Vermeij Eef, “Bibliography of Western Language Pubblications on Asian Anarchism”

Amsterdam, 2015, 96 p.

Introduzione
Questa è la seconda – e da tempo attesa – stesura della “Bibliography of Western Language Pubblications on Asian Anarchism” (prima stesura 2006). Rispetto alla prima stesura questa seconda edizione ha più che raddoppiato le voci (169 contro le attuali 374). Le premesse sono rimaste più o meno le stesse: fornire una panoramica della letteratura disponibile per i non addetti ai lavori sull’anarchismo in Asia. L’obiettivo principale della bibliografia era quello di concentrarsi sulla localizzazione dei movimenti più che fornire una panoramica esaustiva dei testi prodotti dai singoli membri di tali movimenti. Non che qui non ne troverete (e sarò l’ultimo a dire che sono stato molto conseguente in questo sforzo). Quindi se, per esempio, state cercando una panoramica di tutti i testi di Ba Jin in inglese o in francese, devo deludervi (potreste provare con Olga Lang o Angel Pino). Non ho ancora letto molto sulla sua posizione, ma molti anarchici contesteranno che possa essere etichettato come anarchico. Allo stesso tempo, se gli autori, per qualsiasi motivo, lo considerano un anarchico, o influenzato da qualche idea o pratica anarchica, allora per il momento è dentro. Per questa edizione ho iniziato a consultare diverse riviste anarchiche per trovare voci sull’anarchismo asiatico (soprattutto Cina e Giappone), ma mi mancava il tempo per farlo in modo approfondito. Spero di migliorare questo aspetto nella prossima edizione (solo Mother Earth e il Bulletin de l’Internationale Anarchiste sono stati esaminati completamente). Inoltre, non ho ancora esaminato sistematicamente gli archivi degli anarchici o di altri che sono stati in contatto con gli anarchici asiatici (ancora una volta si trattava soprattutto di Giappone e Cina) per vedere se ci sono materiali utili, soprattutto lettere e ritagli. Mi riferisco agli archivi di Max Nettlau, Pierre Ramus, Emma Goldman e Alexander Berkman, alla rivista Freedom e così via. In questa edizione ho anche inserito altri link a testi citati nella bibliografia. E come è nella natura delle bibliografie, non sono mai finite. Già alla chiusura di questa ho trovato nuove voci e le includerò in una futura terza edizione.

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Nota dell’Archivio
-Libro in Inglese

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Garcia Victor, “Museihushugi. Breve storia del movimento anarchico giapponese”

Edito da Collana Vallera, Iglesias, 1976, 144 p.

