Bonmassar Michele, “Razza e diritto nell’esperienza coloniale italiana”

Edito da Sensibili alle Foglie, Roma, 2012, 224 p.

Questo libro tratta della “razza”. Sebbene questa nozione non possa applicarsi alla specie umana, vi è stata una vera e propria costruzione giuridica di questo concetto, tanto radicato da ricorrere ancora diffusamente nel gergo e da ritrovarsi persino all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica. In Italia questo è avvenuto nel quadro dell’espansione coloniale, tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la fine della seconda guerra mondiale. Sono qui esplorate le ricadute normative delle concezioni d’epoca in materia di “razza”, nel mondo accademico e scientifico, con particolare attenzione alle colonie di Eritrea ed Etiopia. Il quadro che ne emerge presenta un razzismo di matrice italiana dai tratti peculiari, sviluppatosi soprattutto nel ventennio fascista sul terreno coloniale africano, giunto solo alla fine del suo percorso alla legislazione antisemita del 1938. Perciò ampio spazio viene dedicato alla condizione giuridica dell’indigeno, alla regolazione dei rapporti tra colonizzato e colonizzatore e allo statuto giuridico del “meticcio”, figlio di relazioni intime tra popolazione italiana in colonia e nativi.

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Almanacco libertario pro vittime politiche

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Durata: 1929-1940/1941
Luogo: Ginevra
Periodicità: Annuale
Pagine: 80

Note dell’Archivio
-Fondato da Carlo Frigerio – in collaborazione con il gruppo de “Il risveglio/Le réveil” di Ginevra, l’almanacco si prefiggeva di informare i lettori di ciò che era accaduto nell’anno trascorso. Il ricavato delle vendite veniva devoluto alle famiglie delle vittime politiche in Italia.
-Digitalizzati da fotocopie
-Nel n. 12 (1940-1941) mancano le pagg. 51-52

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Aime Marco, “La macchia della razza. Storie di ordinaria discriminazione”

Edito da Eleuthera, Milano, 2013, 103 p.

Che cosa rivela la rabbia stupida di ehi è spaventato dall’idea di essere in un mondo troppo grande e invece vive nello sgabuzzino polveroso della sua provincia mentale? In questa lettera aperta a un bambino rom, Aime ci invita a non avere paura e a riflettere su quanto sta accadendo a noi, alla nostra cultura. Se una volta, come tutte le culture, era disegnata a matita e c’era sempre una gomma per modificarla, adesso si sta chiudendo, irrigidendo, trasformando in un’arma per colpire. 0 peggio, in una gabbia di acciaio che più che proteggerci ci tiene prigionieri. E da lì assistiamo impotenti a fatti che ci appaiono inevitabili, sempre meno gravi, fino a sembrare normali. Come intingere il dito di un bambino nell’inchiostro per apporre su un foglio la macchia della razza. Ormai siamo come quei tifosi che non inneggiano più alla loro squadra, ma passano novanta minuti a insultare gli avversari, tifosi che hanno fatto dei colori di una maglia una terra di appartenenza per cui vale la pena combattere, fare male, persino uccidere. Una terra non da amare, ma utile a odiare gli altri.

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Abolire le frontiere dal basso

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Durata: Settembre 2005 – Settembre 2006 [?]
Periodicità: mensile (i primi quattro numeri); irregolare (i restanti numeri)
Pagine: 9 (nn. 1-2); 19 (n. 3); 25 (n. 5); 23 (n. 6) ; 37 (nn. 4 e 7)

Note dell’Archivio
-La rivista è una traduzione di alcuni articoli – o di interi numeri – della fu pubblicazione “Abolishing the borders from below” (2001-2010). Come scritto nel redazionale del primo numero, lu traduttoru restarono “particolarmente colpiti di questa pubblicazione” per “l’ampio raggio di corrispondenze e i numerosi gruppi di anarchici che vi prendono parte. Un mondo di decine di collettivi, individualità, squat e spazi sociali che non trova cittadinanza nel nostro immaginario, per le lontananze linguistiche e culturali che ci separano.”
-Il materiale che abbiamo reperito proviene dal sito di “Abolire le frontiere dal basso“. Non sappiamo se uscirono altri numeri oltre il 7.

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Bonanno Alfredo Maria, “Io so chi ha ucciso il commissario Calabresi”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Novembre 2013, 120 p., Quarta Edizione

