Gruppo Azione Anarchica Pistoia, alcuni militanti dei Gruppi Anarchici Torinesi, Gruppo Germinal Trieste, “Antimilitarismo anarchico”

Edito da Il Seme, Carrara, 1976, 8 p.

L’antimilitarismo – la lotta contro l’esercito, contro tutti gli eserciti fino alla loro completa eliminazione – è uno dei temi principali e più ricorrenti della propaganda anarchica. E in questo momento in cui l’avversione degli sfruttati contro l’istituzione militare è stata incanalata – sia dentro le caserme sia nell’ambito dell’obiezione di coscienza – nella compiacente logica riformista alcuni gruppi e compagni hanno riconosciuto la necessità di impostare un lavoro di propaganda che rivaluti la teoria e la pratica antimilitarista anarchica come momento di lotta globale contro il sistema dominante e le sue istituzioni.
Questo opuscolo è il primo lavoro comune e risente nella forma dell’elaborazione e di gruppo e di tre gruppi geograficamente distanti fra loro.
Nonostante questo, crediamo che il metodo di coordinarsi, di realizzare tecnicamente i momenti di affinità ideologica, può servire per facilitare l’incisività del nostro intervento.

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Cerrito Gino, “L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo”

Edito da Samizdat, Pescara, 1998, 108 p.

Il libro di Cerrito ripercorre la storia dell’antimilitarismo partendo dalle posizioni tolstoiane e attraversando il periodo della settimana rossa, l’opposizione alla prima guerra mondiale e l’avventura libica, con particolare riferimento alle posizioni dei militanti anarchici come Masetti e Galleani.

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Nota dell’Archivio
-La prima edizione di questo libro è edita da RL, Pistoia, 1968

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Aragno Giuseppe, “Proletari contro la guerra. La campagna per Masetti e la Settimana Rossa”

27 p.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nella nota finale: “Questo lavoro è una versione riveduta e aggiornata di un breve saggio che intitoli La settimana Rossa. Appunti e note, uscito sul «Giornale di Storia Contemporanea», Anno VIII, 1 giugno 2005, pp. 27-58.”

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Isnenghi Mario, “Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 e il 1918.”

Edito da Donzelli Editore, Roma, 2015, 281 p.

Tra il giugno 1914 e il maggio 1915 l’Italia operò un clamoroso ribaltamento delle sue alleanze internazionali, che condusse alla decisione di dichiarare guerra all’Austria e alla Germania. Si trattò di una riconversione non solo militare, ma anche politica, culturale e ideale, fatta di abdicazioni, di trasfigurazioni, di palinodie e di abiure d’ogni sorta. La trasfigurazione dall’Italia triplicista alleata di Francesco Giuseppe a quella irredentista protesa alla liberazione di Trento e Trieste comportò la conversione dell’immagine della Germania da modello ad antimodello; l’eclissi dell’internazionalismo socialista e il conseguente passaggio al nazionalismo di settori importanti dell’opinione di sinistra, repubblicana, mazziniana; la trasformazione dei cattolici da intransigenti nemici dello Stato a clerico-patrioti; il completo riassetto degli equilibri interni alla classe dirigente liberale. In quella concitata transizione, si consumava il passaggio storico dalla società dei notabili alla società di massa. Così, i dieci mesi di maturazione dell’entrata in guerra trascorsero all’insegna di un clamoroso dualismo.

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Fabbri Luigi, “La prima estate di guerra. Diario di un anarchico 1 Maggio-20 Settembre 1915.”

Edito da BFS, Pisa, 2015, 125 p.

