Malatesta Errico, “Il buon senso della rivoluzione”

Edito da Eleuthera, Milano, 1999, 244 p.

A causa della sua intensa vita militante, Malatesta non ha lasciato un’opera che possa dare organicamente conto del suo pensiero, sparso piuttosto negli innumerevoli articoli pubblicati sulla stampa anarchica. D’altronde, il tempo storico di Malatesta non è quello della fondazione della dottrina, ma quello della sua attuazione. La differenza sostanziale tra lui e i pensatori classici che lo hanno preceduto, in particolare Proudhon, Bakunin o Kropotkin, è infatti che questi ultimi erano impegnati a costruire la logica del discorso, mentre l’anarchico italiano è interessato a verificarne la coerenza interna e la validità effettuale. Non solo quindi l’azione è cruciale nel discorso malatestiano, ma il suo contributo teorico può essere colto in pieno solo nel quadro complessivo delle esperienze storiche del movimento anarchico italiano e internazionale. Questa antologia raccoglie dunque solo una piccola parte degli articoli scritti da Malatesta nei suoi sessant’anni di militanza, di fatto privilegiando gli ultimi dieci anni della sua vita, quando si ritrova in una congiuntura storica più favorevole a sviluppare appieno quella che è sempre stata la sua concezione del mutamento sociale: una saggia e dirompente miscela di buon senso e utopia.

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Nota dell’Archivio
-Manca l’Introduzione di Giampietro Nico Berti.
-Nell’ultima versione del 2018 il libro è stato titolato “Buon senso e Utopia”. Nella nota del curatore viene riportata la seguente: “La presente antologia è composta esclusivamente di articoli e saggi scritti nell’ultimo periodo della vita di Errico Malatesta, vale a dire gli anni che corrono dal 1919 al 1932. Tale scelta è dettata dalla constatazione che il periodo della sua «maturità» politica e culturale, sebbene dati senz’altro dalla fine dell’Ottocento (con la pubblicazione del periodico «L’Agitazione», Ancona, 1897), coincida in gran parte con il primo dopoguerra. E ciò perché il grande anarchico italiano, per una serie di contingenze particolari (per esempio, l’uscita del quotidiano «Umanità Nova»), ha modo solo allora di precisare e approfondire le sue idee intorno ad una serie di questioni, precedentemente trattate in modo sporadico e occasionale. Specialmente con gli articoli e i saggi apparsi tra il 1924 e il 1926, pubblicati nella rivista «Pensiero e Volontà», Malatesta giunge al definitivo approfondimento della sua sessantennale riflessione teorica, frutto di un’esperienza politica, culturale ed esistenziale che nel movimento operaio e socialista non ha precedenti.”

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Malatesta Errico, “Anarchismo e violenza”

Edito da Anarchismo Edizioni, Trieste, Novembre 2013, 59 p.

Nota introduttiva di Alfredo Maria Bonanno
Parrebbe una difesa contro l’accusa di pacifismo ad oltranza e in questi articoli, al contrario, viene ribaltata non solo l’accusa – assolutamente fuori luogo e per giunta proveniente da pulpiti non certo adeguati – ma viene, con grande attenzione, indicato il limite che la violenza rivoluzionaria finisce col trovare in se stessa, nel proprio fondamento morale e nell’obiettivo che deve sapersi dare di contribuire a realizzare la libertà non solo degli anarchici ma di tutta l’umanità, sfruttatori compresi.
Ora, siccome la strada è lunga, e il percorso liberatorio indicato, con relative precisazioni riguardo il reperimento dei mezzi organizzativi e dei metodi di attacco per realizzare questa violenza liberatrice, è accidentato, ci sono molti poveri di spirito che finiscono per bloccarsi nel corso delle tante realizzazioni – acquisizioni e perdite comprese – e, fermandosi, si arroccano sulla difesa di quello che sono riusciti a stringere fra le mani, e accuratamente lo difendono, diventando, con sfumature più o meno sgradevoli, piccoli “proprietari” di miserabili appezzamenti di “libertà”, mentre la libertà si contrae in un sogno ormai alimentato solo da contributi letterari, in genere di scadente qualità.
E del ritorno ai progetti di un tempo? e quella violenza che doveva scardinare le porte del vecchio mondo? È possibile che non si sia capito che ogni volta bisogna ricominciare daccapo? che non ci sono fatti rivoluzionari compiuti una volta per tutte?
Quello che Malatesta ci dice, a volte chiaramente a volte fra le righe, è proprio questo. La violenza è indispensabile, ma da sola non risolve per sempre i problemi della rivoluzione, questi si ripresenteranno sempre e quindi occorrerà sempre tornare ad attaccare i futuri sopraffattori, con una nuova violenza liberatrice, fin quando questa stessa violenza diventerà superflua per avere finalmente ottenuta la libertà non solo per gli anarchici ma per tutti.
Ci dispiace, ancora una volta, di guastare i sogni pacifici dei reduci e degli ex combattenti

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Ippolita, “Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale”

Edito da Eleuthera, Milano, 2005, 128 p.