Introduzione
La rivoluzione industriale arrivò molto tardi in Giappone. Fu il risultato logico di una politica di totale isolamento che bloccò l’arcipelago per tre secoli. Mentre il mondo si scopriva geografica­ mente, si scrollava il medioevo e si gettava nell’avventura della macchina inaugurando la produzione massiva a spese di una nuo­va classe: il proletariato, il Giappone, con i porti chiusi al mondo, viveva in un regime feudale, di casta, sostenuto esclusivamente da un’agricoltura intensiva, come quella conosciuta da Francesco Javier al suo sbarco nell’Impero del Sol Levante nel 1549. Quando nel 1853 il comandante Perry inaugurò con le can­nonate delle moderne navi da guerra statunitensi, le comunicazio­ni col Giappone, si scoprì una triste realtà: la evidente arretratezza nei campi della tecnica, dell’educazione, del commercio, dell’industria, della politica, della medicina, del trasporto… Fu allora che, a marce forzate, l’imperatore Meiji diede al suo impero tutte le più avanzate innovazioni dell’Occidente. Per ottenere ciò, non esitò ad assumere in forma massiccia tecnici e scienziati stranieri ed a mandare, parallelamente, grossi contin­genti di studenti giapponesi nei paesi industrializzati dell’Europa e del Nord America. Prima che il secolo XIX finisse, il Giappone aveva già uguagliato il livello del mondo industriale e moderno ed aveva inoltre vinto la sua prima guerra internazionale contro la Cina, la fornitrice più ricca e più vicina di quelle materie prime di cui un Giappone industrializzato e mancante di esse aveva biso­gno. Di genuinamente originale niente o poco potè utilizzare il Giappone che si potesse adattare al grosso cambiamento che si sta­ va compiendo. Le macchine, i mezzi, le tecniche di produzione e di commercio, il sistema di lavoro, la istruzione primaria e supe­riore, tutto era una copia fedele di Manchester, della Ruhr, di Pit­tsburg e persino il suo stesso sistema di repressione poliziesca era fedele modello di quello tedesco. Il Mikado non prese alcuna iniziativa per quanto riguarda ciò che in Europa ed in America costituiva parte integrante, indisso­lubile ed inerente del sistema: le forme di dottrina sociale, frutto della rivoluzione industriale; ma le correnti rivoluzionarie si in­stallarono in Giappone con la stessa velocità dei complessi industriali, dei tecnici e degli istruttori. L’unica differenza fu che men­tre questi entravano in Giappone dalla porta degli invitati, i germi rivoluzionari entravano nel paese dalla porta di servizio. Lungo tutto il lavoro che segue si noterà un visibile sforzo per dimostrare che in Giappone è sempre esistita, come in tutti i paesi che hanno basato sulla coltivazione della terra le fondamenta del loro sistema economico, un’anima genuinamente libertaria. Allo stesso modo, e questo non abbisogna di esempi concreti, lo spirito di ribellione è sempre stato presente nell’animo degli op­pressi. Tutto ciò, tuttavia, non aveva molti sbocchi rispetto a tut­to il sistema, massicciamente importato, per cui si giustifica, nel campo avverso, la importazione, pur’essa massiccia, delle idee rivoluzionarie. Per quanto riguarda l’anarchismo, nonostante l’originale fi­gura di Ando Shoeki, il William Godwin giapponese, gli anarchici nipponici lo hanno assorbito, praticamente tutto, dai teorici dell’anarchismo europeo. Kotoku ed Osugi, le due più importanti colonne dell’anarchismo in Giappone, nonostante la loro intelli­genza ed il loro spirito creativo, preferirono immergersi nella tra­duzione dei testi di Kropotkin, di Bakunin, Proudhon, ecc. nei quali l’ideale era già ordinato, discusso ed approvato, piuttosto che far ricorso al lungo travaglio di un’esposizione originale degli ideali libertari. Lo stesso vocabolo « anarchismo » venne assimilato cosi com’era, allo stesso modo che la maggior parte di quelli introdotti nel paese — macchinari, tecnicismo, sistema metrico decimale, scienza, istruzione, sistema politico, ecc. — venivano accolti col nome del luogo d’origine. Al rivoluzionario occidentale è stato sufficiente ricorrere alla fonte della nostra cultura, la Grecia, per confezionare, come fece Proudhon, con una radice ed un prefisso, il nome dell’ideale libertario: anarchismo. Il giapponese, per definire un corpo di dot­trina sociale che neghi la autorità, ha bisogno di cinque segni ideografici: Mu, che significa assenza, sei, che vuol dire politico, hu, per la parola organismo, shu, per principio egi, che denota un -ismo di modo che tutta la parola, per il purista di linguistica, sarebbe « museihushugi » la vera accezione per designare l’anar­chismo in giapponese, per cui di rado si è soliti usare, nei testi anarchici del Giappone, questo lungo vocabolo. L’anarchismo in Giappone ebbe un’epoca eroica che, crono­logicamente parlando, potremmo collocare tra gli anni 1903 e 1937. Il lettore troverà, nelle pagine che seguono, la storia di un movimento di puri, di mistici e di martiri, il cui corrispondente difficilmente potremmo trovare in altre coordinate geografiche. Essere anarchico, in Giappone, fino alla catastrofe della seconda guerra mondiale, era una condanna a morte potenziale. Un pro­fessore della Facoltà di Economia dell’Università di Tokio, N. Morito, che ebbe la ventura, nel 1920, di scrivere uno « Studio del Pensiero Sociale di Kropotkin », nonostante non fosse nem­meno un simpatizzante del movimento anarchico giapponese, venne condannato ad un anno di carcere e gli fu precluso, per l’avvenire, di esercitare la sua professione di insegnante. Il primo massacro « legalizzato » contro l’ideale libertario, ebbe luogo il 24 gennaio 1911 quando dodici anarchici furono im­piccati per il delitto di lesa maestà. La polizia e l’esercito organizzarono quella che venne definita la grande Rivolta (Dai Yaku Jiken), con lo scopo di sbarazzarsi delle figure più in vista del movimento anarchico, appena all’inizio ma già incalzante. Il fatto eb­be risonanza internazionale poiché, tra gli impiccati, v’erano un medico, uno scrittore, due giornalisti, un sacerdote buddista, un funzionario, due proprietari, un commerciante, operai, studenti e contadini, il che dimostrava la falsità dell’accusa. Una diversità di professioni tanto evidente era assolutamente incompatibile con la finalità che, secondo la polizia e l’esercito, gli accusati si erano proposti. Si ebbero pure molte condanne al carcere. Di questo ci rinnovano il ricordo le agenzie internazionali di informazione che, in un cablo del 16 gennaio 1975, annunciano la morte di Seima Sakomoto, una delle vittime della Grande Rivolta, condannato al carcere e morto quello stesso giorno, ad 87 anni d’età. All’assassinio collettivo del 24 gennaio 1911 ne seguirono molti altri. Emerge, sugli altri, quello che ebbe luogo i primi gior­ni del settembre 1923 quando vennero attribuiti agli anarchici ed ai coreani gli incendi e le devastazioni che seguirono il tremendo terremoto del 1° settembre. In quell’occasione fu impossibile dare una cifra esatta degli anarchici caduti. Infine, quando il 7 luglio 1937 il Giappone dichiarò ufficialmente guerra alla Cina, la re­pressione contro gli anarchici superò, in ferocia, tutte le prece­ denti. Si dovette attendere la fine della Seconda Guerra Mondiale per conoscere l’esatta situazione dell’anarchismo giapponese. Sorprendentemente, qualche libertario era sopravvissuto, pri­ma alla repressione della polizia e dell’esercito, e poi, al disastro del conflitto mondiale. Una nuova era si prospettava per l’anarchismo in Giappone ed il 12 maggio 1946 i libertari giapponesi si organizzavano di nuovo. La Federazione Anarchica Giapponese cominciava il suo lavoro. Questo scritto cerca di essere un primo apporto di maggior profondità rispetto agli articoli che con una certa intermittenza compaiono nella stampa anarchica internazionale intorno alla sto­ria dell’anarchismo in Giappone. È un contributo a questa storia che rimane tanto sconosciuta agli anarchici dell’Occidente. Come abbiamo sottolineato all’inizio di questa introduzione, il giapponese ha continuamente bevuto alle sorgenti dell’Occiden­te. La nostra storia, la nostra cultura, le nostre idee sono state se­guite, dal giapponese, senza scosse nel suo cammino. A noi anar­chici d’Europa e d’America è mancato il desiderio di reciprocità che ci avvicinasse maggiormente agli anarchici dell’Estremo Oriente. Si conosce pochissimo sulle lotte anarchiche, sulle polemiche sostenute per lo scontro di interpretazioni opposte, sulle necessità e sulle inquietudini di quelli che, agli antipodi, pensano che la umanità debba scrollarsi di dosso il giogo dello Stato ed ab­ bracciare l’ideale che maggior libertà porta in sé.

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Scalapino Robert A., Yu George T., “L’anarchismo in Cina. L’altra faccia della rivoluzione cinese cancellata dal regime di Mao”

Edito da Galzerano Editore, Casalvelino Scalo (Sa), 1982, 184 p.