Il diario di Luigi Fabbri è un documento straordinario nel suo genere: una testimonianza viva del perturbamento e della drammatica divisione tra interventisti e anti-interventisti scatenata dall’esplodere del Primo conflitto mondiale. Scritto durante i primi mesi di guerra, dalla riflessione quotidiana del leader anarchico emerge, oltre la propria adesione convinta ai principi dell’internazionalismo, la persuasione che l’unica possibilità di frenare il massacro fosse quella di un’opposizione reale anti-monarchica e anti-giolittiana in considerazione del fatto che la monarchia era la principale sostenitrice del fronte bellicista e che il sistema politico clientelare giolittiano avesse contribuito notevolmente a favorire le scelte interventiste dei moderati. Fabbri, nella sua riflessione quotidiana, non disgiunge l’analisi della politica interna dagli avvenimenti internazionali e dalle condizioni di difficoltà che attraversava il movimento anarchico stretto nella morsa della repressione e della guerra.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nella prima pagina del libro: “La trascrizione delle pagine di Luigi Fabbri riproduce fedelmente lo sti­le redazionale dell’autore, sia per quanto riguarda la punteggiatura (lineette, virgole, punti di sospensione ecc.) sia per quanto riguarda l’utilizzo di corsivi (che sostituisce il sottolineato, in un solo punto abbiamo utilizzato il sottoli­neato per indicare la doppia sottolineatura) e virgolette, anche laddove discor­dante con i criteri attualmente in uso, ai quali si attengono invece le note del curatore. (Si veda in particolare l’uso del corsivo, anziché del virgolettato, per i titoli delle riviste, e, al contrario, la scelta delle virgolette anziché del corsivo per i titoli dei testi e dei contributi in rivista). La natura diaristica dello scritto giustifica peraltro le ricorrenti incertezze che si registrano nell’applicazione di questi stessi criteri, sulle quali si è comunque deciso di non intervenire. Allo stesso m odo si sono conservati gli arcaismi, evidenziando solo gli errori evi­denti attraverso l’indicazione [sic].
Pur seguendo la stessa numerazione, le note a corredo del testo compren­dono sia quelle dell’autore sia quelle del curatore, queste ultime sempre segna­late in fine con la dicitura (N .d .C .).
Nel complesso la scelta redazionale seguita intende restituire con la mag­giore aderenza e compiutezza possibile la bella ed elegante prosa di Luigi Fab­bri e il carattere della composizione diaristica.”

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Mariuzza, “La voragine. La grande guerra: quello che costa, chi paga.”

Edito da Tipografia della Cronaca Sovversiva, Lynn, 1916, 24 p.