Introduzione alla prima edizione

Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino. L’affermazione è grave, non per le implicazioni giudiziarie, per carità, delle quali non mi curo minimamente, ma per ben altri motivi, ed è di questi motivi che voglio mettere a parte i miei attenti lettori. In fondo, se riflettiamo un poco, di che cosa possiamo essere sicuri? La mattina ci svegliamo, mettiamo i piedi fuori dal letto, facciamo colazione in fretta, voliamo verso la scuola, il lavoro, i più vicini giardinetti per trovare gli amici, insomma, ognuno verso le proprie faccende quotidiane. La sera, ritornando a porre le spalle sul lenzuolo, quasi sempre lo stesso della sera prima, di che possiamo dirci certi dell’insieme di fatti che abbiamo visto scorrere sotto i nostri occhi durante l’intera giornata? Non appena puntualizziamo un avvenimento, per quanto semplice, il caffè che abbiamo preso la mattina al bar, ecco che tutto il contorno si fa confuso, tende a sfocare nei suoi dettagli, e ogni aspetto scompare in un desiderio inappagato di precisione. In definitiva, abbiamo una memoria di quello che ci è accaduto, di quello che abbiamo fatto, ma le nostre affermazioni, riguardo i singoli avvenimenti, sono tanto inadeguate da farci concludere che non possiamo dirci certi di niente. Ma com’è possibile, direbbe qualcuno? La risposta è semplice. Noi siamo certi, e sempre dentro limiti a volte consistenti e gravissimi, solo di quello che veramente ci interessa, di quello che si è talmente avvicinato ai nostri personali sentimenti, bisogni, desideri, sogni, progetti, da costituire pugno nello stomaco. Ricordiamo solo i pugni nello stomaco.
Di per sé, la vita non ci riserva molti pugni nello stomaco, e forse è meglio così.
Pensate cosa sarebbe una vita continuamente vissuta al limite della tensione emotiva, fin quasi a scoppiare sopraffatti dall’adrenalina. Un poco di calma, per carità. Ma, poiché non siamo bestie da soma, ma uomini e donne ansiosi di viverla questa vita, ecco che la guardiamo in maniera selettiva. Filtriamo i fatti che ci accadono attorno, non solo quelli che vediamo direttamente con i nostri occhi, ma anche quelli che le grandi protesi moderne dei giornali e della televisione ci consentono di cogliere, fatti distanti migliaia di miglia, lontani nello spazio eppure così vicini come se accadessero nel cortile di casa nostra. Abbiamo fatto l’abitudine a questi fatti, ma ce ne sono alcuni che si presentano in modo tale da colpirci profondamente. Che vuol dire questo essere colpiti, per giunta in profondità? Vuol dire che restiamo a bocca aperta, mentre una sensazione di dolore, di ansia, di indignazione, di disgusto, oppure, il che fa lo stesso dal punto di vista dei meccanismi biologici che si scatenano nel nostro corpo, di gioia, di entusiasmo, di ebbrezza, ecc.
Questi accadimenti entrano in noi e vi si suggellano nella nostra certezza. So bene che non c’è certezza alcuna, se la si considera in termini di oggettiva certezza valida per tutti, se la si pretende verificare con il bilancino del farmacista, ma quando il sangue ribolle nelle nostre vene per i quindici morti straziati dentro la sala centrale della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, passassero cent’anni, ci sentiremmo lo stesso certi di un fatto indegno, che solo miserabili servitori dello Stato potevano compiere. Ecco il genere di certezza di cui voglio parlare. Tutte le volte che penso a Pinelli gettato dalla finestra della stanza del commissario Calabresi nel cortile interno della questura di via Fatebenefratelli a Milano, il sangue mi ribolle nelle vene. Quindi anche di questo sono certo. Mille legulei organizzati insieme per spiegarmi le ragioni del povero commissario sbalordito dal poderoso colpo di reni di Pinelli per andare a volteggiare nell’aria notturna di Milano, non possono convincermi. Non ho nemmeno bisogno di leggere le testimonianze dei compagni presenti nelle altre stanze che udirono l’accalorarsi dell’interrogatorio, e le imprecazioni che precedettero e seguirono l’uccisione di Pinelli. Non aggiungono nulla alla mia certezza, queste testimonianze. Allo stesso modo non tolgono nulla gli scagionamenti di tribunali, o le dichiarazioni filiali di giovani uomini cresciuti all’ombra della colpa paterna, o i ricordi sudaticci di una vedova per la quale non ho mai provato compassione. Un uomo deciso, sicuro di sé, messo in caricatura perfino in un film, ma padrone della situazione. Era lui la punta di diamante della questura di Milano nel momento in cui scoppiano le bombe, era lui a darsi da fare sulla spinta degli avvenimenti, forse più grandi di lui, ma non di certo capaci di stornargli il cuore verso un moto di correttezza, prima di tutto verso se stesso. Ma di che correttezza può essere capace uno sbirro, e per giunta uno sbirro che vuole fare carriera a qualsiasi costo? Nessuno parla più di questa persona in modo concreto, non potendo sembrare un mito, sembra almeno un fantasma. Gli anni passati hanno annacquato il personaggio, la morte sembra avere appiattito le caratteristiche in una iconografia da martire statale. Il povero Calabresi, trentaquattro anni, un fiore di gentiluomo, con moglie incinta e due figlioletti. Un appartamentino al terzo piano del n. 6 di via Cherubini, una casa modesta. Dopo la morte, la moglie dovette attendere quasi un anno per avere 156.000 lire al mese di pensione. Che tristezza. Ma il povero Calabresi vedeva la vita sotto un’altra prospettiva. Voleva essere un vincente, giocava sporco, ed era riuscito a costruire attorno a sé la fama di duro, di imbattibile. Dappertutto arrivava per primo, schiacciava tutta la concorrenza, i suoi collaboratori lo odiavano, i suoi superiori lo temevano. Uomo da karatè e da culto della forza, era talmente ipocrita con tutti da farsi passare per un sentimentale, per un cattolico praticante, per un timorato di Dio. In fondo, quest’insegnamento l’aveva appreso in America, dove era stato a lavorare con la Cia. Un’esperienza, all’epoca, fatta da pochi super poliziotti italiani.
In quei febbrili giorni del dopo strage a Milano tutti avevano paura di tutti. Il segno del terrore cominciava per la prima volta, seriamente, a penetrare l’aria provinciale e sempliciotta del nostro paese. Anche la città industriale per eccellenza, in fondo, non aveva mai vissuto un’epoca come quella che si accingeva a vivere. E la gente quasi lo sentiva nella pelle questo tragico discorso nuovo che stava per aprirsi.
Perché Pinelli? Perché non lo sappiamo, non lo sapremo mai. Poteva toccare a un altro compagno. La prova di buttare giù qualcuno dalla medesima finestra dello studio di Calabresi era stata fatta mesi prima con Braschi, poteva essere lui a cadere rimbalzando sui cornicioni. Gli è andata bene. Il contesto degli attentati alla Fiera campionaria non era all’altezza di quello di Piazza Fontana.
Raffazzonare al meglio la tesi della pista anarchica era compito suo, era lui lo specialista degli anarchici milanesi, e degli altri che avevano rapporti con i compagni di Milano. Chi meglio di lui poteva raccogliere le fila del discorso di già iniziato da Ventura, con la pubblicazione dei testi anarchici fatta da una casa editrice dichiaratamente fascista e finanziata dal Ministero? In fondo, la scelta degli anarchici era di già in corso da mesi, la prova generale era stata fatta con le bombe della Fiera campionaria. Molti i compagni in galera proprio in quel momento. E lì attorno, a girare ben bene le cose, il povero Calabresi, con il suo vestito stirato di fresco, il suo atteggiamento educato e duro, la sua cultura (si fa per dire, ma sempre qualcosa in prestito riusciva a prenderlo qua e là), la sua velocità nel prendere decisioni.
La velocità nelle decisioni. Un uomo che aveva lavorato per la Cia non poteva avere che la velocità degli uomini della Cia, spietati e freddi nell’esecuzione del loro lavoro. Solo tempi molto più vicini a noi hanno smontato questi luoghi comuni, facendo vedere come i Servizi Segreti, dalla Cia al MI5, al famigerato Mossad, altro non sono che bande di assassini prezzolati e garantiti dell’immunità statale, spesso anche un branco di incapaci e di sprovveduti, dotati di mezzi che a un certo punto li fanno più grandi e più forti di quello che veramente sono. Ecco, il commissario Luigi Calabresi era uno di questi assassini prezzolati e garantiti. Attorno a lui si era creato il mito dell’imbattibilità, della forza decisionista che abbatte tutti gli ostacoli di fronte a sé. Una prima incrinatura questo mito l’aveva avuto al processo contro “Lotta Continua”, dove Calabresi era apparso in difficoltà. Lo si accusava esattamente di quello che stiamo dicendo qui, di avere ucciso, o almeno partecipato all’uccisione di Pinelli. I balbettii di risposta sono ancora nel ricordo di tanti compagni. Il 17 di maggio fu un giorno infausto per il grande commissario. Tutto sembrava dovesse andare come sempre, la solita routine della mattina: la colazione, il saluto alla moglie incinta, i due figlioletti, uno di due anni e uno di undici mesi, che scenetta familiare. Anche il boia ha una famiglia. Non sembra possibile, ma è così. E la famiglia del boia vede il lavoro del boia come quello di un qualsiasi funzionario dello Stato, per giunta di un certo livello, richiedendo il lavoro di boia specializzazioni che non tutti possono assolvere. Dietro la maschera che nasconde il boia c’è posto anche per la prolifica moglie e la numerosa figliolanza. Quell’infausto giorno, più o meno alle nove di mattina, il commissario Luigi Calabresi scende in strada. Lì lo aspetta il suo destino, esattamente alle nove e quindici minuti, sotto forma di due pallottole, una prima e una dopo. Referto: discontinuazioni craniche, meningo-cerebrali, da proiettile da arma da fuoco (regione occipitale destra).