Se sulla Cina si sa poco, sull’anarchismo cinese se ne sa ancora di meno anche se ha dato un contributo note­ vole alla causa rivoluzionaria e prima ancora che si par­lasse di comunismo in Cina le idealità anarchiche erano largamente conosciute ed apprezzate. In tanti si sono formati alla meravigliosa scuoia dell’anarchismo, per poi allontanarsene e percorrere altri sentieri politici, lo stesso Mao Tse-Tung ammise che in gioventù era stato — come tanti — grandemente influenzato dall’a­narchismo. Nei primi decenni del secolo il pensiero anarchico ebbe una larga diffusione all’interno della muraglia cinese e rappresentò un preciso ed insostituibile punto di riferi­mento per il movimento di protesta intellettuale e so­ciale cinese. Furono tradotte e ampiamente diffuse le opere dei pensatori anarchici dell’occidente e in molti si abbeverarono a questa fonte purissima del pensiero rivoluzionario, elaborando le basi ideologiche che più tardi porteranno alla nascita della Cina moderna. La penetrazione anarchica fu favorita in particolare dai gruppi studenteschi che dalla Cina andavano a studiare a Parigi e vivevano in assoluta coerenza con le proprie idee mantenendo stretti legami con la realtà cinese. Questo libro colma una lacuna nel campo degli studi sulla Cina pre-comunista e ci fa conoscere l’altra fac­cia della Cina, sconosciuta e seppellita nei sotterranei meandri della memoria politica, perché la storia ufficiale del regime comunista tace volutamente dell’apporto de­ terminante e decisivo degli anarchici e ci offre — allar­gando al contempo la nostra conoscenza delle sue radici politiche — una nuova dimensione alla comprensione e alla conoscenza della Cina contemporanea, presentandoci i giovani anarchici cinesi impegnati nel lavoro, nello stu­dio, nella propaganda perché convinti fautori della ne­cessità dello sviluppo scientifico e culturale come carat­teri propri dell’« uomo nuovo ». La vittoria comunista ha avuto interessi a cancellare, con il proprio rullo compressore, l’insegnamento anar­chico e questo libro ci testimonia come alcune delle norme etiche che regolano la vita cinese odierna tragga­ no origine dalla posizione degli anarchici e racconta al­tresì di una rivoluzione libertaria ed egalitaria in cam­mino soffocata dal potere rosso, che ha poi creato fe­nomeni aberranti come la deificazione dei dirigenti e il culto della personalità. E’ un libro da leggere perché oltre a farci conoscere la Cina ci fa riflettere e meditare su tante vicende politi­ che e sociali legate alla storia della Cina e del mondo, ai problemi del progresso civile e della libertà dei popoli.

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Note dell’Archivio
-Originale “The Chinese Anarchist Mo­vement,” Center For Chinese Studies.Institute of International Studies, University of California, Berkeley, U.S.A., 1961
-Traduzione dalla versione spagnola: “El movimiento anarquista en China”, Tusquets editor. Barcellona, Spagna, 1975

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Damier Vadim, Limanov Kirill, “Anarchici e radicali di sinistra in Mongolia e Tuva (1910-1920)”

2021, 20 p.

Estratto
Già dalla metà del XIX secolo, il territorio della Mongolia servì ai rivoluzionari russi di tutte le direzioni, compresi i Narodnik, e poi anche i socialdemocratici e gli anarchici, come un rifugio sicuro e una zona di “transito” per gli emigranti in Cina Gruppi anarchici operarono dal 1906 nella regione russa del Transbaikal. Tuttavia, qualsiasi influenza degli anarchici sulla popolazione della Mongolia e della Tuva durante questo periodo non è tracciata. Le attività degli anarchici nei territori della Mongolia e della Tuva sono legate, prima di tutto, agli eventi della Grande Rivoluzione Russa del 1917-1921. Durante la guerra civile in Russia (1918-1922), questi due paesi si trasformarono in un terreno di confronto tra le formazioni armate dei “rossi” e dei “bianchi” russi, dei distaccamenti militari cinesi e mongoli.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione dalla versione inglese “Anarchists and left radicals in Mongolia and Tuva (1910s – 1920s)”. Originale: Анархисты и левые радикалы в Монголии и Туве (1910-е – 1920-е гг.), 2015

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Irèos, “Una colonia comunista”

Edito da Biblioteca della Protesta Umana, Milano, 1907, 40 p.

Prefazione di Oberdan Gigli

Incauti o generosi uomini allucinati da una speranza o fanatizzati da un imperativo morale, cercano – fra la grandezza di una società complessa ed opprimente – creare i “nucleoli” o i “tipi” della società ventura. Nè si avvedono di dovere alla società da essi odiata tutto il loro patrimonio di cognizioni e di sensazioni. Essi, in uno scatto di insana protesta, rinnegano le origini e ritornano alla natura vergine, a “rifarsi”. Ma, la fatica più di essi forte dimostra che non si arretra impunemente, che il progresso è un continuo sviluppo di attività, che la realtà è al di sopra di tutte le teorie e di tutti i sentimentalismi. Pur anco ideato da Rousseau o sostenuto da Tolstoi o tentato dagli sperimentatori anarchici è folle il “ritorno alla natura”. Solo gli ascetici o gli artisti possono felicemente compiere tale prodigio: ma gli ascetici vi ritornano con un procedimento di castrazione e risultano ai posteri quali pazzi o quali deficenti, e gli artisti vi giungono con altro procedimento: esaltati dalle visioni di arte superano sè stessi e innalzano sul Maloja il tempio immortale fatto di una gloria di luce e di colori. Ma socialmente parlando noi non vogliamo nè dobbiamo essere asceti, e non siamo nè possiamo ritenerci artisti. Dopo la nostra ideazione politica che discende da una critica irriverente di tutte le religioni e di tutte le morali; dopo il diniego più fiero d’ogni concetto cristiano di rinunzia, di rassegnazione, di povertà; dopo la conseguente illazione di una società che permetta la completa manifestazione dell’energie individuali pel massimo soddisfacimento degli umani bisogni; dopo tutto questo largo canto alla bellezza, alla libertà, alla gioia noi non possiamo diventar cenobiti e rinchiuderci in una piccola sfera di relazioni a mangiar pane e ideale.
Il romanticismo è troppo vieto e il pane è troppo poco, così come il “pane dell’anima” dei buoni cattolici. Solo un’aberrazione mentale può far credere possibile una colonia anarchica e solo un grande dolore può indurre un uomo comune alla solitudine. Un sentimento di diserzione dalla vita conduce gl’illusi al cenobio: per essi il concetto trascendentale d’Iddio è soppiantato dal trascendentale concetto della Libertà: essi vivono col loro iddio. Ma nella società ben altre battaglie si combattono, ben altri esempi occorrono. Gli uomini che sono esuberanti d’energia, che vogliono intensamente godere, si gettino nella lotta contro l’ignoranza e le viltà umane, contro l’oppressione dei grandi fantasmi: da Iddio, allo Stato. Allora solo potranno intravvedere una società libera e potranno dirsene i creatori. Ma non rinneghiamo la realtà della vita sociale, non disprezzino la civiltà, solamente perchè è denominata “borghese”.
Noi siamo figli della borghesia e nel nostro processo ideativo le influenze borghesi sono immense: noi le dobbiamo la possibilità della nostra dottrina e – più – del nostro movimento. Essa borghesia ci ha dato l’industria, l’agricoltura, il commercio grandi: essa ha creato nuove ricchezze, ha accentrato i pubblici servizii, ha gettato il proletariato nella gerarchia direttrice dei grandi istituti e delle grandi industrie; così che il proletariato impara la gestione della ricchezza: essa ha unito per simpatia e per interessi le più lontane regioni ed ha fatto vibrare al di sopra di noi l’elettrico quale vincolo di pace: essa – infine – dottrinalmente ci ha trasfuso la tendenza dell’individualismo e del decentramento amministrativo. Quando il proletariato saprà gestire la ricchezza comune e dalla lotta avrà ereditato il concetto della dignità, dell’indipendenza, della solidarietà, esso sarà padrone dei proprii destini. La società che dovrà risultarne sarà costituita da relazioni e rapporti potenziali o mutui fra istituti, fra corporazioni, fra individui. Sarà un fatto consequenziale, sarà un prodotto della società dell’oggi, sarà la natural genitura della Vita che tende all’espansione e alla libertà; ma non sarà utopia. Non sarà utopia perchè nessuno definisce esattamente oggi come sarà il domani, perchè si ammette che la teoria dovrà assoggettarsi alla realtà delle cose e alla possibilità, perchè la nostra dottrina è – forse – semplicemente l’affermazione di tendenza… Solo i pazzi – incauti o generosi – possono sperar di creare la società nuova o il tipo astraendosi dalle condizioni dell’ambiente. Essi non produrranno che il caso di spregevole egoismo di un Fortuné o il fenomeno di erotismo patologico della “Colonia Cecilia” senza poi che tali fatti morbosi siano esaltati nè da una grande passione, nè dal creatore fuoco dell’arte.