Gli hackers fanno molto e dicono poco. Ma, nell’era della tecnocultura, hanno molto da insegnarci: la passione per la tecnologia, la curiosità che li spinge a metterci sopra le mani, a smontare per comprendere, a giocare con le macchine, a condividere i codici che creano. Essere pirati informatici significa essere pirati della realtà. Essere protagonisti attivi, agire e non subire il cambiamento; usare la tecnologia per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri; porsi in un continuo dialogo con il flusso di informazioni delle reti, informatiche e umane. L’etica hacker, le pratiche di condivisione e cooperazione interessano ora anche il mercato, che ha assunto il metodo di sviluppo delle comunità hacker per risollevarsi dopo la bolla speculativa della net economy. I termini cambiano poco, da software libero (free software) a software aperto (open source), ma in realtà cambia tutto. Il passaggio è doloroso: la curiosità per il nuovo diventa formazione permanente, la fluidità delle reti diventa flessibilità totale, la necessità di connessione per comunicare diventa lavoro 24 ore su 24: semplici ed efficaci slogan del mercato globale. La cultura hacker cerca allora di elaborare nuove vie di fuga, insistendo sulla forza delle comunità e sulla responsabilità delle scelte individuali.

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Detour, “La canaglia a Genova”

Autoproduzione Il Sottovoce, 2006, 52 p., Seconda Edizione

E’ passato un anno dalle giornate del G8 e il cosiddetto movimento antiglobalizzazione si appresta a celebrare l’ennesima scadenza ricordando le giornate di un anno fa soltanto per la repressione poliziesca e per la morte di Carlo Giuliani. In pochi sembrano pensare – e nessuno osa dire – che se la polizia ha represso duramente, è stato soprattutto perché si era creata una situazione che le era sfuggita di mano, e che Carlo Giuliani è stato ucciso brutalmente – rispetto ai modi molto più raffinati con cui il dominio uccide e lobotomizza quotidianamente e tanto più tristemente milioni di suoi simili – perché quel giorno, assieme ad altre migliaia di persone, aveva avuto il coraggio di ribellarsi.
Il lamento e la celebrazione del lutto odierni sono gli strumenti per fare in modo che si continui a passare sotto silenzio quello che ha fatto e fa tuttora male a tutti, tanto ai fedeli servitori dell’ordine del mondo quanto ai suoi supposti contestatori. Prima del G8 era logico ritenere che nulla di interessante sarebbe potuto accadere: la logica dell’appuntamento e la costruzione di una trappola militare, nonché il monopolio mediatico delle lobbies sinistre (tute bianche, social forum, cattolici, ambientalisti e rifondati) nella gestione della “protesta” ufficiale e concordata facevano pensare che nessun contenuto interessante avrebbe potuto trovare sfogo a Genova. In questa situazione qualcosa è invece accaduto: l’organizzazione spettacolare dei professionisti della contestazione concordata è stata rifiutata da migliaia di persone che hanno deciso di fare a modo loro e di contestare realmente il potere che si manifestava attraverso l’organizzazione dello spazio urbano e la massiccia presenza poliziesca, attaccando direttamente entrambe. Se la lettura dei testi scelti e proposti restituisce in modo già esauriente (a partire dal testo di Montaldi sull’eredità genovese del ’60) lo scacco che è stato dato agli “opportunisti di sinistra” (magra consolazione, potrebbe dire più d’uno), ci sembra invece opportuno insistere subito sull’unico aspetto, finora totalmente ignorato, carico di potenzialità costruttive: migliaia di persone si sono impadronite di interi quartieri di Genova (Foce, Marassi, San fruttuoso e parti di Albaro e Castelletto), liberando le vie dal dominio capitalista.
Il dibattito post-G8 nell’ambiente “antagonista” si è esaurito nel difendere lo spirito anarchico del cosiddetto black bloc dalla ridicola accusa di essere un esercito di infiltrati e poliziotti e nel legittimare moralmente l’azione diretta. Questa doppia operazione difensiva non ha permesso di rilanciare i contenuti delle giornate genovesi oltre la denuncia della feroce repressione poliziesca. Detto quanto sia poco interessante filosofeggiare non solo sulla moralità dell’atto distruttivo (su cui poche persone di buon senso hanno da ridire), ma anche sulla stucchevole distinzione tra l’incendio di un auto proletaria o di una borghese o il saccheggio di un megastore invece che di una piccola bottega (e qui le remore aumentano da parte di chi non vede nel capitalismo un sistema di relazioni sociali concrete così oppressivo da meritare un attacco senza mediazioni) vale invece la pena sottolineare il pericolo strategico e politico di un nichilismo che non sa superarsi.
Gesto carico di significato e potenzialità quando compiuto da un casseur di periferia nel flusso della vita quotidiana come rifiuto per la vita di merda a cui è destinato, l’atto distruttivo diventa “spettacolo del rifiuto” – che già quarant’anni fa era stato identificato come una delle trappole più subdole tese dal recupero capitalista sulle forme di vita – quando viene proposto da un militante politico in occasione di un summit internazionale, circondato da telecamere e giornalisti. Se il progetto radicale è quello di ritagliarsi uno spazio all’interno degli appuntamenti fissati dal dominio e gestiti dai contestatori da esso addomesticati per praticare l’azione diretta contro i “simboli” del capitalismo, non resta che riconoscere lo scacco e andare altrove, ricordando come già negli anni Sessanta, nell’Amsterdam dei Provos, le agenzie di viaggio fossero arrivate al punto di organizzare finte guerriglie urbane a cui far partecipare i turisti, e sottolineando che le vere forme contemporanee di sovversione vanno cercate nelle insurrezioni popolari che hanno scosso l’Albania pochi anni fa, e che perdurano in Cabilia e, in parte, in Argentina.
