Durante Nicola, “Max Stirner e la controcultura hacker”

36 p., Settembre 2008

NOTA INTRODUTTIVA
Questo breve scritto non rappresenta, come forse vorrebbe qualche lettore disattento o malizioso, un incentivo alla non-collaborazione e al solipsismo. Nella sua provocatorietà vuole invece essere uno spunto per riflettere sulla differenza che passa tra “servire” e “collaborare”. La cooperazione non è un ideale davanti al quale inchinarsi ma uno strumento indispensabile per la felicità di ognuno. Servire significa invece assecondare acriticamente qualsiasi richiesta nel nome di una causa che mai ci appartiene veramente. Se lo Stato mi chiede di uccidere ed essere ucciso in guerra, nel nome della Patria, io non ubbidirò. Se una Chiesa mi sprona a convertire con la prepotenza l’infedele, nel nome di un Dio, io non lo farò. Chiunque conosca un pò la storia e sappia osservare il presente dovrebbe rendersi conto di quante teste sono cadute e di quante ostilità sorgono tuttora nel nome delle “religioni” e dei “buoni ideali”.

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Ciaravolo Pietro, “Max Stirner. Per una teoresi dell’unico”

Edito da Cadmo Editore, Roma, 1982, 176 p.

PREFAZIONE
« Estrarre » dallo sbarramento polemico dell’Unico una serie di « atomi » teoretici non è un’impresa facile. Le parole « cadono » a mo’ di valanghe, stordenti e disorientanti. È difficile fermarle per analizzarle.
Il riflusso delle continue ripetizioni compensa. Un ritorno che è una fermata. E quindi una possibilità di ritorno d’analisi. La lettura dell’Unico comunque, trascina. Ed è un piacere essere trascinato.
Meno difficile anzi relativamente facile è stata la sistemazione del pensiero. Le idee teoretiche colte qua e là s’accordano, si omogeneizzano quasi spontaneamente. Come i pezzi di una macchina smontata. Ogni pezzo s’incastra all’altro costituendo alla fine un tutto coerente, quasi organico. Stirner nella forma è asistematico anzi antisistematico. Ma è solo la forma, l’apparenza del linguaggio, che rifugge dal canone perché sotto,nel « sottosuolo » del linguaggio opera una «mens filosofica » sistematica. Un pensiero più o meno completo nelle sue articolazioni. Un pensiero organico. Ecco perché è facile la ricucitura dei pezzi teoretici. Ecco perché è facile tirar fuori la sua filosofia.
Ma c’è una difficoltà. Nello « scavo », a mo’ di cercatore d’oro, il teoretico non solo è inquinato dall’emotivo, dal caso, dall’occasionale ma alcune volte (o meglio troppe volte) si presenta come un insieme sincretico raccogliendo più contenuti. Il che mi ha costretto a citare lo stesso testo, usandolo in vari versanti. Comunque questa difficoltà si risolve alla fine in contributo di maggiore chiarimento che, poi, per una monografia filosofica, potrebbe alla fine risultare utile.

