Bonanno Alfredo Maria, “La gioia armata”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Novembre 2013, 46 p., Terza Edizone

Nota introduttiva
Quella che esce adesso è la seconda edizione vera e propria di questo libretto. Dal settembre 1977, data della prima edizione, uscita in settemila copie, a causa dei diversi processi conclusi in Corte di Appello a Catania il 30 novembre 1979 con una condanna a un anno e mezzo di carcere per incitamento alla rivolta e propaganda sovversiva, ci sono state soltanto ristampe e riproduzioni clandestine. Le ristampe, esattamente identiche l’originale per non incorrere nei rigori della legge, pubblicate a cura delle Edizioni Anarchismo, sono state dodici per complessive centodiecimila copie, le riproduzioni più o meno clandestine sono state almeno cinque, contando ovviamente solo quelle di cui siamo venuti a conoscenza. A parte vanno indicate, come abbiamo fatto a p. 4, le traduzioni in lingue diverse dall’italiano. Anche di queste edizioni solo alcune sono a nostra conoscenza.
Credo che sia il libretto mio più diffuso e continuamente letto, malgrado i trent’anni dalla sua stesura. Non è poco, considerando l’evolversi della realtà e il mutare delle concezioni teoriche che accompagnano la vita di ogni anarchico e di ogni rivoluzionario. Non è poco che questo testo mantenga ancora la sua freschezza e la sua leggibilità.
Proprio per non modificare le condizioni di lettura non sono state apportate correzioni di alcun genere, nemmeno di formulazione letterale.
Che la civetta continui a volare.
Trieste, 23 febbraio 2007
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima Edizione: Settembre 1977

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(a cura di) Bonanno Alfredo Maria e Calì Santo, “Leccaculi e delinquenti. Quindici scritti fascisti di cui suggeriamo la rilettura “

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Maggio 2015, 96 p., Seconda Edizione

Nota introduttiva alla prima edizione
La Casa Editrice Feltrinelli ha pubblicato negli ultimi giorni del dicembre 1971 un volume dal titolo Eia, Eia, Eia, Alalà!, una scelta accurata della stampa italiana sotto il fascismo dal 1919 al 1943. Il prezzo eccessivo e la eccessiva incrostazione dottrinale che i curatori hanno voluto dare all’iniziativa, due cose che a nostro avviso concorrono insieme a distogliere il lettore, che alla scarsezza di mezzi finanziari accomuna la non dimestichezza nel districarsi tra le artificiosità letterarie, ci hanno spinto a fare una piccolissima raccolta, agile e spedita, senza troppe pretese, senza apparato critico, ma con due scopi ben precisi:
1) Riportare i testi di personaggi, per la maggior parte tuttora viventi, scritti durante il fascismo, testi di osanna al regime in forma decisamente spudorata. Questi personaggi hanno tutti, oggi [1971], in un clima generalmente antifascista, una più o meno grande influenza sull’opinione pubblica, ed è quindi giusto che quest’ultima sappia con chi ha da fare.
2) Indicare la pericolosità di alcuni giornalisti che oggi tengono banco e addirittura si atteggiano a moralisti del paese, di alcuni professori che ancora blaterano dalle cattedre, di alcuni politici che siedono in Parlamento e che si apprestano a vestire cariche sempre maggiori, di alcuni delinquenti che camuffano il loro attuale fascismo (in definitiva poi sarebbero i soli conseguenti) con le mentite spoglie dei giochetti di parole e delle rinnovellate sigle tipo MSI o Avanguardia Nazionale o Ordine Nuovo.
Come si vede non ci poniamo scopi storici o documentaristici, per cui, al di là dell’indicazione della fonte, non aggiungeremo commenti riguardo il clima o i motivi che dettarono quegli scritti. Nella maggior parte dei casi ci troviamo davanti a capolavori di servilismo ottuso che il lettore potrà benissimo valutare da sé.
Catania, 17 dicembre 1971
Alfredo M. Bonanno – Santo Calì

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Edizioni Underground – La Fiaccola, Dicembre 1971

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Bonanno Alfredo Maria, “Autogestione e anarchismo”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Dicembre 2013, 336 p., Terza Edizione

