Bakunin Michele, “Lettera ai compagni d’Italia”

Edito da “L’Impulso” Edizioni, Livorno, 1955, 28 p.

PREFAZIONE
Apriamo la collana di queste nostre edizioni con uno scritto di Bakunin, con la lettera da questi indirizzata all’internazionalista Celso Ceretti di Mirandola, nel marzo del 1872, all’indomani della morte di Giuseppe Mazzini.
Era nelle consuetudini di Bakunin scrivere ai propri amici lunghe epistole politiche, le quali, anche se redatte in un tono confidenziale, erano destinate a circolare in gruppi di amici, a svolgere fra essi una importante funzione formativa. Bakunin non scrisse gran che per la pubblicazione in Italia. Qualche articolo nel primo periodo, qualche nota d’occasione e nulla più. Tutta la sua influenza in Italia è collegata ad una minuta ed intensa attività epistolare, svolta su un piano di relazioni umane, di rapporti personali: di questa attività la lettera che qui pubblichiamo è la testimonianza più viva e più ricca. E le abbiamo giustificatamente dato il titolo di Lettera ai compagni d’Italia perchè essa, anche se indirizzata a Celso Ceretti, è destinata a tutti gli internazionalisti italiani (Bakunin usa quasi sempre la seconda persona plurale) e soprattutto perchè essa costituisce un documento programmatico generale, un compendio di teoria e tattica rivoluzionaria scritto da Bakunin per i militanti italiani.
La lettera, pubblicata qui ed ora per la prima volta in italiano, ha una sua storia: fu scoperta, sulla fine del secolo scorso, da Jacques Mesnil presso l’ancora vivente Celso Ceretti, e dallo stesso pubblicata, nell’originale francese sulla rivista belga La Société Nouvelle (N. CXXXIV – fèvrier 1896, pp. 175-199). Nettlau la vide successivamente e la utilizzò largamente per i suoi studi bakuniniani (fra l’altro in Bakunin e l’Internazionale in Italia dal 1864 al 1872 Ginevra, Edizione del Risveglio, 1928). Recentemente la lettera è stata ripubblicata, sempre nell’originale francese, da A. Romano in appendice al 2° volume della Storia del movimento socialista in Italia (Bocca Milano, 1954, pagine 372-392). Il documento (che è visibile fra le carte Ceretti, presso gli eredi, in Mirandola) non venne invece inserito nè nella raccolta delle Oeuvres edita da Stock al principio del secolo, nè nella collana di scritti bakuniniani avviata da Luigi Fabbri presso la casa editrice Tempi Nuovi di Milano nel primo dopoguerra, nè nella antologia curata alcuni anni fa da Carlo Doglio (M. Bakunin, Libertà e rivoluzione Milano, IEI, 1948).
Poichè la decadenza del movimento anarchico italiano dopo il 1880 è da imputare, fra l’altro, anche al fatto che di Bakunin non sia rimasta dopo la sua morte che una leggenda, mentre i suoi scritti più impegnativi giacevano ignorati negli archivi o comunque raccolti in edizioni straniere, non facilmente accessibili alla massa dei lettori proletari (poverissima è la bibliografia bakuniniana in Italia, se si eccettua il fin troppo noto Dio e lo Stato), osiamo affermare che la conoscenza e la divulgazione di questo documento nei circoli anarchici e negli ambienti operai avrebbe decisamente mutato il corso storico del nostro movimento ed in conseguenza del movimento operaio del nostro paese, avrebbe dissipato equivoci, evitato involuzioni pericolose, riportato fecondità d’idee e ordine di concetti là dove era la sterilità e la confusione.
Quel che impressiona nella lettura di queste pagine è la loro straordinaria freschezza ed aderenza alla situazione reale del nostro paese. Bakunin non ci fa un astratto discorso sull’autorità e la libertà, sul comando e l’obbedienza, sull’anarchia come società perfetta, tutti argomenti in cui sono particolarmente versati i chiacchieroni dell’individualismo, ma ci dà anzitutto una precisa topografia politica del nostro paese, con i suoi partiti, con le sue classi sociali, con i suoi gruppi dirigenti, con le forze storiche che operano al suo interno. Sorprendente è la conoscenza che Bakunin possiede della situazione italiana, mirabile l’analisi chiara e coerente che egli traccia di tutti i problemi di sviluppo della società italiana, alla luce dei principi del socialismo. Si può dire che questa lettera è la prima interpretazione socialista del processo di sviluppo della società italiana ed è la prima impostazione socialista, oltrechè libertaria, dei problemi della rivoluzione in Italia. Bakunin non chiama in scena dei fantasmi ma fa i suoi conti con i nomi più rappresentativi dell’Italia unita, con gli esponenti della « destra storica » come Bonghi e Correnti e Lanza e Visconti-Venosta, con gli esponenti della « sinistra giovane» come Crispi e Nicotera, con i repubblicani Campanella, Saffi, Bertani, con i federalisti Mazzoni e Mario.
Critica della teologia mazziniana, esposizione della dottrina socialista, sua applicazione alle condizioni concrete dell’Italia, scoperta del rapporto città-campagna e formulazione del principio della alleanza fra operai e contadini, riferimento al problema dei piccoli proprietari e dei ceti medi in funzione del movimento rivoluzionario, principi di organizzazione e particolarmente dell’organizzazione di massa in rapporto alla organizzazione specifica e dell’organizzazione illegale in rapporto a quella legale, principi di tattica e particolarmente della tattica dei grandi movimenti popolari contrapposta alla tattica delle insurrezioni sporadiche e delle congiure, considerazioni sulle alleanze fra il partito del proletariato e le frazioni radicali della borghesia, critica dallo stato unitario italiano e accentuazione federalista della rivoluzione sociale, gradualismo e realismo nella soluzione dei problemi della trasformazione economica, etc.: ecco i temi vibranti di attualità (anche oggi, anche domani) che il fervido ingegno di Bakunin affronta in questa lettera, scritta, badiamo bene alle date, venti anni prima della fondazione del Partito Socialista, cinquant’anni prima della fondazione del Partito Comunista.
Vengano pure avanti ora i denigratori e i falsificatori del Bakunin a raccontarci le loro frottole, sulla pandistruzione, sulle utopie, sulle barricate, in cui si risolverebbe, secondo loro, il bakuninismo. Avremo sufficiente materiale a disposizione per metterli alla gogna.
Già uno di loro, forse il più violento, il più ingiusto, il più arrabbiato di astio poliziesco e di bile reazionaria, lo storico Aldo Romano, davanti a questo documento ha dovuto ammettere a denti stretti che questa lettera, « vivace, fluida, rapida», contiene una «formulazione limpida», « un corpo di dottrina ben definito »; deve darci atto che essa è « non priva di finezza psicologica », etc. (cfr. op. cit. pp 268-9).

