Deseriis Marco, Marano Giuseppe, “Net.Art: l’arte della connessione”

Edito da Shake Edizioni, Milano, 2003, 218 p.

Questo libro è il risultato di un furto maldestro, di un contrabbando di idee, teorie e pratiche di dubbia provenienza. La refurtiva è stata abilmente contraffatta. Non la troverete quindi in vendita al dettaglio, sulla bancarella di un rigattiere né all’asta su e-Bay. Qui si parla infatti di net.art, quel ventaglio di pratiche artistiche altamente ibride, che combinano con disinvoltura la sperimentazione formale sui codici della Rete con un uso rinnovato delle tecniche di “comunicazione-guerriglia” e con tutta una serie di sconfinamenti in domini apparentemente distanti anni-luce tra loro. In modo virale e inaspettato, i nuovi culture jammers sconfinano da un territorio all’altro, ricombinando diversi know-how per stravolgere le forme tradizionali della comunicazione estetica e politica.

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Castoriadis Cornelius, “Finestra sul caos. Scritti su arte e società”

Edito da Eleuthera, Milano, 2007, 127 p.

Ben prima che s’aprisse il dibattito sulla “crisi dell’arte contemporanea”, Castoriadis, uno dei più innovativi filosofi del Novecento, aveva posto con singolare lucidità la questione del senso e del futuro della creazione artistica. La sua diagnosi era preoccupante: l’attuale collasso della creatività implica nello stesso tempo anche il passato e il futuro. Il passato perché “dove non c’è presente non c’è neppure passato”. Il futuro perché “memoria vivente del passato e progetto di un futuro valorizzato scompaiono insieme”. In quest’ultimo quarto di secolo nulla è venuto a infirmare quella diagnosi. I testi inclusi nella presente antologia (sulla musica, la funzione della critica, l’arte come “finestra sul caos”…) raccolgono le riflessioni dell’autore sui rapporti tra la creazione artistica, la società democratica e l’enigma dell’opera d’arte, affrontando anche il rapporto paradossale tra il creatore e la collettività.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Fenêtre sur le chaos”, Éditions du Seuil, Parigi, 2007
-Riportiamo l’ “Avvertenza dei curatori”:
I testi qui raccolti sono stati scritti o presentati oralmente tra il 1978 e il 1992. Cornelius Castoriadis non s’era mai curato di raccoglierli in volume e non vi aveva neppure scorto gli embrioni di un insieme più ampio. Sono d’altronde testi eterogenei per loro stessa natura: contributi a una rivista di scienze sociali, interventi a dibattiti o a tavole rotonde, trasmissioni radiofoniche, seminari.
Ci è parso utile, però, riunirli in un libro (accanto alle raccolte complete realizzate con Les Carrefours du Labyrinthe e La Création humaine, la cui pubblicazione è cominciata nel 1999) (1) , soprattutto per dare al saggio Trasformazione sociale e creazione culturale, inserito un po’ arbitrariamente dall’autore nella raccolta che stava allora preparando, dal titolo Le Contenu du socialisme (2) la giusta risonanza che non ebbe all’epoca e che sicuramente merita.
A questa riedizione abbiamo aggiunto alcuni testi dedicati ad argomenti connessi: qualche pagina di un’opera che in realtà tratta un altro tema, Devant la guerre, che lo stesso Castoriadis aveva sottotitolato La bruttezza e l’odio categorico del bello, oltre a due scritti mai pubblicati su un libro, Lo scrittore e la democrazia e Funzione della critica. Abbiamo anche incluso la trascrizione di un’intervista radiofonica del 1982, con Philippe Nemo, su France Culture. L’ultimo testo, infine, riprende due seminari che Castoriadis aveva tenuto nel gennaio 1992, alla École des Hautes Études en Sciences Sociales, sul bello e l’opera d’arte in relazione alla significazione e al senso. Pur con gradi di elaborazione indubbiamente molto diversi, questi testi rimandano al rapporto paradossale che si forma tra il creatore e la collettività nel corso della storia e a come la questione si presenta oggi.
In chiusura del volume il lettore troverà una breve postfazione che lo aiuterà a orientarsi, se vuole approfondire queste riflessioni in altre opere di Castoriadis, con rimandi ai testi più attinenti al tema e con la segnalazione di alcuni riferimenti al dibattito in corso sulla crisi contemporanea della creazione artistica.
Abbiamo provveduto alla redazione definitiva dell’intervista radiofonica e dei seminari, segnalando sempre tra parentesi quadre i nostri interventi.
Note all’Avvertenza
1. Sur La Politique de Platon (1999), Sujet et vérité dans le monde social-historique (2002), Ce qui fait la Grèce, vol. I , D’Homère à Héraclite (2004), tutti e tre pubblicati dalle Editions du Seuil.
2. Le Contenu du socialisme, UGE , «10/18», Paris 1979, pp. 413-439.”

