(a cura di) Bonanno Alfredo Maria, “Dio e lo Stato nel pensiero di Proudhon”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2015, 90 p., Seconda Edizione

Nota introduttiva alla seconda edizione

Una delle migliori analisi del rapporto tra la religione e lo Stato. Proudhon non è un dottrinario, non sentenzia partendo dai libri soltanto, ma è un uomo che si è fatto a poco a poco, rubando spazio alla lotta feroce per sconfiggere la miseria e la fame. Spesso, chi ha fatto questa esperienza sgradevole e angosciante diventa un feroce repressore o un millantatore reazionario, qualcosa a metà tra un riformista e un sognatore di utopie. Non è il caso di Proudhon. Marx aveva visto giusto, cercando di frenare, con i soliti mezzi – la calunnia e l’imbroglio – la dirompente efficacia delle Contraddizioni. Lo spirito giornalistico (pungente ma superficiale) che il sofista hegeliano utilizzò, da par suo, è tutto nel sottotitolo del grandioso libro di Proudhon (Filosofia della miseria), capovolgimento di Miseria della filosofia. Veramente stupefacenti le note critiche che stende Proudhon in margine alla sua copia del libro di Marx. Stupefacenti ed esilaranti. Meriterebbero un opuscolo a parte.
Non bisogna dimenticare che il libro da cui sono tratte le citazioni che supportano queste mie annotazioni sul problema di Dio e dello Stato in Proudhon sono tutte tratte dalle Contraddizioni, che è un libro di economia. La qual cosa resta esempio più unico che raro. In effetti, se ben si considera, nessun meccanismo economico reggerebbe senza l’avallo di un arché a priori. In tempi recentissimi gli stessi economisti in carica, quelli, per dirlo in altri termini, che decidono della sopravvivenza o della morte di milioni di esseri umani, se ne sono accorti e stanno dando maggiore importanza ai meccanismi psicologici che sottostanno alle cosiddette leggi economiche, che non sono altro che pagliacciate coperte con vestiti matematici.
Ecco i motivi per cui bisognerebbe tornare a leggere gli scritti, dimenticati o frastornati da mestatori politici, di questo grande pensatore anarchico.
Trieste, 13 maggio 2014
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione del testo: La Fiaccola, Ragusa, 1976

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Ansart Pierre, “Proudhon. Il socialismo come Autogestione”

Edito da Edizioni del Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, 2004, 48 p.