Introduzione alla terza edizione
I clamori dell’attenzione di chi pensa sempre di stare sulla cresta dell’onda si sono spenti sul problema autogestionario. Non se ne parla. I reduci sono tornati ai vecchi baloccamenti e si limitano a raccontare le passate glorie, infiocchettando il racconto con qualche esagerazione che tanto non guasta. I fronzoli si sa è meglio che siano sovrabbondanti.
Andando al nocciolo delle cose il problema dell’autogestione, prima o poi, si ripresenterà. Macchiato sanguinosamente dalla protervia dei padroni, che considerano questa via come una sorta di tesoretto di riserva, oppure esaltato dal movimento insurrezionale del futuro che, pagando ancora una volta col proprio sangue, finirà per riscoprire quello che il passato ci ha messo sotto gli occhi, sotto i nostri occhi miopi.
Mi viene voglia di tagliare qui l’argomento, che troppo stanco sono di pestare acqua nello stesso mortaio e troppo stanchi dovrebbero essere i miei pochi lettori di guardare il mio tramestio indaffarato. Eppure i sogni sono sempre qui, compagni insofferenti di viaggio, si agitano e sbuffano e vogliono dire la loro e non accettano di essere messi da parte.
Ancora una volta tocca alla parola, alla mia parola, e tocca pure al problema dei miei rapporti con la parola, con quello che con la parola riesco a dire (o a non dire).
La memoria, le tecniche della memoria, aumentano la capacità di sentirmi padrone di me stesso, anche ora che sono avanti con gli anni questo convincimento, se si preferisce, questa illusione, non mi abbandona. L’esperienza della LIP in Francia, ad esempio, un momento, uno dei miei migliori momenti, andato perduto per sempre, è qui, accanto a me che scrivo queste righe, adesso, ed è arrivato attraverso una fessura del tempo troppo sottile per farci passare un supporto fisico differente dalla memoria.
Per evitare che questo miracolo fuoriesca e vada perduto lo devo vestire con le parole, e qui la confezione è un procedimento d’amore, quindi una commistione di coraggio e avventatezza, di eccesso e di coinvolgimento.
La parola ha così un tempo nuovo da proporre, e lo coordina con un luogo nuovo che dall’assenza si sposta sul futuro, in un avvento possibile che dal passato riceve il legame della rammemorazione. Ogni ritorno su queste progressioni nuove ha una base tautologica che concresce su se stessa, fondamento di novità e reiterazione, aspettativa e disinganno, falsità e corteggio globale di modulazioni sempre differenti.
Questa vita interna alla parola approfondisce gli intrecci e i ritmi li modula in una maniera più ampia, regolando con le proprie pulsazioni sia il riferimento all’esperienza diversa, ora assente, sia l’orizzonte dell’attesa, ora presente, senza che il destino possa non corrispondere al gioco delle possibilità. Più questo intreccio si arricchisce di volute che appaiono perfino chiuse in se stesse, prive di sbocchi, false e depistanti, e più l’infallibile risposta del destino si approssima a realizzarsi. La parola mi dice che l’attesa è vicina a vedere compiersi la possibilità del tempo nuovo.
Datazione di testi, collocazione di date tra parentesi quadre, è come aggirarsi nei viali dei cimiteri. Eppure non è soltanto così. C’è in tutto questo una nuova sfida. La chiarezza è la degna comare dell’imbroglio. Le parole hanno una profondità che non lascia tracce alla superficie, esse appaiono così disseccate in una sorta di insipidezza che le colloca nella formalina dei vocabolari, cimiteri, questi sì, del di già detto. Eppure, non appena si solleva un primissimo strato sotto appare l’insolita veste dell’arbitrario, il fiorire tracotante e irregolare di una originalità che niente potrà mai regolare definitivamente. Ciò perché non c’è mai stato, nel battere il ferro quando era caldo, un interesse altro, un tentativo di ricavare qualcosa di utile, qui per me, qualcosa che mi salvaguardasse la vecchiaia, non c’è mai stata una riserva mentale, un calcolo del più e del meno, un bilancio patrimoniale. Leggere e ascoltare, oggi, gli ordinati oratori dei cosiddetti critici mi fa venire il voltastomaco se penso alla virulenza e alla forza di Lutero, di Savonarola, di Segneri. La chiarezza qui non è di casa, l’attacco a fondo sta a fianco della frase cortese che prepara una stoccata ancora più grave. Gli enigmi e le ridondanze propongono scossoni alla coscienza e la sottopongono a un viaggio disagevole. Ma la vita è un viaggio che sgomenta e che non tutti sono in grado di affrontare.
Trattandosi di problemi economici sono tentato di fare appello alle mie competenze, pergamene di laurea, antichi ricordi di tomi sfogliati e digeriti, la mia amata matematica, i miei sogni metalinguistici, i calcoli con infinite variabili quantitative sempre pronti in apposite cartelline colorate. Poi il disgusto. Nessuna oggettivazione è possibile, bene, ma quali sono i sacrifici che impone qualsiasi processo assolutamente altro, a cominciare dal silenzio?
No, non sono d’accordo. Il silenzio è pieno di parole, di minacciosi riferimenti a mancanze, paure, incertezze, sospensioni di responsabilità e tutte le ombre delle lunghe notti passate a guardare i pochi metri quadrati dell’isolamento carcerario. La rinuncia alla condizione immediata del mondo, la possibilità limite di un non ritorno, la desolazione eterna della cosa, la morte, è ancora contro di loro che combatto.
Se mi impregno della qualità, e perdo per sempre il contatto con il mondo da me creato, posso andare avanti all’infinito, chiuso nella mia ormai incomprensibile corazza. Ma non sono un privilegiato e nel mio petto non batte un cuore di coniglio.
La tensione anarchica è l’espressione più chiara del nulla, non conosco qualcosa che renda meglio questo universo sconosciuto. Le parole la violentano nel tentativo di riempire quel nulla. Ogni tentativo del genere è un modo di salvarsi la vita. L’indifferenza non è una modulazione accessibile del fare, lo costituisce ma come elemento oggettuale, quindi accidentale ed estraneo. Per un altro verso, l’impegno del fare è falso, non è coinvolgimento ma accidente. Se forzo la mia volontà non avvicino l’indifferenza, al contrario l’allontano. La strada più accettabile è sempre quella più lunga e tortuosa. Abbandono e indifferenza non sono la stessa relazione. Il demone alberga nei posti più strani.
Niente lunghe elencazioni esplicative. Documenti che propongo, quasi certamente per l’ultima volta, in un luogo fisico, un libro, pagine di un libro, dove troveranno la loro fine corsa, almeno per quel che mi riguarda. Eppure non sento odore di crisantemi.
A lungo andare, il percorso della parola riesce a delineare sullo sfondo indicazioni improvvise, capaci di fare esplodere l’assenza, non sono semplici ampliamenti della memoria, ma luci e riflessi che riecheggiano, in modulazioni e movimenti contraddittori e spazi impensabili, il dire di fondo, il muoversi costante e creativo della parola rammemorante. Il tempo, allungandosi, getta ombre che coprono le possibilità di comprensione, fatti sfumano e si confondono, richiedono nuova linfa interpretativa. Non sempre è possibile evitare riflessi che ingannano anche l’orecchio e l’occhio più esercitati. Uno scarto, a volte consistente, a volte quasi minimo, tale da perdersi nell’interstizio del ricordo giacendo incompreso. Questo scarto è cambiamento profondo pure non essendo cambiamento radicale, è frattura nella traccia del dire.
Non ho cercato di metterci una medicazione, la cattiva coscienza è uno dei camminamenti di disturbo della ferrea custodia del controllo, e forse in molti casi non è neanche volontaria, ma a volte compare improvvisamente la considerevole consistenza di un vagito, un fremito di ali, un calore di sole cocente sulla faccia coperta da un velo leggero, un presente che non vuole ammettere il passato che si difende dichiarando ostracismo e fissando vendette.
La volontà di attaccare, di sgominare il nemico, torna a dominare e il suono si fa ancora più prossimo. La stessa incomprensione è desiderio, qualcosa che venero perché preservato da quella condizione degradante che chiamo chiarezza a portata di mano. Libero in questo modo il mondo dalla sua sufficienza ovattata e lo pongo nuovamente in una dimensione che esclude la limitazione, che cancella tutto quello che limita. Profano, con le mie scarpe infangate e da allora mai pulite, tutto ciò che propone sacralità e limitatezza non profanabile. Predispongo l’illusione che trova modo di collocarsi al posto della certezza che mortifica.
La lotta, e la pietà che pretende gestire la conoscenza, non si sposano facilmente. La parola è un’arma che viene a volte gestita con pietà, in modo maldestro e sciocco. Danzare con le parole, farle apparire leggere e diafane, quando possono anche essere pesanti e mortali, vuole dire accreditare loro una funzione che esercitano solo per conto dell’imbroglio, di chi gestisce il potere. Certe sfumature possono starci nelle parole e così venire raccolte, ma non si tratta di fervore dissacratorio, solo trascurabili raffinatezze. Volere essere inumani con le parole non è difficile, alla fine si tratta di strillare di più, ma è faccenda per spiriti deboli, addentrarsi invece nella loro possibile oscurità è altra questione, qui si sollevano di colpo vertiginose profondità che nessuno aveva mai sospettato, senza con questo indicare la strada per arrivare fino in fondo. La rigidezza e il completamento non sono stimoli per l’uso del dire, nel senso in cui l’intendo io, sono solo appesantimenti e titubanze.
Andiamo insieme, ancora più oltre.
Trieste, 15 maggio 2008
Alfredo M. Bonanno