L’autoambulanza della Crocebianca di Vialba urla la sua urgenza per le strade della metropoli. Alle nove e trentasette minuti il commissario Luigi Calabresi muore all’ospedale S. Carlo.
L’autopsia sul cadavere di Pinelli fu eseguita dai professori Ludovi, Mangigli e Falzi. Chi sono costoro? Non lo so. Dei tagliaossa qualsiasi? Non credo, almeno uno di loro era un uomo dei Servizi, come è apparso in una nota marginale pubblicata dai giornali anni dopo. Perché questa presenza? Perché, ancora una volta non si sentivano sicuri che tutto fosse stato fatto a dovere (troppa gente nella stanza di Calabresi?), e volevano chiudere al più presto, massacrando in fretta e furia quel che restava del nostro compagno. Una cosa è certa, che se il lavoro di Calabresi fu un macabro pasticcio (all’improvviso risultò che Pinelli portava ai piedi tre scarpe), quello dei notomizzatori fu fatto alla perfezione. Dopo, nessuna controperizia fu possibile. Calabresi, dopo essere uscito dal portone di casa, va verso il salvagente nel centro della via dove era parcheggiata la Cinquecento della moglie. Ai due lati una Primula e una Opel. Il primo colpo lo coglie alla spalla destra, cade, il secondo gli fa saltare parte del cranio. Lo spazio tra la Cinquecento e l’Opel si riempie a poco a poco di sangue. La gente presente non accorre subito, quasi non si è accorta dei colpi d’arma da fuoco. Nell’aria primaverile sembravano scoppiettii d’una vecchia auto. Poi qualcuno scorge il corpo bocconi, il sangue che continua ad allargare la sua chiazza purpurea. Si chiama la polizia, i carabinieri, l’autoambulanza, insomma tutto quello che accade di solito in questi casi, accade, come in un vecchio copione abusato. Solo che stavolta accorrono anche gli alti vertici della polizia milanese. Guida ha gli occhi pieni di lacrime. Il vecchio custode dei penitenziari fascisti, sperimentato a tanti misfatti e a tante torture, si commuove nel vedere il corpo del fido collaboratore a terra, riverso nel proprio sangue.
Il funerale del commissario finestra è fastoso, moltissime corone di fiori. Il cadavere viene portato in chiesa. Il vescovo ausiliare di Milano celebra il rito funebre: “Fulgido esempio di dedizione al dovere”. È incredibile come questa gente non abbia il minimo senso di pudore. Il cardinale Colombo, riferendosi ad una dichiarazione della signora Gemma Calabresi, afferma: “Il fiore più bello sbocciato sul sangue del commissario ucciso è il perdono della vedova”. Roba da non crederci. Perdono. Che parola magica. Bisognerà aspettare degli anni per sentirla ripetere di nuovo, da altra gente, in altri contesti, ma sempre riguardo la morte di Calabresi. Ma, andiamo con ordine.
Di quella mattinata di maggio qualcuno, dopo tanti anni, sembra ricordare qualcosa. Che splendido e meraviglioso meccanismo è la memoria. La memoria dei pentiti, poi, meriterebbe uno studio a parte. In quel di Massa c’è un tizio che vende crêpe, che ha un chiosco di crêpe, forse venderà anche cocacola e aranciate, non lo so, comunque ha tutta l’aria di un onesto bottegaio che tira a campare. E invece sotto il suo sguardo bonaccione si nasconde un pericoloso criminale. In più, questo criminale pericoloso parla, racconta delle storie, narra di quello che fece la mattina di quel 17 maggio 1972 in via Cherubini, quando a bordo di una macchina aspettava, aspettava, aspettava. Ma chi aspettava? Il nostro amico fa un nome, poi ne fa altri due, indicando in questi ultimi i mandanti dell’uccisione di Calabresi. Lui era solo l’assistente, l’autista dell’autore materiale del fatto. Ma andiamo, mio caro amico pentito, possibile che i carabinieri abbiano soltanto un disco e che a tutti coloro che accettano per quattro soldi di indossare la casacca dell’infame facciano recitare sempre la solita storia? Lo stesso per la ragazzina che nel processo di Roma contro gli anarchici (ancora in corso presso la Corte d’Assise), fra i continui “non ricordo”, ripete soltanto quello che ha imparato a memoria della relazione preparata dai carabinieri.
Ecco, c’è un fatto che i magistrati non sanno, che lo stesso pentito non sa, che nessuno sa, ed è il fatto che io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino. E questo taglia la testa al toro, definitivamente. Il faccione del pentito sta solo recitando un pessimo copione. Ma, non anticipiamo i tempi.
Ad aspettare il commissario in via Cherubini, c’era la vendetta. Un assoluto silenzio accolse il 20 dicembre del 1969 all’uscita dell’obitorio la salma di Pinelli. Erano le 15 e un quarto. Cominciava a piovere. Ci indirizzammo verso via Preneste. La moglie Licia aveva rilasciato un comunicato: “Desidero vivamente che i funerali di Pino Pinelli, pur aperti a tutti gli amici che vorranno prendervi parte, avvengano in forma dichiaratamente privata, senza la partecipazione di gruppi organizzati, di delegazioni o simboli”. Non so perché lei ebbe a fare questa dichiarazione, non certo per i motivi per cui da solo, nel mio cuore, anch’io ero arrivato alle stesse conclusioni: simboli, striscioni dei gruppi, forse le stesse bandiere al vento, sarebbero stati fuori posto. Una sola bandiera nera avrebbe dovuto essere presente, alla fine risultò che di bandiere ce n’erano più del necessario. Una corona di fiori portava una piccola scritta: “Gli anarchici tutti non ti dimenticheranno”.
Mi chiesi se non avremmo dimenticato Pinelli, oppure quello che gli era stato fatto. Il dubbio rimase fino al Cimitero Maggiore. Fossa 434, campo 76. Qui non ebbi più dubbi. E, insieme a me, i mille compagni presenti non ebbero più dubbi. Calabresi doveva essere ucciso. Addio Lugano bella. La vendetta è una questione di dignità. L’enormità del fatto non deve essere commisurata soltanto alla morte di Pinelli, e forse nemmeno alla stessa strage dei quindici morti e dei novanta feriti. Ciò costituirebbe una mera algebra giuridica, forse appena appena più corretta di quella che prevedono i codici. E, in questo senso, non mi interesserebbe. La vendetta è un eccesso, di per sé, non nell’attacco che realizza. Quindi, vedendo il rapporto nel senso contrario, l’uccisione di Calabresi, questa non è stata una vendetta commisurata, commisurata ai morti di Piazza Fontana o alla morte di Pinelli.
Anche vedendo le cose in questo modo si ricade nell’algebra giuridica di prima. La vendetta è quindi un eccesso. Non occhio per occhio, dente per dente, che di già nella formulazione biblica costituiva una razionalizzazione di precedenti comportamenti vendicativi imprevedibili, quindi un codice vero e proprio, mentre è parso ai più, erroneamente, una vendetta e basta. L’eccesso che si racchiude nella vendetta spazza il campo di qualsiasi rapporto di equivalenza, di qualsiasi commisurazione. Non è vendetta se non si trabocca nell’immane, nella cancellazione barbara del nemico, nella sua eliminazione o, almeno, in un arrecargli un danno di tale portata da rendergli impossibile l’oblio. Se la vendetta fosse commisurata, sarebbe il sistema sociale nel suo insieme ad impormela, ed eccomi quindi racchiuso in un codice, sia pure non scritto, ma sempre in un codice. L’ambiente mi obbligherebbe a vendicarmi, seguendo delle regole, in quanto in caso contrario sarei guardato male e male considerato se non mi vendicassi o se mi vendicassi in eccesso, dando origine a ripercussioni dannose per l’ambiente stesso.