Nel darla alle stampe noi pensiamo di pubblicare alcune fra le più belle pagine della letteratura anarchica e rivoluzionaria internazionale.
Nel testo abbiamo stampato in neretto le parti sottolineate dall’autore e le parti in italiano nell’originale. Abbiamo posto fra parentesi tonda eventuali interpolazioni atte a rendere intelligibile il testo e le annotazioni redazionali.

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Bakunin Michail, “Il principio dello Stato”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2015, 64 p.

Nota introduttiva
Sulla tradizione di Proudhon, per altro non ben conosciuto, Bakunin persegue l’analisi di collegare l’origine e lo sviluppo dello Stato sull’idea di Dio. In questo frammento manoscritto la tesi è sviluppata in modo stringato e convincete, più del famoso Dio e lo Stato. In ogni caso, i due testi si integrando reciprocamente, ed è per tale motivo che inseriamo anche questo nella stessa collana (“Opuscoli provvisori”) in cui abbiamo pubblicato il primo (n. 59).
La conclusione è presto detta: non è possibile una lotta contro lo Stato senza l’assistenza attiva di una lotta contro la religione e, per converso, una lotta platonicamente diretta a “dimostrare” la non esistenza di Dio, diventa inconsistente senza una parallela sovversione sociale avente, quest’ultima, lo scopo immediato di distruggere il nemico.
Che i sedentari mangiapreti continuino in pace la loro digestione.
Trieste, 27 maggio 2014
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Tratto da Michail Bakunin, Opere complete, vol. VII, La guerra franco-tedesca e la rivoluzione sociale in Francia (1870-1871), tr. it., Catania, 1993, pp- 282-298

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Bakunin Michail, “Gli orsi di Berna e l’orso di San Pietroburgo”

Edito da Edizioni La Baronata, Lugano, 1978, 78 p.

PRESENTAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA
Svizzera terra d’asilo? Uno dei tanti miti nazionali che è riu­scito ad imporsi nonostante la realtà. Senza inoltrarci nei secoli lontani, ricordiamo per esempio le espulsioni di rifugiati politici nel secolo XVIII, giustificate dal governo federa­le con false accuse di delitti comuni, le espulsioni in massa dalla fine del secolo alla prima guerra mondiale di centinaia di immi­grati — vera caccia alle streghe — per poter frenare le prime importanti lotte del movi­mento operaio in Svizzera, il rifiuto d’asilo agli Ebrei nella seconda guerra, rifiuto ai Cileni… Ma altri miti, ben più importanti, si stan­no incrinando.
La repressione dello stato poliziesco non può essere valutata come un fenomeno puramente episodico. La Svizzera, la patria della ricca ma umana borghesia, della pace del lavoro, dalla fine degli anni ’60 e dopo la cri­si economica, lascia sempre più intravvedere una ben diversa realtà: imperialismo delle sue multinazionali, sostegno economico a re­gimi reazionari, contrabbando internazionale di valuta, scandali bancari, bacino di rici­claggio dei miliardi sporchi, insicurezza del posto di lavoro, esportazione della crisi con l’espulsione di migliaia di immigrati, aumento incessante dei ritmi di lavoro, xenofobia, re­pressione politica (polizia di sicurezza), spio­naggio politico (caso Cincera), carceri specia­li e abusi (Petra Krause), Berufsverbot già ufficiale in alcuni cantoni e di fatto applicato in tutti, partiti e sindacati divenuti isti­tuzioni di controllo parastatali… Per comprendere questa fase storica, l ’evoluzione dello Stato e delle lotte della clas­se dominante, delle classi aspiranti al potere (burocrazia e tecnocrazia), delle classi contro il potere, le analisi attuali rimangono insuf­ficienti.
* * *
Con lo pseudonimo di uno svizzero umiliato e disperato Bakunin pubblica a Neuchâtel Gli Orsi. Quest’opera, praticamente sconosciuta in Svizzera, è un ’acuta e profetica denuncia dei metodi del Consiglio federale contro i rifu­giati politici. Secondo l’agitatore anarchico, che ben conosce la Svizzera sia per avervi abi­tato che per le strette relazioni con il movi­mento operaio della Svizzera romanda, il comportamento poliziesco del Consiglio fede­rale è da attribuire alla Costituzione liberale del 1848, cioè alla centralizzazione politica promossa dal partito radicale, rappresentante la borghesia. Nelle analisi delle istituzioni politiche e giudiziarie svizzere, Bakunin scor­ge facilmente le grosse contraddizioni del si­stema democratico-borghese, dall’ipocrisia alla volontà di dominio, all’oppressione e allo sfruttamento. Ma l’anarchico va oltre. Domi­nio, oppressione e sfruttamento sono effetti che si trovano non solo nello Stato svizzero, ma in qualsiasi Stato. In altre parole non so­ no conseguenze di una determinata forma storica succeduta ad altre, ma derivano dal­l’esistenza stessa dello Stato:
“qualsiasi potere politico, qualunque sia la propria denominazione e la forma esterio­re, è animato da un odio naturale, istinti­vo contro la libertà… tende necessariamente al dispotismo… e non temerò esprimere la convinzione che, se domani si stabilisse un go­verno o un consiglio legislativo, un parlamen­to composto da operai, questi operai, attual­mente sicuri democratici socialisti, l’indomani diventerebbero determinati aristocratici, adoratori arditi o timidi del principio di autorità oppressori e sfruttatori. La mia conclusione è quindi questa: occorre abolire completamen­te, nel principio e nei fatti, tutto ciò che si chiama potere politico; perchè fin quando esso esisterà vi saranno dominatori e domina­ti, padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati…”.
Gli Orsi non è tra gli scritti più importanti dell’anarchico russo. Opera di circostanza in difesa di Necaev, non aliena di contraddizioni — considerare ad esempio il Comune del tem­po con una certa democrazia di base deriva largamente dal mito — rimane tuttavia fresca e stimolante, in particolare per poter inizia­re un’analisi dello Stato e del Potere senza seguire le ritrite elucubrazioni sempre più oscure e mistificanti, inadatte a comprendere la realtà.
Gli editori