Nota editoriale indispensabile
La prima edizione di questo libro venne preparata a Parigi agli inizi del 1975 per conto delle Edizioni Spartacus. René Lefeuvre mi aveva infatti suggerito l’idea di mettere insieme il materiale da me pubblicato su riviste e giornali e di fare un libro adatto alla situazione francese e allo stato delle ricerche sul problema dell’autogestione in quel paese che, come si sa, era ed è molto più avanzato di quanto non sia in Italia. La traduzione del dattiloscritto, fatta da Frank Mintz, non piacque all’editore che decise di non pubblicare il libro fin quando non si disponesse di una nuova traduzione che, fatta successivamente da Isabella de Caria, non mi sembra sia stata a tutt’oggi pubblicata.
Nel settembre del 1975 si presentò una favorevole occasione di stampare il libro in italiano con le Edizioni La Fiaccola di Franco Leggio, anche per le condizioni vantaggiose fatte dal tipografo. Non essendoci il tempo di aggiustare il dattiloscritto, adattandolo meglio alla situazione italiana, si preferì stamparlo per come stava.
Per la seconda edizione italiana ho riscritto le parti che avevano, nel frattempo, trovato collocazione in libri usciti in Italia. Ho lasciato, con l’indicazione della fonte, le parti che erano state pubblicate, sempre in Italia, su giornali, ciclostilati, riviste e come introduzioni.
Infine il libro è stato aggiornato con un approfondimento degli aspetti più recenti e più interessanti del problema dell’autogestione dal punto di vista rivoluzionario.
La terza edizione presenta, oltre a qualche aggiunta di poca importanza, il saggio su “La lotta della LIP”, che ritengo particolarmente significativo, e le Annotazioni di Amfissa.

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Note dell’Archivio
-Prima Edizione: La Fiaccola, Ragusa, 1975
-Seconda Edizione: Anarchismo, Catania, 1981
-Le Annotazioni di Amfissa sono state pubblicate in traduzione greca in opuscolo col titolo Καταστροή του κεφαλαίου και γενικευμένη αντοδιαχείρηση s. l. 2012.

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Bonanno Alfredo Maria, “Astensionismo elettorale anarchico. Arma del proletariato. Per la rivoluzione sociale”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Ottobre 1974, 49 p.

Nota introduttiva alla prima edizione
Gli anarchici lottano contro il sistema elettorale cosiddetto democratico e, periodicamente, ripresentano le loro tesi astensioniste. Spesso queste tesi vengono sviluppate in occasioni precise come le campagne elettorali, politiche o amministrative, qualche volta, ma più raramente, come fine a se stesse, cioè come chiarificazione di quello che è uno dei fondamenti principali della dottrina anarchica: l’astensionismo.
A nostro avviso, esistono due modi di affrontare l’argomento in maniera esauriente, di questi due modi noi seguiremo il secondo. Uno parte da considerazioni di tipo soggettivistico, dilungandosi sulle influenze nefaste che le istituzioni hanno su tutti gli uomini, sulla degenerazione che, nel caso specifico, l’istituzione Parlamento, determina sul deputato eletto, sia pure quest’ultimo operaio o contadino. L’altro parte da una più vasta considerazione di classe, facendo un discorso più largo e studiando i motivi per cui l’istituzione non può essere accettata in quanto prodotto di un sistema preciso di sfruttamento in contrasto con le caratteristiche di responsabilizzazione che ogni singolo uomo deve cercare di raggiungere se non vuole cessare di definirsi uomo.
Questa seconda maniera di sviluppare l’analisi del problema dell’astensionismo anarchico è quella impiegata da Malatesta in diversi scritti di grande importanza, tra cui tutti quelli che redasse in occasione della polemica con Merlino e che abbiamo pubblicato quest’anno sempre per i tipi “La Fiaccola” di Ragusa, nel volume Anarchismo e Democrazia.
La prima maniera è quella classica dei vari Galleani, Molinari, Faure, ecc., che, a nostro giudizio, se valida dal punto di vista immediatamente propagandistico, non tocca i due punti essenziali del problema: l’analisi di classe e i limiti della responsabilizzazione del singolo.
Un altro scopo ci ha spinti a stendere questo opuscoletto: quello di chiarire la troppo frequente confusione che corre tra l’astensionismo anarchico e l’astensionismo comunista rivoluzionario, qualche volta presente nella propaganda del compagni comunisti e qualche volta assente. Il problema non è da sottovalutarsi, specie nei riguardi dei rapporti frequenti che siamo pur costretti a mantenere con simili raggruppamenti.
Infine, dobbiamo aggiungere, che ci siamo sforzati di dare alla difficile materia un assetto quanto più semplice possibile. Non sappiamo se ci siamo riusciti.
Catania, 27 luglio 1974
Alfredo M. Bonanno

 