Invece, se a sollecitarmi alla vendetta è la mia dignità offesa, è solo verso di essa che io sono responsabile, ed è con essa, quindi con la parte offesa di me stesso, con la mia coscienza, che devo fare i conti. E con me stesso non ci sono mezze misure, io costituisco con me stesso una totalità indissolubile, io sono il mondo, la totalità del mondo, e chi arreca offesa alla mia dignità cancella il mondo, mi distrugge come coscienza del mondo attraverso me stesso, e merita di essere tolto dal mondo. Certo, sono pochi a cogliere il senso profondo della propria dignità. È questo il mistero di certi comportamenti che ci sembrano inspiegabili. Nietzsche si sente offeso nella propria dignità di uomo di fronte allo spettacolo di un vetturino che frusta il proprio cavallo e non potendo resistere davanti al proprio mondo ucciso da quel bruto insensibile, decide di cancellarlo quel mondo, di cancellare il proprio mondo, di cancellarsi nella pazzia. Per lo stesso motivo, altri compagni, di fronte alla propria dignità offesa cancellano il mondo in altro modo, si cancellano nel suicidio. Questo modo di vedere la vita si sviluppa e finisce per diventare essenziale, man mano che ci si rende conto dell’assurdità delle regole formali che sanciscono la cosiddetta società, per non parlare delle leggi che fissano le condizioni di esistenza dello Stato. Leggi e comportamenti che a lungo andare appaiono non solo strumenti del nemico per asfissiare e rendere impossibile quel poco di libertà che anche in una società amministrata e controllata è possibile strappare, ma in se stessi, come vere storture, comportamenti aberranti anche quando appaiono intenzionati dalla migliore buona volontà. La critica della vita quotidiana produce una coscienza che nel tempo si fa sempre più acuta e sensibile, sempre più alacre nello scoprire ulteriori terreni di desolazione e di isolamento. Tutto intorno cadono così i luoghi comuni del possibilismo democratico, le illusioni della politica, le positività del movimento storico, le concessioni istituzionali, l’asetticità di certi riconoscimenti. Si fa terreno bruciato, ed allora occorre decidersi. Se la propria coscienza è capace di penetrare dentro la realtà, se scopre la trama che costituisce il tessuto dei rapporti sociali, quella trama fine e quasi impalpabile che spesso è coperta dai colori appetitosi dell’offerta con cui si veste la miseria del dominio, se arriva a fare chiara questa notte senza tempo, allora si sente offesa, profondamente offesa. È l’offesa dei millenni della schiavitù e dell’incarcerazione, dei millenni di sofferenze e genocidi, dei millenni di sottomissione a pochi gruppi dominatori. Nulla di quello che è stato il nostro passato merita di essere salvato, nulla mi è stato dato, e nulla sono riuscito a strappare al nemico, se non nell’ottica di una sua concorrenziale concessione diretta a farmi accedere al banchetto, sia pure per qualche briciola, per qualche riconoscimento di status del tutto marginale, per qualche striscia sul berretto, per qualche inchino da parte di imbecilli sornioni che si credono furbi.
E puoi anche riflettere per anni e anni su questi problemi, leggere e riflettere, fin quando ti senti stanco e triste, e non c’è nessuna pagina, nessuna parola, nessun gesto di uomo o di donna a te vicini che ti dica qualcosa di chiaro, definitivamente chiaro. Puoi remare nell’oscurità per anni, come i galeotti di un tempo, fino allo stremo, fino a quando cadi morto sul remo senza che gli altri se ne accorgano.
Invece, può accadere che un fatto ti illumini per un attimo il fondo della strada, che un fatto atroce ti faccia vedere in filigrana com’è veramente il nemico, di che pasta lo hanno messo al forno, da quale crogiolo infernale è uscita la sua anima. Se un tale avvenimento accade, se sei là anche tu, insieme a tanti altri come te, che sai che stanno vivendo la medesima esperienza traumatica, e li vedi, omoni grossi con le mani callose, ragazzini che cercano di darsi un atteggiamento, donne mature che corrono col pensiero agli anni della guerra, ai figli trucidati, fanciulle che vedono il loro amore, che avvertono come un segno di purezza del mondo, quasi sporcato da tanta protervia, e li vedi, tutti con le lacrime agli occhi, impotenti ma con i muscoli tesi, se un tale avvenimento accade con te dentro, non è più un qualsiasi accadimento, un fatto come gli altri (milioni di persone muoiono uccise barbaramente e vengono condotte al cimitero più o meno in fretta), ma quel fatto ha una carica diversa, porta con sé una tensione che non ti permette di avere tregua, ti svegli la notte sudato e, seduto sul letto, ti chiedi che stai facendo nel tuo letto, e se per caso non sei tu il morto che si gira nella tomba, mentre ad essere vivo, ben vivo, è proprio Pinelli, con la sua ingenua barba da operaio delle ferrovie. Mi rendo conto che tutto questo potrà sembrare un elenco di sensazioni avvertite da un cervello esaltato, da me che, lo devo confessare, quella sera al Cimitero Maggiore, fossa 434, campo 76, mi sono messo a piangere senza ritegno. E sia, mettiamola così, si tratta di ricordi che risentono dello stato emotivo del momento, e spesso questi stati emotivi esaltati, non potendosi esprimere sull’istante in qualche cosa di fattivo (prendere a pugni un poliziotto, ad esempio), si traducono in una frustrazione che fa scoppiare in lacrime.
E sia, sono d’accordo. Ma così ragionando si perde qualcosa d’importante, riducendo tutto ad una somma di singole persone che vivono singoli stati d’animo, si mette da parte la cosa essenziale, quella forza eccezionalmente importante che viene fuori da molte persone che avvertendo le medesime sensazioni emotive, sollecitate da sentimenti molto simili (nessuno identico, per carità, lo so bene), si sentono attratti uno con l’altro a costituire un insieme omogeneo che non ha bisogno di patti o contratti scritti o detti per costituirsi.
Improvvisamente, questa forza collettiva emerge ed è là, tangibile, posso toccarla, posso sentire la sua voce, posso lasciarmi prendere dalle sue suggestioni, indirizzare lo sguardo dove lei mi dice di guardare, vedere con i suoi occhi fatti di mille pupille quello che i miei poveri occhi miopi non vedono, ricordare ciò che la mia povera mente da sola non può ricordare. Improvvisamente, come dalla testa di Zeus, di tutto punto armata, esce l’idea di giustizia. Ma è una ben strana idea, perché non si appoggia a nessun patto, a nessun ordinamento preferenziale. Non è un’idea che vuole rimettere le cose al loro posto, scambiare il cadavere di Pinelli con quello di Calabresi, non sono prodotti fungibili. Non è un’idea che vuole garantire all’azione rivoluzionaria, genericamente considerata, una legittimità di continuazione: che fiducia possono avere gli sfruttati in rivoluzionari che senza reagire si fanno gettare dalla finestra come una scatola di roba vecchia. No, nemmeno questo. Non è un’idea che vuole essere conosciuta, fatta propria dalla gente, tanto è vero che non ci saranno rivendicazioni o chiacchiere politiche da parte di organizzazioni specifiche di nessun genere, e dire che in quel torno di tempo strutture nascenti ce n’erano diverse. Non è un’idea che si alza più alta delle altre per richiamare all’ordine turbato dal comportamento fuori delle regole, dai misfatti compiuti da un certo commissario Calabresi, dopo tutto non è certo normale che un fermato in questura, durante un interrogatorio, venga buttato fuori dalla finestra.
Se questo mondo si basa sulla giustizia commisurata, sui calcoli numerici di un dare e un avere, di un punire per il torto fatto e di fare un torto per la pena subita, si tratta di un mondo che non ha niente a che fare con quell’idea di giustizia venuta fuori collettivamente in quel momento, quella sera, nel Cimitero Maggiore di Milano. Ecco quindi che quella sera, senza che nessuno lo volesse o lo sapesse, è venuta fuori un’idea di giustizia che prima non c’era, un’idea che travalica e rende risibile il singolo desiderio, la singola fantasia di sparare in bocca al buon commissario Calabresi, desiderio e fantasia coltivati senz’altro dalla quasi totalità dei presenti, ma come tutti i desideri e tutte le fantasie, poco dopo, col ritorno alla vita quotidiana, svaniti nel nulla.
Invece quest’idea di giustizia (che si potrebbe definire “proletaria” se, come giustamente è stato fatto notare, su questo termine non fosse piovuta la polvere dei millenni a renderlo inutilizzabile), che non sapendo come chiamare continueremo a chiamare così, semplicemente, giustizia, quest’idea di giustizia ha continuato il suo cammino in tutti noi, ci ha mantenuti tutti insieme uniti, compagni che non mi sono mai stati vicini, che erano presenti quella sera lì, che poi ho rivisto poche volte altrove, in tutt’altre faccende affaccendati, loro ed io, compagni per i quali, diciamolo chiaramente, nutro pochissima stima, se non proprio avversione e disprezzo, ebbene per il semplice fatto che anche loro fossero lì quella sera, tutte le volte che la voce lontana ma vivissima della giustizia mi chiama, mettendomi in subbuglio il cuore, anche quei compagni torno a sentirli vicini.
Ecco perché io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino. Quei mille, e più, compagni presenti alla fossa 434, campo 76, del Cimitero Maggiore di Milano, abbiamo tutti premuto il grilletto. Nessun perdono. Nessuna pietà.
Addio Lugano bella.
Catania, 12 luglio 1998