Se Seattle aveva avuto un valore per il carattere di novità che la protesta sociale aveva avuto dopo decenni di apatia totale, tutte le tappe seguenti dell’antiglobal tour avevano costituito un rapido e progressivo scadimento nella rappresentazione spettacolare della protesta. Nonostante in molti abbiano voluto fare di Genova una tappa simile a quelle di Praga, Nizza e Goteborg, semplicemente aumentata nella quantità dei suoi effetti (maggior numero di manifestanti, di vetrine distrutte e di botte della polizia), essa è stata invece ben altro, un salto di qualità. L’azione diretta sfugge alla trappola dell’estetica del nichilismo e si trasforma in occasione di costruzione di situazioni di rivolta e di libertà reali quando scavalca il muro della militanza per aprirsi alla partecipazione gioiosa di altri manifestanti, di abitanti, di passanti e di curiosi nella costruzione di spazi e di momenti di vita collettivi. Questo è esattamente quanto è successo a Genova il venerdì 20 luglio (e non il giovedì né il sabato). I pochi black bloc che credono alla propria esistenza in quanto organizzazione e stabiliscono la relativa ortodossia militante si sono lamentati o se ne sono addirittura andati da Genova alla fine della giornata perché troppi cani sciolti non vestiti di nero hanno disertato la contestazione dei “simboli” del capitalismo. Questi perfetti progettisti di quel “rifiuto dello spettacolo” di cui lo spettacolo stesso fa richiesta non hanno capito che ciò che attrae le persone in una situazione di rivolta è una contestazione reale e immanente della vita quotidiana.
A Genova l’azione devastatrice non è mai stata fine a se stessa ma parte integrante di un movimento di appropriazione e godimento dello spazio urbano da parte di migliaia di persone in un clima tutt’altro che violento e parossistico (e chi non c’era lo può verificare da molti resoconti e filmati). In realtà, come è stato fatto notare da più parti, il black bloc non è una organizzazione ma una tattica di strada, ed in quanto tale ha avuto un ruolo decisivo durante il venerdì 20: scegliendo volontariamente di disertare la trappola mediatica della zona rossa e lo scontro diretto con la polizia, e inoltrandosi in quartieri popolari affollati non solo di manifestanti ma anche di curiosi, lo spezzone “nero” ha funzionato da detonatore per la liberazione di quegli spazi. Dalle 12 alle 19 di venerdì 20 luglio, ovvero dalle prime azioni all’incrocio tra Corso Torino e Corso Buenos Aires fino agli ultimi focolai di scontro in via Donghi, buona parte della Genova centro-orientale è stata in mano ai rivoltosi, che hanno costretto la polizia ad azioni di contenimento e hanno attaccato i dispositivi di oppressione della vita quotidiana. Nell’arco di quelle lunghissime sette ore del venerdì non solo gli spezzoni di corteo antagonisti – quello più corposo che da Piazza Paolo da Novi è arrivato a Manin, via carceri di Marassi, e quello più piccolo ed avventuroso che ha raggiunto Piazzale Kennedy per poi percorrere tutto il lungomare fino a Boccadasse e ricongiungersi, attraversando Albaro, alla coda del corteo delle tute bianche – ma migliaia di persone hanno attraversato un territorio improvvisamente trasfigurato, dove tutti i segnali che quotidianamente ci ricordano il nostro dovere di sottomissione non avevano più senso (insegne commerciali, carreggiate automobilistiche, segnali stradali, ecc.) e le strade, vissute normalmente come percorsi obbligati di una vita preconfezionata, sono divenuti lo spazio di possibili avventure, i luoghi dove si costruiva la storia individuale e collettiva di quei momenti. Da tempo una città dell’occidente capitalistico pacificato non veniva liberata per così grandi spazi e per così lungo tempo da una canaglia di facinorosi.
Nonostante sia ormai da cinquant’anni al fedele servizio del capitalismo, l’urbanistica – organizzazione degli spazi urbani come funzione dei bisogni dell’economia – viene costantemente sottovalutata e trascurata tra gli obiettivi del mondo da contestare. Ma chi pensa che la globalizzazione non sia solo un sistema che aumenta la disparità economica tra una parte del mondo ricca e felice ed un’altra povera e triste, bensì un altro nome per definire quel totalitarismo dell’Economia sull’uomo che rende insopportabile la vita quotidiana di tutti, anche e soprattutto di noi “ricchi”, dovrebbe ricordarsi di quanta frustrazione, alienazione e oppressione passino attraverso l’organizzazione capitalista dello spazio urbano. La sistematica distruzione di ogni possibilità di aggregazione sociale e di piacere reale (non quello alienato indotto dal consumo), financo quello di circolare liberamente per le vie, è la causa principale della rassegnazione e della tristezza di milioni di persone, nonché dell’incapacità di saper creare quotidianamente forme di pensiero politico e di azioni di conflitto contro il dominio. Quando l’orizzonte della nostra vita quotidiana è fisicamente rinchiuso in una gabbia senza uscite – una città dove si esce di casa e ci si sposta solo per lavorare e consumare – la trappola capitalista ha successo. Lì finisce ogni possibilità di riscatto rivoluzionario perché “tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali non bastano a cancellare un attimo di libertà vissuta”. Quello che spesso neanche la sinistra radicale capisce è appunto che qualsiasi pretesa rivoluzionaria – per quanto fine – non può prescindere dalla sperimentazione concreta della libertà e solo la dimensione intrinsecamente sociale della città, la condivisione dello spazio, può permettere di superare l’impasse della libertà individuale non condivisa, per rilanciarla su un piano politicamente sovversivo.
Per tutti questi motivi, venerdì 20 luglio è stato un giorno di rivolta. Aver condiviso con migliaia di persone l’esperienza fisica e mentale di una nuova dimensione dello spazio urbano; aver respirato, sia pure per poche ore, l’atmosfera di un potenziale mondo alla rovescia, le cui strade non sono più i binari che portano sempre negli stessi posti, ma i terreni di avventure e di sorprese: tutto ciò è benzina sul fuoco che brucia coloro che non si rassegnano alla sopravvivenza. L’aver esperito la libertà nelle strade diventa automaticamente la base di una rivendicazione politica senza compromessi: la rivoluzione della vita quotidiana. Per le persone che sentono queste cose, il venerdì di un anno fa a Genova rimane un dies signanda albo lapillo, non un lutto da celebrare, ma una festa da rinnovare. Soltanto un’inflazione di situazioni simili, e mai nessun tribunale, potrà rendere giustizia alla lotta e alla morte di Carlo Giuliani.
Luglio 2002