Abbiamo raccolto e presentiamo ai lettori il breve studio che intorno alla finanza della grande guerra ha pubblicato Mariuzza in varie puntate della Cronaca Sovversiva nel Maggio ultimo; sembrandoci degno di più vasta diffusione, di maggiore pubblico e più vario. Giacchè, fino ad oggi, la grande guerra non è stata a nostro modesto avviso considerata – da coloro i quali vi acclamano e da coloro i quali v’imprecano – che da un punto di vista convenzionale superstizioso artifizioso, con grave scherno della verità non soltanto ma dei più gravi e reali interessi, travolti o minacciati da la bufera infernal che mai non resta e mena gli spirti con la sua rapina senza che nulla speranza gli conforti…non che di posa; ma di minor pena.
Dagli araldi degli imperi centrali si grida che alle razze teutoniche pervenute nel campo del pensiero, delle scienze positive, delle applicazioni industriali, dei traffici più svariati ad un livello cui mal si tengono le razze concorrenti sbarra il passo una sordida esosa indegna coalizione iniquamente; che se il rinascimento fu italico nel XV secolo, inglese nel XVI, francese nel XVIII, vuol essere e sarà tedesco nel ventesimo secolo, e che saranno violentemente abbattuti alle quattro frontiere dell’impero tutti gli ostacoli da cui potrebbe essere contrastato.
Rispondo dall’altra gli eredi della Charta, degli enciclopedisti che mentre dovunque, in tutti i paesi civili, il pensiero, la scienza, la civiltà si sono levati sdegnosi dei vincoli della fede della razza della nazione, lieti di essere conforto gioia gloria dell’uman genere, in Germania, nella Germania rimasta medievale oltre ogni rivoluzione, pensier e progresso, studi e traffici, cattolici e socialisti rimangono innanzi ad ogni cosa, tedeschi, strumento uguale di un bieco e ferrato imperialismo che è minaccia nefasta alla civiltà alla libertà, al superiore divenire delle umane consociazioni. E che spavalda minaccia vuol essere nel sangue rintuzzata, spenta sotto un cumulo di rovine. È qualche cosa di vero nei pretesti dell’una e dell’altra fazione, troppo scarso per giustificare anche agli occhi dei razzisti più esosi e dei guerrafondai professionali la carneficina spaventosa che desola da due anni il vecchio continente falciandovi ogni vigor di vita, ogni fede di lavoro di creazione d’avvenire, allontanando sempre più remota la speranza di vedere un giorno – placate le taccagne miserande competizioni del breve interesse – conserta l’umanità nella lotta contro la natura per la gioia e per la guarentigia del suo libero civile destino.
Ma sufficiente, la magra verità che si confessa, a mascherare l’intimo senso e la più vera, inconfessabile ragione dello scempio orrendo meditato, covato, organizzato durante mezzo secolo, voluto e provocato ugualmente da una parte e dall’altra ad accaparrare la signoria del mare e del mercato internazionale, affilando cavilli, arroventando pregiudizii fanatici, fomentando odii primordiali, ergendo con perfida atroce sapienza i servi al di qua contro i servi al di là della frontiera per poterli il giorno atteso avventare gli uni sugli altri briachi di rabbia e di fanfare, di superstizione e di epicedii, al macello, al macello insano ed immane per l’usura per l’aggiotaggio per gl sbruffi dei pirati dei pubblicani dei farisei senza coscienza, senza scrupoli senza pudore!
Questo ignorato capitolo di storia, questa verità che si soffoca di rose o di gloria – come direbbe Voltaire – che si sovracarica di lauri di orgogli di bandiere di menzogne tricolori, affinchè non ne tralucano le folgori sobbillatrici, Mariuzza rivela coraggiosamente illustrandoli di cifre tanto più eloquenti che emergono da fonti ufficiali ineccepibili, per cui se peccano di discrezione, di reticenze avvedute e studiate, sfidano vittoriosamente ogni smentita.
Mettendo in luce non solo che cause modi e fini della guerra sono competizioni lubriche inconfessate, inconfessabili per l’egemonia del mare, pel monopolio dei traffici usurai per la signoria del mercato internazionale; ma soprattutto quanto costi la grande guerra da cui tutto il mondo è angosciato, desolato, e chi sia chiamato da ultimo a farne tutte le spese, a pagarne in sangue in lacrime in bocconi di pane, in servitù inasprite, l’immane tributo.
Gli editori pensano che per quanto breve e modesto lo studio di Mariuzza giovi ad una più esatta valutazione del “fatto” della guerra, ad una più onesta e più seria previsione delle sue conseguenze immediate e lontane; giovi soprattutto al proletariato il quale – dopo trent’anni d’impudiche guerre da corsa, dopo il Madagascar, il Transvaal, la Cina, il Marocco, la Tripolitania ed altre losche avventure congeneri a cui ha tenuto il sacco, a cui ha dato il sangue suo migliore per abbandonare ai pirati il bottino – si è lasciato riprendere all’esca delle menzogne convenzionali smaliziate e stantie, e nel nome e sulle orme del re o della repubblica cerca alla guerra dei suoi padroni la libertà la civiltà la prosperità che gli può dare la guerra sua soltanto.
La guerra che passando su tutte le trincee di classe irresistibile bufera estirperà ogni radice ad ogni istituto di privilegio, il monopolio della terra della fucina della scuola, costellando sui solchi redenti, in cospetto del diritto di vivere di conoscere di godere, uguali, i cittadini riconciliati dell’universo.
Alla verità che serve per l’educazione proletaria e la rivoluzione sociale gli editori sono lieti di schiudere più vasto e più agevole cammino.
GLI EDITORI

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Note dell’Archivio
-Opuscolo fotografato
-Pubblicato a puntate su Cronaca Sovversiva, nn. 19 (6 Maggio 1916), 20 (13 Maggio 1916) e 21 (20 Maggio 1916)
-Mariuzza è uno pseudonimo di Luigi Galleani (il cui nome si può vedere scritto a matita nella copertina dell’opuscolo fotografato)
-L’opuscolo è contenuto nella raccolta Galleani Luigi, “Una battaglia”, Biblioteca de L’adunata dei refrattari, Roma, 1947, XIII+378 p.

