismo libertario », al quale avrebbero attinto le nuove e giovani forze, non più condizionate dai principi maz­ziniani e dagli umori garibaldini, alla guida, in Sicilia, tra l’ul­timo scorcio dell’Ottocento e i primi del Novecento, delle lotte popolari e in specie di quelle del movimento contadino. Alla riscoperta di una personalità politica tanto complessa e ricca, forse seconda soltanto a quella di Francesco Crispi nel composito panorama della democrazia meridionale del­ l’Ottocento, eppure a lungo dimenticata, è rivolta l’inda­gine di questo libro, con l’intento di approntarne — al di là delle stesse esigenze di pura e semplice ricostruzione biografica — una prima organica interpretazione.

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Gianini Belotti Elena, “Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita”

Edito da Feltrinelli, Milano.
-Edizione in epub: Giugno 1997, 195 p., Sedicesima Edizione
-Edizione in pdf: Maggio 1999, 195 p., Diciassettesima Edizione

Premessa
Nel suo libro “La soggezione delle donne” pubblicato nel lontano 1869, John Stuart Mill fu il primo a mettere in discussione il concetto di “natura femminile,” con il quale venivano contrabbandati quei caratteri – ritenuti peculiari della donna, per dimostrare invece come essi fossero il logico prodotto di un preciso contesto storico, culturale e sociale Nella sua lucida e appassionata difesa della donna Mill invoca l’intervento della psicologia affinché studi analiticamente le leggi che regolano l’influenza delle circostanze sul carattere. E’ d’uopo possedere la più approfondita cognizione delle leggi della formazione del carattere per aver diritto di affermare che v’ha una differenza ed a più forte ragione per dire qual è la differenza che distingue i due sessi dal punto di vista intellettuale e morale. Oltre ad analizzare le influenze educative, Mill indica la via più semplice e sicura per giungere a una conoscenza della donna che non sia, come spesso è, il riflesso della visione che l’uomo ha di lei: cioè quella di chiederlo direttamente all’interessata. Ma acutamente osserva che. condizione essenziale perché la donna accetti di parlare di sé, di descriversi, di esporsi, è che non si senta subordinata ma uguale. Non può esistere un colloquio autentico tra persone che stiano tra loro in posizione da dominante a dominato, occorre che si sentano pari. Cosa anche l’uomo, per ascoltare quello che la donna ha da dire su se stessa, deve sentirla uguale a sé. Ma se l’uomo avesse voglia di ascoltare quello che le donne hanno da dire su se stesse, gran parte dei problemi tra i sessi sarebbe già risolta, cosa che è ben lontana dall’essere vera.
Ogni donna che si propone di parlare di sé e della sua collocazione nella propria cultura può raccontare la sua storia di bambina, di adolescente, di ragazza e la storia di ciò che ritiene d’aver subito a causa del suo sesso, ma per quanto indietro spinga il suo ricordo, scoprirà che c’è sempre una zona oscura, la primissima infanzia, sulla quale non sa dire niente e che è la matrice delle sue successive difficoltà. A tre, quattro anni, quanto lontano cioè può spingersi il ricordo di un individuo, tutto è già compiuto nel suo destino legato al sesso cui appartiene, perché in quel periodo non c’è lotta cosciente contro l’oppressione.
Le radici della nostra individualità sono profonde e ci sfuggono perché non ci appartengono, altri le hanno coltivate per noi, a nostra insaputa. La bambina che a quattro anni contempla estatica la propria immagine allo specchio, è già condizionata a questa contemplazione dai quattro anni precedenti, più nove mesi in cui è stata attesa e durante i quali si approntavano li strumenti atti ‘a fare di lei una femmina il più possibile simile a tutte le altre.
La cultura alla quale apparteniamo, come ogni tra cultura, si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere. L’obiettivo dell’identificazione di un bambino col sesso cui è ‘stato assegnato si raggiunge molto presto, e non ci sono elementi per dedurre che questo complesso fenomeno abbia radici biologiche.
… Nonostante i fattori ormonici e genetici l’educazione a considerarsi maschio o femmina è l’elemento determinante dell’identificazione sessuale. I risultati delle ricerche a proposito di fanciulli il cui sviluppo sessuale è manchevole lasciano intendere che l’identificazione con l’uno o con l’altro sesso e l’assunzione di un determinato ruolo sessuale avviene essenzialmente attraverso l’apprendimento. Il libro nasce dall’osservazione diretta del bambino dalla nascita in poi e analizza il comportamento degli adulti nei suoi riguardi, i rapporti che stabiliscono con lui nelle varie età, il tipo di richieste che gli vengono fatte e il modo in cui gli si pongono, le aspettative di cui si carica il fatto che appartenga a un sesso piuttosto che a un altro, gli sforzi che fa , per adeguarsi a queste richieste e aspettative, le gratificazioni e i rifiuti che riceve a seconda che vi aderisca o meno. I luoghi dove questa ricerca è stata condotta sono la famiglia, i nidi, le scuole materne, elementari e medie.