Premessa Tra il 1800 e il 1850, nel periodo cioè compreso tra le rivoluzioni politiche della fine del Settecento e le rivoluzioni sociali del 1848, si realizza in Europa uno sforzo senza prece- denti di elaborazione ideologica. In questo breve periodo si costituisce il nuovo linguaggio con cui verranno presto organizzandosi le strutture intellettuali della critica socialista, comunista e anarchica. Si ridefiniscono vecchi termini, così da renderli adatti all’analisi dell’ordine sociale esistente, termini come “capitalismo”, “sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”, “classi sociali”, “proletariato”, “rivoluzione”, “associazione”. Si formano nuove catene di significati che, attraverso una serie di coppie di opposti, collegano alla rivolta sociale una rappresentazione coerente delle finalità politiche: “associazione dei produttori” contrapposta a “capitalismo”, “socializzazione dei mezzi di produzione” contrapposta a “proprietà privata”, “piano concertato” contrapposto a “concorrenza”, “democrazia industriale” contrapposta a “repubblica”. Si può dire che, in pochi anni, sia stato formulato il nucleo essenziale dei grandi problemi che caratterizzeranno la storia delle lotte sociali del XIX e del XX secolo. Questa breve fase va collocata in un periodo molto più ampio che segna il passaggio dalla vecchia società contadina, rimasta ancorata al tradizionale quadro religioso e monarchico, alla società capitalistica e industriale. Questa generale trasformazione assume però forme brutali che provocano incredibili sofferenze, violente rivolte, e rendono possibile una presa di coscienza collettiva della situazione. Nell’Europa continentale, la caduta dell’Impero napoleonico dissolve le apparenze sotto cui si celava l’emergere delle nuove classi dominanti; dopo il 1830, in particolare, si comincia a comprendere con maggiore chiarezza che lo spossessamento delle classi feudali non era affatto avvenuto a vantaggio del “popolo”, come proclamavano i rivoluzionari del Settecento, bensì a vantaggio dei diversi settori – fondiario, finanziario, industriale – della classe possidente.
La diffusa coscienza di ciò assume un carattere pratico per le classi oppresse, in particolare per le classi operaie urbane il cui numero e la cui forza si fanno crescenti con lo sviluppo dell’industrializzazione. L’estensione della miseria nelle città industriali, la disoccupazione legata alle crisi settoriali o generali, l’angosciosa incertezza della condizione operaia, ma anche il contrasto tra questa situazione e la rapida accumulazione di fortune tra le classi privilegiate, suscitano una rivolta endemica e inducono alla presa di coscienza della divisione della società in classi antagonistiche. Allo stesso tempo, il ripetersi degli scioperi, l’organizzarsi delle leghe, l’esplodere di moti sanguinosi, ricordano di continuo che il conflitto è permanente e che la lotta per la difesa delle classi oppresse è possibile. Nascono da qui tre interrogativi fondamentali cui dovranno rispondere i protagonisti di queste lotte e, in particolare, gli intellettuali del movimento operaio: come interpretare scientificamente la situazione sociale e la sua evoluzione? Verso quale modello di società si orienta e deve orientarsi l’azione rivoluzionaria? Quali mezzi utilizzare per conseguire tali obiettivi? Questa è la situazione generale della lotta di classe in cui viene a collocarsi Proudhon il quale, in concorrenza con altri sostenitori del movimento rivoluzionario (Owen, Saint-Simon, Fourier, Louis Blanc, Buonarroti prima di Marx, Engels e Bakunin), edificherà un’opera monumentale destinata, secondo la sua esplicita intenzione, a dare un contributo alla lotta politico-sociale. Le sue origini popolari e la sua costante fedeltà alla classe operaia, faranno di lui un interprete privilegiato delle aspirazioni e delle esperienze proletarie. È soprattutto nel primo periodo della sua produzione intellettuale, tra il 1840 e il 1848, che Proudhon si sforza di dare risposta al primo dei tre interrogativi e di costruire un’analisi scientifica dell’organizzazione sociale. Infatti, se è ormai acquisito per i teorici sansimoniani, così come per le vittime dell’assetto sociale esistente, che lo “sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo” è conseguente alla disuguaglianza nella distribuzione dei beni, questa indicazione generale è lontana dall’essere chiaramente teorizzata e l’analisi del rapporto sociale di appropriazione è lontana dall’essere perseguita sistematicamente. L’eccezionale successo della Prima Memoria (Qu’est-ce que la propriété? ou Recherches sur le principe du droit et du gouvernement, 1840) sta chiaramente a dimostrare come Proudhon rispondesse ad un’aspettativa largamente diffusa e, allo stesso tempo, fornisse qualcosa di ben diverso dalla semplice denuncia tradizionale della disuguaglianza delle ricchezze. Come Marx coglie chiaramente in questi stessi anni e come scrive nella Sacra famiglia, Proudhon sottopone qui “la proprietà privata, base dell’economia politica, ad un esame critico, anzi al primo esame critico, spietato e insieme scientifico” che rende “per la prima volta possibile una vera scienza dell’economia politica”. Nel 1846 Proudhon amplia questa analisi e propone di riconsiderare l’intera organizzazione economica del capitalismo come un sistema di contraddizioni: è l’argomento del Système des contradictions économiques, ou Philosophie de la misère (1846), cui Marx replicherà ironicamente con la Miseria della filosofia. Dopo il 1848 Proudhon completa l’analisi critica del sistema sociale estendendola alle strutture politiche e formulando quella che può essere considerata la prima analisi anarchica del fatto politico: ci riferiamo in particolare alle Confessions d’un révolutionnaire (1848). A questa problematica può essere riallacciata quell’ampia riflessione sul ruolo delle guerre nella storia che è La guerre et la paix (1861). Infine, la grande opera in quattro volumi De la justice dans la révolution et dans l’eglise conclude l’analisi del “regime proprietario” mostrando come l’apparato simbolico serva a consolidare il sistema sociale e a garantirne la difesa contro le rivendicazioni rivoluzionarie. La seconda questione, quella del nuovo sistema sociale che sarà sempre più spesso definito “socialista”, è oggetto, intorno al 1840, di innumerevoli discussioni e iniziative. Gli operai e gli artigiani non si accontentano più di una semplice denuncia del regime di cui