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Puglielli Edoardo, “Gli anarchici abruzzesi e la grande guerra.”

Edito da Centro Studi Libertari “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2014, 15 p.

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Misèfari Bruno, “Diario di un disertore”

Edito da La Nuova Italia, Firenze, 1973, XVI+114 p

Introduzione
Fu mio compagno di scuola.
Aveva il volto pallido e pensoso del sognatore, gli occhi lampeggianti di anima e il sorriso – sorriso di bontà – quasi stampato sulle labbra.
Figlio di montagnardi calabresi, aveva nelle vene tutto il calore della sua terra vulcanica e nel cuore tutti i sorrisi del suo cielo azzurro e gloriato di sole.
Era un ribelle nato. Ed ebbe perciò, anche lui, le sfumature della persecuzione statale. Ma egli viveva troppo di sogno per risentirsene. Le cose piccole e grette della vita contemporanea di cui molti si nutrono e si compiacciono, non eran fatte per lui.
«Era scritto», dicono gli orientali.
Per lui era scritta la fine. Non mi meravigliai perciò quando seppi che il torrente sanguinoso della guerra lo aveva travolto per sempre.
A guerra finita, ebbi il suo diario. Gli appunti del mio amico, anche se poveri di preziosità letteraria, contribuiscono al rinnovellamento dell’ordine sociale, e ciò mi basta.
È una battaglia contro la civiltà contemporanea ed un inno alla resurrezione dell’uomo. Ha diritto di cittadinanza nelle ampie vie del mondo.
Leggete il suo diario, vi dirà che il suo gesto non può essere giudicato da voi, ma dalla storia.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nel libro, “Il Diario di un disertore fu scritto da Bruno Misèfari nel carcere di Zurigo – Kantonspolizei, Kasernenstrasse – nel 1918.”

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Rossi Marco – Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra in Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918

Da alcune parole, dissepolte come residuati bellici, che inizia questa ricerca su alcuni risvolti della guerra dentro la guerra, aldilà del ricorrere e commemorare anniversari. Quella sconfinata macellazione umana, subito entrata nella retorica dei racconti pubblici come la Grande Guerra, venne consumata dentro una dimensione, individuale e collettiva, inenarrabile e irrappresentabile che soltanto talune fotografie, pitture e poesie sono riuscite a restituirci attraverso frammenti veridici proprio in quanto surreali. Immagini e parole dalle quali emerge la solitudine, disperata e ammutolita, dell’individuo precipitato in un incubo incomprensibile che mostra il rovescio sia dei miti della civiltà romantica che del positivismo scientifico: una generazione, che era andata a scuola col tram a cavalli, stava in piedi sotto il cielo in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato tranne le nuvole e, al centro, in un campo di forza di correnti distruttive e esplosioni, il fragile, minuscolo corpo umano. altronde, il primo massacro mondiale avviene proprio tra le na zioni europee che erano state prima la culla della cristianità e poi della cultura illuminista, mentre l’industria della guerra disumanizza, annien ta o invalida generazioni di giovani grazie alle più importanti scoperte della scienza e della tecnica dell’epoca tanto che, tra i gruppi economici fautori dell’intervento, non si trovano quelli retrivi, ma piuttosto quelli maggiormente dinamici e i settori più avanzati della ricerca. Nei faticosi racconti di molti morituri in divisa si coglie infatti una rottura esistenziale su due fronti, in contraddizione coi valori tradizio nali del passato, divorati in un’immorale carneficina, ma anche contro quella modernità che aveva consegnato l’umanità ai meccanismi stritolanti di un progresso senz’anima, concretizzando le apocalittiche profezie sul declino dell’uomo sopraffatto «dalle stesse creature meccaniche che egli aveva inventato». Annullati dentro questa anomala dimensione, «i combattenti, sotterraneo personale di servizio assegnato a macchine mortali, spesso non si rendono conto per settimane di trovarsi uomini contro uomini». Peraltro, distacco e disincanto erano già latenti nell’anteguerra e avevano portato anche all’illusione mortifera che un conflitto totale fosse il rimedio estremo per azzerare e rigenerare un mondo in cui si sentivano estranei i settori più irrequieti della società, incapaci di trovare una collocazione – e quindi un senso – nel conflitto tra le classi.