Finché le origini innate di certi comportamenti differenziati secondo il sesso restano un’ipotesi, l’ipotesi opposta che siano invece frutto dei condizionamenti sociali e culturali cui i bambini vengono sottoposti fin dalla nascita rimane altrettanto valida. Mentre però né la biologia né la psicologia sono in grado di dirci che cosa è innato e che cosa è appreso, l’antropologia ci ha dato precise risposte che appoggiano quest’ultima tesi. Ammesso anche che ve ne siano, non è in potere di nessuno modificare le eventuali cause biologiche innate, ma può essere in nostro potere modificare le evidenti cause sociali e culturali delle differenze tra i sessi; prima di tentare di cambiarle, è però necessario conoscerle. Scopriremo la loro genesi in piccoli gesti quotidiani che ci sono tanto abituali da passare inosservati; in reazioni automatiche di cui ci sfuggono le origini e gli scopi e che ripetiamo senza aver coscienza del loro significato perché li abbiamo interiorizzati nel processo educativo; in pregiudizi che non reggono alla ragione né ai tempi mutati ma che pure continuiamo a considerare verità intoccabili; nel costume che ha codici e regole rigidissime.
Spezzare la catena di condizionamenti che si trasmette pressoché immutata da una generazione all’altra non è semplice, ma ci sono momenti storici in cui simili operazioni possono risultare più facili che in altri. Come oggi; quando tutti i valori della società sono in crisi e tra questi il mito della “naturale” superiorità maschile contrapposta alla “naturale” inferiorità femminile: La tradizionale superiorità degli adulti rispetto ai bambini sta scomparendo rapidamente parallelamente alla disintegrazione della superiorità maschile, della supremazia della razza bianca e del potere del capitale rispetto al lavoro. La critica alle donne contenuta in quest’analisi non vuole essere ‘un atto d’accusa, ma una spinta a prendere coscienza dei condizionamenti subiti e a non trasmetterli a loro volta, e contemporaneamente a rendersi conto che possono modificarli. L’operazione da compiere, che ci riguarda tutti ma soprattutto le donne perché ad esse è affidata l’educazione dei bambini, non è quella di tentare di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.
Per quanto ci si metta dalla parte delle bambine, è chiaro che non sono soltanto le bambine le vittime di un condizionamento negativo in funzione del loro sesso.
Secondo Margaret Mead: Tutte le discussioni sullo stato delle donne, sul carattere, il temperamento delle donne, sulla sottomissione e l’emancipazione delle donne fanno perdere di vista il fatto fondamentale e cioè che le parti dei due sessi sono concepite secondo la trama culturale che sta alla base’ dei rapporti umani e che il bambino che cresce è modellato altrettanto inesorabilmente come la bambina secondo un canone particolare e ben definito. Che cosa può trarre di positivo un maschio dalla arrogante presunzione di appartenere a una casta superiore soltanto perché è nato maschio? La sua è una mutilazione altrettanto catastrofica di quella della bambina persuasa della sua inferiorità per il fatto stesso di appartenere al suo sesso. Il suo sviluppo come individuo ne viene deformato e la sua personalità impoverita, scapito della loro vita in comune.

Nessuno può dire quante energie, quante qualità vadano distrutte nel processo di immissione forzata dei bambini d’ambo i sessi negli schemi maschile e femminile così come sono concepiti dalla nostra cultura, nessuno ci saprà mai dire che cosa avrebbe’ potuto diventare una bambina se non avesse trovato sul cammino del suo sviluppo tanti insormontabili ostacoli posti lì esclusivamente a causa del suo sesso.
La parità di diritti con l’uomo, la parità salariale, l’accesso a tutte le carriere sono obiettivi sacrosanti e, almeno sulla carta, sono già stati offerti alle donne nel momento in cui l’uomo l’ha giudicato conveniente. Resteranno però inaccessibili alla maggior parte di loro finché non saranno modificate le strutture psicologiche che impediscono alle donne di desiderare fortemente di farli propri. Sono queste strutture psicologiche che portano la persona di sesso femminile a vivere con senso di colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo produttivo, a sentirsi fallita come donna se vi aderisce e a sentirsi fallita come individuo se invece sceglie di realizzarsi come donna: Il bisogno di realizzare se stesse come individui, l’autoaffermazione, il desiderio di autonomia e di indipendenza la cui mancanza si rimprovera alle donne, nell’adolescenza, al momento delle scelte fondamentali, hanno già subìto dure scosse: e questo è avvenuto fin dalla primissima infanzia.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Maggio 1973