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Note dell’Archivio
-Traduzione del testo “Les Ours de Berne et l’Ours de Saint-Pétersbourg”, pubblicata nel tomo II delle Oeuures de Bakounine, Editions Stock, Parigi, 1907, pagg. 11-67)
-Prefazione di James Guillaume e note di Arthur Lehning.

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Bakunin Michail, “Dove andare, cosa fare?”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2015, 62 p.

Nota introduttiva
Mettere la scienza al servizio della rivoluzione. Concetto tipicamente bakuninista. Non che, di per sé, sia errato, tutt’altro, è che suona troppo deterministico. La scienza del suo tempo? Forse, che nemmeno di quella ci si poteva fidare. Basta pensare alle imbarcate che quei vecchi rivoluzionari presero per la statistica.
Oggi meno che mai.
L’economia? Ma che scienza è? Non la si può definire in questo modo nemmeno con i paraocchi in dotazione ai pazienti asinelli soggiogati al carro. Eppure ci sono tanti compagni che pensano, non voglio qui fare velo alle mie personali responsabilità, di poterne sviscerare i misteri. Possiamo discutere per anni, quanto volete, sul modo di fare funzionare in modo autogestito una fabbrica senza avanzare di un millimetro sulla strada della rivoluzione. Più o meno come il problema di autogestire una barricata o uno scontro di piazza contro la polizia. Molte cose si possono fare, alcune attengono alle sottigliezze tecniche della guerriglia, ma non è questo il punto. La rivoluzione è altra cosa.
Con tutto ciò, nello scritto di Bakunin, che proponiamo alla riflessione (non alla semplice lettura) dei compagni, non ci sono solo l’entusiasmo e l’ingenuità, c’è anche un fondamento diverso, c’è la necessità della conoscenza, dell’approfondimento – anche senza farsi illusioni –, c’è la sollecitazione alla ricerca dei mezzi per approfondire la realtà e quindi rendere possibile, e più incisiva, l’azione. Ecco la chiave di lettura idonea per queste pagine.
Perfino l’entusiasmo per la filosofia, travolgente ben al di là delle rigidità da vecchio hegeliano che ci si sarebbe potuto aspettare, non disturbano, anzi, con i tempi che corrono…
Trieste, 17 maggio 2014
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Tratto da M. Bakunin, Opere complete, Stato e Anarchia. Dove andare, cosa fare?, vol. IV,
tr. it., Catania 1977, pp. 243-254

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Bakunin Michail, “Considerazioni filosofiche”

Edito da Edizioni La Baronata, Lugano, 2000, 170 p.