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Note dell’Archivio
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Gubitosa Carlo, “Da Seattle a Genova”

Edito da Altreconomia, 2011, 593 p.

Ravvivare la memoria con il racconto è la cosa più importante, attraverso la quale, come in un trattamento psicoanalitico, ogni cosa va al suo posto ed ogni cosa trova la sua logica spiegazione. Anche la bestialità. [Francesco Trapani, operatore sanitario presente a Genova] Anche stanotte ho sognato Genova. Ormai dovrei smetterla di ossessionarmi per quello che è successo, ma anche a distanza di anni da quel fatidico 20 luglio, quando la paura e il nonsenso mi hanno sorpreso per le strade di Genova, non posso smettere di pensarci. Mi sono scontrato con varie forme di violenza organizzata di cui avevo solamente intuito l’esistenza, e ancora oggi fatico molto per togliermi di dosso un terrore e una rabbia mai provati. Non riesco ancora a cacciare via dalla mia mente quei perchè che si sono impadroniti dei miei pensieri come parassiti, e ormai utilizzano il mio corpo come un semplice strumento per soddisfare la loro sete di risposte, spingendomi a setacciare edicole, librerie, siti internet e redazioni di riviste alla ricerca disperata di ogni singola riga scritta sui fatti di Genova, accatastando videocassette con un collezionismo maniacale che fa diventare inaccettabile la produzione di un libro su Genova senza la visione di ogni singolo metro di pellicola disponibile, sfogliando pagina dopo pagina tutti i documenti del Comitato parlamentare d’indagine, cercando incontri, colloqui e scambi di idee con altre persone, anche con gli amici che il destino ha portato ad indossare le divise della Polizia, dei Carabinieri o della Guardia di Finanza. Nei secoli passati gli alchimisti hanno dedicato intere vite alla ricerca della “pietra filosofale” capace di trasformare in oro i metalli volgari, con un atteggiamento ossessivo simile a quello con cui io, attraverso l’alchimia della scrittura, ho cercato il “libro perfetto”, talmente documentato da risultare incontestabile, capace di convincere allo stesso tempo il manifestante più radicale e il poliziotto più intransigente. In questa ricerca, ovviamente, il libro perfetto è rimasto solamente un desiderio, e quello che sono riuscito a produrre è un’inchiesta documentata e approfondita, ma inevitabilmente parziale, che racchiude solo in parte la complessità e le contraddizioni delle esperienze vissute da migliaia di persone a Genova, ognuno nella sua via e nella sua piazza, in divisa e non, con prospettive, storie ed emozioni diverse.