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Note dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, Dicembre 1998
-Seconda edizione: Catania, Febbraio 1999
-Terza edizione: Trieste, Aprile 2007

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Bonanno Alfredo Maria, “Critica del sindacalismo”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, 190 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione
Visto a distanza di più di vent’anni questo scritto contiene alcune interessanti previsioni. Niente d’eccezionale, beninteso, ma in questa materia la capacità di prevedere è essenziale alla nozione stessa del vedere. Alla metà degli anni Settanta il mondo era ancora legato alla rigidità produttiva, il Capitale, arroccato nelle sue roccaforti si difendeva ricorrendo agli ultimi frutti del vecchio taylorismo. Si cercava in tutti i modi di razionalizzare la produzione applicando nuove e complicate tecniche di controllo dei tempi, riducendo i meccanismi d’autodifesa che la classe operaia aveva ritagliato nel corso di un secolo e mezzo di sfruttamento alla catena.
In verità i risultati non erano brillanti. Le difficoltà del Capitale crescevano, e continueranno a crescere fino alla metà degli anni Ottanta, quando la svolta organizzativa resa possibile dell’innesto telematico nella fabbrica classica, la tesi di politica economica fondata sulla flessibilità e sullo smembramento della produzione nel territorio, la crescita del mercato indotto dal terziario avanzato, oltre agli effetti della precedente crisi del petrolio, renderà possibile un quadro diverso.
Alla metà degli anni Settanta, la classe operaia si presenta ancora monolitica nei suoi contrafforti di fabbrica, considera con sospetto le manovre del Capitale (invero si tratta di manovre che si attardano su teorie vecchie di cinquant’anni), e si prepara ad una strenua resistenza sul posto di lavoro.
In questa mentalità resistenziale i sindacati, in quell’epoca ormai lontana e scomparsa, trovavano la loro forza e anche la loro stessa possibilità di sopravvivenza. Rappresentare la classe più avanzata nello scontro con i proprietari dei mezzi di produzione, nello schema delle sinistre europee (per le condizioni rispettive dell’URSS e degli USA andrebbe fatto un discorso diverso), dava ai sindacati una consistenza teorica che non avevano diritto alcuno a rivendicare. La situazione era questa. La stessa rigidità dei costi di produzione (manodopera in primo piano) che il Capitale era costretto ad affrontare, vestiva i rappresentanti di questa manodopera di un’aura ribellistica che essi peraltro sfruttavano al meglio delle possibilità.
Gli anarchici stessi, dopo tutto (e di là dalle loro stesse capacità di capire l’eredità di cui erano portatori), non andavano oltre a qualche piccolo discorso d’avanzamento rivendicativo. Tutti, più o meno compatti, nelle organizzazioni di sintesi europee, accettavano l’idea della rappresentatività sindacale e guardavano con ammirazione ai compagni svedesi, artefici della riuscita della SAC, con quasi un milione di aderenti. I compagni spagnoli, in esilio in Francia, nelle riunioni della CNT, ricordavano i tragici errori della guerra civile spagnola, ma non mostravano sufficiente grinta critica per metterli chiaramente sul tappeto.
Non poteva essere altrimenti. Ad una certa condizione della distribuzione dei mezzi di produzione, corrisponde una certa capacità organizzativa delle forze di resistenza allo sfruttamento.
Ragionamento deterministico? No di certo. Chi entra in una fogna non può non sentirne la puzza, è nella logica naturale delle cose.
Per vedere le possibilità critiche di un’analisi del sindacalismo, nell’atmosfera operaista e resistenziale della metà degli anni Settanta, occorreva sottrarsi alla mentalità dominante di un’epoca, e in questo allontanarsi dalla realtà non illudersi di essere in grado di potervi incidere dall’esterno, per la virtù stessa della maggiore fondatezza critica di quello che si poteva così riuscire a dire. In fondo, in quell’epoca ormai remota, la gente voleva sentire il discorso sindacalista, voleva che nelle fabbriche ci fossero rappresentanti sindacali in grado di tutelare le lotte e di garantire i risultati, anche se poi tutto rientrava nella maggiore gloria di un contratto meglio agghindato di stupidaggini e di piccole concessioni subito inghiottite dall’aumento dei prezzi al consumo.
In fondo l’ideologia fordista (e taylorista) era un tentativo estremo di ricollegare organicamente il Capitale allo Stato, in modo da produrre in piani di sviluppo centralizzati e capaci di controllare i perturbamenti del mercato. Così si pensava, e si continuò a pensare, che l’accettazione delle proposte del capitale, mutuate dalla garanzia statale, potesse condurre il proletario verso quel rafforzamento considerato indispensabile al balzo successivo verso la grande avventura della rivoluzione. Il rafforzamento diventava dapprima sicurezza sociale, poi, in contraccambio, mobilità e garanzia di evitare perturbamenti estremi, infine, funzione di volano della domanda per assicurare livelli adeguati di produttività e continuità lavorativa.
Un compromesso evidente che, sia pure con difficoltà, poteva essere letto nella realtà degli anni Settanta, e il presente opuscolo lavorò in questa direzione. Una funzione collaboratrice e garantista che il sindacato aveva da sempre custodito dentro di sé, come l’anima sporca del traditore, e che così veniva alla fine in superficie sostenendo la dissoluzione del precedente modello di compartecipazione e diventando produttore in proprio di pace sociale. Da qui il passaggio successivo: di fronte all’emersione dei limiti strutturali dello sviluppo economico inteso come certezza deterministica del futuro, in cui il sindacato assumeva definitivamente il ruolo di testimone della frantumazione operaia, non solo impotente a porvi freno (che senso avrebbe fermare la storia!), ma anche interessato a sviluppare il processo in corso fino alle sue ultime conseguenze. La drammatica miopia dell’analisi marxista mostrava qui tutti i suoi risvolti tragicomici: nessun movimento sociale può liberarsi del proprio destino se non lo realizza fino in fondo. Alla fine, non c’era altro che la cenere delle cattive volontà addomesticate sotto la prosopopea d’un linguaggio rivoluzionario senza riferimenti concreti ad una realtà di lotta.
Escluso, frammentato, emarginato, precarizzato, diluito in mille prospettive, il proletariato scompariva come figura antagonista (se mai ci fu un tempo in cui questa figura ebbe ad avere una sua veste storicamente precisabile nell’immane scontro per liberarsi dallo sfruttamento), lasciando dietro di sé le tracce d’ogni illusione perduta, i compagni morti, gli ideali traditi, le bandiere nel fango.
La nuova realtà produttiva manifesterà un’eterogeneità impensabile qualche decennio più tardi. Il sindacato velocemente si adegua, partecipa alla diluizione, anzi se ne fa artefice e propugnatore, accetta la bassa intensità di lavoro in contraccambio di una rappresentatività che ormai è solo una delle ruote, e neppure la principale, del meccanismo produttivo capitalista. Il ciclo lavorativo si scioglie a livello mondiale, i confini e le frontiere, prima di essere tagliati dalla rivoluzione dal basso, sono superati da una ristrutturazione dall’alto.
L’opuscolo che ripresento lo scrissi quindi in un clima tutt’altro che ricettivo e lo pubblicai su “Anarchismo”, precisamente nel n. 2. Una rivista che era da poco venuta alla luce, nel 1975, come un pugno in occhio per il movimento anarchico italiano. L’anno dopo, la traduzione inglese non ebbe di certo migliore accoglienza, per quanto curata anche da alcuni compagni che facevano parte dell’ala sindacale più critica delle organizzazioni scozzesi del settore metallurgico.
I tempi non erano maturi. Bene, e ora?
Ora, i tempi sono maturi. Sono maturi a tal punto che alcune di queste tesi possono perfino sembrare ovvie. Tali però non sono. Mi preme qui ricordare alcuni punti teorici perché una critica del sindacalismo resta ancora valida, sia pure aggiornata alle condizioni attuali dello scontro tra esclusi e inclusi.
I sindacati sono oggi importanti forse più di prima, non per il motivo che li reggeva nel 1975 (e continuò a reggerli fino a metà degli anni Ottanta), ma per il motivo inverso. Se prima sostenevano la classe operaia nelle sue posizioni resistenziali, limitandone però, nello stesso tempo, le pulsioni rivoluzionarie nell’ambito del dialogo e del recupero contrattuale, adesso sostengono il Capitale per garantirne gli esiti produttivi in una condizione generalizzata di mobilità della manodopera. L’attuale funzione sindacale è quindi quella di gestire la malleabilità dei produttori, di partecipare ai movimenti delle masse produttive da un settore all’altro, di predisporre l’offerta del lavoro in base alle necessità della domanda. Ciò significa un’ingerenza sindacale a monte e a valle. A monte, negli accordi con il Capitale e lo Stato, sia per i diversi contratti (ormai solo parzialmente significativi e territorialmente differenziati), sia per il mantenimento di un tasso organico di disoccupazione cioè al di sotto dei livelli di pericolo; a valle, nella continua e capillare organizzazione delle richieste, dei desideri, dei sogni e perfino dei bisogni di chi è ancora legato ad un salario per vivere (non ha importanza che a questo salario corrisponda una vera produttività di merci in termini tradizionali).
Così, quasi senza accorgersene (e gli anarchici, come sempre, hanno fatto di tutto per non vedere il fenomeno se non nei suoi aspetti marginali), alla base si è sviluppata un’idea resistenziale più avanzata, quella dei Cobas. Per carità, nulla d’eccezionale, ma si trattava pur sempre di un’indicazione. Lo scopo era sempre quello rivendicativo, ma qui l’attenzione poteva essere portata sui metodi, cioè poteva venire fuori una prevalente importanza dei mezzi impiegati sui fini da raggiungere. Non so se la parola “sabotaggio” sia mai stata pronunciata in queste riunioni di brave persone, ma di certo la distanza che queste strutture di base avevano percorso nei riguardi dei sindacati era stata segnata proprio da questo problema: attaccare il Capitale nelle sue realizzazioni per scuoterlo a migliori intese, oppure lasciare che la semplice contrattazione più avanzata segnasse la differenza?
Non c’è dubbio, come ho avuto modo di dire più volte, che la differenza radicale è sempre quella segnata da un abbandono dei metodi resistenziali e dal passaggio al metodo dell’attacco.
La prima condizione per porre in atto questi metodi d’attacco (a prescindere dalla richiesta che può sempre restare rivendicativa) è quella di non delegare ai propri rappresentanti (sindacali o para-sindacali) la decisione della lotta. La conflittualità deve pertanto essere permanente. Nessuna organizzazione di base (Cobas d’ogni genere) accetta fino in fondo questa tesi, essenziale per parlare di vera e propria fuoriuscita dalla resistenzialità sindacale.
Ma il problema è ancora più ampio. A differenza di quanto accadeva a metà degli anni Settanta, oggi è ormai evidente che il Capitale ha imboccato una via senza ritorno. La telematica ha permesso di smembrare definitivamente la classe operaia. Non solo questo smembramento è visibile nello spazio, essendo in via di polverizzazione la grande cattedrale produttiva, spesso ubicata strategicamente nel deserto e non nella grande città, ma la frantumazione si è realizzata in modo più profondo, direi più intimo, ha penetrato a livello della coscienza proletaria, fino a polverizzarla, rendendola disponibile, malleabile, fruibile in tutte le prospettive d’impiego suggerite dal sindacato e messe a disposizione dal Capitale.
Il produttore nuovo che è uscito fuori da questo sconvolgimento del tradizionale assetto produttivo capitalista è abbandonato a se stesso, non ha più una coscienza di classe, non vede a portata di mano (e quindi d’azione) i suoi compagni di lavoro, è aizzato in una falsa conflittualità tutta interna alla produzione stessa, riceve incentivi che lo spingono a farsi poliziotto e spia d’eventuali comportamenti antiproduttivi dei suoi vecchi compagni di lavoro, non tiene più in pugno strumenti di lavoro che non gli appartengono e di cui desidera impadronirsi (questi strumenti sono stati quasi sempre virtualizzati dalla tecnologia telematica), non sogna più un mondo diverso, libero dal lavoro coatto, un mondo in cui i mezzi di produzione, finalmente espropriati al padrone, potrebbero costituire la base per una comune vita felice, per un benessere collettivo. Tira a campare, sta attento a non farsi espellere dal giro della flessibilità: oggi saldatore, domani giardiniere, poi necroforo e pasticciere, infine bidello. Tira a campare, e non spera altra fortuna per la sua progenie che quella di un salario qualsiasi, in una prospettiva di degenerazione culturale di cui non si rende più nemmeno conto, un salario qualsiasi per sopravvivere. I sogni del passato, i sogni – perché no? – della rivoluzione, i sogni della distruzione definitiva d’ogni sfruttamento e d’ogni potere, sono finiti. La morte è adesso nel cuore, la morte e la sopravvivenza.
Oggi, nel momento in cui quasi tutto quello che va fatto deve essere ripreso da cima a fondo, mentre sull’umanità cala la nebbia invisibile dell’imbroglio tecnologico, mettere da parte l’ostacolo sindacale per andare avanti è assolutamente indispensabile. E questo testo, che ha segnato l’inizio di una messa in sospetto del sindacato, di qualsiasi sindacato, anche di quello cosiddetto anarchico, torna di attualità.
Catania, 6 gennaio 1998
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1998