Prefazione
Non ci si può chiedere di credere alla scienza, poiché è stata l’incredulità, la volontà di verifica, a porre le condi­zioni della nascita e dello sviluppo della scienza stessa. Allo stesso modo, non ci si può chiedere di arrenderci al progresso, perché se e quando progresso vi è stato, ciò è avvenuto in quanto vi sono stati contrasti di idee e di in­teressi, resistenze da dover superare, mettendo in campo saperi, tecniche, competenze e, talora, estendendone i benefici. Qui sta la differenza fra Bakunin e gli altri teorici del conflitto, da Darwin a Marx a Nietzsche. Questi ultimi hanno enunciato delle concezioni conflittuali della Vita e della Storia, rimanendo però su un piano del tutto astratto e retorico, cioè quello della riedizione della solita Legge del Più Forte. La retorica della Legge del Più Forte costitui­sce in realtà un’inibizione al conflitto, in quanto lo tra­spone su un piano immaginario, più rituale che virtuale, in cui i ruoli di vincitore e di perdente o, per meglio dire, di carnefice e di vittima, sono già assegnati preventiva­mente; per cui non si può più davvero parlare di conflitto – che presuppone un confronto di più forze, per quanto diseguali -, ma di sopraffazione. Un tipico esempio di quanto appena detto, ci può essere fornito dal Manifesto dei Comunisti di Marx ed Engels, in cui viene enunciata la concezione della Storia come lotta di classe; enunciazione subito rimangiata dagli stessi au­tori, quando accettano di riconoscere alla borghesia il ruolo di rivoluzionare in continuazione la produzione, attribuendo alla classe operaia una posizione puramente passiva, per cui ogni suo tentativo di resistenza alla inno­vazione capitalistica non sarebbe altro che sterile velleità conservatrice.
Bakunin, al contrario, riconosce nel conflitto una funzio­ne di riequilibrio sociale e pone le condizioni per analiz­zare tutta una serie di fenomeni non più in modo astrat­to, bensì definendoli in base ai rapporti sociali che stabi­liscono. Ad esempio, per ciò che concerne la scienza, questa non sarà più interpretata come un semplice atteg­giamento mentale, anche se diverso da quello religioso, bensì come un modo in cui le persone entrano in relazio­ne, una relazione di un sano sospetto reciproco, che non è diffidenza distruttiva, ma consapevolezza dell’esistenza e del confronto di interessi diversi, il che comporta che le verifiche non possano essere affidate proprio a chi ab­bia l’interesse a non compierle. Di conseguenza, anche la religione non sarà più analizzata solo in base ai suoi con ­ tenuti, ma per la relazione sociale che insedia, una rela­zione squilibrata, sbilanciata cioè tutta a favore di una sola delle parti, la quale può rivendicare una attendibilità illi­mitata. E quindi lo stesso Bakunin, estimatore della scienza e dei suoi risultati, a metterci in guardia contro il rischio, sempre presente ed incombente, della degenerazione religio­sa, dogmatica e sacerdotale delle istituzioni della scienza, i cui rappresentanti ,”cedendo all’influenza perniciosa che il privilegio esercita fatalmente sugli uomini”, possono ave­re spesso interesse a neutralizzare quel contraddittorio che è alla base del vero metodo scientifico. Il Bakunin che compie un immane sforzo teorico per li­quidare definitivamente tutta la metafisica del Creatore Trascendente, il Tiranno dell’Universo (il Dio dei cristiani, o l’Ente Supremo dei giacobini), è dunque lo stesso Bakunin che poi ci avverte che con questa liquidazione il problema non è risolto, poiché i sacrifici umani possono essere imposti nuovamente da teologie e clericalismi di altro genere: “Finora tutta la storia umana è stata solo una immolazione perpetua e sanguinosa di milioni di poveri esseri umani a un’astrazione impietosa qualunque: dèi, patria, potenza dello Stato, onore nazionale, diritti storici, libertà politica, bene pubblico. ”All’individuo spetta quindi di imparare a riconvertirsi da elemento funzionale all’immolazione (“pedina sacrifica­ bile”), a fattore di contrappeso e riequilibrio nei confronti delle pretese e delle prevaricazioni delle divinità di tu r­ no, utilizzando il proprio dissenso in modo da svolgere una funzione di garanzia non soltanto per sé, ma per tutti i settori deboli e sacrificabili della società. Ciò non è an­cora Rivoluzione Sociale ma, proprio per questo, si di­mostra quanto sia falsa l’idea secondo cui l’anarchismo sarebbe privo di risorse se manca all’orizzonte la prospettiva rivoluzionaria. Si dimostra anche che è infondata l’opinione di quanti sostengono che le risoluzioni dei Congressi Anti-autori­tari di Saint-Imier del 1872 e di Ginevra del 1873 (quasi certamente formulate soprattutto da Bakunin), abbiano avuto un carattere estemporaneo, cioè dettato dalle esi­genze immediate della lotta contro Marx all’interno della prima Internazionale. In realtà l’idea di garantire fino in fondo la facoltà di dissenso delle minoranze – al punto di ritenere che le decisioni della maggioranza impegnino soltanto quest’ultima -, trova, in questi scritti filosofici, un significativo retroterra di riflessione ed argomentazio­ne. I temi della società sacrificale e del carattere “divoratore ” che le astrazioni possono assumere nei confronti della vita umana, sono anche tipici tratti stirneriani. Il fatto che Bakunin riprenda e sviluppi tali temi, può costituire per­ ciò una conferma a favore della testimonianza di Friedrich Engels, secondo il quale l’anarchico russo avrebbe letto, ed in parte fatto proprio, L’Unico di Max Stirner. Anche l’interpretazione in chiave garantistica dell’individualismo stirneriano, proposta da Max Nettlau (per il quale Stirner è stato in realtà un socialista preoccupato di tutelare l’umanità contro le sue stesse tendenze all’auto-cannibalismo), trova così un fondamentale precedente in Bakunin. Resterebbe comunque da spiegare il perché Bakunin non citi esplicitamente Stirner, come invece fa per Proudhon. Probabilmente Bakunin era troppo legato alla esigenza della costruzione e della organizzazione di un movimen­to rivoluzionario, per accettare di buon grado l’approc­cio irridente e lo stile provocatorio di Stirner, un approc­cio ed uno stile estranei alla sensibilità di tutta la cultura di un’epoca, nella quale, la solennità religiosa del tono e la gravità dell’atteggiamento erano considerate come se ­gnali certi di senso di responsabilità umana e sociale. Sarebbe un errore ritenere che Bakunin pervenga a certi risultati teorici seguendo un percorso scorrevole ed ar­monico. Al contrario, il conflitto è anche dentro di lui, tra la sua formazione culturale – avvenuta tutta all’inter­no del pensiero dell’800, con i suoi pregiudizi eurocentrici -, e la sua esperienza di essere umano e di rivoluzionario: questi suoi scritti filosofici vanno letti anche come il documento e la testimonianza di quel conflitto. C ’è da osservare, per di più, che molti degli argomenti a cui Bakunin fa ricorso quando tratta della psicologia dei cosiddetti “popoli primitivi” o del comportamento animale, sono stati smentiti dagli sviluppi successivi della antropologia culturale e della etologia. Anche la funzione consolatoria ed analgesica della religione – data per scontata da Feuerbach, Proudhon, Marx, Freud, Nietzsche – è oggi messa in questione dai più recenti sviluppi della psi­cologia, che hanno indotto a notare come la pratica reli­giosa acutizzi le sofferenze, piuttosto che lenirle. L’analisi bakuniniana del fenomeno religioso risente, inol­tre, di un punto di vista eccessivamente occidentale, cioè portato ad individuare nel cristianesimo e nella sua storia – vera o immaginaria che sia – un modello generalmente valido ed universalmente applicabile. In definitiva, Bakunin risentiva, come altri atei occidentali, del pregiudizio secondo cui il cristianesimo sarebbe la religione per eccellenza. In effetti lo schema evolutivo adottato da Bakunin, mu­tuato in gran parte dall’opera di Feuerbach, non risulta applicabile alla esperienza religiosa dell’Oriente: qui, in­ fatti, delle dottrine come il Buddismo ed il Taoismo – che, ai loro inizi, sarebbero state classificabili, secondo i crite­ri della filosofia occidentale, nell’ambito del più rigoroso materialismo -, hanno subito successivamente un proces­so di degenerazione in senso religioso e, nel caso del Taoismo, persino in senso superstizioso. La linea di progresso ipotizzata dalle filosofie occidentali – secondo cui il pensiero umano si sarebbe gradatamente evoluto dalle fiabe e dai miti della religione sino ai modelli razionali della scienza positiva – non può quindi es­ser considerata assoluta, per cui si può persino ritenere che, talora, si siano potuti innescare dei processi inversi, cioè che delle scoperte e delle conoscenze scientifiche siano state in passato corrotte in forme di sapere iniziatico ed esoterico, ciò per servire gli interessi di caste sacer­dotali. Può essere il caso della casta sacerdotale Egizia e di quella Maya, le quali mescolavano le loro mitologie ad una serie di conoscenze scientifiche effettive, di caratte­re astronomico, matematico ed architettonico. Ci troviamo quindi di fronte a quello che può apparirci come un paradosso: molti degli argomenti utilizzati da Bakunin sono stati superati, per giungere però a delle conclusioni che, in definitiva, sono analoghe a quelle da lui raggiunte: la religione non è sempre da considerare come un’infanzia della mente, ma può essere ritenuta an­che un rischio di degenerazione latente in ogni sistema di pensiero, anche quando parta da premesse positive. In questa nostra epoca post-moderna, la religione ha messo in evidenza il suo nucleo originario, arcaico, che non è la fede ma il sacrificio, la crudeltà: il disincanto è diventato un idolo, ha i suoi sacerdoti e pretende le sue vittime; la faziosità, la pura ricerca di capri espiatorii, surroga egregiamente la fede. L’idea dell’evoluzione lineare, del progresso, può quindi rivelarsi fuorviante, poiché può indurre delle false rassicurazioni, utili per giustificare i sacrifici umani del passa­to, del presente e del futuro. Ci si potrebbe domandare perché Bakunin non si sia semplicemente sbarazzato del­ l’idea di progresso e quindi del fardello del pressoché in­ finito potenziale mistificatorio di tale idea; tantopiù che, con la cosiddetta “globalizzazione”, ormai il suono della parola “progresso ” ha mutato la sua melodia rassicurante in una sorta di stridore inquietante, irto di infausti presa­gi (un po’ come è già capitato con il termine “riforma”). In realtà l’idea di progresso può svolgere anche una sua valida funzione di filtro, senza la quale il passato – che poi, con tutta l’ingombrante eredità delle sue sedimenta­zioni e delle sue fisiche testimonianze, è presente più del presente stesso -, ci aggredirebbe soltanto con il peso del suo immenso carico di orrori e di ingiustizie. E l’idea di progresso a darci il senso delle distinzioni, permettendo­ci di ammirare il senso estetico ed il sapere matematico che ha perm esso di edificare le cattedrali gotiche, senza avallare, per questo, anche la visione teocratica che le ha ispirate. Si tratta quindi di saper vedere l’elemento inge­gnoso e liberatorio anche in quei fenomeni in cui si trova commisto con l’oscurantismo oppressivo; il punto è che il primo non può essere invocato per fornire alibi al secondo. Occorre perciò togliere al progresso il suo mistificatorio alone inevitabilistico e giustificazionistico, per restituirlo alla sua dimensione autentica di conflitto e dissenso, il che vuol dire che è da verificare sino in fondo ogni pretesa di progresso.
Comidad 29 settembre 1999