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Bonanno Alfredo Maria, “Teoria dell’Individuo. Stirner e il Pensiero Selvaggio”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2004, 385 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione
La mia conferenza su Stirner come filosofo de L’unico [del gennaio 1994] e l’itinerario diretto a ricostruire una “Teoria dell’individuo”, percorso in varia maniera in altri scritti miei qui presentati, mostrano, almeno mi pare, una coerenza di intenti che li legittima a una nuova vita insieme.
Nel raggelante panorama attuale delle letture anarchiche, tornare alle fonti de L’Unico e la sua proprietà è sempre una scossa radicale. Questo spiega, se non altro, la persistente fortuna di uno strano libro che nessuna preoccupazione avrebbe dovuto sollevare nelle attente previsioni del potere, e nessuno, o quasi, interesse nei suoi poco probabili lettori. Mai profezia fu meno attenta.
Mi capita spesso di leggere qualche pagina de L’Unico, anche quando sono intento ad approfondire argomenti di altro genere. Ed è sempre un breve itinerario su un territorio sconosciuto.
Stirner è una lama affilata che penetra in profondità, che non ammette soste, che non si ferma a metà strada, arriva fino in fondo, subito. E lo fa soltanto col pensiero. I fatti, se ci sono, a volte, sono lì per stornare l’attenzione, per ricondurre i piedi a terra e quindi suscitano perfino un sorriso di compiacenza. Il pensiero no. Si muove in maniera lineare, taglia via i ponti con la realtà e con il perbenismo delle comparse intellettuali che si inchinano a vicenda prima di dirsene quattro, annacquate annacquate, che fanno poi tutti i salamelecchi di scusa se, per caso, gli è occorso di toccare qualche nervetto. Il pensiero nudo e crudo di Stirner è un atto barbarico di rara ferocia, eccessivo, il classico elefante che con la sua pachidermica mole si fa spazio nel negozio dei ninnoli filosofici.
Un maestro c’è, ed è evidente, ma è uno strano maestro, quell’Hegel che affilava lame anche lui, per poi fermarsi a metà strada, spuntandone con cura la parte più pericolosa e costruendo proprio in quel punto i nuovi pilastri del potere. Stirner oltrepassa questo punto (Marx aveva invece fatto semplicemente un ulteriore passo indietro nei riguardi del suo maestro – in questo consiste la faccenda della testa e dei piedi della dialettica), l’oltrepassa senza quasi che il lettore se ne accorga. Dopo Stirner non è possibile nessun uso del pensiero se non al di qua della linea di barbarica rarefazione della civiltà e delle sue condizioni di accomodamento che lui tracciò, in maniera attenta, spesso quasi senza farsene accorgere.
Il passo successivo è soltanto l’azione, il regno delle chiacchiere è diventato indicibile. “Io voglio soltanto essere io. Io disprezzo la natura, gli uomini e le loro leggi, la società umana e il suo amore, e recido ogni rapporto generale con essa. E già faccio una concessione se mi servo del linguaggio, io sono l’ indicibile, io mi mostro soltanto”.
Il pensiero che mette fine alla chiacchiera è fatto passare per qualcosa di primitivo, di non sufficientemente acculturato, qualcosa che non conosce garbo e maniere. Ecco perché lo considero barbaro, perché in termini dell’ortodossia linguistica dell’accademia si limita a volte a balbettare nell’impossibilità di continuare a dire la grande pressione emotiva che sta dietro, che sta dentro e che non riesce a venire fuori. Ma perché dovrebbe venire fuori in un ulteriore distinguo del meccanismo hegeliano del pensiero, anche questo, ultimo elemento di comune comprensione, che finisce per essere buttato a mare? Persino i neokantiani provarono a chiedersi chi mai fosse costui, e che volesse dal loro cicaleccio coordinato, visto che di metodo, dopo tutto, se ne curava poco.
Non voglio dire che gli anarchici, da parte loro, si siano tutti resi conto di che cosa significa leggere Stirner. Qualche volta, per motivi non molto dissimili dall’accademia, le loro letture sono state altrettanto desiderose della nenia confortatrice che ritma i momenti precedenti al sonno. E perché dovevano andare diversamente queste letture? Forse che gli anarchici hanno una pietra filosofale nascosta, un qualche segreto che getta luce nel territorio della teoria? Non credo, almeno non lo credo se con questo s’intende una sorta di privilegio prodotto dal semplice fatto di pensarsi anarchici e di dirlo, come categoria dell’esistente, quella consolidata nella profonda e incontaminata purezza del rifiuto del potere. Stirner si sarebbe beffato anche di loro.
Con perfetta osservanza dei princìpi dell’anarchismo.
Catania, 20 agosto 1998