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Bonanno Alfredo Maria, “A mano armata”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, 332 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione
La vera arma dell’uomo è la mano.
L’uomo è un animale che la natura ha selezionato con una mano dal pollice contrapposto alle altre dita.
Un animale che afferra, che vuole prendere, tenere saldo in mano, far proprio.
L’arma nel suo significato essenziale è quindi la protesi che incrementa la capacità attiva della mano. Protesi significava in greco l’atto di mettere davanti. Ben considerando, dalle frecce le cui punte erano ricavate da pezzi di selce opportunamente appuntite, impiegate dai nostri remoti progenitori, fino alle sofisticate armi attuali, che colpiscono a distanza e moltiplicano a migliaia l’unico bersaglio d’un tempo, la linea di sviluppo tecnologico è unitaria e ininterrotta.
Impiegare un’arma è facile. Anche un imbecille può quindi essere a mano armata. Anzi, nella maggior parte dei casi, dietro un’arma spianata ci sta quasi sempre un imbecille, o almeno, qualcuno che è costretto con le spalle al muro.
La società produce una costante emarginazione, il suo meccanismo impietosamente concorrenziale sollecita verso l’estrema periferia della sopravvivenza un enorme quantitativo di persone.
La mancanza di lavoro è solo una parte del problema, spesso un luogo comune e un alibi.
Chi non ha lavoro si arrangia in qualche modo, riduce le pretese, essenzializza la propria domanda di beni, si scava una nicchia nella società che, in questo caso, è perfino disposta a venirgli incontro, ad aiutarlo con qualche misero sussidio, ma vuole prima accertarsi della sua disponibilità a restare ai patti.
Il lavoro in se stesso può essere tale da tradursi in un prendere in mano le armi. Pensate al militare, al poliziotto, alla guardia del corpo, mestieri che prevedono istituzionalmente l’uso delle armi, e per i quali è prevista perfino una indennità di rischio che aumenta, sia pure di poco, l’emolumento salariale di base.
Chi indossa la divisa, qualsiasi divisa, la mattina, mettendo l’arma in tasca, e imbracciando il mitra d’ordinanza, non fa nessuna riflessione in merito, sono movimenti condizionati, spenti dal mestiere nell’ottundimento dei significati morali che il gesto potrebbe ancora presentare, al lumicino di una piccola riflessione.
A mano armata è quindi un problema di riflessione, un moto della coscienza, un momento, sia pure estremamente concentrato nel tempo, in cui chi impugna un’arma cerca di capire perché ha scelto quella protesi di particolare violenza e aggressività.
Tornando alla questione della protesi, mi sembra evidente che anche nella scelta più articolata può esserci un residuo di stupidità. Non c’è mai una collocazione netta in quest’ordine di cose. Niente è bianco e nero. La vita è sfumatura e modulazione, anche nella stupidità.
Ho visto compagni, di cui apprezzavo la disponibilità umana e l’impegno rivoluzionario, maneggiare con voluttuosa accuratezza e con evidente soddisfazione un’arma, accarezzarne l’acciaio brunito e liscio, ammirarne la struttura e la potenza, forma d’imbecillità più diffusa di quanto non si creda, anche fra compagni.
Quindi, tra il pugno che stringe l’arma e l’arma che viene stretta nel pugno, nella mano che la ospita e la padroneggia, deve esserci un contatto, una sorta di confine psicologico, sempre presente nella coscienza dell’individuo che quell’arma impugna, che ha deciso di impugnare.
Questo contatto non può mai invertire il proprio senso direzionale, cioè l’oggetto non può mai prevalere sulla condizione critica che ne ha sollecitato l’uso, descrivendone gli elementi positivi in quanto protesi tecnologica capace di accrescere le capacità di chi l’impiega.
Certo, la natura stessa di questa facilitazione può travalicare in una più o meno estesa degenerazione della condizione critica di partenza. L’arma fa sentire forti e invincibili, e questa condizione di sudditanza nei riguardi della protesi, se prolungata nel tempo e incrementata da una certa disponibilità di strumenti, può arrivare all’estremo che fa quasi sentire di essere nudo in caso di mancanza chi ha fatto l’abitudine ad andare in giro armato.
E la nudità è, oltre che fortuito accadimento contingentale, anche più spesso, condizione psicologica di inferiorità.
La crescita di potenza, dovuta al possesso fisico, allo stesso contatto tra la pelle e l’oggetto, non dovrebbe mai sfuggire alla condizione critica vista sopra, pena una subordinazione alla protesi e una inadeguata capacità di vedere tutti i limiti che quest’ultima comporta.
Non c’è dubbio, infatti, che avere un’arma in pugno non significa, di per sé, disponibilità a usarla. La cosa è ancora più fondata in rapporto alla potenza mortale della stessa protesi. La crescita dell’illusione di potenza, a volte ridicolmente sconfinata, non fa sparire del tutto la vigile valutazione morale delle conseguenze relative all’uso concreto dell’arma.
Questi due elementi, che sembrerebbero escludersi a vicenda, non si annullano reciprocamente ma si fronteggiano con forza e finiscono spesso, dove l’imbecillità non ha di già avuto la meglio, per costituire una irrisolvibile contraddizione, carica a volte di conseguenze mortali per chi ha sprovvedutamente spianato l’arma senza rendersi conto di non essere disposto a usarla.
Di per sé, la ferocia con cui l’arma viene usata in molti casi (basta pensare agli eccidi di massa o alle esecuzioni, oppure alla banale obbedienza agli ordini per quel che riguarda i militari), è l’esatto contrario del comprendere e decidere quello che si sta facendo. Il non sapere cosa fare e il farlo senza sapere si equivalgono e, alla lunga, l’efficienza bestiale del militare e del killer professionista finisce per trovare la propria stazione d’arrivo.
L’uso della protesi di cui discuto, l’arma in pugno, è una questione di coscienza. Ma che cos’è una questione di coscienza? È la conoscenza della realtà fatta propria, cioè introiettata criticamente nell’ampio raggio delle relazioni che la costituiscono.
Nessun aspetto di questo movimento complessivo dovrebbe restare in quella zona d’ombra dove manteniamo gli elementi più difficili di quello che costituisce il nostro agire, spesso inquietanti in quanto toccano corrispondenze mantenute segrete ma che ciononostante sono dentro di noi e sviluppano conseguenze non sempre prevedibili.
L’arma in pugno è quindi impiego di un rafforzamento tecnologico che dovrebbe appartenere alla decisione responsabile dell’individuo.
Dico dovrebbe perché non sempre è possibile acquisire, in questo campo, una profondità critica sufficiente. Nessuna esecuzione di ordini è pertanto accettabile, nessuna delega, nessuna graduatoria di competenze nell’azione. Allo stesso modo, nessun imbecille diventa quello che non è per il semplice fatto di impugnare un’arma.
Qui si collocano due argomenti, fra loro contrastanti, eppure legati insieme da un preoccupante filo logico. Il primo riguarda la semplificazione decisionale, il secondo l’eccezionalità di certe situazioni che impongono una sorta di gerarchia delle competenze. Sviluppiamoli con calma.
La decisione critica del singolo, che si assume le sue responsabilità per gli atti che compie, si basa su fatti che dovrebbero apparire illuminati da una valutazione critica, non resi evidenti da una pregiudiziale ideologica, la quale ultima potrebbe nascondere una inavvertita banalizzazione.
Se io decido di colpire un responsabile dello sfruttamento potrei anche azzerare qualsiasi lume critico e affidarmi semplicemente al simbolo. Non quel carabiniere, o quel giudice, o quel medico, o quel giornalista, ecc., ma un qualunque carabiniere, giudice, medico, giornalista, ecc. Non c’è dubbio che il ragionamento fila, ed è stato fatto, e, dentro certi limiti, permane condivisibile in astratto.
Ma nel concreto determina un rischio considerevole, quello dell’azzeramento critico e dell’affidamento della decisione al banale massimalismo ideologico.
La disponibilità ad approfondire la condizione specifica del nemico che si vuole colpire non è importante per evitare di colpire un possibile “innocente”, perché nessuno è innocente, ma lo è per non banalizzare l’azione stessa riducendola a un semplice abbattimento di birilli, tutti uguali fra loro nella notte delle nebbie ideologiche.
E poi c’è un altro argomento, quello ricorrente degli imbecilli, che non a caso sposano sempre, con fervore e accaloramento passionale, questa tesi che evita loro ogni gravame critico di cui, per le ridotte capacità mentali di cui dispongono, non saprebbero venire a capo.
Queste considerazioni non contraddicono la tesi del colpire nel mucchio, di cui mantengo il ricordo di una vecchia polemica, in quanto, al contrario, l’individuazione del mucchio è questione critica più difficile e non accesso secondario alla banalizzazione decisionale.
Veniamo ora all’altro argomento: la necessità, in casi di particolare difficoltà, di una gerarchia delle competenze. Anche qui il problema deve essere ricondotto all’approfondimento critico svolto dall’individuo.
Torna pertanto la tendenza dello stupido a considerarsi onnipotente, anche a causa della protesi armata che il caso e non la propria scelta cosciente gli ha posto in mano. L’illusione di onnipotenza porta direttamente a non capire le difficoltà della situazione, a sottovalutarle proprio a motivo della propria incompetenza e a considerarsi capace di fare quello che in effetti non si è capaci di fare. I guai di questo particolare tipo di imbecillità sono inimmaginabili.
L’apprendimento delle difficoltà è parte essenziale dell’approfondimento critico. Non essere capaci di valutare bene i propri limiti, evitando di imbarcarsi in imprese al di là delle proprie forze, è presunzione che impedisce l’apertura mentale necessaria all’apprendimento. Lo stesso per tutte le volte che si sostituisce la valutazione critica con il semplice entusiasmo o, peggio ancora, con un superficiale amore del pericolo, o desiderio del rischio.
Tornando all’inizio del nostro discorso mi sembra si possa vedere, adesso, con maggiore incisività il rapporto che esiste tra l’arma in pugno e la capacità di capire.
Desidero però fare notare che ogni capacità della coscienza, che dall’intelletto trae alimento per allargarsi nel campo delle relazioni possibili, ma che qui non si arresta travalicando nell’azione come condizione di continuo passaggio mai concluso, né concludibile, ogni capacità della coscienza è solo in minima parte un regalo della cosiddetta natura.
Nella sua componente essenziale è fatica, riflessione, esperienza, prova, coraggio, ricerca della differenza. Se tutto questo apparato analitico si pensa possa essere accantonato come ciarpame prendendo le armi in pugno, perché la protesi brunita ci rende onnipotenti, l’errore è grave e non tarderà a fare sentire i suoi effetti nefasti.
Questi effetti sono di due tipi, ancora una volta solo apparentemente antitetici.
Il primo è dato dall’incapacità critica che rinsecchisce il possesso dell’arma in una vuota protuberanza capace di generare ogni tipo di inconcludenza, dal farsi uccidere, all’uccidere senza sapere il perché, aspettando che dal fatto stesso di avere eliminato un nemico venga fuori la chiarificazione critica che avrebbe dovuto precedere la sua eliminazione.
Il secondo è dato dal tirarsi indietro di molti compagni dal prendere le armi in pugno e attaccare a causa della convinzione, inesatta, di non essere adatti all’uso di quelle protesi, pensandole come adeguate solo a un certo tipo di persona e non attribuendo invece la loro evidente (a volte persino patetica) inadeguatezza, come sarebbe giusto, a un mancato approfondimento critico.
In fondo il problema resta sempre quello: nessuno ci regala niente, non esistono condizioni facili facili per farci entrare in possesso delle conoscenze indispensabili all’azione, e pensare l’arma solo nella sua circoscritta (e marginale) caratteristica tecnica d’impiego, è un modo come un altro per fuggire davanti al problema di fondo della conoscenza critica, misura e condizione attiva di ogni attacco contro il nemico di classe.
Come si è visto nelle pagine che precedono, ho cercato qui di mettere tutta la mia attenzione sul problema dell’arma in pugno, del perché, a un certo momento della vita, un uomo cosciente di quello che significa un’arma, della sua mortale potenzialità distruttiva, decide di impugnarla, e, principalmente, di usarla.
Credo di avere se non altro contribuito a fare riflettere sui meccanismi che stanno dietro a questa decisione, processi logici ed emotivi a volte non chiari e spesso dati per scontati come banalità a cui è bene non pensare nel momento dell’azione.
Ma queste banalità sono esse stesse le banalità dell’analisi teorica, dell’approfondimento critico della situazione che si sta affrontando nel suo insieme complessivo, e definire questo aspetto come secondario, o privo di importanza, tanto nel momento che si è “a mano armata” i più forti siamo noi, possessori della protesi magica, è un tragico errore.
L’arma, per la sua stretta connessione con la teoria che criticamente penetra il mondo, è quindi qualcosa di più – come si è visto – di un semplice pezzo di ferro, e questo qualcosa di più può prendere consistenze e forme più articolate dall’oggetto brunito e pesante che di solito chiamiamo arma, può cioè prendere l’aspetto di una rapportazione, di una codificazione di rapporti in vista del raggiungimento di fini comuni, in altre parole può prendere l’aspetto di un’organizzazione.
Anche l’organizzazione è una protesi, ed anche per essa valgono tutte le considerazioni fatte prima, con alcune precisazioni, più delicate e difficili, che mi industrierò di fare qui di seguito, sperando nell’attenzione dei miei pochi compagni, disposti a seguirmi in questo ragionamento.
Torna qui il problema delle attese. C’è chi si immagina che tutto dipenda dall’esterno e che una forza, a lui ignota e per questo solo fatto immaginata fuori di ogni misura umana, arrivi a dare un senso alla propria vita altrimenti banale e subordinata alle opinioni correnti. Attesa che finisce sistematicamente per restare disillusa.
Costui è irrimediabilmente condannato a restare in attesa, anche quando avanza, petto in fuori, nel proscenio di quello che lui scambia per la Storia, e dichiara guerra al mondo in nome di una forza che esiste solo nella sua poco fertile immaginazione.
Fuori di queste stupidaggini, fuori di ogni tronfia messa in mostra della propria ignoranza, c’è la realtà concreta, e qui, nel medesimo movimento che produce l’approfondimento critico, nasce la forma dell’organizzazione specifica in funzione di un progetto.
Non è questa forma a determinare il progetto, ma essa permane strumento del progetto, anche se a volte preme alla porte dell’attenzione e dell’emotività del singolo compagno, sollecitando significatività più ampie. La duttilità della forma dell’organizzazione è quindi elemento essenziale, se quest’ultima deve essere strumento di un progetto e non, al contrario, rubare a questo tutte le cure che esso merita e tenersele per sé, in una ottusa crescita quantitativa.
Non voglio qui scendere nella scelta organizzativa specifica. Personalmente, come anarchico insurrezionalista, sono arrivato al convincimento che la soluzione migliore, quindi la forma più adatta di organizzazione specifica, è quella “informale”, altri potranno convincersi diversamente, e prediligere strutture forse più rigide, illudendosi di ottenere risultati più concreti a breve scadenza: sigle, comunicati, rivendicazioni, campagne, e tutto il ciarpame vetusto a cui un’epoca non proprio recente della storia comune a ognuno di noi ci aveva abituati. Liberissimi, per carità.
Se qualcuno pensa che la protesi sia utile in funzione della sua rigidità, si faccia avanti, proponga seriamente e seriamente discuta, invece di affermare o modulare gradazioni di valore. Ma, per favore, non parta dallo strumento, parta dal progetto che quello strumento deve impiegare, altrimenti tutto è banalizzato nell’appiattimento della tesi che “qualunque sbirro è quello buono”.
Partire dal progetto significa analizzare criticamente la realtà. E qui il problema torna a masticare la propria coda. Chi non ha la possibilità di portare fino in fondo questo approfondimento ha due alternative: o sceglie quello che c’è in corso di elaborazione, cioè quello che circola, più o meno approssimativamente, nel dibattito fra compagni; o decide da solo di trovare i mezzi per pensare diversamente, ma realmente in modo diverso, essendo solo un patetico risvolto della banalità il suggerimento, buono per tutti i gusti, di limitarsi sempre e comunque a dire di no.
Ora, sul tappeto c’è sia la discussione sull’organizzazione informale, come strumento rivoluzionario di lotta per un attacco contro le istituzioni e gli uomini del potere, sia, in sordina e in bassa fortuna, l’ipotesi strutturata di un’organizzazione più rigida: sigla, dichiarazioni politiche, scelte di fondo strategiche, campagne da rivendicare, ecc.
Insomma, un’organizzazione che parla da sé, che non propone margini critici, un’organizzazione che sa quello che deve fare e che agisce in nome dell’efficienza. Dopo tutto, in caso contrario, che protesi sarebbe? Mi chiedo, e vi chiedo: può un imbecille, o peggio ancora un testardo ignorante, sicuro di conoscere l’universo mondo proprio grazie alla propria ignoranza, accettare la prima ipotesi, quella dell’organizzazione informale che lo obbligherebbe a un approfondimento critico della realtà di cui egli stesso, per primo, si riconosce incapace? No di certo. Egli preferisce la seconda soluzione, quella è la sola che “pensa al posto suo”, o almeno che dà questa impressione.
Ecco perché ho messo insieme questi testi, perché i compagni di cui qui si parla erano tutti in grado di pensare con la propria testa, principalmente quando si trovavano con le armi in pugno, a mano armata.
Mi auguro che, una volta tanto, questa lettura sia occasione per riflettere sul da fare e non un modo come un altro per fantasticare sul passato.
Catania, 31 luglio 1998
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1998