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Nota dell’Archivio
-Irèos era uno pseudonimo usato da Nella Giacomelli

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Crump John, “Il movimento anarchico in Giappone 1906–1996”

2020, 72 p.

Introduzione
Non molti giorni or sono ci è capitato sotto mano quest’opuscolo, scritto dal britannico John Crump, sul movimento anarchico giapponese, riedito dalla federazione comunista anarchica giapponese nel ‘96. Abbiamo pensato subito che potesse essere un buono spunto per informarsi su ciò che compagne e compagni facevano in altre latitudini del mondo, ribaltando per quanto possibile un eurocentrismo molto presente nell’informazione e nella storiografia anti-autoritaria “di movimento”. Come ogni buon libro di approfondimento storico, non pretende di asserire verità o di indicare le linee da seguire, e molto spesso- a partire dall’introduzione dei/delle compagnx- ci siamo trovatx a “storcere il naso” su alcune prese di posizione. Malgrado questo crediamo possa essere un buon contributo per la riscoperta di storie che verrebbero altrimenti seppellite. Buona lettura. Prefazione

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Nota dell’Archivio
-Traduzione di “The Anarchist Movement in Japan, 1906–1996”, versione cartacea edita da Pirate Press, Autunno 1996; la versione elettronica è dell’estate del 1998

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Alla canna del gas

Gennaio 2018, 20 p.

La vicenda del gasdotto che ENI e SNAM vogliono erigere lungo tutta la catena appenninica è pressoché sconosciuta anche fra coloro che lottano contro la civilizzazione e contro le mostruosità con cui il capitalismo ogni giorno avvelena le nostre vite. Vorremmo cominciare a parlare di questo tema, non per fare la solita lagna cittadinista, ma per stimolare la giusta rabbia. A rendere difficile la trattazione dell’argomento ci hanno pensato i “capoccioni” della Snam che contribuiscono a fare confusione. In effetti questo “coso” non ha nemmeno un nome. L’appellativo istituzionale dell’opera è Rete Adriatica. Un nome ufficiale che non dice nulla, dato che il gasdotto passerà per l’Appennino e non per il mare. Non che se fosse passato altrove sarebbe stato meglio, per quanto ci riguarda. Per rovesciare la mistificazione in piena neo lingua orwelliana che gli stregoni del metano cercano di instillare, pensiamo sia giusto chiamare il “coso” gasdotto Snam, così che sia chiaro sin da 8 subito chi sono i responsabili di un’opera tanto nefasta. Il potere non è qualcosa di fantasmagorico, ci sono i responsabili: hanno un nome e un indirizzo. Nel caso di specie si chiamano ENI, la multinazionale della morte che in tutto il mondo innalza la bandiera dell’italico imperialismo, e SNAM, la grande ditta nazionale che si occupa delle arterie energetiche con cui alimentare la mega macchina industriale nella Penisola. Il progetto del gasdotto Snam è precedente al più noto Tap. In origine prevedeva di portare al nord il metano dal previsto rigassificatore di Brindisi. Ormai è invece del tutto integrato al gasdotto Tap e, nei progetti cancerogeni dello Stato italiano, dovrebbe essere la naturale prosecuzione dell’autostrada del gas che dall’Azerbaigian porterà il prezioso nutrimento energetico per l’industria europea, passando per il Salento e attraversando l’Appennino. Non esageriamo se ci permettiamo di dire che si tratta di una delle opere più gravi partorite dalle menti perverse degli scienziati della morte. Un impianto lungo quasi 700 km, che in maniera originale anche rispetto a precedenti “grandi opere” questa volta attraverserà una catena montuosa “in verticale”, da sud a nord. Settecento km di scavi nel cuore delle nostre montagne. Un cratere di un diametro di 40 metri imposti per legge come servitù permanente, per ragioni di sicurezza. Insomma una autostrada di 40 metri che per 700 km taglierà boschi, scaverà rocce, attraverserà fiumi. Un impatto devastante sarà dato dalle centinaia di nuove strade che verranno edificate per raggiungere i luoghi ameni dove si svolgeranno i lavori. Strade che prevedono l’attraversamento di camion pesanti e mezzi di lavoro. E che in buona parte rimarranno per sempre, per agevolare la manutenzione e per raggiungere il gasdotto nel caso di incidenti che richiedano interventi straordinari. Non amiamo insistere sui dati tecnici, che spesso diventano materiale di scambio nelle trattative fra lo Stato e i riformisti, ma per questa volta alcuni elementi dobbiamo sciorinarli necessariamente affinché ci si renda pienamente conto della pericolosità di un’opera da impedire con ogni mezzo. Per esempio, il territorio interessato è da sempre soggetto a terremoti. Nell’Appennino c’è un grosso terremoto – un terremoto “da 300 morti”, per usare categorie non scientifiche ma umanamente comprensibili – ogni tre anni, in media. Costruire un gasdotto in un territorio del genere è un grave pericolo per la natura e per gli umani che vivono in queste montagne. Il gasdotto infatti passerà in città come Sulmona, L’Aquila, Norcia, Foligno, ben note alla cronache. Non c’è ovviamente alcun dibattito né alcun appello alla ragionevolezza da fare con coloro che hanno come unico parametro il profitto. Se citiamo questi elementi è solo per comprendere e incazzarci; per agire. L’unica lingua che capiscono i burocrati dello Stato, i manager delle multinazionali, i loro protettori armati, è la forza. Un gasdotto di settecento chilometri è una mostruosità. Ma settecento chilometri di lavori sono anche un punto di debolezza. Con l’azione diretta possiamo farli impazzire. Purtroppo però con le lotte risorgono anche i vecchi parassiti della politica. Come gli zombi negli horror di serie B degli anni ’80, certi professionisti dell’ecologismo riformista si rialzano ogni volta che credi di averli eliminati. E così si parla di “coordinamenti”, fronti democratici e popolari, assemblee cittadine. Luoghi dove, redivivi, ti ritrovi i professionisti del monologo, i presenzialisti, coloro che hanno il portafoglio abbastanza gonfio e l’agenda abbastanza vuota, da potersi permettere di partecipare a tutte le assemblee in tutto l’Appennino e anche giù fin nel Salento, dove parlamentare e far passare la propria linea. Proprio perché pensiamo che il gasdotto Snam sia qualcosa di troppo grave per essere lasciato in mano alle miserie della politica, per informare su un tema poco conosciuto, ma soprattutto per discutere su come combattere questo progetto, nelle prossime settimane incontreremo in diverse città le compagne e il compagno che dall’Umbria hanno scritto l’opuscolo “Alla canna del gas”. Un’analisi, a partire dalla Valnerina, sul gasdotto Snam, sui capitalisti che lo vogliono, e sullo stato di salute dei movimenti che sostengono di combatterlo.