sono vittime e non si limitano più alle lotte quotidiane: in un periodo come questo, in cui la rivoluzione sociale sembra farsi possibile, essi definiscono nuovi modelli sociali e si aspettano dai teorici che a questi progetti sia data una precisa formulazione. Già negli anni intorno al 1820 Claude-Henry Saint-Simon aveva fatto appello all’organizzazione del “sistema industriale”, Robert Owen aveva delineato la sua “nuova società”, Charles Fourier “l’armonia industriale e agricola, il Falansterio” e, negli anni seguenti, continuarono ad essere proposte molteplici soluzioni del problema sociale che dettero luogo non soltanto a discussioni, ma anche a numerosi tentativi di realizzazione. Ora, tra questi diversi e confusi progetti, si potevano già distinguere due orientamenti differenziati: vi era chi, da un lato, non vedeva altra soluzione se non nella instaurazione di un sistema fortemente centralizzato e autoritario (come, ad esempio, Etienne Cabet e Constantin Pecqueur) e chi, all’opposto, concepiva la realizzazione del socialismo come un proliferare di iniziative operaie (come, ad esempio, Philippe Buchez e i “Mutualisti” di Lione). Il primo compito di Proudhon sarà quello di effettuare anzitutto una vigorosa chiarificazione critica dei diversi progetti e di porre nettamente in luce l’opposizione, ancora confusa, tra un comunismo autoritario e un socialismo libertario. Questa netta distinzione viene da lui operata attraverso una violentissima condanna di ogni formula politica che, con il pretesto di una difesa delle classi operaie, possa condurre all’organizzazione di un nuovo Stato centralizzato, altrettanto potente e oppressivo del regime politico del capitalismo. Scopo della sua ricerca sarà, d’ora in poi, quello di costruire il modello di un modo di produzione in cui il potere politico si dissolva a vantaggio di una regolamentazione delle forze economiche, in cui i produttori si associno senza perdere la loro autonomia di decisione, in cui il socialismo non solo sia conciliabile con la libertà ma sia anzi la condizione di un espandersi delle libertà individuali e collettive. A questi problemi, egli dedica in particolare la Solution du problème social (1848), l’Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851), Du principe fédératif et de la nécessité de reconstituer le parti de la révolution (1863). È su questi temi che l’opera di Proudhon segna una tappa fondamentale nella storia del socialismo e nella storia della prassi rivoluzionaria. Ed è su tale aspetto che ci soffermeremo più a lungo in questa nostra presentazione. Alla terza questione, quella relativa ai mezzi da porre in opera per realizzare la distruzione del “capitalismo borghese” ed instaurare la democrazia industriale, Proudhon risponde anzitutto criticando le utopie socialiste o comuniste, in particolare quelle di Owen, Fourier e Cabet. Egli scarta fin dall’inizio ogni tentativo che pretenda di sovvertire l’ordine del mondo a partire da un modello ideale, costruito dalla immaginazione di un qualche fondatore, obiettando semplicemente che ogni rivoluzione scaturisce da un insieme di contraddizioni oggettive e che queste, in primo luogo, vanno conosciute. Al teorico non spetta inventare una società chimerica, ma analizzare il movimento profondo delle contraddizioni per ricavarne un modello generale che servirà all’azione pratica delle classi oppresse. Poiché la vera rivoluzione non può essere realizzata che dalle classi produttrici, è necessario portare avanti una lotta nel seno stesso del movimento popolare, per evitare che l’iniziativa sia sottratta ad esse e monopolizzata, cosa che facilmente può verificarsi nel corso del processo rivoluzionario. Alla questione dei mezzi da utilizzare per instaurare la società socialista, Proudhon risponde incitando i lavoratori a organizzare essi stessi la produzione in primo luogo sul loro posto di lavoro, a guardarsi da iniziative politiche e di parte che rischiano di distoglierli dai loro obiettivi a vantaggio di vecchie o nuove classi dominanti, a combattere nelle loro stesse file i vecchi miti cesaristi che tanto spesso hanno fatto fallire i loro tentativi di liberazione. La costruzione teorica di un socialismo antiautoritario e antistatalista darà un contributo importante a questa lotta e a questa demistificazione in quanto mostrerà alle classi lavoratrici la loro reale capacità politica rivoluzionaria: è questo il tema dell’ultima opera di Proudhon, De la capacité politique des classes ouvrières (1865), destinata a diventare, in quegli anni e durante la Comune di Parigi, un punto di riferimento degli operai francesi in lotta contro le strutture capitalistiche. Proudhon definisce con l’ambiziosa formula “destruam et aedificabo” le due componenti della sua opera che sono anche, ai suoi occhi, le due facce del movimento rivoluzionario: analizzare e distruggere, da un lato, il regime della proprietà privata, definire e costruire, dall’altro, il modello di un socialismo libertario. Nello spirito di Proudhon, questi due aspetti devono essere intimamente legati, giacché non si tratta più di vagheggiare una città ideale, ma di dimostrare che la prassi rivoluzionaria deve partire dalla coscienza delle contraddizioni proprie del regime capitalistico. Questi due versanti del pensiero di Proudhon vanno considerati contemporaneamente se si vuole comprendere quale sia il modello sociale che egli ha voluto costruire, modello che può essere ritenuto come la prima elaborazione di un socialismo non propriamente anarchico, come viene spesso definito, ma più esattamente autogestito. Questo vasto progetto deve inglobare tutti i livelli dell’attività sociale, sovvertire tutti i rapporti materiali e intellettuali, puntare ad una riorganizzazione complessiva, cioè economica, sociale, politica e culturale della società. Uno degli elementi di grande originalità di Proudhon, in una fase in cui il movimento rivoluzionario poneva l’accento soprattutto sulle riforme economiche, fu infatti il dimostrare che una rivoluzione, per essere radicale, deve attaccare il sistema esistente nella sua totalità, sovvertire insieme l’organizzazione delle forze economiche, la distribuzione del potere politico e i sistemi collettivi di rappresentanza. Ponendoci successivamente a questi tre livelli dell’analisi, potremo individuare le grandi linee del progetto proudhoniano.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Pierre Ansart, P.-J. PROUDHON, ed. La Pietra, Milano, 1978