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Bonanno Alfredo Maria, “La dimensione anarchica”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Aprile 2007, 558 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione
Questo è un libro particolare. Significa molte cose e nello stesso tempo ha la pretesa di non volere dimostrare niente. Un oggetto preciso è qualcosa che costringe il lettore a selezionare l’attenzione. È un libro evolutivo, un libro che cerca di dare un’indicazione, un segno verso un certo tipo di ricerca sociale e politica. E, nello stesso tempo, è un contributo a una visione matura dell’anarchismo, non calata dall’alto o trovata per caso, ma sofferta e costruita giorno per giorno, ostacolo per ostacolo, in un processo che dalle nebulose premesse dottrinali diventa un viaggio verso la chiarezza. Questo libro è la documentazione di tale itinerario.
Nella struttura esteriore esso si divide in quattro parti. La prima comprende scritti che vanno dal 1955 al 1967. Si tratta della parte più remota, riguardante la produzione di un periodo in cui mi interessavo di problemi filosofici ed economici. È il periodo degli studi sull’esistenzialismo, del corso di studi in filosofia poi interrotto e della laurea in economia. Un periodo particolarmente importante per la mia formazione di fondo. Erano anni in cui non si avevano ancora le idee sufficientemente chiare. In filosofia la media non si era sbarazzata del tutto dell’ipoteca crociana, mentre i migliori non andavano al di là dell’esistenzialismo. Avevo ascoltato le lezioni di Abbagnano a Torino ricavandone una grande impressione, ben presto sfumata una volta resomi conto della grossa limitazione che si trovava dietro tutta quella impalcatura fumosa. Poi gli studi per la laurea e la tesi sul pensiero economico antico, le proposte della carriera universitaria (regolarmente rifiutate), l’abbandono progressivo di questo campo di studi. Troppa freddezza e troppe difficoltà a liberarsi di uno strato di inutile erudizione.
Seconda parte. Gli scritti dal 1967 al 1968. Anni decisivi. Esperienze fondamentali per tutti non solo per me. Sviluppo i concetti di fondo del mio pensiero: critica dell’autorità, riduzione dell’autorità al concetto di autorità funzionale, studio il problema dell’organizzazione. Scrivo un breve libro: La distruzione necessaria che raggiunge in poco tempo le settemila copie vendute. Non serve. Non sono contento dello sviluppo delle mie tesi. Alcune mi paiono mal capite e quel che è peggio mal dette. Mi accorgo dopo che nessuno ha tenuto conto dei limiti del mio lavoro. Troppe cose urgono davanti a me: la necessità di rispondere alle critiche, quella di fare chiarezza a me stesso, l’incalzare dei problemi concreti, propri di una realtà che mi ospita in prima persona. Altro fatto non trascurabile, il mio stesso lavoro (sono dirigente amministrativo di una media industria) mi chiama a rispondere in prima persona ai quesiti che mi pongo in sede teorica. È questo un periodo in cui scrivo relativamente poco (ancora qualcosa di storia della filosofia, un libro sul problema filosofico del concetto fisico d’indeterminazione, alcuni saggi sul neopositivismo) ma rifletto molto.
Terza parte. Un più nutrito gruppo di scritti. Primo problema: la critica del vecchio concetto di “intellighentia”, gli intellettuali mi preoccupano. Studio tutti i momenti storici in cui essi hanno fatto qualcosa (per esempio durante la Comune) e ne rimango terrorizzato. Mi pongo anche il problema dell’arte (che per me resta fondamentale) e quelli più specifici della violenza e dell’inglobazione. Questi due filoni di riflessione mi portano un’altra volta a rivedere i vecchi concetti esposti ne La distruzione necessaria. Incomincio le ricerche sull’anarchismo: Kropotkin e Malatesta. Le note a L’anarchia sono un esempio tipico del mio modo di pensare in questi anni, una ricerca collocata tra il mondo dottrinale del passato (del “mio” passato) e una verifica delle dottrine anarchiche. Rivedo e pubblico su “Volontà” i saggi sull’ateismo, poi riuniti in volume.
Quarta parte. Gli scritti fino agli inizi del 1974. Vi si trovano quasi tutti, tranne alcuni che non si sono potuti includere per motivi particolari o perché non reperibili. Adesione all’anarchismo. Tentativi di trovare una strada verso un anarchismo che non sia faccenda dottrinale soltanto. Importanza dei concetti anarchici di organizzazione non autoritaria, rivoluzione libertaria, violenza liberatrice, ecc. Polemica con un anarchismo revisionista e conservatore, umanitarista e pacifista che vede solo l’aspetto “distaccato” della lotta rivoluzionaria e non anche l’aspetto “impegnato”, globale. Esame dei concetti di proprietà e di espropriazione. La dimensione anarchica come perenne visione critica di se stessi e del mondo. Visione complessiva e non parziale che dall’umanitarismo di base sa ripiegare su se stessa fino al riconoscimento della lotta violenta per la liberazione, della lotta giusta anche se parziale e destinata alla sconfitta, della lotta che si programma non tanto una meta quanto un modello interpretativo della realtà. Lascio il lavoro nell’industria. Vengo arrestato come responsabile del numero unico “Sinistra libertaria” e condannato a due anni e due mesi. Esco di prigione dopo tre mesi in libertà provvisoria in attesa del processo di appello. Continuo i miei studi e mi laureo anche in filosofia con una tesi su Stirner e l’anarchismo.
Questo il libro. Qualcosa di intrinsecamente legato alla mia vita e alle mie esperienze, qualcosa che segue dal lato dottrinale lo sviluppo fisico e intellettuale come un sismografo può seguire l’andamento di un fatto tellurico.
Mi chiedo adesso quali potrebbero essere i luoghi positivi di una lettura e ciò allo scopo di indicarne un modello a priori che possa facilitarne la fruizione. Certo esiste sempre il modello esteriorizzante, quello che pretende una lettura dei testi per ciò che essi sono e nell’ordine in cui sono. Ma non mi sembra questo il modello che preferisco. Accanto al mio lavoro teorico esiste sempre qualcosa di più che potrebbe aiutare quello, ma che non sempre può giungere fino a rivelarsi attraverso di quello. Ed è proprio quest’ultimo lavoro quello più interessante che dovrebbe essere tenuto presente. Come teorico e come militante non posso abitare due regioni diverse.
Catania, 12 febbraio 1974
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima Edizione: La Fiaccola, Ragusa, Maggio 1974
-Seconda Edizione riveduta e corretta

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Bonanno Alfredo Maria, “Potere e contropotere”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Maggio 2003, 372 p., Seconda Edizione

Nota (anche metodologica) per il lettore
Per certi aspetti Potere e contropotere, titolo infausto che non ebbe mai a incontrare fortuna presso i lettori, costituisce un avanzamento nei riguardi de La distruzione necessaria.
Pur restando prigioniera di alcune ottusità di fondo, che il lettore individuerà facilmente, l’analisi si sviluppa più ampia e determinata. La preoccupazione principale permane quella di fornire elementi organizzativi alla spinta rivoluzionaria e insurrezionale di base, spinta che negli anni immediatamente successivi al Sessantotto sembrava quasi stesse per arrivare alle sue conseguenze estreme.
Un altro elemento di riflessione è costituito dall’insieme dei dubbi avanzati in merito alla possibile costituzione immediata di una società libera, libera in modo definitivo, cioè di una società anarchica. In quegli anni ormai lontani non si faceva nessuna, o quasi, attenzione ai pericoli di un veloce recupero da parte della repressione. Insistendo negli accorgimenti di difesa e di recupero di una rivoluzione libertaria la si può inavvertitamente indirizzare verso una terribile reazione, magari sotto lo stesso nome di anarchia, e le esperienze spagnole qualcosa avrebbero dovuto insegnare agli organizzatori rivoluzionari di ieri e di oggi.
Anche qui, come di già nella seconda edizione de La distruzione necessaria, pubblico alcuni “Studi preparatori” scelti col medesimo criterio.
Il potere della fisica è stato pubblicato su “Studi e ricerche”, 1965, pp. 30-32 col titolo La conquista dello spazio. Ideologia e utopia è stato scritto nel 1970 e rivisto solo oggi per la pubblicazione. Lavoro manuale e lavoro intellettuale è l’Introduzione all’opuscolo di Michail Bakunin dallo stesso titolo pubblicato dalle Edizioni La Fiaccola di Ragusa nel 1975. Il sistema rappresentativo e l’ideale anarchico è l’Introduzione all’opuscolo di Max Sartin dallo stesso titolo pubblicato sempre nel 1975 dalle stesse edizioni. Saint-Simon e Marx è stato scritto nel 1970 e rivisto nel 1978. Il Saggio su Proudhon incorpora l’Introduzione al Sistema delle contraddizioni economiche. Filosofia della Miseria, pubblicato dalle Edizioni Anarchismo di Catania nel 1975. La parte più consistente del saggio, scritta nel 1970 e rivista nel 1982, utilizza parzialmente il mio libro: Dio e lo Stato nel pensiero di Proudhon, Edizioni La Fiaccola, 1976.

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Note dell’Archivio
-Prima edizione: La Fiaccola, Ragusa, Aprile 1971
-Seconda edizione con l’aggiunta di sette studi preparatori

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Bonanno Alfredo Maria, “Saggi sull’ateismo”

Edito da Edizioni Anarchismo, 2009, 336 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione

Sostanzialmente dovuta a due momenti ben distinti del mio lavoro questa raccolta è stata opportunamente divisa in due parti. Una prima parte, di riflessione teorica, articolata su problemi non di contrapposizione teologica ma d’ingerenza concreta nel fenomeno dell’ateismo; una seconda parte, di più immediato interesse storico, diretta alla scoperta di nuove forme ateiste, proprio dove la critica storica ha finito per alzare le braccia dichiarando ultimato il lavoro di analisi.

