Iskashato, “Fratelli della costa. Memoria in difesa dei pirati somali braccati da tutte le potenze del mondo”

2019, 167 p.

La pirateria è un fenomeno così intimamente collegato alle dinamiche produttive mondiali che si è adattato con tenacia alle vicissitudini di ogni sistema economico e quindi agli sviluppi dell’odierno capitalismo.
Attualmente presente in ogni angolo del globo, si è abilmente inserita tra le maglie della logistica commerciale, di fatto fondata sul trasporto via mare e sull’immagine della nave container, cercando di estrarre una porzione, pur sempre infinitamente piccola, dell’immenso valore prodotto dal capitalismo mondiale.
Golfo di Guinea, Mar dei Caraibi, Sud est asiatico e per ciò che riguarda il testo in question, il Golfo di Aden nell’Africa orientale.
…..Il golfo di Aden è un laboratorio, uno dei tanti sparsi per i continenti, in cui sperimentare in vitro modelli, strategie e prassi replicabili anche altrove, il golfo di Aden è prima di tutto una zona su cui porre il proprio controllo, non di certo con le vecchie modalità di un tempo, ma con strategie più sottili e affinate.
Il pirata, oltre a rappresentare un pericoloso modello, è anche e soprattutto un’occasione, una cavia su cui poter testare vecchi e nuovi dispositivi della politica internazionale allo scopo di raggiungere obiettivi altri.
Un modello, un frame, una procedura emergono da un contesto particolare e si pongono come replicabili in ogni luogo.

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Note dell’Archivio
-Traduzione di “Frères de la côte”, edizioni l’insomniaque, 2016
-La versione qui presentata è stata rivista e ampliata rispetto a quella del 2016

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Gaston, “Los Orígenes del Movimiento Obrero en el Uruguay”, Rama Carlos M., “La edad de oro del Anarquismo”

Edito da La Turba Ediciones, Rosario (Argentina, Febbraio 2009, 32 p.

Questo opuscolo presenta due testi; il primo fornisce un chiaro resoconto delle origini del movimento operaio in Uruguay. Scritto da un giovane anarchico montevideano, l’opuscolo è una ristampa di tre articoli pubblicati nella rivista “Opción Libertaria” nel 2001. Il testo getta uno sguardo interessante sulle esperienze rivoluzionarie degli operai montevideani, che già dagli anni ’60, ispirati dalle idee bakuniane, avevano posto come obiettivi della loro lotta la dissoluzione dello Stato e la distruzione di questa società per un’altra senza padroni, governanti o autorità. Il secondo è un articolo dello storico e sociologo uruguaiano Carlos M. Rama, pubblicato nel 1969 su Cudernos de Marcha n. 22, con il titolo “La Cuestión Social”, che è più che interessante per rinfrescare la memoria su come in passato il sindacalismo fosse un’arma nella lotta per una società giusta ed egualitaria, e non solo un altro strumento di dominio e controllo come lo è oggi il PIT-CNT. (Plenario Intersindical de Trabajadores – Convención Nacional de Trabajadores è un centro sindacale nazionale in Uruguay)

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Note dell’Archivio
-Opuscolo in Spagnolo

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Felici Isabelle, “Poésie d’un rebelle. Poète, anarchiste, émigré (1876-1953)”

Edito da Atelier de création libertaire, Lione, 2009, 184 p.

Questo studio è dedicato all’opera poetica di Gigi Damiani, un grande nome del giornalismo anarchico italiano e compagno di viaggio di Errico Malatesta. La vita di questo autodidatta, pur iniziando e terminando a Roma (1876-1953), lo portò in molte città, soprattutto quelle con una grande comunità italiana: San Paolo, Marsiglia, Parigi, Bruxelles, Tunisi. Ovunque compose poesie di lotta e di speranza, soprattutto nei momenti più travagliati della storia italiana e internazionale, di cui intere porzioni appaiono così sotto una nuova angolazione, mentre emerge anche il percorso di un militante che, a prescindere dai sacrifici da compiere, non seguì mai altra strada che quella della libertà.