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Campelli Enzo, “Classe e coscienza di classe in Proudhon”

Edito da Altamurgia Editore, Varese, Giugno 1974, 88 p.

Questo breve ma denso saggio costituisce innanzitutto un tentativo di collegare Proudhon alle condizioni eco­nomiche e sociali della Francia in cui opera. Segue una analisi di merito: il metodo dialettico di Proudhon, le sue teorie socio-politiche e l’individuazione dei loro trat­ti salienti (l’emancipazione del proletariato, il proleta­riato come portatore di un progetto, di una cultura au­tonomi e originari, il problema della sua alleanza con gli altri strati sfruttati della società. Particolare punto di riferimento è il confronto con Marx: non per ricer­care con questa via un’automatica quanto ingiustificata « riabilitazione » di Proudhon, ma per constatare im­portanti livelli comuni ai due autori, e nello stesso tempo la notevole originalità di Proudhon su alcuni argo­ m enti tutt’altro che secondari. Ciò che ne risulta non è un « diseppellimento » (Marx stesso tentò — inutilmen­te — di seppellire Proudhon, pur riprendendo da lui idee ed osservazioni essenziali); è invece un’immagine fresca e stimolante del filosofo e sociologo francese, al quale l’anarchismo e la lotta anticapitalistica del prole­tariato e degli altri strati sfruttati della società devono non poco.