Veniamo alla prima parte. La mia particolare impostazione teorica dell’ateismo come è ormai noto, non è condivisa da molti autorevoli studiosi del problema. Il mio rifiuto della contrapposizione ateismo-teismo, viene visto come un passo indietro dalla tradizionale linea di combattimento, come un arroccarsi aristocratico su posizioni di attesa e di sospensione del giudizio che finiscono per tramutarsi in danno per i risultati concreti della problematica dell’ateismo. A questo si deve aggiungere che la mia intenzione di costituire un ateismo scientifico, sulle basi metodologiche della scienza moderna, cioè sulle basi dell’indeterminazione problematica così come è stata – tra l’altro – teorizzata dalla fisica, è sembrato ad alcuni una sorta di risveglio del dinosauro, un ritorno su arcaiche posizioni ottocentesche. Per ultima la mia apertura a tutti i contributi ateisti, indipendentemente dalla corrispondente soluzione del problema “uomo”, ha fatto gridare allo scandalo, meravigliandosi qualcuno di trovare, posti sullo stesso piano di valutazione, Nietzsche, Stirner, Marx, Proudhon, Russell, Sartre, ecc.

Il lettore troverà sufficientemente spiegati nel testo le mie vere intenzioni e le correzioni che in nome della ricerca scientifica vanno necessariamente fatte a queste pretese dei miei contrappositori. In particolare in sede introduttiva mi preme chiarire alcune cose. La contrapposizione teismo-ateismo è del tutto sorpassata, è roba da soffitta, l’ateismo nuovo deve essere un ateismo autonomo, configurato sotto forma scientifica, una dottrina dell’assenza di Dio non solo una dottrina della morte di Dio. Legandosi al carro del teismo ne segue le sorti in forma negativa, mantenendo una polemica che impedisce qualsiasi azione di ricerca nel campo dell’attività umana e dei fenomeni della realtà.

Il discorso sulla filosofia della scienza è oggi molto più semplice di quanto non si creda. Basta essere informati degli sviluppi più recenti in materia di collaborazione tra scienza e filosofia. La filosofia ha perso il ruolo di dominante che aveva avuto in passato per assumere quella di scienza tra le scienze. Quindi non si pone più un rapporto differenziante, ma un semplice rapporto tra strumento e cosa osservata. La filosofia, nella particolare accezione di logica e quindi di epistemologia, si pone come lo strumento di ricerca per eccellenza. In questo modo la filosofia ricevere il contributo della scienza, e questo contributo ha preso, oggi, tra le tante varietà di configurazioni, la caratteristica logica dell’indeterminazione. Tutto ciò non ha niente da vedere con la posizione determinista dell’Ottocento. Ammetterlo significherebbe sconoscere la realtà attuale e adagiarsi su luoghi comuni. Proclamando, come ho fatto più volte, la necessità di un ateismo scientifico che venga a sostituire il trito ateismo che chiamerò poligrafo e pubblicistico, non ho messo in atto alcuna pretesa deterministica, solo un invito a ripercorrere le vie della scienza, sotto la nuova luce dell’obiettività, lontano dalle pretese assolutizzanti della religione; ma questa nuova via non è quella tronfia e assurda dettata dalle pretese deterministe della scienza positiva, questa nuova via è essenzialmente improntata sulla tendenza probabile – fondamento di tutta la statistica – e sui contributi delle scienze della quantificazione.

Il terzo punto, che mi è stato più volte contrapposto, non ha motivo sostanziale di validità. Caso mai potrebbe averne uno di indole pratica, in quanto indulgendo in trattazioni di autori o in posizioni teoriche tradizionalmente legate a studiosi o schemi speculativi centristi, si finisce per confondere il lettore che, in qualità di animale politico, tiene sempre presente il movente della sua avventura terrena di uomo vivente in società, e affronta via via tutti i problemi – quindi anche quello dell’esistenza di Dio – attraverso l’elaborazione della fattispecie politica. Ma ciò non toglie che se il lavoro è fatto con accuratezza, possa lo stesso presentare una grande utilità per tutti. Infatti lo studioso che si è lasciato affascinare dalla soluzione centrista, ma che ha avuto l’abilità e la perspicacia di accorgersi del pericolo che la religione e la fede religiosa in genere rappresentano per la libertà, non può negare di trovarsi in piena contraddizione, per cui l’indagatore che ne esamina la dottrina ha buon gioco nel dimostrare questa soluzione di disarmonia, utilizzandone i risultati, se crede, anche in chiave politica. Anche se ciò non avvenisse e ci si limitasse, come abbiamo fatto noi per maggiore razionalità di trattazione, alla pura e semplice tesi ateista; il lavoro deve essere visto nella sua nuda consequenzialità senza lasciarsi influenzare dall’etichette o dai preconcetti.

Veniamo alla seconda parte. La trattazione più direttamente storica affronta nomi e tematiche incastonandoli nel significato generale che hanno avuto nell’arco dell’identificazione storiografica, ma giungendo, per quanto possibile, alla collocazione di nuove angolazioni e prospettive.

Ho voluto concludere il volume [nella sua prima edizione] con un saggio sul problema religioso nel mondo di oggi, perché di grande interesse per la conoscenza della costituzione del compatto sistema religioso e delle reazioni di quest’ultimo alle sollecitudini di novità che da tutte le parti del mondo culturale provengono. Siamo in un periodo di crisi e studiare il momento più caratteristico di questa crisi significa, per la dottrina ateista, collocare il proprio contributo di revisione nel generale piano di sostituzione delle strutture che l’uomo pone in atto da tempo.
Catania, 30 settembre 1969
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima edizione: La Fiaccola, Ragusa 1970
-Seconda edizione riveduta e corretta con l’aggiunta di Husserl e l’ateismo e di Nietzsche e l’ateismo: analisi dei Frammenti

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Bonanno Alfredo Maria, Distruggiamo il lavoro

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, 36 p., Quarta Edizione

Introduzione
Capire il fare significa capire la speranza. Fare è sperare il completamento. L’immagine emblematica è quella del collezionista. Atroce, ma veritiera. Nel mondo io sono il fare, mi progetto e mi ricordo come fare. Vivo la vita e non voglio che sia altro dal fare, in caso contrario avrei paura di non viverla, di lasciarmela sfuggire. Il volere, che mi domina, non è altro che fare, il volere fare è una forma riflessa di fare, fare anch’esso. Il lavoro è una forma particolarmente acuta del fare, la forma coatta per eccellenza. Non ho certezza del fare che intraprendo, ma è la completezza a cui miro. So bene che questa prospettiva tranquillizzante non è praticamente accessibile, ma la tenga attiva. Spero che non sia così, anche se so che è così, che la morte verrà e concluderà la partita per sé e non più per me. Inafferrabile e lontana è la completezza, essa risiede nella straordinaria rarefazione della qualità e mi affascina non con la sua pienezza, che posso attingere solo con intuizioni coinvolgenti e pericolose, comunque non durature, ma con l’inganno del desiderio, vuota immaginazione che la necessità riempie di contenuti presto assimilati nel processo produttivo. Distruggendo il lavoro che mi opprime, sabotando l’amministrazione del mondo, mi accingo a passare oltre, a guardare che c’è oltre la siepe che chiude la prospettiva dell’orizzonte.