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Nota dell’Archivio
-Traduzione dal francese “Appendice: Considérations philosophiques sur fantome divin, le monde réel et l’homme” (1871)

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Bakunin Michail, “Confessione”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 1977, 176 p.

Scritto nel 1851, La Confessione rappresenta uno scritto apparentemente scioccante. Bakunin che confessa allo Zar, in toni completamente formali, i suoi delitti, umiliandosi pubblicamente. Tuttavia ad una lettura più attenta non si può che rivedere una lucida critica da parte dell’anarchico, ben consapevole che la sua lettera non sarebbe mai arrivata sul banco del re, se non avesse avuto quei medesimi e odiosi formalismi.

Sotto l’apparente e vorrei dire misuratamente ostentata umiliazione dell’ossequio, malamente si celano la fierezza di una coscienza rivoluzionaria tutt’altro che vinta e finita, e la forza di un’intelligenza politica di primo piano. In realtà lo stile ossequioso assume una sua propria funzione, letteraria e politica. Esso contribuisce a conferire allo scritto un livello letterario di tragica bellezza, e nello stesso tempo consente allo scrittore di manifestare ancor più arditamente certe idee e opinioni di per se stesse pericolose, e certamente non presentabili normalmente a Nicola I.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro in francese “Confession”, Les Editions Rieder, Parigi, 1932

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(a cura di) Bonanno Alfredo Maria, “Dio e lo Stato nel pensiero di Proudhon”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2015, 90 p., Seconda Edizione

Nota introduttiva alla seconda edizione

Una delle migliori analisi del rapporto tra la religione e lo Stato. Proudhon non è un dottrinario, non sentenzia partendo dai libri soltanto, ma è un uomo che si è fatto a poco a poco, rubando spazio alla lotta feroce per sconfiggere la miseria e la fame. Spesso, chi ha fatto questa esperienza sgradevole e angosciante diventa un feroce repressore o un millantatore reazionario, qualcosa a metà tra un riformista e un sognatore di utopie. Non è il caso di Proudhon. Marx aveva visto giusto, cercando di frenare, con i soliti mezzi – la calunnia e l’imbroglio – la dirompente efficacia delle Contraddizioni. Lo spirito giornalistico (pungente ma superficiale) che il sofista hegeliano utilizzò, da par suo, è tutto nel sottotitolo del grandioso libro di Proudhon (Filosofia della miseria), capovolgimento di Miseria della filosofia. Veramente stupefacenti le note critiche che stende Proudhon in margine alla sua copia del libro di Marx. Stupefacenti ed esilaranti. Meriterebbero un opuscolo a parte.
Non bisogna dimenticare che il libro da cui sono tratte le citazioni che supportano queste mie annotazioni sul problema di Dio e dello Stato in Proudhon sono tutte tratte dalle Contraddizioni, che è un libro di economia. La qual cosa resta esempio più unico che raro. In effetti, se ben si considera, nessun meccanismo economico reggerebbe senza l’avallo di un arché a priori. In tempi recentissimi gli stessi economisti in carica, quelli, per dirlo in altri termini, che decidono della sopravvivenza o della morte di milioni di esseri umani, se ne sono accorti e stanno dando maggiore importanza ai meccanismi psicologici che sottostanno alle cosiddette leggi economiche, che non sono altro che pagliacciate coperte con vestiti matematici.
Ecco i motivi per cui bisognerebbe tornare a leggere gli scritti, dimenticati o frastornati da mestatori politici, di questo grande pensatore anarchico.
Trieste, 13 maggio 2014
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione del testo: La Fiaccola, Ragusa, 1976

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Ansart Pierre, “Proudhon. Il socialismo come Autogestione”

Edito da Edizioni del Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, 2004, 48 p.