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Mumford Lewis, “In nome della ragione”

Edito da Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea, 2016, 160 p.

Le conquiste della tecnica e una certa meccanizzazione dell’esistenza hanno condotto a esaltare la tecnologia come esempio di razionalità perfetta, oggettiva e priva di errore. Ma la ragione della macchina è diversa dalla ragione umana, e pensare che il progresso tecnologico non riguardi anche la sfera spirituale significa aver capito ben poco della ricchezza presente nell’animo di ogni individuo. Soltanto in nome di una ragione liberata da questo equivoco è possibile riappropriarsi della fonte stessa di tale ricchezza: l’amore, l’unico elemento in grado di ricomporre la frattura che ha separato ragione ed emozione e di restituire senso a una tecnologia altrimenti senza scopo e significato. Ed è proprio questa la sfida nella quale, secondo Mumford, si gioca il destino dell’uomo moderno e in definitiva della nostra specie.

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Note dell’Archivio
-Traduzione dall’originale “In the Name of Sanity”, Harcourt Brace and Company, New York, 1954
-Prima edizione italiana: 1959
-Nel libro viene riportata la seguente “Nota ai testi”:
–La tecnica e il futuro della civiltà occidentale fu pronunciato in occasione del centenario dell’American Association for the Advancement of Science nel settembre del 1948.
Specchi di violenza fu pubblicato per la prima volta con il titolo Specchi di un violento mezzo secolo nel «New York Times Book Review» del 15 gennaio 1950.
–Rinnovamento delle arti fa parte di una serie di conferenze tenute all’Università di Pennsylvania nell’aprile del 1950, con il titolo Dalla rivolta al rinnovamento, e venne pubblicato per la prima volta in The Arts in Renewal, University of Pennsylvania Press, 1951.
–Elementi irrazionali nell’arte e nella politica è un discorso pronunciato alla Corcoran Gallery a Washington nel gennaio del 1954, sotto gli auspici dell’Institute of Contemporary Arts e della Phillips Gallery e venne pubblicato per la prima volta nella New Republic del 5 e 12 aprile del 1954.
–L’ascesa di Calibano e I poteri di Prospero vennero pronunciati in una versione lievemente abbreviata al Brooklyn College (The Franklin Matchette Foundation Lectures) il 3 e il 4 marzo del 1954. La prima conferenza venne pubblicata nell’estate del 1954 nella Virginia Quarterly Review.

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Bayer Osvaldo, “Severino Di Giovanni. C’era una volta in America del Sud”, “Severino Di Giovani. L’idealista della violenza”

Edito da Edizioni Collana Vallera, Pistoia, 1973, 263 p.
Edito da Agenzia X, Milano, 2011, 253 p.

Introduzione di Dando Dandi (1973)