Il progetto che si inoltra fuori dell’abitudine e del condizionamento può sembrare destinato a poco futuro, a volte perfino ridicolo, ma è progetto fiero nello stesso tempo. Ridicolo per la sua vacuità e inconsistenza, misurate sul mondo e le sue coordinazioni, fiero perché scala il cielo, lancia una sfida, arrischia e rinuncia a un piacere accomodante per uno slancio diverso, un appassionato gesto distruttivo. Lascio i patti e le regole e, improvvisamente, il rischio mi piomba addosso. Il mio corpo reagisce, si difende, poi attacca per meglio difendersi.

Occorre che tutto questo coraggio venga da me sottratto alla signoria della volontà, altrimenti è una banale dimostrazione muscolare. Attacco senza volere dimostrare a me stesso alcunché, voglio attaccare come respiro, rifiutare questo mondo e il fare coatto che lo regge, aspirare alla qualità senza volere volere fare tutto questo, senza traguardi da raggiungere o spiegazioni da fornire a qualcuno, sia pure un improbabile referente rivoluzionario privilegiato per le sue (supposte) capacità di capire. Non si tratta di azioni riflesse o involontarie, ma azioni con le quali non voglio dimostrare niente e che realizzo perché le sto mettendo in atto. Il fatto ineludibile che le voglio realizzare non è la mia volontà che mi controlla, questo accade solo quando io sovrappongono alla volontà il mio volere attraverso quello che sto realizzando, cioè: fare un progetto, dimostrare, indicare, rassicurare e rassicurarmi. Questa volontà va messa da parte, aggirata.

Non mi devo fare incantare dalle parole, non sono le uniche porte della conoscenza. Il dolore può essere raccontato, ma viverlo è altra faccenda. La ricerca costa fatica e sofferenza, non fornisce garanzie, non accetta soste e non consente di reclinare il capo. Lo faccio soltanto una volta e sono un ricercatore della domenica, poi ritorno ai giorni della settimana che mi portano l’acquietamento e l’accumulo. Il possesso viene a farmi visita e mi infligge le sue lezioni con cui la mia autonomia respira male. L’ingenuo ribellismo non fa altro che ridipingere le catene.

La teoria della distruzione del lavoro è fondata sulla perfetta intuizione della qualità ma appartiene, in ogni caso, alla coscienza immediata, al mondo del fare coatto. Essa è pertanto contraddittoria e faticosa, non può vantare privilegi o purezze, non può mettersi sotto la protezione dell’assolutamente altro. Esce subito da questa protezione dove è entrata astrattamente e rinnega l’abbandono per la certezza inquieta del fare e del calcolare. Uscendo non accetta il non fare che poi sarebbe una forma neanche tanto subdola del fare.

L’abbandono si deve conquistare, l’ozio come prospettiva non basta. L’amore per il sapere fa restare con i piedi per terra, occorre di più del sapere e del mio amore per la conoscenza. Chi ama la conoscenza può essere banalmente un collezionista. La distruzione è altro. Non taglia fuori ciò che resta, va dietro anche all’incredibile, a quello che mi strappa l’anima e mi porta altrove. La sabbia scorre lenta nella clessidra e il tempo diventa inesorabile, ma non mi impaurisce, sono qua ad attenderlo e guardo al modo in cui posso intuire la fine, figlia della necessità. L’azione non muore, non muore perché non ha vita nel mondo, lo oltrepassa.

L’azione non si trova nella totalità della vita come nella cassaforte di una banca. Essa è interna al fare e non può raggiungersi semplicemente superando le angustie modificative. La contentezza del fare, del fare che si circonda di giustificazioni e scopi, sta in questo contenuto interno non nella completezza inarrivabile. L’eccesso del fare è sempre l’azione, e questa non è un aumento quantitativo del semplice fare. Non è una ricerca dell’assolutezza del fare, ma è l’ammissibilità del sogno che lo vivifica e mi sconvolge. La purificazione non mi appartiene, non la caldeggio come una specie di fare migliore, dico che la qualità sta altrove, ma è anche qui, nel mondo dell’immediatezza. Non cerco condizioni di privilegio, non sono un artista ma un artefice, non creo opere d’arte ma il mondo nella sua semplice e banale condizione di essere là davanti a me, tutti i giorni, in attesa delle mie misurazioni e dei miei controlli.

Nel riflettere sui limiti del lavoro non esco dalla simmetria del dire, solo la passione mi fa accedere, mi purifica facendomi uscire dalla sede del mio produrre, riconoscendomi come colui che ha uno scopo altro. L’accesso a questo scopo è l’abbandono, il fondamento inesistente e privo di forza, non il limite che ritengo valido ma l’illimitato, che non ha interesse alcuno, il segreto sempre diverso della inutilità. Questa mancanza è una presenza diversa, allo stesso modo in cui l’inutilità è nell’utilità, tutto si concatena e si sostiene. Fare e agire non si contrappongono, sono il solito e il diverso, ma si tratta di interpretazioni che colgo mentre sto nella bambagia del mondo. Loro sono legati insieme, si traducono reciprocamente e si trasmettono il senso e la tensione senza mai riuscire a riunificarli. L’attenzione del fare e il disinteresse dell’agire si uniscono inestricabilmente. Eppure l’assolutamente altro è oltre la distruzione del lavoro, anche se questo oltrepassamento non può essere considerato il raggiungimento di uno scopo.

Pensando alla distruzione del lavoro penso a un’arcaicità che non ha logica corrente, quella del prima e del dopo le suona estranea. Tento di spiegare le condizioni del suo apparire come condizioni superiori al semplice fare coatto, ma non ci riesco, continuamente le parole racchiudono il concetto della distruzione nell’ambito di un fine, quel fine che sperimento nel mondo attraverso la sofferenza e l’occlusione del mio destino di fronte al massiccio attacco del lavoro contro di me. Intraprendendo il passo distruttivo, propongo un ora e subito che azzera il mio essere nel tempo, rarefazione di cui non ho cognizione deduttiva, di cui non so descrivere per vie logiche il movimento realizzativo, anche se mi industrio di descriverlo, di localizzarlo per avere un punto di riferimento e farlo conoscere ai congiurati della parola che aspettano come tanti passerotti il verbo comprensibile, conciso e chiaro. So che la qualità a cui posso accedere con la distruzione, del lavoro in primo luogo, partecipa anche alla conoscenza dei dettagli, ma non posso aggredirlo allargando la spiegazione e l’interpretazione di questi ultimi. Nell’avventura distruttiva non c’è un cominciamento su cui poggiare i piedi, sono sempre con in mano gli stessi strumenti che avevo nel fare lavorativo. L’azione nasce dal fare, è decisa nel fare, e qui sposa la quantità che opprime e che rende possibile la distruzione grazie all’abbandono dei frutti accumulati che lascia morire in mezzo alle regole dell’utilità coatta. La decisione di distruggere, se rimane solo un conato della volontà, anche della migliore coscienza rivoluzionaria, resta inascoltata a bamboleggiare nella quotidiana timbratura del cartellino, mentre tutto intorno crescono le occasioni della tristezza. Poi smetto di decidere per darmi forza, la negazione e l’abbandono mi consigliano di alzare il bavero e di affrontare il vento. Non smetto di colpo di servire il mondo e di servirmi delle sue regole, non sono un angelo, so soltanto che qualcosa si muove diversamente, un alito di vento smuove l’atmosfera, è un uragano e non so perché. In un attimo intuisco dove andare, che desiderare, che distruggere dell’immane fantasma del lavoro che mi opprime, mi esalto come di una grande conquista ma non ho niente fra le mani, vuoto e niente, non riconosco i soliti connotati coatti in quello che sento, nel cuore che mi balza in petto. Il mondo mi guarda con occhi diversi. È il momento della distruzione.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: in “Anarchismo”, n. 73, Maggio 1994, pp. 24-33