Un libro parziale ma non “di parte”: è quanto mi sono sforzato di realizzare ricostruendo e documentando i fatti, confrontandoli con tutte le fonti disponibili – i testimoni, le foto, i filmati, le deposizioni, gli atti del Comitato parlamentare d’indagine, le interviste e tutto quanto è stato prodotto su Genova – utilizzando il più possibile le parole degli stessi protagonisti, attraverso le loro dichiarazioni e testimonianze. Senza contare che, in quei giorni, a Genova c’ero anch’io per seguire i lavori e i fatti di cronaca con un gruppo di colleghi delle redazioni di “Altreconomia”, “Nigrizia”, “Redattore sociale” e altri ancora. Per giorni abbiamo lavorato insieme, collegati praticamente in tempo reale, e questo ci ha consentito di seguire e documentare gli stessi avvenimenti da più punti di osservazione. La struttura del libro comprende una parte iniziale che serve per inquadrare le iniziative di critica alla globalizzazione nella loro cornice storica e culturale, riportando l’attenzione sui contenuti delle iniziative di protesta anzichè sui disordini che le hanno accompagnate. Il cuore del testo è la cronaca, fatta giorno per giorno e piazza per piazza, di quei sette giorni che hanno segnato la vita di molti e la storia del Paese. A questo racconto cronologico fa seguito una raccolta di testimonianze e contributi che da diverse prospettive cercano di aggiungere il calore del racconto diretto alla semplice cronaca degli eventi. A differenza di molti altri testi realizzati sull’argomento, lo scopo che mi sono prefisso non è quello di denunciare o condannare, ma di capire che cosa e perchè è successo in quelle giornate di luglio. La parola scritta dovrebbe essere il regno della razionalità, dei pensieri meditati, masticati, criticati e verificati prima ancora di farli arrivare sul foglio, delle analisi fatte a mente fredda, dell’onestà, della lucidità, della calma. Raccontando Genova il condizionale è d’obbligo, perchè l’esperienza diretta vissuta per le strade di quella bellissima città devastata è stata talmente intensa da rendere praticamente impossibile una riflessione serena e distaccata per chi ha ancora negli occhi e nella mente l’impotenza, la rabbia, la violenza e la paura che hanno segnato per sempre chi si è trovato per strada durante gli scontri.
è per questo che non è facile parlare di Genova senza trasformarsi improvvisamente in un giustizialista accanito o in un integralista del garantismo, sposando una delle due tesi su cui si sono polarizzati i mezzi d’informazione e la maggior parte dell’opinione pubblica che, come ai tempi di Coppi e Bartali è chiamata a scegliere tra due squadre, con una fazione in cui le forze dell’ordine sono dipinte come un branco violento di fascisti e un opposto schieramento in cui i manifestanti sono descritti come dei veterocomunisti che invece di cambiare il mondo tirando sassi farebbero meglio a zappare la terra. Guardando due ragazzi, uno in canottiera l’altro in divisa, che impugnano un estintore e una pistola è difficile chiedere semplicemente giustizia e verità senza farsi trascinare nel tribunale della rabbia, dove alcuni applaudono per la condanna a morte di un giovane mentre altri (e tra questi mi pare significativo sottolineare che non c’è la famiglia Giuliani) maturano odio e voglia di vendetta verso colui che ha sparato. Chi ha subito senza colpa la violenza dei lacrimogeni e dei manganelli farà fatica a continuare a distinguere tra la Polizia e i singoli poliziotti, tra le istituzioni in quanto tali e le responsabilità personali di ciascuno degli agenti. Chi ha visto i gruppi di devastatori che in nome della lotta ai simboli del capitalismo hanno messo a repentaglio la sicurezza di centinaia di migliaia di persone sarà difficilmente indulgente con i leader di un movimento che non ha saputo abbracciare la nonviolenza con sufficiente coraggio e fermezza, abbandonandosi a “dichiarazioni di guerra” e a “rappresentazioni mediatiche” dello scontro ideologico.