Sono pienamente cosciente del fatto che trattando di Severino Di Giovanni, io calco un terreno estremamente delicato, suscettibile di urtare la sensibilità dei compagni pacifisti ad oltranza, specialmente oggi in cui il problema della violenza viene, dalla maggioran­za degli anarchici, ridotto e contorto ai minimi termi­ni della moralità cristiana e ai concetti francescani della rinuncia individuale e collettiva.
Intendiamoci bene: io non sono per la violenza per se stessa. Aborro la violenza repressiva dello stato adot­tata a scopo di dominio e di potere per schiavizzare i popoli per sfruttare i diseredati, per scatenare le guer­re e le distruzioni universali. Mi riferisco alla violenza difensiva dei proletari quale diritto sacrosanto degli oppressi per proteggersi dalla violenza organizzata del­la società per mantenere i privilegi dei dirigenti del mondo capitalista e delle classi dominatrici. Insomma, la violenza inevitabile dei diseredati e degli oppressi per difendersi dalla violenza brutale dei tiranni, riconosciuta dai nostri maestri da Bakunin a Malatesta quale diritto inalienabile degli schiavi per contrapporre la violenza liberatrice alla violenza dei suoi carcerieri. Perciò è impossibile concepire la rivo­luzione sociale senza violenza.
Nel discutere la violenza quale metodo di espro­priazione anarchica della proprietà per usarla per il movimento — come è appunto il caso di Severino Di Giovanni — è quasi impossibile ragionare con i pacifi­sti, stante molti esperimenti negativi da Ravachol ad oggi, e anche perchè alcuni anarchici fingono di di­menticare che la proprietà è un furto. Osvaldo Bayer, autore del libro di cui parliamo in questo articolo definisce Severino Di Giovanni l’idealista della violen­za, ciò che descrive in modo preciso la filosofia, l’azione del Di Giovanni. A proposito non è male ricordare che gli avvenimenti sociali di questi ultimi anni nel Sud America, nell’Argentina, nel Brasile, nell’Uruguay che la violenza disperata dei ribelli concentrata nel rapi­mento di personalità borghesi influenti offre dei risul­tati concreti e non astratti come le dimostrazioni con­tro la guerra nel Vietnam che non impediscono allo Stato di continuare le imprese criminali nell’Asia e al­trove. Un conto è ammazzare milioni di persone nelle guerre con crudele disinvoltura come sistema di domi­nio per la salute dello Stato in quanto le moltitudini umane rappresentano semplicemente delle pedine ina­nimate mosse sulla scacchiera della politica del pote­re; ma è un altro conto per i tiranni morire ammazzati essi stessi nella tragica constatazione che la guerra sociale cruenta e sanguinaria è penetrata in casa pro­pria, nel seno delle loro famiglie. Severino Di Giovanni voleva diventare maestro elementare, ma non completa gli studi e nel 1923 lascia la nativa Chieti per recarsi in Argentina dove la sua dinamica personalità si rivela subito nelle dimostrazio­ni antifasciste e nelle attività del movimento anarchico come scrittore e oratore non comune. Apprende il mestiere di tipografo e si fa una cultura leggendo le ope­re di Proudhon, di Bakunin, Reclus, Kropotkin, Malatesta, Stirner, Nietzsche, Nettlau e altri e presto pubbli­ca il periodico anarchico « Culmine » che egli scrive, stampa e distribuisce da solo con l’aiuto graduale di un gruppo ristretto di amici. Collabora con il settimanale anarchico di New York, L’Adunata dei Refrattari, e con il mensile iconoclasta di San Francisco, l’Eman­cipazione, con i quali ravvisa delle incoraggianti affi­nità ideologiche.
Nel 1926 viene arrestato la prima volta durante una dimostrazione antifascista al teatro Colon e si di­chiara anarchico. Per l’anarchico Di Giovanni la que­stione sociale si presenta di una chiarezza lapalissiana: la borghesia domina con la violenza repressiva dello Stato e delle istituzioni capitaliste e il modo più logico e più proficuo è di combattere la borghesia con la vio­lenza anarchica contro la violenza capitalista,- giacché le dimostrazioni, i comizi, le proteste contano un fico secco, Di Giovanni consiglia gli anarchici di attacca­re la borghesia con le armi alla mano.
Nel maggio 1926 una bomba scoppia nei locali del­l’ambasciata degli Stati Uniti a Buenos Aires e Di Gio­vanni è arrestato, la sua abitazione perquisita e libri, carte e giornali asportati, sua moglie e i suoi figli mal­menati dai poliziotti.
In questo frattempo Di Giovanni fonda la casa edi­trice « Culmine » con lo scopo di pubblicare e divulga­re letteratura anarchica, e gli anarchici notano nei suoi articoli una serietà, una maturità politica, una consa­pevolezza anarchica non comune che molti vecchi compagni attribuiscono a Aldo Aguzzi, l’anarchico italiano più conosciuto nel Sud America. Pertanto, Di Giovanni fa conoscenza negli uffici del giornale « La Antorcha » con i fratelli Scarfò, Alessandro e Paolino, due giovani anarchici la cui vita rimarrà strettamente collegata con le vicende tragiche della lotta anarchica del Di Gio­vanni fino alla morte e la cui sorella, Josefìna, sarà amante appassionata di Severino.
Nell’agosto 1927, durante l’esasperata agitazione per Sacco-Vanzetti, degli attentati dinamitardi avvengono a Buenos Aires al monumento di Washington, all’agenzia automobili Ford e altri luoghi della città; la polizia fa una retata di anarchici ma questa volta Di Giovanni si rende latitante. D’ora in poi egli sarà braccato e perseguitato dalla polizia non solo a Buenos Aires, ma a Rosario, a Cordova e in altre città.
Le esplosioni si susseguono a Buenos Aires nelle banche, nella sede del consolato italiano, nei locali del­le ditte statunitensi con morti e feriti; le autorità, i giornali, l’opinione pubblica sono allarmati e attribui­scono tutti questi fatti dolorosi a Di Giovanni nella cui mente si va rapidamente maturando un piano d’a­zione vagheggiato nella sua adolescenza. Egli pensa con profonda tristezza ai sacrifìci immensi compiuti dagli anarchici per pubblicare dei giornali, degli opu­scoli, dei libri, per la propaganda rivoluzionaria; la sua m ente solidale vola con ansia verso i compagni che si levano il pane dalla bocca per aiutare i prigionieri po­litici vittime della reazione internazionale, mentre le ricchezze create dai lavoratori servono ai capitalisti per mantenere le moltitudini lavoratrici schiave e de­rise, e per sostenere nello sfoggio e nei bagordi la bor­ghesia vile e sfruttatrice. Sarebbe un semplice atto di retribuzione sociale usare codesta ricchezza per il be­ne di chi la produsse, per rompere le catene degli schia­vi che da secoli attendono la liberazione.
Perciò si passa senz’altro all’azione. Si circonda di u n gruppo risoluto di audaci, svaligia le banche di somme considerevoli che usa per le attività editrici del movimento anarchico. Nel 1930 pubblica due volumi delle opere di Eliseo Reclus con prefazioni e note biografi­che di Luigi Galleani e di Giacomo Mesnil che vengono distribuiti a prezzi ridotti o addirittura regalati ai grup­pi libertari in tutto il mondo.
Nel 1928 era salito alla presidenza della repubblica Ippolito Yrigoyen considerato liberale e amico del po­polo, ma in seguito dimostratosi politicante reazionario come tutti gli altri; comunque, l’Argentina attraversa un periodo di febbrile attività rivoluzionaria. Di Giovanni, oltre le sue preoccupazioni letterarie, continua le sue vicende espropriatrici al pari della banda Roscigna e quella dei fratelli Moretti, senza contare la bre­ve apparizione di Francisco Ascaso e di Buenaventura Durruti in viaggio attraverso il Sud America nella loro campagna espropriatrice internazionale. Di Giovanni ne approfitta del denaro carpito alle banche e delle false banconote fabbricate dal suo amico Fernando Gabrieleskf per intensificare la campagna per la libera­zione di Simon Radowitzky agonizzante nel penitenziario di Ushuaia, nella Tierra del Fuego.
In questo punto critico scoppia il dissidio nel campo anarchico. Diego Abad de Santillan e Lopez Arango trattano Severino Di Giovanni e le sue azioni di bandi­tismo anarchico e di delinquenza comune e Di Giovan­ni risponde per le rime affibbiando agli scrittori di «La Protesta» gli aggettivi di anarchici da salotto e spie. Polemica nociva che si ripercuote nel Nord Am erica e precisamente a San Francisco, California, ove « L’e­mancipazione » rimprovera a Santillan e Arango di boicottare deliberatamente la proficua azione anarchi­ca per la liberazione di Radowitzky, di Scarfò e di Oliver, questi due ultimi compagni arrestati quali complici di Di Giovanni.