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Proudhon Pierre-Joseph, “Epistolario”

Edito da Istituto editoriale italiano, Roma-Milano, 1917, 227 p.

Alcune lettere di Proudhon tradotte dal giornalista e poeta italiano Isidoro Reggio

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Proudhon Pierre-Joseph, “La rivoluzione sociale dimostrata dal colpo di Stato del Due Dicembre”

Edito da Università di Catania Quaderni del Dipartimento di Scienze Storiche Antropologiche Geografiche, Catania, 1984, 158 p.

In questo libro, il pensatore e rivoluzionario francese sosteneva apparentemente Luigi Napoleone e il suo colpo di Stato del 2 dicembre 1851 in quanto vedeva l’inizio di una fase di cambiamento sociale per la Francia.
Quando venne pubblicato lo scritto, Proudhon fu criticato e attaccato aspramente per il suo supporto verso una tirannia incarnata da Luigi Napoleone. Quel che però si ignora è come Proudhon, al di là del suo disprezzo verso il futuro Napoleone III (“Un infame avventuriero, presiede per illusione popolare i destini della Repubblica, approfitta della nostra discordia civile. Osa, con il suo coltello alla gola, chiederci la tirannia. Parigi assomiglia in questi momenti a una donna legata, imbavagliata e violentata da un brigante” (Carnets, 4 Dicembre 1851)), in realtà criticasse pesantemente la forma stessa dei governi nell’ultimo capitolo del libro (Anarchia o Cesarismo) e auspicava ad una libertà senza forme di potere e controllo verticiste.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “La Révolution sociale démontrée par le coup d’état du 2 décembre”, Garnier Frères, Parigi, 1852

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Proudhon Pierre-Joseph, “Scritti sulla rivoluzione italiana”

Edito da Carabba Editore, Lanciano, 1914, 134 p.

I tre testi di Proudhon sono una polemica contro Mazzini e Garibaldi – colpevoli di aver venduto i loro ideali ad un re conservatore in nome dell’unità italiana – e due analisi sull’unificazione e le guerre italiane in chiave federalista e, quindi, anticentralista e antistatale-

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Note dell’archivio
-Testi originali tradotti dal francese all’italiano:
–“La démocratie et la guerre” in “La guerre et la paix”, Michel Levy Freres Libraires, Parigi, 1861, pagg. 402-415
–“La fédération et l’unité en Italie”, E. Dentu Libraire-Éditeur, Parigi, 1862. Di questo testo, Lanzillo ha tradotto due delle tre parti presenti nel libro. Inoltre, la parte finale della seconda parte, “Garibaldi e l’Unità italiana”, risulta monca:
In breve io non avrei niente più da dire di questo piccolo incidente se i sedicenti liberali ai quali ho promesso di rispondere non avessero giudicato di proposito dopo la mia partenza da Bruxelles, di raddoppiare le loro invettive“. La parte finale completa, tradotta da noi è la seguente: “e se, raccogliendo tutti i fatti di cui sono a conoscenza, non avessi visto, in questa agitazione per metà sincera, per metà provocata e fittizia, e nelle tendenze sconsiderate della nazione, una certa disposizione fatale che, nell’interesse del Belgio e della Francia, ritengo sia mio dovere sottolineare. Il Belgio deve sapere dove la spingono i suoi cosiddetti liberali: sarà per me il testo o il pretesto di un terzo articolo sull’unità italiana.
–“Nouvelles observations sur l’unité italienne, E. Dentu Libraire-Éditeur, Parigi, 1865

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Blumir Guido, “Droga e follia. Documenti su malati-cavia negli ospedali psichiatrici italiani”

Edito da Tattilo Editrice, Roma, 1974, 216 p.