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Nota dell’Archivio
-Libro in francese

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Damiani Gigi, “Viva Rambolot”

Edito da Biblioteca de L’Adunata dei Refrattari, Newark, [1929 o 1930], 24 p.

“Viva Rambolot ritrae […] una famiglia della “buona società”. Questa volta l’anarchico non è solo di passaggio: è colui il cui nome compare nel titolo della commedia. Tuttavia, il personaggio non appare fisicamente perché è in prigione per aver fatto saltare una banca. Il pubblico ministero Deperney è incaricato del processo contro l’attentatore, un processo attraverso il quale spera di essere promosso. Nella sua requisitoria, la cui bozza legge davanti alla sua cameriera, fa propaganda anarchica “in negativo”, come nei giornali che Damiani leggeva in gioventù sui muri della capitale italiana, che gli hanno insegnato l’anarchismo e le motivazioni di Ravachol. La situazione si capovolge quando Deperney viene a sapere che Rambolot è suo figlio illegittimo e contemporaneamente gli viene raccontato lo stato depravato della sua famiglia e dell’ambiente circostante: droga, adulterio, omosessualità, giochi perversi… Tutta la buona società del paese è stata coinvolta in un incendio che ha devastato il negozio Le Mode Oneste, che fungeva da luogo di ritrovo. In un lampo di follia, il procuratore difende il figlio.[…]
Come si vede, la commedia è intrisa di un certo moralismo che non sembra preoccupare i lettori anarchici, se dobbiamo credere al commento di “Lotta anarchica”: “Rambolot sintetizza l’espressione della rivolta, e noi a nostra volta non possiamo che pronunciare lo stesso grido”.” (estratto da Felici Isabelle, “Poésie d’un rebelle. Poète, anarchiste, émigré (1876-1953)”, Atelier de création libertaire, Lione, 2009, pagg. 80-81)

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Damiani Gigi, “Saggi su di una concezione filosofica dell’anarchismo”

Edito dalla Fondazione-Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1991, 92 p.

NOTA DELL’EDITORE RICORDANDO GIGI DAMIANI
Pubblico il saggio che ho trovato riportato su “L ’A­dunata dei refrattari” di New York, ritenendolo un inno sublime alla libertà che la mente illuminata di un compa­gno come Gigi Damiani, ha potuto scrivere, tenendo conto del periodo di guerra nel quale venne elaborato questo saggio. Non farò una biografia di Lui perché già è stata fatta molto appropriata dal compagno Ugo Fedeli. Potevo trastullarmi a ricercare altri scritti dissemi­nati in centinaia di periodici ai quali il nostro compagno ha collaborato nei lunghi anni della sua vita di militante delle nostre idee, ma la mia scelta si è fermata su questo saggio che ci dà Fidea del suo concetto sulla libertà che trovo molto intelligentemente pensata e scritta per noi che continuiamo a portare avanti le idee di progresso e di libertà. Chi volesse ricordare Gigi Damiani potrà farlo mettendo su libri su libri riportando i suoi scritti; io dò questo piccolo contributo alla conoscenza del com­pagno scrittore-giornalista e poeta, che fu di poche pa­role ma che ci ha lasciato un patrimonio di idee che an­drebbero conosciute e seguite. Nel saggio mancano alcune cartelle mai arrivate alla redazione de “L ’Adunata dei refrattari” anche se il senso non risente che parzialmente nella linearità concet­tuale dello scritto saggistico.
Aurelio Chessa Pistoia, 5 Maggio 1991

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Damiani Gigi, “Rampogne. Versi d’un ribelle”

Edito da Gruppo Editoriale Anarchico Piemontese, Torino, 1946, 31 p.