Di Giovanni, che ora assume il nome di Mario Vando, diffida Santillan e Arango di ritirare gli insul­ti. Intervengono Luigi Fabbri, Aldo Aguzzi, Ugo Treni (Ugo Fedeli), Vincenzo Capuana dalle carceri di New York per esortare la calma e il buonsenso, ma « La Protesta » rincara gli epiteti ingiuriosi. Il 25 Ottobre 1929 Emilio Lopez Arango è ucciso a revolverate e po­chi giorni prima Giulio Montagna, ex amministratore di « Culmine » veniva freddato nel medesimo modo. Di Giovanni è incolpato di entrambi i delitti. Tuttavia Di Giovanni continua la sua opera nonostante la scissione del movimento anarchico e la reazione che la borghe­sia argentina preparava contro i sovversivi e contro il lavoro organizzato.
Con l’entrata di Yrigoyen nella Casa Rosada la reazione si intensifica, specialmente nelle questure ove gli arrestati vengono sottoposti a orribili torture, reminiscenti dell’epoca medioevale. Il vice commissario Juan Velar della questura di Rosario si specializza nel torturare gli anarchici di cui si vanta pubblicamente sadista patologico. Velar si divertiva a sferrare calci nei testicoli e poi rideva a crepapelle mentre le vitti­me si contorcevano nel dolore. Si specializzava altresì nel trucco della « ley de fuga » cioè di sparare nella schiena dei prigionieri con la scusa che tentavano di fuggire.
Paolino Scarfò e Antonio Marquez si incaricarono di troncare le infamie di codesto mostriciattolo: un giorno, quando Velar usciva dal suo ufficio fu assalito da due individui i quali a pugni e a calci lo ridussero un rudere umano per tutta la vita incapace di torturare i suoi simili. Il 24 Dicembre 1929 Gualtiero Mari­nelli tenta di uccidere il presidente Yrigoyen che ri­mane illeso e Marinelli muore crivellato dalle palle dei poliziotti. La stampa borghese giudica il Marinelli qua­le povero squilibrato mentale; però Di Giovanni che lo conosceva scrive un articolo nell’Adunata dei Re­frattari in cui dichiara che Gualtiero Marinelli era un anarchico appartenente al gruppo « Nueva Era », che era un uomo serio e risoluto che voleva sopprimere un tiranno.
Gli avvenimenti incalzano. Di Giovanni si prepa­ra per pubblicare un quindicinale che raccolga gli scritti dei migliori pensatori anarchici e riceve incorag­giamenti da Fabbri, Fedeli, Aguzzi, oltre dei compagni d’Italia, della Francia e degli Stati Uniti; ma per dare mano a un’opera simile ci vogliono denari, tanto più che Severino aveva in mente di liberare Alessandro Scarfò dal carcere e farlo partire per l’Europa. La ban­da di Di Giovanni svaligia parecchie banche con conti­nue sparatorie con la polizia.- non passa giorno che il nome di Di Giovanni non appaia a caratteri di scatola nelle testate dei grandi quotidiani. Per il popolo’ Di Giovanni diventa il leggendario ribelle che sfida la so­cietà, che insulta impunemente l’autorità, che sghi­gnazza sulla faccia dei poliziotti con la sua incredibile audacia. La questura è presa dal panico. Finalmente Radowitzky viene liberato e da Montevideo giunge la notizia che la giuria anarchica com­posta da Luigi Fabbri, Ugo Treni e T. Gobbi incaricata di investigare la vertenza Santillan-Di Giovanni assol­ve quest’ultimo da ogni colpa e censura « La Protesta » per il suo linguaggio calunniatore e ingiurioso.
Uriburu è eletto presidente della repubblica. La reazione dilaga. Gli anarchici fuggono nell’Uruguay. Di Giovanni è messo al bando e cacciato come una belva da tutti i cosiddetti fautori dell’ordine grandi e piccoli, ma Di Giovanni compie l’ultima prova della sua audacia con lo svaligiamento di una grossa banca che gli frutta quasi trecentomila pesos e si rifugia sotto falso nome in una cascina a Burzaco, nei dintorni del­la capitale. Assieme a Paolino Scarfò e alla sua aman­te, Josefina, Di Giovanni cura la pubblicazione del quindicinale « Anarchia », corregge le bozze dei due volumi di Eliseo Reclus e prepara altre pubblicazioni di autori anarchici. Mezza giornata è dedicata al lavo­ro dei campi per non dare adito a sospetti sulla loro identità e il resto del tempo viene prodigato per il movimento.
Il 30 gennaio 1931 Di Giovanni si presenta nella ti­pografia di Gennaro Bontempo per discutere sulle nuo­ve attività editrici, benché fosse stato avvisato dai compagni che la polizia era al corrente dell’appuntamento e l’avrebbe aspettato al varco. Qui si tratta di una bra­vata temeraria del Di Giovanni che manifesta il suo carattere eroico e imprudente. Appena entrato in tipo­grafia, il locale viene circondato da agenti armati; Di Giovanni si apre la strada a revolverate, ma viene in­ seguito da decine di poliziotti e ferito e catturato. Il processo a Di Giovanni doveva apparire come una semplice formalità legale, poiché tutti sapevano che egli era stato condannato a morte in precedenza. Le autorità militari nominano quale difensore d’ufficio il tenente Ramon Franco.
Senonchè in questo processo avviene un fenomeno più unico che raro negli annali della giurisprudenza militare: un fenomeno che meravigliò il mondo intero per il fatto che un ufficiale delle forze armate difende un anarchico quale essere umano libero che ha diritto alla vita come tutti gli altri cittadini.
Prima del processo, Ramon visitò Di Giovanni in carcere, il quale dichiarò al suo difensore che si aspet­tava da lui la verità, che non tentasse di denigrare il suo ideale poiché egli aveva piena coscienza della sua situazione; aveva giocato contro la società, aveva per­duto e pagava con la vita il prezzo delle sue azioni rivoluzionarie.
Nell’ampia sala del tribunale il tenente Franco di­chiara subito che le autorità non avevano nessun motivo di imporre la legge marziale a Buenos Aires, poi­ché i delitti attribuiti a Di Giovanni, nel regime democratico argentino, dovevano essere giudicati dalla magistratura civile e non dalla giustizia militare, la quale ha soltanto diritto di intervenire in tempo di guerra, mai in tempo di pace. I giudici militari sono mortificati e Di Giovanni osserva con interesse il suo straordina­rio difensore. Inoltre, continua Ramon, Di Giovanni era un cittadino con la fedina penale pulita, un uomo che badava ai fatti suoi, un giovane che voleva alleviare la miseria dei suoi simili, un benefattore del popolo. Per di più, non fu Di Giovanni ad attaccare la po­lizia, ma fu questa ad attaccare lui, a perseguitarlo con accanimento senza tener conto dei suoi diritti di libero cittadino. Furono decine di poliziotti a circondarlo nel­la tipografia e cinquanta rivoltelle fecero fuoco su Di Giovanni finché fu ferito a morte. A questo punto il presidente del tribunale, colon­nello Risso Patron, chiama Ramon all’ordine ammo­nendolo di attenersi al soggetto esclusivo della difesa. Però Ramon continua imperterrito che la ragazza uc­cisa nello scambio delle revolverate fu ammazzata dal fuoco degli sbirri che sparavano all’impazzata nella foga sanguinaria di massacrare Di Giovanni. Il tenente Ramon fa una pausa, fissa nella faccia ciascuno dei giurati, e asserisce che fu la società a spingere Di Gio­vanni verso la ribellione alle autorità e alla legge, e domanda al tribunale di non giudicare Di Giovanni con lo spirito arrogante della legge marziale, ma con un senso imparziale di umana giustizia. Di Giovanni fu condannato a morte in pochi minuti.
Mentre si svolgeva il processo un nugolo di poli­ziotti assalì la cascina di Burzaco e nella sparatoria rimasero uccisi Braulio Rojas, Juan Márquez e Paolino Scarfò venne ferito e catturato. Il tenente Ramon fu scacciato dall’esercito, esiliato nel Paraguay e perse­guitato per tutta la vita; esempio catastrofico di una persona onesta che crede nella democrazia della socie­tà borghese.
All’alba del primo febbraio 1931 Severino Di Gio­vanni fu fucilato e cadde al grido di Viva l’Anarchia, alla presenza di una comitiva di pezzi grossi che non volevano perdere l’occasione barbara di vedere morire un loro nemico. Così finisce la vita eroica di quest’uo­m o straordinario e la borghesia può dormire tranquilla. Gli editori del libro ci tengono a fare la seguente dichiarazione pubblicata in calce sulla copertina: « Di Giovanni passò nella storia della repubblica Argentina del secolo ventesimo come protagonista di un ciclo bre­ve ma vertiginoso di violenza. Personaggio relegato in­giustamente nel pozzo nero della cronaca poliziesca, viene riscattato per la storia dal letterato e storiografo Osvaldo Bayer che lo proietta sulla ribalta pubblica nella sua reale dimensione umana di ideologo e di militante, capace di spingere le sue idee verso le ultime conseguenze ».
D’accordo. E finisco col dire che si possono attri­buire a Severino Di Giovanni dei gravi errori e delle gravissime colpe: tuttavia, non si può negare che la sua vita e le sue azioni furono tutte improntate per la bellezza del suo ideale, che nulla fece per se stesso, che rimase incorrotto, fiero e integerrimo fino alla morte.