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(a cura di) Bourdieu Pierre, “La fotografia. Usi e funzioni sociali di un arte media”

Edito da Guaraldi, Rimini, Agosto 2004, 352 p., Seconda Edizione

Nonostante siano passati più di trent’anni dalla prima edizione di quello che ormai è un classico della sociologia moderna, dedicato agli “usi sociali di un’arte media”, cioè alla fotografia, l’arte fotografica non solo non ha mai conosciuto un declino, ma al contrario ha trovato nuove modalità di espressione, che rispecchiano una vertiginosa evoluzione tecnologica.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Un art rnoyen. Essais sur les usages sociaux de la photographie”, Les Editions de Minuit, Parigi, 1965
-Prima edizione italiana: 1972

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Né con l’Ucraina né con la Russia!. Ampliamo il nostro fronte, quella della rivoluzione sociale

2014, 10 p.

Diserzioni di massa, proteste contro l’invio delle truppe al fronte, manifestazioni contro la guerra e contro il peggiorare delle condizioni di vita, scioperi di minatori difesi anche con le armi. Gli episodi raccontati nel testo che segue appartengono a un conflitto che non è certo nato qualche mese fa in Ucraina, ma accompagna praticamente da sempre la storia dell’umanità, intrecciandosi, o meglio, tentando di resistere e opporsi alle guerre che di volta in volta contrappongono gli Stati ma anche potenze dai tratti meno formali. La lotta di classe. Di questo conflitto, di questa resistenza proletaria alla guerra non vi è alcuna traccia nella mole di informazioni sulla vicenda ucraina che da mesi ci sommerge. E non è certo un caso. Per questo, nonostante non ne condividiamo completamente l’analisi di fondo, abbiamo deciso di tradurre e presentarvi questo testo, pubblicato sul blog di un gruppo di compagni cechi chiamato “Tridni Valka”, Guerra di Classe.
Perché le uniche chiavi di lettura di quanto sta accadendo tra Kiev e Donetsk, proposte tanto dai giornali mainstream quanto da una certa sinistra militante, nascondono l’invito, più o meno esplicito, a prendere le parti di uno dei due contendenti, l’esercito governativo filo-occidentale o quello separatista filo-russo.
Dovremmo farlo in nome del diritto di uno Stato a non subire ingerenze esterne, oppure del diritto di un popolo all’autodeterminazione, ammantato per di più in questo caso da nostalgie tardosovietiche o presunte priorità antifasciste. Oppure, molto più modestamente, dovremmo farlo in nome di un male minore, la cui entità viene però troppo spesso valutata attraverso sfocate lenti ideologiche piuttosto che sulla base delle reali condizioni di vita di chi poi si trova a soffrire questo male.
Schiacciati dalle truppe governative e separatiste, e dai loro alleati, i proletari ucraini stanno cercando di resistere e difendersi come possono. Questa resistenza è lo schieramento, composito e contraddittorio, che dobbiamo sostenere. Darle voce è certamente importante e ci auguriamo quindi che altri testi, simili a questo, possano aiutarci a comprendere meglio quanto sta accadendo in Ucraina. Come poi sostenerla praticamente è un problema certamente non da poco che richiederebbe, e meriterebbe, uno sforzo di cui per ora non ci sembra ci sia alcuna traccia. Ma non è possibile farlo, lo ripetiamo, se non a partire dalla semplice scelta di campo “Nè con l’Ucraina né con la Russia”.