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Bonanno Alfredo Maria, “La distruzione necessaria”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2003, 332 p., Seconda Edizione

Nota (anche metodologica) per il lettore

La distruzione necessaria è stata scritta di getto nel febbraio 1968. Mille problemi urgevano dentro di me, avvolti nel bisogno di assolutezza che ingigantiva sempre di più. Proprio questo bisogno dettava i limiti del quadro interpretativo: uscire dalle regole, rompere con la sentenza uniformante che mi ospitava, dire questa rottura, dirla al più presto, a qualsiasi costo.

Ogni esigenza è sempre un atto parziale, riflette e si nutre di quello che c’è in casa. L’armamentario giacobino è evidente in questo libro e il lettore deve tenerne conto. L’ideale anarchico è lontano ma non del tutto assente, emergerà più tardi. Mi muovo in quella direzione ma sono ancora portatore della misura rivoluzionaria appresa sui libri.

Principalmente è l’intellighentia che mi affascina, il suo ruolo guida. Dopo tutto sono un dirigente industriale con pruriti rivoluzionari, per il momento non c’è altro. Talvolta, senza sapere come, questa condizione di fondo si fa meno pesante e invadente (sparirà del tutto solo quattro anni dopo). Qualche altra volta è buio fitto. Mille ragionamenti e altrettante considerazioni critiche vengono inghiottiti dalla notte.

Segnare i punti di minore o maggiore distanza dall’anarchismo, dal mio anarchismo maturo, è opera inutile e fastidiosa. Il lettore può assolvere a questo compito, ma è pregato di non tenere conto dei risultati. Quello che può sembrare un colpo in pieno viso si rivela soltanto faccenda scolastica, scenari illuminati dai riflettori della storia, viaggi interrotti nel territorio delle certezze.

Pubblico la seconda edizione de La distruzione necessaria perché il lavoro presenta ancora un certo interesse, se non altro per ricostruire un itinerario di pensiero e di azione. Se quello che siamo è un universo assoluto, mai definibile con precisione, lo è come esigenza, come compito infinito mai completabile, implicito in ogni cosa che facciamo. Restare silenziosi come pesci in un acquario di fronte alle proprie arretratezze, ai conti da pagare con il passato, è vigliaccheria e stupidaggine. Se voglio diventare quello che sono è perché sono di già quello che diventerò. In caso contrario la partita è persa in partenza. Tutti scoprono più o meno presto nella vita che non c’è un percorso lineare da mantenere, ed è il motivo per cui le ricostruzioni del proprio trascorrere dei giorni è sempre un romanzo di avventure, alieno dal riproporre la realtà così come è stata. Ma poi, come è stata veramente la realtà? I momenti che si oppongono a una perfetta ricostruzione sono tanti, esaminandoli risultano essere essi stessi la ricostruzione, processo insufficiente di conoscenza, inevitabile inquinamento e distorsione di ogni certezza pura e semplice. Il ricordo è sventura se visto come coerenza senza pietà.

Il mio essere quello che sono non è mai esplicitato pienamente. Ogni tentativo è rammemorazione, ripresentificazione di un passato che aspira all’avvenire anticipando (e quindi costruendo) il proprio destino. Liberarsi del convincimento che la diversità (la stessa innocua novità) ci è nemica, sradicarlo dal fondo dell’animo di ognuno di noi dove giace indisturbato come una malattia sconosciuta, è il primo passo di questo processo, la porta di entrata. Ogni sillogismo, ben grattato, porta alla luce questa malattia e la paura che le è congenita.

La conquista del potere, il ruolo dell’intellighentia, il valore dei princìpi, il ritorno alla tradizione, sono ancora punti di riferimento che nel mio libro non vengono affrontati criticamente. Lo stesso impulso immediato e violento inteso come bisogno della violenza liberatoria è visto filtrato dalla logica giustificativa, quella stessa logica che qualche anno dopo definirò dell’ “a poco a poco”, la logica mirabilmente ingegnosa dell’aggiustamento e della riproduzione del dominio. La storia che avevo letto, studiato e meditato, era piena di echi nel buio, echi ricordati con terrore dai redattori, echi delle esplosioni di rabbia della povera gente, ma il tutto lo vedevo come deformato dal prisma della guida e della indicazione teorica.

Le unità ideali del passato, pur continuando a ruotare attorno al concetto di potere, cominciano a costituire un riferimento legato al concetto di “distruzione necessaria”. La vita attesta i suoi diritti imprevidenti e ribalta le pretese dei luoghi miserabili e sordidi dell’ideologia dominante. L’occultato viene alla luce e mostra la misera eredità dei postulati non discussi. La nuova presenza sotterranea lavora attivamente, alla lunga emergerà il nuovo punto di riferimento: la rivoluzione dal basso.

Forse una simile ricostruzione radicale non emerge chiaramente dalla scrittura, ma essa era presente nella connessione operativa tra cultura e sentimento, oltre a essere – entro breve volgere di giorni – nell’aria. L’apertura sotterranea di questa connessione produrrà tensioni dapprima inspiegabili poi sempre più evidenti di per sé, mai bisognose di spiegazioni sofisticate.

Ad assistere questa seconda edizione de La distruzione necessaria ho chiamato alcuni studi preparatori e collaterali in grado di fare vedere gli interessi più o meno dichiarati che completavano il quadro dei riferimenti. Il lettore potrà individuare in essi le origini di alcuni temi portanti del libro, ma anche riflessioni abbandonate che in altra sede troveranno opportuno sviluppo.

A parte qualche piccola modificazione formale questa seconda edizione riproduce esattamente la prima.

Una precisazione particolare meritano le pagine titolate: Note riguardanti l’introduzione di Vincenzo Di Maria alla prima edizione. Molto resta ancora da dire riguardo la collaborazione tra me e quest’uomo. Per quasi un ventennio abbiamo lavorato insieme nella stanza piena di ineliminabili ragnatele che costituiva l’ufficio della sua stamperia. Era questa un luogo come dovevano essercene nel Settecento, un punto di riferimento per tutti coloro che avevano qualcosa da dire a Catania negli anni Sessanta e Settanta, e che spinti da questo dèmone finivano per incontrare questo strano omone con un occhio storto, irrimediabilmente storto. Dotato di grandi capacità di scrittura, la nostra collaborazione si fissò ben presto nel mio compito di stilare per tanti lavori alcune note indicative da lui utilizzate poi per redigere testi che a volte firmava da solo, e che a volte firmavamo insieme. Non pubblico qui la sua Introduzione a La distruzione necessaria, ma ripristino il testo originario delle mie “Note”.