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Bonanno Alfredo Maria, “La tensione anarchica”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Novembre 2013, 56 p., Terza Edizione

Nota introduttiva alla prima edizione
Nell’immediatezza – ma anche nei limiti – della prosa tipicamente orale che caratterizza questa trascrizione, emerge con passione un’idea, forse l’unica, che ci accomuna tutti in qualità di individui in conflitto con quest’ordine di cose.
È la tensione anarchica: quel sentimento che brucia il dualismo tra teoria e azione, pratica e pensiero, e che costantemente infiamma i nostri sogni ed i nostri gesti volti a un radicale cambiamento dell’esistente. È la gioia di chi lotta senza quiete per liberarsi da tutte le catene, è la folgorazione di chi si rende conto delle autorità che ci opprimono e non può più fare a meno di ricercare e gustare per sempre il nettare di una vita libera e degna d’esser vissuta.
È, in ultima analisi, una dichiarazione estrema di amore e di rabbia…
Lontani dal voler creare bibbie e predicatori, alieni ad ogni forma di idolatria e mitizzazione, iconoclasti per definizione, atei in tutti i sensi, abbiamo da sempre rifuggito e rifiutato qualsiasi aspetto dell’autoritarismo che vorrebbe renderci odiosa l’esistenza, a cominciare da quello più subdolo e pericoloso: quello che può nascere da noi stessi. Niente leggi, quindi, né ordini precostituiti o certezze, e tantomeno paraocchi preconfezionati, ma solo i più liberi e spontanei accordi…
Questo avevamo in mente quando abbiamo dato vita al progetto di un Laboratorio Anarchico per sperimentare antiautoritariamente le nostre tensioni, su questo scommettiamo quotidianamente dentro come fuori quelle quattro mura, e questo abbiamo ancora bene in mente ora, nel proporre un testo che non sia nulla più che uno stimolo per accrescere noi stessi e, nel caso, per riconoscersi in qualcun altro.
Laboratorio Anarchico di Sperimentazione Antiautoritaria