Premessa Tra il 1800 e il 1850, nel periodo cioè compreso tra le rivoluzioni politiche della fine del Settecento e le rivoluzioni sociali del 1848, si realizza in Europa uno sforzo senza prece- denti di elaborazione ideologica. In questo breve periodo si costituisce il nuovo linguaggio con cui verranno presto organizzandosi le strutture intellettuali della critica socialista, comunista e anarchica. Si ridefiniscono vecchi termini, così da renderli adatti all’analisi dell’ordine sociale esistente, termini come “capitalismo”, “sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”, “classi sociali”, “proletariato”, “rivoluzione”, “associazione”. Si formano nuove catene di significati che, attraverso una serie di coppie di opposti, collegano alla rivolta sociale una rappresentazione coerente delle finalità politiche: “associazione dei produttori” contrapposta a “capitalismo”, “socializzazione dei mezzi di produzione” contrapposta a “proprietà privata”, “piano concertato” contrapposto a “concorrenza”, “democrazia industriale” contrapposta a “repubblica”. Si può dire che, in pochi anni, sia stato formulato il nucleo essenziale dei grandi problemi che caratterizzeranno la storia delle lotte sociali del XIX e del XX secolo. Questa breve fase va collocata in un periodo molto più ampio che segna il passaggio dalla vecchia società contadina, rimasta ancorata al tradizionale quadro religioso e monarchico, alla società capitalistica e industriale. Questa generale trasformazione assume però forme brutali che provocano incredibili sofferenze, violente rivolte, e rendono possibile una presa di coscienza collettiva della situazione. Nell’Europa continentale, la caduta dell’Impero napoleonico dissolve le apparenze sotto cui si celava l’emergere delle nuove classi dominanti; dopo il 1830, in particolare, si comincia a comprendere con maggiore chiarezza che lo spossessamento delle classi feudali non era affatto avvenuto a vantaggio del “popolo”, come proclamavano i rivoluzionari del Settecento, bensì a vantaggio dei diversi settori – fondiario, finanziario, industriale – della classe possidente.
La diffusa coscienza di ciò assume un carattere pratico per le classi oppresse, in particolare per le classi operaie urbane il cui numero e la cui forza si fanno crescenti con lo sviluppo dell’industrializzazione. L’estensione della miseria nelle città industriali, la disoccupazione legata alle crisi settoriali o generali, l’angosciosa incertezza della condizione operaia, ma anche il contrasto tra questa situazione e la rapida accumulazione di fortune tra le classi privilegiate, suscitano una rivolta endemica e inducono alla presa di coscienza della divisione della società in classi antagonistiche. Allo stesso tempo, il ripetersi degli scioperi, l’organizzarsi delle leghe, l’esplodere di moti sanguinosi, ricordano di continuo che il conflitto è permanente e che la lotta per la difesa delle classi oppresse è possibile. Nascono da qui tre interrogativi fondamentali cui dovranno rispondere i protagonisti di queste lotte e, in particolare, gli intellettuali del movimento operaio: come interpretare scientificamente la situazione sociale e la sua evoluzione? Verso quale modello di società si orienta e deve orientarsi l’azione rivoluzionaria? Quali mezzi utilizzare per conseguire tali obiettivi? Questa è la situazione generale della lotta di classe in cui viene a collocarsi Proudhon il quale, in concorrenza con altri sostenitori del movimento rivoluzionario (Owen, Saint-Simon, Fourier, Louis Blanc, Buonarroti prima di Marx, Engels e Bakunin), edificherà un’opera monumentale destinata, secondo la sua esplicita intenzione, a dare un contributo alla lotta politico-sociale. Le sue origini popolari e la sua costante fedeltà alla classe operaia, faranno di lui un interprete privilegiato delle aspirazioni e delle esperienze proletarie. È soprattutto nel primo periodo della sua produzione intellettuale, tra il 1840 e il 1848, che Proudhon si sforza di dare risposta al primo dei tre interrogativi e di costruire un’analisi scientifica dell’organizzazione sociale. Infatti, se è ormai acquisito per i teorici sansimoniani, così come per le vittime dell’assetto sociale esistente, che lo “sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo” è conseguente alla disuguaglianza nella distribuzione dei beni, questa indicazione generale è lontana dall’essere chiaramente teorizzata e l’analisi del rapporto sociale di appropriazione è lontana dall’essere perseguita sistematicamente. L’eccezionale successo della Prima Memoria (Qu’est-ce que la propriété? ou Recherches sur le principe du droit et du gouvernement, 1840) sta chiaramente a dimostrare come Proudhon rispondesse ad un’aspettativa largamente diffusa e, allo stesso tempo, fornisse qualcosa di ben diverso dalla semplice denuncia tradizionale della disuguaglianza delle ricchezze. Come Marx coglie chiaramente in questi stessi anni e come scrive nella Sacra famiglia, Proudhon sottopone qui “la proprietà privata, base dell’economia politica, ad un esame critico, anzi al primo esame critico, spietato e insieme scientifico” che rende “per la prima volta possibile una vera scienza dell’economia politica”. Nel 1846 Proudhon amplia questa analisi e propone di riconsiderare l’intera organizzazione economica del capitalismo come un sistema di contraddizioni: è l’argomento del Système des contradictions économiques, ou Philosophie de la misère (1846), cui Marx replicherà ironicamente con la Miseria della filosofia. Dopo il 1848 Proudhon completa l’analisi critica del sistema sociale estendendola alle strutture politiche e formulando quella che può essere considerata la prima analisi anarchica del fatto politico: ci riferiamo in particolare alle Confessions d’un révolutionnaire (1848). A questa problematica può essere riallacciata quell’ampia riflessione sul ruolo delle guerre nella storia che è La guerre et la paix (1861). Infine, la grande opera in quattro volumi De la justice dans la révolution et dans l’eglise conclude l’analisi del “regime proprietario” mostrando come l’apparato simbolico serva a consolidare il sistema sociale e a garantirne la difesa contro le rivendicazioni rivoluzionarie. La seconda questione, quella del nuovo sistema sociale che sarà sempre più spesso definito “socialista”, è oggetto, intorno al 1840, di innumerevoli discussioni e iniziative. Gli operai e gli artigiani non si accontentano più di una semplice denuncia del regime di cui