L’Introduzione del 1989 è stata scritta nel carcere di Bergamo. I saggi su Machiavelli sono le pagine residue di un libro dal titolo Filosofia di Machiavelli, andato perduto alla fine del 1958. Il saggio su Ortega y Gasset, ultimo di una serie di saggi su alcuni pensatori “reazionari” che penso di pubblicare in futuro col titolo di Studi indecenti, viene qui inserito perché strettamente connesso ad alcune idee di fondo de La distruzione necessaria. Lo studio su La teologia dei primi pensatori greci è la continuazione de Il problema della verità alle origini del pensiero filosofico, pubblicato su “Studi e ricerche”, 1965, pp. 33-48, di cui un rifacimento sostanziale è stato inserito nel primo capitolo del mio libro: Dire la verità [2001], pp. 25-41. Il saggio Analisi della normalità, redatto all’inizio del 1980 nel carcere di Parma sulla base di appunti risalenti al 1967, è stato successivamente riscritto e completato nel 1990 nel carcere di Bergamo.

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Nota dell’Archivio

-La prima edizione venne pubblicata da Studi e Ricerche, Catania, 1968

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Bonanno Alfredo Maria, “I fondamenti di una teoria filosofica dell’indeterminazione”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2015, 336 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione
La presente ricerca è stata condotta, al limite tra filosofia e scienza, su interessi e problemi che, come è naturale, non sempre possono essere sufficientemente abbracciati da un solo ricercatore. Da qui le lacune, eliminabili, almeno me lo auguro, in futuro, ma alle quali ho cercato di porre rimedio, fin d’ora, dedicando un’Appendice alle “Questioni da discutere”, nella quale entrano tutti quei cenni a problemi non affrontati nel testo e che restano vitali e decisivi per un approfondimento della ricerca intrapresa. Spero che dalla lettura dell’Appendice il lettore ricavi uno stimolo di ricerca, per cui potrebbe dirsi concluso lo scopo del mio lavoro, se poi la lettura del testo può aiutare nel portare avanti quella ricerca, la mia fatica non sarà stata del tutto inutile.
La mia ipotesi metodologica si fonda su di una necessità di collaborazione tra scienza e filosofia. Per quanto indigesta possa sembrare ai filosofi e agli scienziati, questa coabitazione non può rifiutarsi, salvo che non si voglia chiudere gli occhi ai problemi che la stessa ricerca scientifica viene proponendo e che sono problemi d’ordine filosofico, salvo che non si voglia ridurre la ricerca filosofica a un gioco tedioso e antiquato, mantenendola ancora sui vecchi canovacci ormai sbiaditi dall’uso.
Questa necessità di collaborazione è provata dallo stesso sviluppo del pensiero moderno, con il suo sottofondo di irrazionalità e con il suo continuo riferirsi a forze di rottura antitradizionali. Il positivismo e l’idealismo hanno entrambi fallito il proprio compito. La scienza moderna ha ridotto le illusioni del primo e la filosofia moderna ha distrutto anche l’ultima fioritura tra le due guerre.
Scomparsa la sicurezza romantica nei destini del mondo, è rimasta l’instabilità, l’insicurezza, la mancanza di garanzia. Su questo terreno hanno lavorato il neopositivismo, la fenomenologia e l’esistenzialismo. Dal loro insegnamento l’uomo ha appreso l’attenzione al proprio perché, all’essere che gli appartiene, ai valori di fondo della sua esistenza, alla misura del rischio e della sconfitta, alla eterna compresenzialità della possibilità negativa.
Ma il significato più recondito, quello che può ancora definirsi come motivo conduttore di tutta un’epoca, resta sempre l’instabilità. In tutti i campi dell’attività umana questa sensazione prende forma e viene analizzata fino a scomparire come sensazione di insofferenza per diventare principio e legge.
L’arte propone questo rifiuto del legame alla realtà, affermando l’inconsistenza di quest’ultima o, in ogni caso, la sua insufficienza a seguire e a valorizzare l’ispirazione e l’interpretazione. Da ciò una penetrazione della conoscenza artistica al di là dell’immediatamente intuitivo, nel pieno riconoscimento dell’instabilità di ciò che apparentemente vuole sembrare ordinato e determinato. In questo modo la narrativa contemporanea sovrappone al tipo ideale del passato il tipo moderno che presenta aspetti della vita di tutti i giorni, anche malsani o sconcertanti. In questo modo l’arte figurativa cerca di arrivare al fondamento della comunicazione percettiva, separando la sovrastruttura dalla infrastruttura del reale, lavorando soltanto su quest’ultima e stabilendo delle relazioni comunicative, affidate nella maggior parte dei casi, ancora al messaggio visivo, ma limitate soltanto al sottofondo infrastrutturale. In questo modo la musica riconosce l’intrinseca libertà e indeterminatezza del contesto musicale, facendone il fondamento dell’armonia. In questo modo la poesia si scioglie dal tradizionale vincolo sintattico e metrico per comunicare l’intima instabilità della sua interpretazione della realtà.
La psicanalisi ci ha fatto conoscere come la fondamentale struttura dell’uomo non sia soltanto razionalità, ma vi giochi un emittente ruolo anche la sessualità, venendosi pertanto a rendere evidenti forti contrasti con una concezione della vita legata a un tradizionale determinismo di fattura razionalisti.
Anche in manifestazioni meno importanti della vita, o almeno non valutabili intellettualmente alla stessa stregua delle precedenti, si manifesta questo stesso sottofondo di instabilità.
Di fronte a questo stato di cose si rendeva necessaria una prima presa di posizione nei confronti della logica tradizionale. In ogni caso andava modificato il vecchio concetto di causalità. L’applicazione di una teoria fondata su relazioni non sempre riscontrabili con misurazioni dirette, o almeno non riscontrabili nella totalità dei termini che le pongono, conduce infatti a una sostituzione del principio di causalità. Una logica di tipo nuovo ci serve pure per potere comprendere il principio fisico di indeterminazione, che altrimenti resterebbe un puro concetto operazionistico e, pertanto, non generalizzabile in casi diversi da quello tradizionale della misurazione contemporanea della posizione e della velocità di una particella atomica.
L’applicazione in filosofia della teoria fisica dell’indeterminazione, trasformata in principio di indeterminazione, dà luogo a una serie di problemi di grande difficoltà che spero di avere almeno delineato con un minimo di compiutezza. Manca ogni riferimento al problema della storia e a quello dell’arte che ritengo sia opportuno trattare in uno studio a parte, proprio perché presentano interessi di ordine specifico, particolarmente se portati a un notevole grado di approfondimento.
La novità dell’argomento, la difficoltà di giungere alla conoscenza dello stato attuale della ricerca scientifica, la stessa nebulosità della riflessione filosofica contemporanea, possono essere tenute presenti come limiti, a volte insormontabili, del mio lavoro, sebbene non possono, ovviamente, considerarsi come scusanti alle mie imprecisioni o manchevolezze.
Catania, 7 gennaio 1968
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-La prima edizione venne pubblicata da Studi e Ricerche, Catania, 1968

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