Droga e Follia è un’opera di controinformazione sui metodi inumani adottati dalla ricerca medico-scientifica ai danni di inconsapevoli pazienti psichiatrici, sottoposti a somministrazione forzata di LSD. L’autore è Guido Blumir, sociologo e ricercatore, uno dei più autorevoli esperti nel campo delle sostanze psicoattive e autore di alcuni best seller su questo argomento (“La Droga e il Sistema”, “Eroina”); il libro ricostruisce ad analizza gli inutili e crudeli esperimenti su cavie umane minacciate di elettroshock, condotti presso l’ospedale psichiatrico di Collegno (Torino), denunciati dai ricercatori dell’Università di Trento e collaboratori di Stampa Alternativa Ennio Cisco e Pierluigi Cornacchia, al convegno “Libertà e Droga”, tenuto a Roma nel Giugno 1973.

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Blumir Guido, “Eroina. Storia e realtà scientifica. Diffusione in Italia. Manuale di autodifesa”

Edito da Feltrinelli, Milano, 1976, 227 p.

New York, 1970: millequarantadue cadaveri all’Istituto di medicina legale: causa del decesso, EROINA. Italia, autunno 1974: muore di eroina a Udine un ragazzo di 21 anni; è il primo. Giugno 1975: negli ultimi nove mesi, 10 morti, rivelano gli esperti. Autunno: i morti sono triplicati: 10 in tre mesi, denuncia Stampa Alternativa. 10.000 consumatori che aumentano in progressione geometrica: quattro anni fa invece l’eroina era introvabile. Che cos’è successo? perché l’eroina uccide? perché il mercato è esploso quest’anno? che cos’è l’eroina e qual è la sua storia? Queste le domande che decine di milioni di italiani si sono posti quando sono stati colpiti da una valanga di notizie angosciose pubblicate in prima pagina da tutti i quotidiani.
Sono le domande a cui risponde, per la prima volta in Italia, questo libro, che fornisce in modo serrato l’informazione sull’eroina, alla luce delle più recenti ricerche scientifiche internazionali, e che documenta in modo completo sul problema in Italia, offrendo i dati della prima ricerca sociologica al riguardo.
Ma non è sufficiente avere i dati: per questo, la seconda parte del libro è dedicata esclusivamente alle forme di lotta e autodifesa che si possono sviluppare, qui ed ora, in ogni “punto caldo” dell’eroina (ormai diffusa in quasi tutto il paese). È indispensabile cioè lo strumento con cui ogni quartiere, ogni scuola, può intervenire direttamente contro quella che è stata definita “un’arma del capitalismo contro i giovani”; l’ultima parte del libro è un vero e proprio “manuale” con tutte le informazioni tecniche e pratiche per lavorare: contro gli spacciatori (controinformazione), per stroncare direttamente un mercato che polizia e carabinieri hanno lasciato e lasciano crescere in modo mostruoso; e per gli eroinomani (volontari o no), per assistere e per prevenire. Questa parte del libro, indispensabile a tutti I collettivi d’intervento, e anche ai centri ufficiali previsti dalla nuova legge, è basata sulle esperienze più avanzate e riuscite già condotte. Una documentazione organica sul dibattito e le posizioni delle varie forze politiche, PCI, PSI, radicali, PdUP, Avanguardia Operaia, Lotta Continua e i gruppi di controcultura, completa il quadro del problema nella realtà sociale attuale.

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Proudhon Pierre-Joseph, “La giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa”

Edito da UTET, Torino, 1968, 798 p.