Prefazione
Se poesia è conoscenza di anime e di cuori, se poesia è perce­zione del male che infuria e ansiosa aspettazione di un migliore domani, se poesia è visione del mondo e dei suoi problemi più dolorosi e urgenti, se poesia infine è vaticinio, augurio ed incitamento, questo libro di liriche suggestive e sonore è davvero una splendente ghirlanda di poesia. Versi proletari e plebei, fatti di amarezza, di sarcasmo e di ribellione, nei quali invano i pettoruti soddisfatti cercheranno i quadretti soliti e convenzionali di vita tranquilla. Qui il viandante non è, nè può essere, la nota caratteristica di un paesaggio: qui il viandante è un esule, uno sconfitto della vita, un oppresso col cuore gonfio di troppe amarezze che passa curvo e digiuno tra i limitari delle ville patrizie, e porta con sé il peso d’un’ira appena repressa che esplode nell’ultimo verso. Qui le folle sono folle in sommossa e i fanciulli non si baloccano sull’erba di un giardino : sono piegati sul selciato a raccogliere le pietre aguzze da lanciare oltre la barricata, e le donne colle vesti sconvolte non sono le dame incipriate dei medioevi menestrelli. Qui tutto è reale, dolorante, terribilmente grande: l’idea stessa che palpita in tutto il libro, non è un’accomodante fede ad uso di borghesi benestanti, nè il solito faro convenzionale, freddo ed immobile; no, qui l’idea è data da un’immagine viva: è una nave oscura, che lentamente avanza su un mare battuto dai venti, attraverso immani marosi che si rovesciano a prua in una tenebra sinistra rischiarata dai lampi. Qui l’idea è tanto alta, luminosa e sicura, che può cavalcare verso il sole sulla sella di quel primo meraviglioso sovversivo che fu Don Chisciotte. In queste giornate di transazione che tanto spesso risuonano del clamore assordante di mille voci, discordi spesso, interes­sate sempre, s’alzi ammonitore e ribelle il canto di questo nostro compagno, diritto come una spada che svela nei suoi versi il malfido armeggiare dei mestatori e grida il suo no all’ accomodante zelo dei rassegnati. Torino, Giugno 1946.
GLI EDITORI.

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Damiani Gigi, “Il problema della libertà: riflessioni di un anarchico”

Edito da Società Anonima Poligrafica Italiana, Roma, 1924

“Il movimento rivoluzionario, conseguenza del dopo-guerra si esaurì in rare e non importanti azioni isolate che furono un lamentevole per quanto glorioso sperpero di energie, di mezzi e di uomini (molti dei quali poi, superstiti alle razzie poliziesche, ai bandi ed alle percosse, il disinganno vinse e condusse altrove) ed in molte, troppe manifestazioni coreografiche ed in assai sbandieramenti festosi, perché mancava di fatto la volontà rivoluzionaria; o, meglio ancora, perché premeva sulle folle un’abitudine di aspettativa del miracolo; abitudine tenuta a balia ed allevata con molta cura dal riformismo; abitudine che paralizzava l’evolversi, il maturare di quella volontà e che soffocava ogni conato d’iniziativa individuale o di gruppi che pretendesse, di quel movimento, accelerare la marcia. Le masse, pure agitandosi e qualche volta impulsivamente, non sapevano superare il limite dell’inutile agitazione perché attendevano a farlo la venuta di un Messia che nessuna vergine aveva potuto concepire, perché il socialismo si era troppo se non esclusivamente dedicato alle pratiche onaniste del parlamentarismo. Il Partito Socialista Italiano non aveva voluto sposarsi colla libertà (forse perché aveva avuto per precettori dei professori tedeschi) anzi, negli ultimi anni di sua mastodontica esistenza, aveva detto chiaramente che certi amori non erano per una persona seria come lui, che doveva mettere su casa e sostituirsi col proprio governo al governo borghese. E, in quel tempo, dal capo-lega al deputato, dall’organizzatore al membro della direzione, dal giornalista al propagandista, tutti quei socialisti che si ritenevano nati col bernoccolo del dirigente di masse trascinavano la propria burbanza per prefetture e ministeri, per piazze ed uffici, pavoneggiandosi della loro strapotenza d’occasione. E non solo il nemico essi guardavano dall’alto in basso, ma anche il compagno Zero ed il lavoratore «uno qualunque» i quali dovevano, per vivere, come e con più durezza di trattamento gli accade oggi, accettare una tessera e professare una fede della quale avevano inteso dire qualche cosa nei passati tempi.”