sono vittime e non si limitano più alle lotte quotidiane: in un periodo come questo, in cui la rivoluzione sociale sembra farsi possibile, essi definiscono nuovi modelli sociali e si aspettano dai teorici che a questi progetti sia data una precisa formulazione. Già negli anni intorno al 1820 Claude-Henry Saint-Simon aveva fatto appello all’organizzazione del “sistema industriale”, Robert Owen aveva delineato la sua “nuova società”, Charles Fourier “l’armonia industriale e agricola, il Falansterio” e, negli anni seguenti, continuarono ad essere proposte molteplici soluzioni del problema sociale che dettero luogo non soltanto a discussioni, ma anche a numerosi tentativi di realizzazione. Ora, tra questi diversi e confusi progetti, si potevano già distinguere due orientamenti differenziati: vi era chi, da un lato, non vedeva altra soluzione se non nella instaurazione di un sistema fortemente centralizzato e autoritario (come, ad esempio, Etienne Cabet e Constantin Pecqueur) e chi, all’opposto, concepiva la realizzazione del socialismo come un proliferare di iniziative operaie (come, ad esempio, Philippe Buchez e i “Mutualisti” di Lione). Il primo compito di Proudhon sarà quello di effettuare anzitutto una vigorosa chiarificazione critica dei diversi progetti e di porre nettamente in luce l’opposizione, ancora confusa, tra un comunismo autoritario e un socialismo libertario. Questa netta distinzione viene da lui operata attraverso una violentissima condanna di ogni formula politica che, con il pretesto di una difesa delle classi operaie, possa condurre all’organizzazione di un nuovo Stato centralizzato, altrettanto potente e oppressivo del regime politico del capitalismo. Scopo della sua ricerca sarà, d’ora in poi, quello di costruire il modello di un modo di produzione in cui il potere politico si dissolva a vantaggio di una regolamentazione delle forze economiche, in cui i produttori si associno senza perdere la loro autonomia di decisione, in cui il socialismo non solo sia conciliabile con la libertà ma sia anzi la condizione di un espandersi delle libertà individuali e collettive. A questi problemi, egli dedica in particolare la Solution du problème social (1848), l’Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851), Du principe fédératif et de la nécessité de reconstituer le parti de la révolution (1863). È su questi temi che l’opera di Proudhon segna una tappa fondamentale nella storia del socialismo e nella storia della prassi rivoluzionaria. Ed è su tale aspetto che ci soffermeremo più a lungo in questa nostra presentazione. Alla terza questione, quella relativa ai mezzi da porre in opera per realizzare la distruzione del “capitalismo borghese” ed instaurare la democrazia industriale, Proudhon risponde anzitutto criticando le utopie socialiste o comuniste, in particolare quelle di Owen, Fourier e Cabet. Egli scarta fin dall’inizio ogni tentativo che pretenda di sovvertire l’ordine del mondo a partire da un modello ideale, costruito dalla immaginazione di un qualche fondatore, obiettando semplicemente che ogni rivoluzione scaturisce da un insieme di contraddizioni oggettive e che queste, in primo luogo, vanno conosciute. Al teorico non spetta inventare una società chimerica, ma analizzare il movimento profondo delle contraddizioni per ricavarne un modello generale che servirà all’azione pratica delle classi oppresse. Poiché la vera rivoluzione non può essere realizzata che dalle classi produttrici, è necessario portare avanti una lotta nel seno stesso del movimento popolare, per evitare che l’iniziativa sia sottratta ad esse e monopolizzata, cosa che facilmente può verificarsi nel corso del processo rivoluzionario. Alla questione dei mezzi da utilizzare per instaurare la società socialista, Proudhon risponde incitando i lavoratori a organizzare essi stessi la produzione in primo luogo sul loro posto di lavoro, a guardarsi da iniziative politiche e di parte che rischiano di distoglierli dai loro obiettivi a vantaggio di vecchie o nuove classi dominanti, a combattere nelle loro stesse file i vecchi miti cesaristi che tanto spesso hanno fatto fallire i loro tentativi di liberazione. La costruzione teorica di un socialismo antiautoritario e antistatalista darà un contributo importante a questa lotta e a questa demistificazione in quanto mostrerà alle classi lavoratrici la loro reale capacità politica rivoluzionaria: è questo il tema dell’ultima opera di Proudhon, De la capacité politique des classes ouvrières (1865), destinata a diventare, in quegli anni e durante la Comune di Parigi, un punto di riferimento degli operai francesi in lotta contro le strutture capitalistiche. Proudhon definisce con l’ambiziosa formula “destruam et aedificabo” le due componenti della sua opera che sono anche, ai suoi occhi, le due facce del movimento rivoluzionario: analizzare e distruggere, da un lato, il regime della proprietà privata, definire e costruire, dall’altro, il modello di un socialismo libertario. Nello spirito di Proudhon, questi due aspetti devono essere intimamente legati, giacché non si tratta più di vagheggiare una città ideale, ma di dimostrare che la prassi rivoluzionaria deve partire dalla coscienza delle contraddizioni proprie del regime capitalistico. Questi due versanti del pensiero di Proudhon vanno considerati contemporaneamente se si vuole comprendere quale sia il modello sociale che egli ha voluto costruire, modello che può essere ritenuto come la prima elaborazione di un socialismo non propriamente anarchico, come viene spesso definito, ma più esattamente autogestito. Questo vasto progetto deve inglobare tutti i livelli dell’attività sociale, sovvertire tutti i rapporti materiali e intellettuali, puntare ad una riorganizzazione complessiva, cioè economica, sociale, politica e culturale della società. Uno degli elementi di grande originalità di Proudhon, in una fase in cui il movimento rivoluzionario poneva l’accento soprattutto sulle riforme economiche, fu infatti il dimostrare che una rivoluzione, per essere radicale, deve attaccare il sistema esistente nella sua totalità, sovvertire insieme l’organizzazione delle forze economiche, la distribuzione del potere politico e i sistemi collettivi di rappresentanza. Ponendoci successivamente a questi tre livelli dell’analisi, potremo individuare le grandi linee del progetto proudhoniano.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Pierre Ansart, P.-J. PROUDHON, ed. La Pietra, Milano, 1978