Questa opera di Proudhon è una somma che contiene tutti i grandi temi già trattati o abbozzati e quelli che verranno sviluppati in seguito. È la grande opera della maturità: Proudhon aveva quasi 50 anni quando l’opera apparve nel 1858; era da tempo famoso, ascoltato e temuto, ammirato e odiato; e l’opera annunciata era attesa come un evento. Ma la maturità di Proudhon è quella del combattente quanto quella del pensatore: è il polemista che si fa avanti e scopre, con una forza a volte sconcertante, una libertà di parola che rivendica come diritto inalienabile acquisito nel 1789 e che usa con giubilo. Anche la sua scrittura porta il segno di questa esaltante libertà: rompe con tutti gli accademismi e si concede tutti gli stili, tutti i toni, tutte le forme.
L’opera, divisa in tre tomi nell’originale in francese, pone in tutta la sua ampiezza e complessità uno dei problemi fondamentali lasciati in eredità dalla Rivoluzione francese. Questo problema, affrontato in modo molto diretto da Proudhon, è quello di una giustizia sociale che ha perso il suo fondamento e la sua origine nel diritto divino, e che d’ora in poi si ritiene debba essere radicata nel diritto umano e allo stesso tempo fondare questo diritto; e questo a partire dal primo testo fondativo, cioè la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

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Note dell’Archivio
-Traduzione di parte del libro “De la justice dans la révolution et dans l’église”, 1858
-Come riportato dal curatore, Mario Albertini: “Ho condotto la traduzione sul testo della nuova edizione delle Opere Complete. Questa edizione riproduce il testo apparso nel 1868 a Parigi presso Lacroix (prima edizione delle Opere Complete). Si tratta di quello della seconda edizione della Justice. Proudhon pubblicò una prima edizione della Justice nel 1858, a Parigi, presso Garnier, e una seconda edizione nel 1860, a Bruxelles, in due serie di fascicoli, la prima intestata « Office de publicité, 1860 » (la testata è quella di un modesto giornale belga dell’epoca), la seconda «Bruxelles et Leipzig, A. Schnée, 1860 »). L ’indice della prima edizione recava, per ogni studio, una sintesi dell’argomento, che è stata conservata. La seconda edizione recava inoltre, alla fine di ogni Studio, un certo numero di articoli di politica contemporanea, intitolati Nouvelles de la Revolution. Questi articoli, che trovano una giustificazione nella pubblicazione a dispense, non hanno alcun rapporto diretto con gli argomenti degli Studi, e sono stati perciò esclusi.
La Justice comprende dodici Studi, che sono dodici monografie perfettamente compiute piuttosto che dodici capitoli di un libro nel senso corrente della parola. Essa costituisce una sorta di summa del pensiero di Proudhon, e a parere di molti studiosi, il suo lavoro più importante. Io ho scelto il primo (Posizione del problema della Giustizia), il secondo (Le Persone), il terzo (I Beni), il quarto (Lo Stato), il sesto (Il Lavoro), nonché due capitoli del settimo (Le Idee) dedicati alla ragione collettiva. Questi Studi e questi capitoli sono, a mio parere, quelli di maggiore interesse sociologico, perché presentano con maggiore chiarezza, o precisione: 1) la visione proudhoniana della società, 2) la dottrina della forza collettiva, della ragione col­lettiva e dell’essere collettivo. I titoli degli altri Studi sono i se­guenti: quinto, L ’Educazione, ottavo, Coscienza e Libertà, nono, Progresso e Decadenza, decimo, Amore e Matrimonio, undicesimo, Sèguito dello stesso argomento, dodicesimo, Della sanzione morale. Questi argomenti sono toccati, in certa misura, anche negli Studi di questa scelta. In particolare il fondamento sociale dell’educa­zione è trattato nello studio sul lavoro.
Per quanto riguarda la traduzione, tra la fedeltà al testo sino all’articolazione formale della frase, e un italiano corrente, ho scelto, nei limiti del possibile, la prima via. Mentre scrive, spesso di getto, Proudhon lotta come se avesse di fronte, in un vero e proprio « corpo a corpo » (Sainte-Beuve), coloro che ostacolano, a suo parere, la marcia della giustizia. Perciò traducendolo lo si tradisce se non si cerca di conservare, nella misura del possibile, la risonanza emo­tiva del suo dettato.