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L’urlo della canaglia

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Durata: 2 Settembre 1888
Luogo: Padova
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 1

Nota dell’Archivio
-[Probabilmente] fondata da Eraclito Sovrano e con redattore Attilio Borgatti, il numero unico de “L’urlo della Canaglia” si distingueva per il suo attacco veemente contro Andrea Costa, Giuseppe Alburno, spia del prefetto di Venezia, e di tutti quegli ex anarchici che passarono nel socialismo legalitario.
L’intento dei suoi collaboratori era di trasformare il giornale in una pubblicazione probabilmente a cadenza settimanale o quindicinale.
-La pubblicazione viene citata come titolo in: “La bibliographie de l’anarchie” di Max Nettlau (pag. 127), “Volontà Rivista”, n. 2 del 1947, “Anarchia, Socialismo, Democrazia nei periodici popolari del Centro e del Nord Italia (1861 – 1892) di Mariella Nejrotti (pag. 191; il saggio è inserito negli “Annali della Fondazione Luigi Einaudi, Volume VII, 1973).
-A causa della mancanza di fonti approfondite – tipo Tiziano Merlin, “L’osteria, gli anarchici e “la boje!” nel basso Veneto” in Annali dell’Istituto Alcide Cervi n. 6, 1984, e Tiziano Merlin, “Gli anarchici, la piazza e la campagna. Socialismo e lotte bracciantili nella bassa padovana (1866- 1895)”, Odeon Libri, Vicenza, 1980 -, abbiamo descritto in modo sommario (e sicuramente impreciso) questa pubblicazione. Non appena reperiremo queste fonti potremo correggere ed approfondire tutto ciò.

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