Edizioni BFS, Pisa, 2014, pag. 90

Note:
Referenze immagini: in copertina foto dalla collezione privata dell’Autore.

p. 2 e p. 52 archivio privato F. Schirone, Milano.

P. 6 Biblioteca F. Serantini, Pisa, Carte M. Antonioli, collezione fogli volanti.

P. 80 collezione privata dell’Autore

Le altre illustrazioni sono vignette di Scalarmi tratte da G. Trevisani, Mezzo secolo di storia nella caricatura di Scalarmi, Cultura nuova, Milano, 194

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Tomasiello Bruno, “La Banda del Matese 1876-1878. I documenti, le testimonianze, la stampa dell’epoca”

Edito da Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, 2009, 640 p.

“Il mattino del 3 Aprile 1877, dal treno Napoli-Benevento-Foggia, scendevano, presso la stazione di Solopaca, una “bionda signorina dagli occhiali verdi” ed un signore alto, distinto, biondo, dalla barba folta e lunga. Sono forestieri, inglesi per la precisione. Una carrozza è ad attenderli per condurli al paese di San Lupo, uno dei villaggi incastrati sulle balze della montagna del Matese…”, così inizia Pier Carlo Masini il racconto del tentativo insurrezionale anarchico della primavera 1877 contro la monarchia, promosso da ventisei internazionalisti, tra i quali Carlo Cafiero, Errico Malatesta, Pietro Cesare Ceccarelli, il russo Sergej Michajlovic Kravcinskij, meglio conosciuto col nome di «Stepniak. Uomini integerrimi e coerenti che non fecero mai carriere politiche ma lottarono sempre con abnega­zione e disinteresse personale.
Spinto dagli ideali internazionalisti e fiducioso nella «propaganda del fatto», il piccolo gruppo di rivo­luzionari, dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri a San Lupo, domenica 8 aprile 1877, a Letino e Gallo, sulle montagne del Matese, occupò il municipio, bruciò gli archivi comunali, distrusse i conta­tori dei mulini e, in nome della Rivoluzione Sociale, dichiarò decaduto il re Vittorio Emanuele II.
L’eccessiva reazione governativa (furono inseguiti da dodicimila soldati!), rassoggettamento dell’ordine giudiziario al potere politico durante la fase istruttoria, la lunghissima ed ingiustificata carcerazione, la faziosa e poco neutrale condotta del processo penale, porteranno, nell’agosto del 1878. I giurati della Corte d’Assise di Benevento ad assolvere completamente gli internazionalisti dall’infamante accusa di aver agito «per libidine di sangue». «Un processo di questi per provincia, e il governo si sarebbe ucciso con le proprie mani». Sarà questo il commento finale di un giornalista del «Corriere del Mattino» di Napoli, il socialista beneventano, Pasquale Martignetti per evidenziare l’inconsistenza e l’incapacità della politica governativa nell’affrontare la «questione sociale».
A distanza di 130 anni, la ricerca di Bruno Tomasiello fa riemergere dall’oblio episodi e testimonianze archivistiche e giornalistiche, opere e documenti interessantissimi, rendendoli vivi e comprensibili, contribuendo ad una maggiore conoscenza di questo episodio storico, troppo spesso dimenticato dalla storiografia ufficiale, che ha proiettato i piccoli comuni di San Lupo, Letino e Gallo nella storia dell’anarchia e del socialismo italiano e internazionale

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