È per questo che raccontare Genova invocando i miti giornalistici dell’obiettività e della separazione dei fatti dalle opinioni è un’impresa maledettamente difficile. Tuttavia, proprio perchè la capacità di analisi critica è ormai diventata un bene scarsissimo, è necessario aggrapparsi ad essa con tutte le energie che abbiamo a disposizione, per non ripetere gli errori del passato e impedire che tre giorni di violenza si trasformino nelle prove tecniche di una guerra civile. Le ferite fanno ancora troppo male, e non è facile parlare di Genova, ma è tremendamente necessario continuare a documentare fatti e circostanze per cercare la “verità”, pur nella consapevolezza di non poterla mai afferrare, camminando in bilico tra diversi estremismi e continuando ad affermare che le forze dell’ordine rappresentano una garanzia di sicurezza e tutela per i cittadini, che i movimenti di critica alla globalizzazione e i loro attivisti sono una risorsa sociale e culturale a disposizione di tutti, che il mondo della politica è ancora l’ambito privilegiato in cui costruire la società di domani. Proprio per la fiducia che va riposta verso chi combatte quotidianamente il crimine c’è bisogno di distinguere tra la Polizia e le azioni dei singoli poliziotti, tra le istituzioni in quanto tali e le scelte individuali, affermando il principio della responsabilità personale contro le generalizzazioni che esasperano il conflitto sociale e favoriscono l’impunità di chi ha effettivamente commesso degli abusi ed è agevolato sia dalle accuse generiche fatte senza nomi e cognomi, sia dalla reazione corporativa che ne è la logica conseguenza. è proprio il rispetto verso i tutori della legge che deve spingere le istituzioni, gli operatori dell’informazione e i singoli cittadini a denunciare con fermezza tutte quelle circostanze in cui le forze dell’ordine hanno abbandonato il loro ruolo di rappresentanti dello Stato, cedendo alla rabbia e scegliendo di agire in base alla legge del più forte imposta dai gruppi violenti, anzichè rispettare per primi e far rispettare agli altri le leggi della Repubblica. è proprio per salvare e valorizzare la bellezza e la ricchezza culturale di tantissimi movimenti e associazioni presenti nelle strade di Genova che bisogna essere pronti a criticare il “movimento”, quando punta tutte le sue energie solamente sull’ “invasione” della zona rossa senza raggiungere e invadere la coscienza di chi non ha ancora capito i perchè della protesta, quando la violenza delle allegorie utilizzate per impressionare i mezzi di informazione rischia di essere fraintesa evocando altre violenze molto più concrete.

È proprio il valore dell’impegno istituzionale che vanno criticate quelle forze politiche che cavalcano la contestazione e strumentalizzano la piazza, trasformando un insieme di persone variegato ed eterogeneo in un gruppo di delinquenti o in un gruppo di martiri a seconda dei propri interessi particolari e della propria convenienza, e utilizzando strumentalmente i manifestanti o i poliziotti come un potente ariete politico con cui sfondare il fronte opposto. In questo particolare contesto storico, con questo clima di forte conflitto sociale e con un altissimo livello di tensione nella società civile, mantenere un’equidistanza che non degeneri nel qualunquismo e nell’indifferenza è un’impresa non banale, soprattutto quando si cerca di produrre informazione senza blandire o esacerbare la rabbia. Per questo e per molti altri motivi non è affatto facile raccontare Genova, ma ciò nonostante penso che sia doveroso almeno provarci, con la consapevolezza che non possiamo più delegare la nostra conoscenza dei fatti al quotidiano “di fiducia” o al giornalista di riferimento, e che dobbiamo cercare in prima persona buone domande anzichè risposte troppo facili, domande che ci aiutino a capire una situazione molto complessa senza sovrastrutture ideologiche, verità preconfezionate o teoremi costruiti su misura di ciò che si vuol pensare. Camminando per le strade di Genova trasformate in zone di guerriglia urbana, tra posti di blocco, nuvole di lacrimogeni e macchine bruciate, per la prima volta in vita mia mi sono sentito braccato, totalmente insicuro, e molte certezze maturate fino a quel momento si sono sciolte come neve al sole. Il mio senso critico e la mia capacità di valutazione serena sono stati messi a dura prova dalla violenza (che ha colpito anche persone a me vicine) dalle decine di racconti delle persone coinvolte loro malgrado negli scontri di piazza, dall’ingresso nella scuola Pertini/Diaz dopo la “perquisizione” del sabato notte, dalle immagini agghiaccianti trasmesse dalla televisione e su internet.

Nei momenti di maggiore sconforto, quando lo sforzo di capire mi sommergeva sotto quintali di carta e le idee si accavallavano in testa rendendo possibile ogni ipotesi e il suo contrario, mi sono chiesto come sarebbe cambiata la mia vita se in quella settimana di luglio avessi preferito andare in vacanza. Ciò che mi ha guidato a Genova non è stata la voglia di manifestare, o la sensazione di trovarmi di fronte ad un appuntamento “storico”, ma semplicemente il “dovere di cronaca” che mi ha spinto a raccontare i contenuti seri della protesta, i momenti di gioia e di festa, i dibattiti, le riflessioni e le proposte espresse durante i “public forum”. Assieme agli altri giornalisti di “Altreconomia” e “Nigrizia” ho fatto parte di un gruppo che per sette giorni ha prodotto in rete informazioni e approfondimenti sulle questioni che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone, nella consapevolezza che la forma della protesta avrebbe potuto oscurare la sua sostanza, e che un dibattito attorno ad un tavolo (noi ne abbiamo descritti e raccontati tanti) non avrebbe fatto gola ai mezzi d’informazione tradizionali, attirati solamente da quello che distrugge con rumore anzichè da ciò che si costruisce in silenzio. Questo libro è stato costruito aggiungendo alle esperienze del gruppo di “giornalisti di strada” di cui ho fatto parte e agli scritti prodotti direttamente a Genova tutti i documenti attendibili di cui sono entrato in possesso. Chi era presente si è sentito accecato dall’incapacità di capire, dalla rabbia o dallo sdegno, chi non c’era è stato condizionato dalla mancata conoscenza dei fatti o dal pregiudizio. Con i colleghi di “Altreconomia” e “Nigrizia” ho condiviso il bisogno di raccontare il più lucidamente possibile i fatti di Genova, con oggettività ma con passione giornalistica, conservando le sensazioni che abbiamo provato a Genova senza farci influenzare da esse.