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Previsioni. Rassegna internazionale polemica di cultura umanistica e sociale

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Durata: Maggio 1956 – Gennaio-Marzo 1960
Luogo: Acireale
Periodicità: Irregolare
Pagine: 25 (nn. 1-2, 1956), 21 (Numero Unico, Maggio 1956); 53 (nn. 1-2; 3-4, 1957); 35 (n. 1, 1958), 2 (n. 2, 1958), 50 (n. 3-4); 30 (Dicembre 1959); 38 (Gennaio-Marzo 1960)

Nota riguardante l’Archivio
-Sono presenti due Bollettini Interni, rispettivamente del Febbraio 1956 e dell’Agosto 1957

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La Falange. Periodico Anarchico

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Durata: 19 Dicembre 1903 — 30 Gennaio 1904
Luogo: Marsala
Periodicità: Irregolare
Pagine: 4

Nota riguardante l’Archivio
-Come riportato da Bettini, “Alla raccolta manca il numero 3, sequestrato per gli articoli “Chiesa, stato, ateismo ed anarchia” di Andrea Salsedo e “Soldati seviziati”

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Il Novatore

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Durata: 26 Gennaio — 16 Marzo 1919
Luogo: Cagliari
Periodicità: Irregolare
Pagine: 4

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L’Avvenire

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Durata: 4 Maggio – 27 Luglio 1878
Luogo: Modena
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4

Note riguardante l’Archivio
-Alcune pagine risultano illeggibili a causa della digitalizzazione da microfilm
-Del n. 3 si conoscono due edizioni (18 e 20 Maggio), la seconda delle quali ha la prima pagina completamente bianca e la dicitura: “2a edizione — SEQUESTRO — DEDICATA AL R.F.”.
-Il Bettini scriveva la seguente nota: “Organo ufficioso della Federazione Italiana, di cui pubblicava comunicati e risoluzioni, L’Avvenire fu uno dei fogli più autorevoli dell‘Internazionale, in questo periodo.
Diretto da Arturo Ceretti (fratello di Celso), il giornale si dichiarava espressione d’un gruppo di “socialisti devoti e convinti” ma delusi dalla equivoca politica tenuta dal governo della Sinistra, che — spiegavano — dai giorno in cui andò al potere “si mostrò nè da più nè da meno di quella consorteria d’infausta memoria che doveva per 18 anni opprimere e stancare la longanimità del popolo italiano” (Chi siamo e cosa vogliamo, a. I, n. 1, del 4 mag. 1878). Da qui l’adesione ai principi del socialismo anarchico, come ai soli che possano garantire la risoluzione del problema sociale (cf. A.C.M. [Carlo Monticelli] Perchè siamo anarchici, a. I, n. 4, del 25 mag.).
Fra i documenti più importanti pubblicati dall’organo modenese, sono da ricordare: il resoconto (“liberamente” tradotto dall’Égalité) del processo al tribunale correzionale di Parigi, contro Andrea Costa, Ippolito Pedoussant e altri coimputati (a. I, n. 3, del 18 mag.); una lunga lettera di A. Costa, in cui il rivoluzionario forniva ampi ragguagli circa le vicende che avevano condotto al suo arresto e a quello della Kuliscioff e di altri internazionalisti (a. I, n. 9, del 29 giu.); i comunicati e le risoluzioni della Sezione fiorentina dell‘A.I.D.L., della C.d.C., etc.
A partire dal 1 giu. 1878 (a. I, n. 5), pubblica: A.P. [Agostino Pistoiesi], Il Socialismo in Italia, una breve ricostruzione delle vicende dell’Internazionale in Italia, dalle origini fino agli eventi più recenti (particolare interessante: La priorità nell’esposizione dei principi socialisti, viene qui rivendicata a Pisacane, anche se gli effetti della propaganda bakuninista non vi sono disconosciuti).”

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