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Nota dell’Archivio
-Il testo venne ristampato a Roma da parte di un Gruppo Anarchico romano nel 1946 con il sottotitolo “Riflessioni di un anarchico”. In questa opera vengono raccolti gli articoli di Damiani pubblicati ne “Il Vespro Anarchico” (titolato nella riedizione del 1946 come capitolo II “La fatica di Sisifo”) e “Fede Quindicinale Anarchico di Coltura e di Difesa. Giornale Anarchico”

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Damiani Gigi, “Attorno ad una vita : Niccolò Converti”

Edito da Biblioteca de L’Adunata dei Refrattari, Newark, 1940, 48 p.

Nel compilare la biografia di Niccolò Converti; nel ricordare quella che fu la sua attività di uomo di parte e di propagandista, non abbiamo propositalmente voluto attenerci ad una semplice schematica citazione di date, di fatti, di ricordi. Non è dunque un semplice meritato elogio funebre, corredato da un curriculum vitae, che presentiamo ai lettori dell’Adunata; non è soltanto un omaggio postumo che vogliamo qui rendere a chi tanto fece per la causa che ci è comune, od un semplice tributo di amicizia e fratellanza d’armi e di memore ricordanza di discepoli. È invece, o per di più, una dimostrazione, attraverso Colui che si ricorda, dei valori storici – conseguenti anche quando le contraddizioni umane ed occasionali ne urtano la traiettoria senza riuscire a deviarla – dell’anarchismo che non muta e non piega di fronte alle imboscate delle realtà immanenti, ma transitorie.
Attraverso la vita, di Niccolò Converti, è un sessantennio di lotte e di propaganda che ricordiamo, che vogliamo ricordare a quelli che per avere molto meno vissuto o che per aver sempre divagato nel limbo dell’incertezza, tentennano o si smarriscono perchè il “miracolo” non si è realizzato quando la realizzazione sembra imminente; perchè la lotta continua e di tanto in tanto si fa più aspra e difficile. Niccolò Converti dopo oltre sessant’anni di mai smentita attività si è spento senza disperare, più rigido che mai nelle sue convinzioni. E non ha disperato perchè mai aveva nascosto a sè stesso che la fatica era ardua e lunga e la lotta sempre rinnovellantensi; perchè sapeva che cedere voleva dire arrendersi; contemporaneizzare, diminuirsi; non ha disperato perchè era un convinto, un consapevole, un carattere. Le stesse contraddizioni che gli si possono addebitare – come si possono addebitare non soltanto a lui – erano una conseguenza della sua volontà di fare e in nulla possono diminuire la sua figura perchè non le programmatizzava, perchè per lui stesso non restavano che un errore di calcolo, occasionale; errore del quale aveva pensato servirsi e non servirlo. Il biografo, assai spesso non è una che una specie di sciacallo letterario il quale parla poco del morto e molto di se stesso, per inserirsi nella storia di quello. Considerando, un tal modo di agire, per lo meno indelicato, sorvoleremo sull’amicizia fraterna (non escludente contrasti teorici tendenziali) che, al Converti, ci legava da più anni. E se ne, nel parlare della fatica sua, ci capiterà di esporre – riferendoci a cose passate – il nostro pensiero in proposito, preghiamo in anticipo il lettore di non voler considerare come tentativo d’inserimento, in una vita della quale riconosciamo ed ammiriamo la superiorità, la nostra intrusione, ma come semplice contributo alla propaganda di quelle idee che, il Converti, sostenne e difese per oltre sessant’anni, assai meglio di quel che noi possiamo e sappiamo fare.

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Damiani Gigi, “La mia bella anarchia”

Edito da Edizioni Antistato, Cesena, 1953, 24 p.