Le fonti utilizzate, in ordine di priorità e di attendibilità, hanno come primo riferimento la mia esperienza diretta e quella degli altri colleghi presenti a Genova. La seconda fonte “qualificata” impiegata in questo tentativo di ricostruzione dei fatti è rappresentata dalle dichiarazioni contenute nei resoconti stenografici delle audizioni del ‘Comitato paritetico per l’indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova” istituito dalle commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato il 3 agosto 2001, che nel corso del libro verrà indicato per brevità come “Comitato parlamentare d’indagine”. Un’altra fonte diretta è costituita dalle testimonianze raccolte da chi è stato direttamente coinvolto negli scontri. Ho scelto di non prendere in considerazione la grandissima quantità di testimonianze anonime pubblicate sui giornali, per concentrarmi su testimonianze più qualificate, o quantomeno attendibili con maggiore probabilità, rilasciate da persone che hanno reso noto il loro nome e cognome, tra cui molti giornalisti, gli operatori sanitari che hanno prestato servizio a Genova, qualche operatore di polizia, moltissimi manifestanti. Le uniche testimonianze riportate in forma anonima, solamente con le iniziali del nome e del cognome, sono state quelle che mi sono state inviate direttamente. Per questi racconti sono io stesso a garantire l’attendibilità delle fonti, dopo aver verificato personalmente, attraverso contatti diretti, l’identità e la credibilità delle persone che mi hanno affidato i loro racconti richiedendo però di apparire solamente con le loro iniziali. In questa categoria di documenti rientrano le testimonianze riportate in appendice, che a pochi giorni di distanza dai fatti di Genova mi sono state inviate in qualità di segretario dell’associazione pacifista PeaceLink, per la costruzione di una raccolta già consegnata ad Amnesty International. L’insieme di questi racconti contribuisce in modo attendibile alla comprensione della prospettiva dei manifestanti pacifici, persone molto diverse tra loro per la città di provenienza e il gruppo di appartenenza.

Il libro è dedicato a varie persone. Innanzitutto a Carlo Giuliani e alla sua famiglia, che in quei giorni hanno pagato il prezzo più alto di tutti. Un pensiero è rivolto anche a tutte le altre vittime della violenza che ha segnato le giornate di Genova e che continua a segnare la vita di molte persone che, soprattutto nel Sud del mondo, subiscono le conseguenze negative della globalizzazione. A questa lista aggiungo anche Luca C., che ho ritrovato a Genova ferito e traumatizzato a soli 17 anni, catapultato in una “giungla metropolitana” ben diversa dai boschi dove abbiamo giocato insieme quando era ancora un “lupetto” del mio gruppo scout. Scrivendo questo libro ho pensato molto anche a mamma Anna Maria e zia Elena, sperando di aiutarle a capire un po’ di più la storia del mio tempo e le esperienze dirette che ho vissuto a Genova.
— Carlo Gubitosa

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(a cura di) Comunicazione Antagonista Edizioni, “La battaglia di Seattle. Voci, immagini e documenti dall’evento destinato a cambiare l’agire politico del nuovo secolo”

Edito da Comunicazione Antagonista Edizioni, Firenze, 2000, 160 p.

Parole d’ordine immediate, un linguaggio chia­ro, obbiettivi precisi, il metodo dell’azione di­retta per unire i soggetti materiali che subisco­no i diktat economici, la repressione militare e politica che li accompagna… la battaglia di Seattle rappresenta una svolta, un’anticipazio­ne del futuro prossimo, contiene indicazioni fon­damentali per l’agire politico in tutti i luoghi. Inoltre, la battaglia di Seattle, finalmente, crea il giusto quadro di riferimento: una comunica­zione ed un’agenda di scadenze ed appunta­menti mondiali; il collegamento e la circolazio­ne internazionale delle lotte.

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Giacopini Vittorio, “No-global tra rivolta e retorica”

Edito da Eleuthera, Milano, 2002, 128 p.