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Lecco, 1996
-Seconda edizione: Trieste, 2007

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Bonanno Alfredo Maria, “Chi ha paura della rivoluzione. Ricominciamo daccapo”

Edito da Edizioni Anarchismo, Catania, 1990, 166 p., Seconda Edizione

Un libro la cui lettura è particolarmente indicata oggi. In un periodo di crisi, quando i vecchi ideali sembrano svanire tra rifiorenti tentativi – di ogni genere – di entrare in contrattazione col potere, è molto importan­ te scrivere una specie di catalogo delle varie forme di “paura” della rivolu­zione. Tanti compagni vengono incoraggiati, con parole più o meno chiare, al rifiuto della lotta e dell’impegno rivoluzionario. Da coloro che si sono dichiarati favorevoli all’amnistia a coloro che rifiutano la lotta in nome di una vaga e cervellotica “delegittimazione”, passando per gli imbroglioni di mestiere, per gli imbecilli che non capiscono nemmeno cosa leggono, per i “bravi ragazzi” che non vogliono dispiacere né moglie né marito, per arrivare fino al disgusto dichiarato del pentitismo e del tradimento. Il pa­norama è tutto qui. La paura della rivoluzione può prendere forme diverse. Solo alcune possono camuffarsi sotto le spoglie di una continuazione della lotta sotto forme diverse. Altre, quelle più evidenti, sono semplicemente desistenza e squallore. Un libro – se vogliamo – spiacevole. Ma è tempo di dire le cose spia­cevoli, è tempo di parlare senza mezze parole. Per noi che vogliamo “ricominciare daccapo” è tempo anche di fare il punto della situazione. Se non altro per conoscere con chi possiamo ricominciare, e in che modo.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1986
-Terza edizione: Trieste, 2014
-Nella “Nota per il lettore”, viene riportato che questo libro è la continuazione ed integrazione de “La rivoluzione illogica” e “Teoria e pratica dell’insurrezione”
-Nella Terza Edizione sono stati aggiunti i seguenti articoli pubblicati su “Senza Titolo”:
–La vita e la morte
–Il nano e la merce
–Abiti e idola
–Elogio della divisa
–Un treno, alla stazione di Napoli
–Contro tutti i vedovi inconsolabili
–Facciamo a chi ne ammazza di più?
–La guerra del lavoro
–Polverizzazione
–Riconoscimento del nemico
–Quando il futuro arriva tra capo e collo
–La coda pelosa del perbenista
–Solidarietà come attestazione in vita
–L’antimilitarismo in epoca di svilimento
–Uccidere

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Bonanno Alfredo Maria, “Teoria e pratica dell’insurrezione”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Novembre 2013, 416 p., Terza Edizione

Estratto dall’Introduzione della Prima Edizione
Il senno del poi è sempre critico. Ed è questa l’epoca dei critici e dei benpensanti.
Ciò consente di capire meglio, ma bisogna anche darsi una prospettiva. Non si può approfondire all’infinito. Si rischia di relegare tutto nell’archeologia del fare, spingendo lo sguardo tanto indietro da non vedere nulla.
Questo libro insiste invece nella riproposizione della realtà del dato immediato, nella progressività del costruibile. Potrà quindi sembrare statico, limitato, a volte dogmatico.
Esiste comunque una chiave di lettura che consente una specie di superamento dell’immediato, l’apparizione di un qualcosa di inatteso. Il senso della passione deve sovrapporsi all’ordine ravvicinato degli elementi (fatti, avvenimenti, frasi, parole). Abbiamo lavorato nel senso dell’azione rivoluzionaria? Vi abbiamo, al contrario, opposto resistenza? Forse nessuno potrà rispondere a queste domande. Il corso della vita umana è una continua negazione dell’origine, del problema dell’origine e quindi, anche, del problema del percorso (in un senso o nell’altro). La vita è o non è. La rivoluzione anche.
Ma chi aspetta immobile non può dirsi privilegiato per non essersi sporcato le mani. La sua è semplicemente un’illusione solitaria.
L’azione è delimitazione di fatti, progresso di avvenimenti, riflessione in atto. Essa non si compie per dimostrare la certezza della teoria (qualora questa fosse balenata a priori). I motivi del suo venire al mondo sono diversi. Anche la gioia è un ottimo motivo. Spesso il solo motivo valido, anche se rarissimo.
Vedendola dall’esterno l’azione appare però come fornita di una logica ferrea. Nessuno ammetterebbe di agire senza un buon motivo. L’economicismo di questa premessa sfugge a tutti coloro che negano in teoria la loro schiavitù logica e vi soggiacciono nella pratica.
Tale logica ferrea costituisce l’elemento esteriore di questo libro, la cosa che più facilmente si coglie e l’ultima ad avere importanza.
Eppure bisogna considerare bene una simile presenza-assenza. Ciò che è secondario diventa soccorso della memoria e sostegno agli imprevisti del cuore. Il medesimo che si ripresenta è senz’altro un grosso peso che ci portiamo al piede, ma è anche l’elemento modesto e continuo su cui costruire l’azione. Una cosa di poca importanza non è detto che vada sottovalutata. Ogni tassello fa parte del mosaico e l’incompletezza di quest’ultimo offende a qualsiasi livello.
E poi è una faccenda di gusto. Il contenuto di una struttura non è determinato dai limiti che essa possiede. Al contrario, l’azione di questi limiti – come prodotto dell’istituzione – sopravviene alla creatività individuale e la racchiude in una prospettiva che le dà l’illusione di movimento. Al solito non ci si convince che si cammina nonostante le catene, ma grazie alle catene. Se ci si lascia sopraffare dai limiti della struttura essa si solidifica proprio nel momento che ci racchiude. Dobbiamo saper riconoscere il suo statuto mortale, la sua origine delittuosa. Per superarla, per usare il senso costruttivo che possiede (se lo possiede).
Dallo Stato in giù le strutture si moltiplicano e si ramificano, incontrandosi (e scontrandosi) con le forme vitali. Anche l’organizzazione rivoluzionaria è una struttura, spesso ripresenta i difetti del mini-Stato, ma ciò non può impedirci di cogliere le differenze. In quest’ultima specie di struttura la presenza formale della creatività individuale dovrebbe essere maggiore, di gran lunga maggiore, che nelle strutture vicine al modello statale. È anche una questione di sfumature. Anche l’individuo è una struttura. Basti pensare ai processi di sovrapposizione che governano le sue possibilità di ragionamento, alle deformazioni ideologiche, ai condizionamenti biofisici. Ma una notevole parte della caratteristica individuale è costituita dalla creatività (o dalla potenziale creatività), cosa che non si può dire delle strutture più complesse in cui l’elemento organizzativo prevale.
La salvaguardia della creatività all’interno della struttura si basa sulle capacità autorganizzative che non devono essere subordinate all’efficienza o all’economicismo dell’azione. Nella struttura queste capacità sono allo stato latente per cui la vediamo annegata in un immenso dispositivo di prevenzione. In fondo il suo scopo principale è la sopravvivenza, da qui la necessità di mettere ordine e limite alle istanze interne di natura creativa, proprio perché negatrici di quelle regole che garantiscono la perpetuazione del modello. Recentemente si è visto come le strutture riescano a gestire anche gli stimoli creativi (mode giovanili, correnti musicali, avanguardie letterarie, sistemi innovativi nella produzione, gusti orientaleggianti, ecc.), riconducendoli all’interno della gestione centralizzata.
In fondo siamo noi che diamo alla struttura la fondatezza che possiede. La nostra abitudine a ubbidire consente la gerarchia dei contenuti strutturali. L’ipotesi organizzativa in sé è una semplice tautologia, una riconferma che per vivere e agire bisogna mettersi d’accordo su regole minimali. In pratica non esisterebbero più istituzioni se smettessimo di credere nel mito dell’istituzione, dell’ordine, dell’organizzazione. Ed è proprio la ribellione che ci permette di negare questo niente, di dirci individui liberi, di costruirci un progetto di libertà.
Non c’è da farsi illusioni sulla totale estraneità della struttura alle condizioni della vita, al progetto rivoluzionario.
Su questo punto occorre riflettere meglio. […]

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1985

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