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Bonanno Alfredo Maria, “Max Stirner”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2012, 424 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione
In fondo, siamo dei costruttori. Non di superfetazioni e aggetti, ma di valori. Nuovi valori, beninteso. Portando avanti la nostra azione distruttiva ci scontriamo con la contraddizione di fondo, quella che fornisce significato al nostro opaco modo di essere. Avremmo privilegiato un significato “altro”, ebbene no: noi, i critici radicali di ogni potere, utilizziamo i medesimi concetti di chi ci sovrasta e ci opprime. Noi, i distruttori più coerenti, succhiamo lo stesso latte dalle stesse fonti nutrici e a nulla giova sostenere il contrario.
La cosa ci manda in bestia e non vogliamo fissarla negli occhi. Ci accorgiamo di stare giocando ancora con i numi, mentre tutto intorno i facitori di utilità si affrettano a dare libera circolazione alle sovrabbondanti idee di umanità, soccorrevolezza, pietà, mutuo appoggio, ecc. La morbida pelle che accarezziamo nasconde qualcosa di guasto.
Che ci si innamori delle proprie idee, passi, che le si condivida pudicamente con gli affilati denti del potere, irrita non poco. L’alternativa sarebbe un essere affannato, solitario, dubitante e fragile: meglio di no. Così discorriamo dei pubblici crucci anche quando non ce ne sarebbe strettamente bisogno. Capisco tenere lontano i denti dello sbirro nel momento che stanno azzannandoci con una veloce messa a punto, oppure le ali nere di un PM nel momento che alza la mano per contare gli anni di galera di cui gradirebbe farci omaggio, ma lasciarsi andare alla “critica” del baraccone policromo che ospita ancora gli ultimi fantasmi truccati da filosofi, non ce n’è motivo.
Il fatto è che non vogliamo deciderci ad andare oltre. L’esile vestito grammaticale che continuiamo a usare ci rende impossibile questo passo. Seguendo il filo logico di Stirner, come ormai faccio da tanti anni, la conclusione non può essere altra che il silenzio. Non l’accidia, ma il silenzio. C’è un cane che non abbaia – mi pare sia il mastino napoletano –, attacca senza abbaiare. È un pericoloso animale.
Ma Stirner non è stato sempre zitto, ha parlato. Ha parlato per tutto un libro, pieno di idee e anche di allusioni non svolte, di suggestioni e perfino di incongruenze. Ha continuato per poco a parlare – qualche altro scritto, qua e là, qualcuno importante, altri (i più) trascurabili –, poi il silenzio, solo dopo, non molto dopo.
La parola acquietante vuole essere ascoltata, si presenta come il segno di qualcosa che esiste, che viene costruito nei dettagli e cerca spazio nell’esistenza per non farsi soffocare. Luoghi del riferimento, mummie angolari, elenchi di ovvietà (tranne qualche rara eccezione) che si rimandano segnali a vicenda, più che immortali, morti e basta.
Affermando, come ho fatto tante volte, che con la parola cerchiamo di nascondere quello che vogliamo dire, ho riaperto il territorio dei possibili, il luogo tragico e oscuro di quello che potremmo trasformare se riuscissimo a mettere a tacere, solo per un attimo, la volontà che ci indirizza alla conservazione di noi stessi, quindi alla riconferma di quello che diciamo per camuffare meglio questa conservazione.
Ho sperimentato, qualche volta, che nell’avvicinarsi di un’azione, di una messa a rischio di me stesso – diciamo appena più significativa di una semplice passeggiata in campagna – la sera prima, tardando il sonno a venire, sentivo l’impulso irresistibile di scrivere. Non sono poche le pagine che ho scritto in queste condizioni. Mentre il cuore voleva balzare oltre l’ostacolo, l’intelletto, amante appassionato della volontà, si metteva al lavoro e come Giosuè guardava con astio il vicino sorgere del sole. Paura? Forse. La paura è sempre consigliera al nostro fianco, ma non solo paura fisica, principalmente paura dell’innocenza che l’azione richiede, della sospensione dei giudizi di valore, di ogni parola argutamente raccolta e messa a disposizione per meglio capire (e quindi per evitare di agire).
La fondatezza delle proprie scelte, quella che viene fuori dalla cosiddetta autodeterminazione, il sogno di ogni buon anarchico con le carte in regola, è il risultato di un battibecco tra larve, viene alla luce di una vita effimera, riconforta perfino la ferocia di un pensiero massimalista, ma non è in grado di sollevarsi al di sopra dei propri limiti (e come potrebbe?). Quanti cantori del desiderio ho visto palleggiare terrorizzati fra le mani, nell’indecisione dell’attimo, l’improrogabile destino munito di miccia fumante.
Stirner è un feroce facitore di astrazioni, produce un meccanismo odioso di oggettive verificazioni, nessuno dei suoi lettori – nemmeno i critici più estremi – ha potuto trovare una falla in questo meccanismo. Ma alla fine, il critico più estremo è vittima delle sue stesse conclusioni. Giunti alla fine de L’unico ci accorgiamo che né lui, né noi, possiamo andare avanti. Il territorio che ci si apre è quello della desolazione, il territorio selvaggio dell’ “assolutamente altro”.
I fonemi che ci hanno catturato sono ormai mutoli, hanno detto tutto quello che c’era da dire, si sono tolti di dosso fino all’ultima aura, suoni senza significato.
Quello che ci è rimasto dentro è un mugolio strozzato, incomprensibile. Il nemico aguzza l’orecchio, avverte questo suono privo di senso, e ne è turbato. Non sa ancora cosa lo mette a disagio. I suoni è abituato a gestirli come animaletti vivi, curiosi lemuri disponibili a qualunque adempienza, ma questo suono non ha registro traducibile. La sua crudele eleganza atonale sembrerebbe voler dire qualcosa, invece non dice nulla, non imita, non sollecita, non intende intimidire. È là, nella sua totale incomprensibilità.
Ora, l’incomprensibilità turba il potere. I grandi mezzi di decodificazione di cui dispone sono inutili di fronte all’ “assolutamente altro”. Il mendicante può essere accontentato con le briciole del ricco banchetto, il minacciante messo a tacere con una promessa di migliori condizioni e, in casi estremi, con una gara di forza nei termini del conosciuto, il sognante catturato nel giro delle illusioni spettacolari dove gli imbecilli di ogni genere nuotano a loro agio. L’ “altro” non ha questi sbocchi, non esiste nemmeno. Se ne sente in lontananza il mugolio, ma questo suono permane incomprensibile.
L’accadere, improvviso ed estremo, non è mai direttamente collegabile a quel mugolio, e quando lo è – per accidente – solo l’accaduto è codificabile (e punibile nel giro della forza), il resto continua ad accadere, improvviso ed estremo, nella sua incomprensibilità. Ma quello che è catturato non è il mugolio assolutamente diverso, ma solo questo fatto qui, parzialmente riconducibile ad azione e perfino identificabile in base a un articolo del codice penale.
L’unico e la sua proprietà non è un manuale di comportamento – da consultarsi alla bisogna – come atrocemente è stato usato troppe volte. È il libro dell’ “assolutamente altro”.
Dopo averlo letto lo si può buttare via: o ha dato il suo contributo a questa definitiva rottura con l’eternamente spiegabile, o non l’ha dato. In ambedue i casi: carta straccia.
Fatevene una ragione, la barbarie si avvicina.
Trieste, 11 luglio 2003
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-La prima edizione è del 1977