Il rifiuto della globalizzazione è diventato uno schermo ideologico che nasconde una verità più estrema. Da Seattle a Genova, un linguaggio della protesta imprevedibile e irriverente ha finito per dimostrare che la politica tradizionale è finita, si è trasformata in una cerimonia. Il re è nudo. Governi, partiti, istituzioni internazionali, non contano più niente. A Seattle, per la prima volta dopo decenni, si è risentita una voce che sembrava spenta. La voglia di ribellarsi ha introdotto qualcosa di nuovo nel mondo. Ma sono trascorsi solo due anni e già sembra trascorsa un’eternità.

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Do Paolo, “Il tallone del drago. Lavoro cognitivo, capitale globale e conflitti in Cina”

Edito da DeriveApprodi, Roma, 2010, 138 p.

La crescita economica senza precedenti della Cina traina la ripresa mondiale verso l’uscita dalla crisi, riconfigurando un’inedita geografia dei poteri con gli Usa e scontrandosi con l’urgenza di una nuova governance globale. Al contempo, gli investimenti sulla formazione, la nascita di nuove metropoli e il rischio di bolle immobiliari stanno profondamente cambiando questo Paese. Questo libro descrive le trasformazioni che il Regno di Mezzo si trova oggi ad affrontare, tra la sfida delle energie rinnovabili, la ricerca scientifica e una forza lavoro mobile e metropolitana. La “fabbrica del mondo” si scopre sofisticata e all’avanguardia, centro di innovazione del capitale globale e sempre più abitata da lavoratori qualificati. Ma è anche il nuovo epicentro delle lotte sul lavoro. Partendo dagli scioperi della fabbrica Foxconn, produttrice degli iPhone di Steve Jobs, questo libro ci spiega come l’immagine di una Cina fatta di persone disposte a lavorare a qualunque condizione subisca forti contraccolpi. Una nuova generazione di giovani cinesi – operai, stagisti e studenti – ci mostra il volto del conflitto tra capitale globale e mondo del lavoro. Frutto di una ricerca condotta nei maggiori distretti produttivi cinesi, questo libro ci guida alla scoperta di coloro che lavorano e occupano le fabbriche in una Cina ormai uscita dalle periferie e sempre più protagonista nei processi di valorizzazione dell’economia della conoscenza.

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Mezzadra Sandro, “Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione”

Edito da Ombre Corte, Verona, 2006, 218 p., Seconda Edizione

Prendendo le mosse dallo studio di un caso specifico (il giudizio del giovane Weber sulle migrazioni tedesche e polacche alla fine del XIX secolo), il libro propone di porre al centro del dibattito la determinazione soggettiva dei movimenti migratori, l’insieme di comportamenti e immaginari che fanno della migrazione un movimento sociale a tutto tondo. Attraverso il confronto con una serie di studi storici sul governo della mobilità del lavoro nel capitalismo, studiava la situazione contemporanea, in cui il progressivo travolgimento di ogni ostacolo alla libera circolazione di merci e capitali convive con la moltiplicazione e il riarmo dei confini contro profughi e migranti, dal punto di vista delle ripercussioni che l’insieme dei processi di globalizzazione ha sulla configurazione della cittadinanza nelle democrazie occidentali. Questa nuova edizione è arricchita di una serie di testi pubblicati negli ultimi cinque anni, che danno conto sia dello sviluppo del lavoro dell’autore sui temi delle migrazioni sia di una riflessione collettiva in cui le tesi presentate in “Diritto di fuga” si incrociano con altri percorsi di ricerca, a partire dal dialogo con studiosi come Brett Neilson ed Etienne Balibar e con una realtà quale il Colectivo Situaciones di Buenos Aires.

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Lucetti Riccardo, “Gino Lucetti. L’attentato contro il duce. 11 Settembre 1926”

Edito da La Cooperativa Tipolitografica Editrice, Carrara, 2000, 206 p.

Dopo essere rimasto per mezzo secolo, negli anni del ventennio e dell’immediato dopoguerra, nel cuore degli antifascisti, anche per Gino Lucetti implacabile è seguita l’azione del tempo, l’attenuarsi fino a svanire, della memoria. Nella sua stessa città natale non una biblioteca, un’associazione, un circolo che lo ricordi alla società civile, se si eccettua il nome della piazzetta nella parte vecchia di Avenza (che comunque i nativi continuano a chiamare “piazza Drent”) e il gruppo anarchico. Una unica, paradossale eccezione in un cantuccio della macchina statale: sulle carte catastali, revisionate e perfezionate nei primi anni cinquanta, tuttora figura il nome di Lucetti assegnato alla piazza centrale di Carrara vecchia, anche se in seguito le è stato ridato il nome del signorotto Alberico che aveva in precedenza. Sebbene con ritardo, questo saggio storico giunge dunque quanto mai tempestivo, a ripristinare il significato di una vita dedicata alla demolizione della dittatura, riconsegnando alla sua città un personaggio che ha indubbiamente contribuito ad estenderne e a radicarne la fama di culla della ribellione umana e sociale contro ogni potere.
Gli editori

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