Gli anarchici — e noto — sono dei sentimentali. La loro aspirazione ad una società nella quale tutti gli uomini si amino reciprocamente, ad una società nella quale non vi siano ne disuguaglianze, ne ingiustizie, ne miserie, è dettata da un profondo sentimento di amore che erompe spontaneo dai loro cuori. Gli anarchici sono dei sentimentali che ragionano. Essi hanno infatti scoperto le cause dei mali sociali. Sono dei sentimentali che lottano ed essi lottano senza tregua, vigorosamente, per la distruzione delle cause da cui derivano le miserie, le ingiustizie, le disu­guaglianze. Gli anarchici hanno riconosciuto che la causa prin­cipale dei mali sociali è rappresentata dal principio dì autorità. Essi sono perciò implacabili nemici di ogni forma di autorità e vedono nell’Anarchia il simbolo della libertà. Gigi Damiani eleva in queste pagine un inno vera­ mente inspirato, un inno che parte dal cuore, alla SUA BELLA ANARCHIA.
Lo scritto è soffuso di un sentimentalismo che con­quide — vorremmo dire che commuove — espresso nello stile così caratteristico, anche dal punto di vista letterario, del nostro amato compagno — scrittore dei più noti e dei più apprezzati nel campo anarchico — che con tanto entusiasmo e tanta fede ha sempre lot­tato per l’ANARCHIA. La fede e l’entusiasmo non si sono mai affievoliti, nell’animo e nel pensiero di Gigi Damiani, durante la sua lunga e travagliata vita, integralmente dedicata a difendere e ad esaltare l’ideale anarchico. Gigi Damiani e ancora innamorato della sua bella Anarchia, come lo fu negli anni giovanili, e sente an­cora — come al tempo della gioventù — tutto il fa­ scino che promana dall’ideale sublime. Di questo ideale sublime — di questa SUA BELLA ANARCHIA — Gigi Damiani sa darci, nelle brevi pagine di questo opuscolo, i lineamenti bellissimi, in una sintesi particolarmente efficace. La lettura di queste paginette eleva lo spirito e lo riempie d’ottimismo verso l’avvenire, verso la realiz­zazione delle nostre aspirazioni, verso la realizzazione dell’ANARCHIA. GLI EDITORI

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Nota dell’Archivio
-Estratto dal periodico L’ADUNATA DEI REFRATTARI di Newark (New Jersey), numeri 35 e 36 rispettivamente del 29 Agosto e 5 Settembre 1953.

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(a cura di) Viezzer Moema, “Chiedo la parola. Testimonianza di Domitila, una donna delle miniere boliviane”

Edito da Feltrinelli, Milano, Settembre 1979, 200 p.

Moema Viezzer, brasiliana, antropologa sociale, ha raccolto le memorie e le riflessioni di Domitila, donna boliviana delle Ande, moglie di un minatore, madre di sette figli, militante comunista. Le ha raccolte e trascritte con fedeltà, scienza, amore, per una solidarietà istintiva ma anche politica di donna partecipe delle stesse speranze che hanno retto e reggono la vita di Domitila. Domitila non é un personaggio eccezionale, anche se eccezionale è forse l’intensità con cui sa coniugare privato e politico, quotidianità di un’oppressione sociale tra le più dure del sub-continente e sete di riscatto, personale e collettivo, che sa farsi azione e intervento, in una continuità di lotte piccole e grandi, con una progressiva e lucida coscienza. Domitila parte da sé, dalla sua condizione di oppressa, per scoprire l’ingiustizia che grava sul suo pueblo, nella duplice accezione di comunità ristretta e di popolo. L’esperienza si allarga, diventa rigorosa descrizione delle condizioni di sfruttamento del proletariato boliviano, e scelta di campo, militanza. Domitila è membro del partito comunista boliviano, e in quest’ottica analizza il suo paese e le prospettive del suo riscatto. La lotta conquista il primo posto nelle sue scelte di vita, anche se questo non esclude, ma anzi per Domitila potenzia, la sua possibilità di riscatto in quanto donna, donna proletaria. Pagine impressionanti per vivacità di narrazione che riferiscono i momenti esaltanti e quelli grigi della lotta, i massacri atroci compiuti dalle autorità sui minatori e sui loro villaggi, il passaggio del Che in un paese che sembrava vicino a una soluzione rivoluzionaria, il rapporto con le altre donne, con gli uomini, con l’organizzazione.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Si me permiten hablar…”, Siglo XXI editores, 1977

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