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Bazzani Fabio, “Unico al mondo. Studi su Stirner”

Edito da Editrici Clinamen, Firenze, 2013, 160 p.

Questo libro ricostruisce, sottopone a rigorosa analisi e ridiscute criticamente una delle concezioni più radicalmente dissonanti nella modernità. L’eccedenza della filosofia di Stirner, la sua eccentricità, si staglia con decisione e forza inconsuete nel quadro chiaroscurale della tradizione moderna e ne delinea la possibilità di un oltrepassamento che tuttavia risulta sotto alcuni riguardi incompiuto. L’autore pone infatti in rilievo l’ambivalente situarsi di Stirner tra rivolta contro la metafisica dell’universale ed irretimento in essa, tra esigenza di una determinazione di realtà individuale unica, irriducibile ad altro, e permanenza in una generica comunanza, che nondimeno viene dichiarata da Stirner stesso come spettrale, fantasmatica, irreale. Questa ambivalenza, questa sostanziale difficoltà, attraversa tutta la riflessione di Stirner, dai cosiddetti Scritti Minori all’Unico, sino a ricomporne l’indiscutibile valenza di cesura in un reiterarsi di stilemi e argomenti propri di quella metafisica che pure è oggetto di una violenta polemica; e ciò, a motivo di un controverso rapporto con una mai essiccata radice hegeliana che in Stirner continua ad agire fornendogli i materiali stessi per la propria ed originale teoresi.