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Campelli Enzo, “Classe e coscienza di classe in Proudhon”

Edito da Altamurgia Editore, Varese, Giugno 1974, 88 p.

Questo breve ma denso saggio costituisce innanzitutto un tentativo di collegare Proudhon alle condizioni eco­nomiche e sociali della Francia in cui opera. Segue una analisi di merito: il metodo dialettico di Proudhon, le sue teorie socio-politiche e l’individuazione dei loro trat­ti salienti (l’emancipazione del proletariato, il proleta­riato come portatore di un progetto, di una cultura au­tonomi e originari, il problema della sua alleanza con gli altri strati sfruttati della società. Particolare punto di riferimento è il confronto con Marx: non per ricer­care con questa via un’automatica quanto ingiustificata « riabilitazione » di Proudhon, ma per constatare im­portanti livelli comuni ai due autori, e nello stesso tempo la notevole originalità di Proudhon su alcuni argo­ m enti tutt’altro che secondari. Ciò che ne risulta non è un « diseppellimento » (Marx stesso tentò — inutilmen­te — di seppellire Proudhon, pur riprendendo da lui idee ed osservazioni essenziali); è invece un’immagine fresca e stimolante del filosofo e sociologo francese, al quale l’anarchismo e la lotta anticapitalistica del prole­tariato e degli altri strati sfruttati della società devono non poco.

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Proudhon Pierre-Joseph, “Epistolario”

Edito da Istituto editoriale italiano, Roma-Milano, 1917, 227 p.

Alcune lettere di Proudhon tradotte dal giornalista e poeta italiano Isidoro Reggio

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