-In questa opera, Proudhon mostrava apertamente la sua misoginia e il suo conservatorismo. Per il pensatore francese, le donne dovevano accudire il focolare domestico. Nella “Nota G, p. 701” riguardo il servizio domestico (pagg. 733-734) scriveva: “Le famiglie agiate, per procurarsi buoni domestici, non hanno scoperto altro segreto che l’attrattiva del salario. Da ciò, una ano­malia rattristante; il domestico è retribuito al di sopra del suo valore, la serva è più danarosa dell’operaia, cosa che costituisce il sovvertimento di tutti i rapporti sociali, politici ed economici. I padroni non sono per questo meglio serviti: con il rialzo del costo dei domestici, lo sfruttamento della classe ricca da parte della ser­vitù non fa che aumentare: questa sarà una delle cause della distru­zione della borghesia.
Al vuoto lasciato da domestici depravati, non c’è che un rimedio: che le donne, le giovani, ritornando coraggiosamente alle cure dome­stiche, ridiventino le domestiche di sé stesse; che le famiglie si rico­stituiscano, che il figlio non abbandoni la casa paterna, che la sorella non sposata non si separi dalla sorella sistemata, che le madri restino con i loro figli, gli zii e le zie con i loro nipoti. In Germania esiste una abitudine felice, lo scambio che le famiglie fanno fra di loro dei loro figli, al fine di formarli ai lavori dell’industria, alle abitudini di diverse famiglie e alle cure domestiche. Non la consiglierei in Francia: nell’attuale stato dei costumi, non c’è nessuna sicurezza per la giovane, e neanche per il giovane, se si allontanano dal foco­lare paterno. Ma è certo che, se qualcosa potrà un giorno sostituire la servitù feudale, che non aveva niente di umiliante, questo è, dopo la riforma dei costumi femminili, la servitù scambievole.

Questa ostilità di Proudhon verso le donne si sarebbe manifestata anche in altre opere – la cui summa maxima si sarebbe raggiunta con la pubblicazione postuma di “Pornocrazia”.
Nel periodo storico in cui visse Proudhon non mancarono le critiche: basti pensare a Dejacque che, nella lettera inviata al pensatore francese, “Dell’essere umano maschile e femminile”, criticò aspramente questa misoginia che di socialista non aveva nulla. O Louise Michel che, pur essendo d’accordo sulle impostazioni politiche di Proudhon, ne rigettava apertamente la misoginia.

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Graeber David, “Dialoghi sull’anarchia”

Edito da Eleuthera, Milano, 2021, 248 p.

In queste conversazioni, avvenute poco prima della sua prematura scomparsa, Graeber ci lascia un ultimo geniale mosaico del mondo contemporaneo, in cui miscela sapientemente riflessioni politiche, sapere antropologico ed esperienze militanti. In un fitto dialogo attento a ridisegnare una genealogia anarchica che non si esaurisce nella «cultura atlantica», i tre interlocutori interrogano Graeber non tanto sulla storia o i fondamenti del pensiero libertario quanto sull’importanza di uno sguardo anarchico per interpretare il mondo. Ne esce, come sottolinea Stefano Boni, una visione originale – elaborata sul campo da un pensiero-azione in continua trasformazione – che impedisce il formarsi di una teoria «forte» dell’anarchia intesa come destino o identità. Ed è precisamente la forma dialogica, rivendicata da tutti gli interlocutori, la modalità che consente di costruire questa visione non autoriale ma collettiva, l’unica in grado di far emergere pensieri che nessun individuo da solo potrebbe mai avere. E in definitiva, ci dice Graeber, l’anarchia è proprio questo.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Anarchy, in a Manner of Speaking”, diaphanes, Zürich, 2019

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