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(a cura di) Mangone Carmine, “Fuori dal cerchio magico. Stirner e l’anarchia”

Edito da Centrolibri/EdiAnLibre, Catania, 1993, 90p.

NOTA DEL. CURATORE
Alcuni lettori si chiederanno sicuramente il perché di questi scritti su Stirner. L ’unica risposta plausibile, a mio modesto parere, andrebbe ricercata nella necessità di far nostre almeno alcune delle “illazioni” stirneriane sulla dimensione dell’individuo. Una tale appropriazione ci consentirebbe la critica puntuale di ogni pensiero che si fa norma (e costrutto ideologico) nell’umanesimo fondato sul valore di scambio delle idee e sulla loro santificazione. Questo, per una teoria radicale e sovversiva in continuo progresso sulla realtà. Una realtà, quella nostra, che ci respinge ogni giorno ai margini della sopravvivenza: in un’esistenza fatta molto spesso di sole parole, e che per tale motivo finisce per diventare quasi sempre un mero fatto culturale. Noi parliamo di S timer, e non facciamo che ampliarne il discorso, perché siamo convinti che ci si possa svincolare dai meccanismi dell’alienazione soltanto avendo coscienza della propria individualità creatrice (e lottando per essa).
Il fare cultura non ci interessa affatto, se rischiamo di addormentare l’”unico” che è dentro di noi…
L ’opera di un pensatore come Stirner può essere, di volta in volta: a) illustrata con piglio scientifico; b) travisata; c) sminuzzata e fatta propria con estrema sensibilità. Naturalmente, l ’ipotesi che facciamo nostra è l’ultima di quelle elencate, perché la riteniamo l’opzione gnoseologica che, meglio di altre, si adatta alle nostre convinzioni o alla nostra mancanza di convinzioni. Certo, trattare il pensiero stirneriano non è facile: noi lo abbiamo fatto con alti e bassi; e a volte con scarsa chiarezza — e non solo perché le strutture linguistiche che ci tocca utilizzare non permettono che si faccia di meglio… Abbiamo coscienza dei nostri limiti, noi per primi, ma proprio per questo cerchiamo di oltrepassarli: creandoci, non soltanto a parole, una nuova possibilità ogni giorno.
Cosa c’entra Stirner con tutto questo… vi starete forse chiedendo. C ’entra, c ’entra… Il pensiero di Stirner è la materia prima di quella pratica della liberazione che bisogna condurre contro tutte le ideologie (compresa l ’ideo­logia individualista dei cosiddetti “stirneriani”).
Non lasciamo dunque che i professori (i “colti”) si approprino di un’opera filosofica— come quella stirneriana — che possiamo fare nostra e utilizzare a nostro piacimento per la formazione di una nuova teoria critica radicale. S timer non è difficile da leggere. È molto più difficile non pensare che sia complicato. Che ognuno se lo legga a modo suo, allora. Troverà senz’altro qualcosa su cui riflettere. E se dalla lettura potesse mai uscire più stupido, sarebbe soltanto, e comunque, per colpa sua.
Carmine Mangone

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(a cura di) Ciaravolo Pietro, “Nietzsche-Stirner”

Edito da Editoriale B.M. Italiana, Roma, 1984, 273 p.