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Benjamin Walter, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilita tecnica. Tre versioni”

Edito da Donzelli Editore, Roma, 2012,

Tra il 1935 e il 1939 Benjamin lavorò a più riprese al suo saggio forse più celebre: “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Un vero e proprio cantiere, accompagnato da un’avventurosa e complicata vicenda editoriale, sino ad oggi colpevolmente trascurata. Questa edizione, curata da uno dei più importanti studiosi italiani di Benjamin, offre al lettore la traduzione delle tre principali stesure del saggio: la versione francese uscita nel 1936, tradotta da Pierre Klossowski, con la decisiva supervisione dello stesso Benjamin, e le due versioni tedesche, una del 1936 e l’altra scritta tra l’estate del 1936 e il 1939, in ciascuna delle quali l’autore apporta sostanziali cambiamenti alla prima versione tedesca manoscritta del 1935, che rifluisce per intero nelle successive due. Fondamentale in questo senso poter entrare nel laboratorio Benjamin: l’unico modo per farlo è avere sotto gli occhi gli interventi del filosofo tedesco nelle due stesure. E questo il puntuale lavoro di ricostruzione a cui Fabrizio Desideri ha sottoposto i testi, evidenziando le cospicue varianti dell’uno rispetto all’altro direttamente nella tessitura della riflessione benjaminiana. E mostrando così come in realtà nessuna di queste versioni possa considerarsi quella definitiva.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato dal curatore del libro, “Quella che qui presentiamo è la traduzione delle due principali versioni tedesche del saggio sull’opera d’arte a cui Benjamin lavorò, pur senza continuità, tra il 1935-36 e il 1939; ad esse si affianca la prima traduzione italiana della versione francese (ad opera di Pierre Klossowski con la decisiva collaborazione e supervisione dello stesso Benjamin), l’unica a essere stata pubblicata quando l’autore era ancora in vita. Le tre versioni qui tradotte furono precedute da una primissima stesura che Benjamin scrisse nell’autunno del 1935. Alla base di quest’ultima vi è sicuramente un primo manoscritto in bella copia conservato presso il Walter Benjamin Archiv di Berlino.”

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Bazzichelli Tatiana, “Networking. La rete come arte”

Edito da Costa&Nolan, Milano, 2006, 334 p.

Fare network significa creare reti, costruire relazioni, condividere idee e tecnologie, saperi e sogni per realizzare arte attraverso la rete, che è allo stesso tempo il mezzo e il messaggio. Questo libro vuole essere un’analisi sull’uso creativo delle tecnologie, dal video al computer, e sulla formazione di una comunità hacker italiana, in cui l’artista diviene networker. L’autrice, fondatrice del progetto AHA: Activism-Hacking-Artivism, si avventura nel tentativo di ricostruzione del networking artistico in Italia nel corso di venti anni di sperimentazione, seguendo un percorso che coinvolge, tra gli altri, i Giovanotti Mondani Meccanici,Tommaso Tozzi, Giacomo Verde, Federico Bucalossi, Jaromil, gli [epidemiC] e gli 0100101110101 101.ORG.

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Baj Enrico, Virilio Paul, “Discorso sull’orrore dell’arte”

Edito da Eleuthera, Milano, 2002, 78 p.

L’orrore dell’arte è l’orrore che l’arte contemporanea prova per se stessa oppure è l’orrore che produce nel pubblico? Baj, pittore, e Virilio, urbanista, si interrogano reciprocamente sullo statuto e la percezione dell’arte e dei luoghi che la ospitano e la espongono. Il destino attuale dell’arte, la sua evoluzione, sembrano essere una delle dimensioni privilegiate per cogliere l’atmosfera dei tempi, anzi il mercato dell’arte ha preannunciato la new economy e molte altre virtualità. Nella maniera di rapportarsi all’arte si è prodotto una sorta di plusvalore che è divenuto talmente importante da rendere impossibile una critica seria. La critica diventa pettegolezzo e celebrazione, mentre l’opera d’arte diventa un’icona di se stessa, priva di un significato intrinseco in quanto ridotta a macchina per produrre pseudo-filosofie, pseudo-estetiche, pseudo-problematiche.

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Nota dell’Archivio
-I testi in corsivo sono di Enrico Baj, i testi in tondo di Paul Virilio

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Amorós Miquel, “Los incontrolados de 1937. Memorias militantes de los Amigos de Durruti”

Edito da Aldarull Edicions, Barcellona, 2014, 392 p.

Per comprendere il peso dell’ “Agrupación de los Amigos de Durruti” nel contesto guerresco spagnolo, è necessario pensarlo come un crocevia di militanti anarco-sindacalisti di comprovato valore. Le vite di alcuni di costoro possono illustrare la diversa esperienza accumulata che si è manifestata attraverso questo gruppo. Partendo dalla determinazione rivoluzionaria e dalle qualità umane di questi combattenti proletari, nel testo vengono tracciate nove biografie di compagni che dedicarono la loro vita alla causa della libertà – e che i loro nemici chiamavano “incontrollati”.
Dai fascisti ai repubblicani: tutti hanno giocato nel stravolgere e nascondere la storia de “Los Amigos de Durruti”.
La pubblicazione di questo libro dimostra che questa vittoria non è stata totale.

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Nota dell’Archivio
-Libro in Spagnolo

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Ward Colin, “L’educazione incidentale”

Edito da Eleuthera, Milano, Marzo 2018, 256 p.

Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria.

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Note dell’Archivio
-Mancano le pagine 254-255
-Titoli e traduzioni dei testi inseriti in questo libro:
–“Immagini d’infanzia”: traduzione di “Images of Childhood”, capitolo del libro “The Child in the Country”, Robert Hale, Londra, 1988; Bedford Square Press, Londra, 1990;
–“Un programma scolastico più rurale”: traduzione di “A Rural Curriculum?, capitolo del libro “The Child in the Country”, op.cit.;
–“La cultura dello scuolabus”: traduzione di “The culture of the bus, capitolo del libro “The Child in the Country”, op.cit.;
–“La libertà della strada”: traduzione di “The freedom of the street”, capitolo del libro “Streetwork. The exploding school” (scritto con Anthony Fyson), Routledge&Kegan, Londra-Boston, 1973;
–“La città come risorsa”: traduzione di “The city as resource”, capitolo del libro “The child in the city”, Architectural Press, Londra, 1978; Bedford Square Press, Londra, 1990. Il libro in italiano stato tradotto come “Il bambino e la città. Crescere in ambiente urbano”, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2000, 176 p.;
–“Adattare l’ambiente imposto”: traduzione di “Adapting the imposed environment”, capitolo del libro “The child in the city”, op.cit.;
–“Nei sandbox della città”: traduzione di “In the sandbox of the city”, capitolo del libro “The child in the city”, op.cit.;
–“Il gioco come protesta ed esplorazione”: traduzione di “Play as protest and exploration”, capitolo del libro “The child in the city”, op.cit.;
–“Crescere in città sempre più degradate”: traduzione di “Growing up in meaner cities”, capitolo del libro “Talking Schools”, Freedom Press, Londra, 1995;
–“Luoghi di apprendimento”: traduzione di “Places for learning”, capitolo del libro “Talking Schools”, op.cit.;
–“Educare all’intraprendenza”: traduzione di “Education for resourcefulness”, capitolo del libro “Talking Schools”, op.cit.;
-“Gli anarchici e la scuola”: traduzione di “The anarchists and the schools”, capitolo del libro “Talking Schools”, op.cit.

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Joel Spring, “L’educazione libertaria”

Edito da Eleuthera, Milano, 2015, 175 p., Seconda Edizione

Questo classico dell’educazione non autoritaria ripercorre – da Godwin a Stirner, da Ferrer a Neill, da Freire a Illich – la genesi di un modello pedagogico tutt’altro che univoco, il cui intento è sottrarre il bambino a qualsiasi indottrinamento ideologico e renderlo un individuo autonomo e ben consapevole delle forze storiche e sociali che attraversano la società, determinando la collocazione del singolo al suo interno. Lungi dal voler “adattare” l’individuo alla macchina sociale, questo approccio educativo si interroga piuttosto sul perché le persone siano disposte ad accettare come legittima un’autorità sociale che limita la loro libertà. La risposta rimanda a quella docilità indotta che è il risultato di credenze e ideologie inculcate precocemente nella mente infantile. Bisogna dunque liberare il bambino dalle due istituzioni chiave che ne plasmano il destino sociale: la famiglia e la scuola, la più capillare agenzia di socializzazione oggi in funzione, intenzionalmente finalizzata, come scrive Neill, “a produrre una mentalità servile, perché solo questa può impedire che il sistema vada a pezzi”. Prefazione di Marcello Bernardi. Postfazione di Francesco Codello.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “A Primer of Libertarian Education”, 1975
-La prima edizione in italiano è di Antistato, 1981.

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