Dall’Introduzione
Qual è lo status della ricerca italiana in ordine al rapporto teoretico tra Nietzsche e Stirner? Un interrogativo al quale ha dato la sua risposta il Con­vegno di studio indetto e promosso dal Centro Studi di Filosofia Italiana (Tarquinia, dicembre ’83) nel quadro della sua finalità statutaria che si obiet­tiva, in nome di un « nazionalismo » dialetticamente aperto, nella « messa in evidenza » del filosofare italiano contro la tendenza crescente di una radicale « esterofilia ». Un folto numero di studiosi s’è cimentato in tale tentativo cri­tico muovendo dall’ipotesi provocatoria che nella genetica speculativa di Nietz­sche operasse in modo più o meno determinante l’Unico di Stirner. Un’ipo­tesi che fu un « sospetto » insinuato e diffuso ai primi del secolo sulla scia di un « diverbio » sorto tra gli Overbeck ed Elisabeth, sorella di Nietzsche, che per difendere l’assoluta originalità del fratello, contestava ai primi (che van­tavano anni di « vicinanza » con il filosofo) la testimonianza che Nietzsche « conoscesse » l’opera di Stirner. Un fatto di cronaca che, per quanto fugace e peregrino, lasciò acriticamente un’ombra di dubbio sull’originalità del pen­siero nietzscheano perché si era propensi (ed a ragione!) a dare più credito alla testimonianza degli Overbeck. Una propensione che trovava sostegno nel­ le « assonanze » stirneriane che si colgono qua e là negli aforismi di Nietz­sche. Comunque la soluzione del dubbio non può venire dall’indagine docu­mentaria sul fatto di cronaca né dalla pura e semplice « trasparenza » negli afo­rismi di tematiche stirneriane. E questo è ovvio. L’informazione del pensiero altrui non porta tout court al riporto se non in menti incapaci di rielaborare oppure soltanto capaci di « riciclare » il « dato ». La potente creatività della mente di Nietzsche ne esclude nel modo più assoluto questo scadimento ser­vile. L ’informazione per la mente creativa diventa un puro e semplice « mate­riale » di costruzione. A mo’ di mattoni per la realizzazione di un progetto edilizio. La mente creativa « metabolizza » le informazioni che riceve e « me­tabolizzando » le trasforma e le adegua al suo piano creativo. Ma questa cer­tezza sulla capacità creativa della mente di Nietzsche è per sé insufficiente a risolvere il problema. Occorre far luce in loco, affrontare l’analisi diretta. Scendere in campo. Analizzare il pensiero di Nietzsche in ordine al « dubbio » sulle sue derivazioni stirneriane. Un compito che spetta alla critica storiogra­fica alla quale è data come specifica la capacità di rilevare in un pensiero ascendenze e colleganze storiche, misurarne l’incidenza e definirne il calibro di originalità.

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Max Stirner, “La società degli straccioni. Critica del Liberalismo, del Comunismo, dello Stato e di Dio”

Edito da Editrici Clinamen, Firenze, 2008[?], 67 p., Seconda Edizione

«Anche l’ultimo straccio è caduto, resta la vera nudità, spogliata da tutto ciò che le è estraneo. Lo straccione ha tolto via da sé la straccioneria stessa e con ciò ha cessato di essere ciò che era, uno straccione. Io sono stato uno straccione, ma non lo sono più!». Il volume – esaurito nelle prime due edizioni ed ora riproposto in una forma ulteriormente riveduta ed aggiornata – raccoglie quel che di più esplosivo c’è nella critica politica, sociale e religiosa di Stirner. Leggendo queste polemiche pagine sul liberalismo, sul comunismo, sullo stato e su Dio ci si può «scottare a quel fuoco» che «appiccato prima del 1848» oggi avvampa, quasi specchio profetico di quanto segna le vicende in cui, nostro malgrado, ci troviamo coinvolti, «ostaggi» di un potere globale che del plebiscitario consenso intorno a presunti «valori condivisi» fa dispositivo di «democratico governo». Stirner ci insegna a non fidarci, ad esercitare una critica spietata e radicale, a far conto soltanto sulla nostra intelligenza e sulle nostre capacità senza delegare ad alcuno diritti di rappresentanza.

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Chiappori Alfredo, “Vado, l’arresto e torno”

Edito da Feltrinelli, Milano, 1973, 127 p.

Con questo nuovo libro di Chiappori, scrive Del Buono -, il fumetto italiano diventa davvero maggiorenne, in grado di raccontare con rabbia e nitore, senza più trasposizioni dubbiosamente e prudentemente fantastiche, i fatti e misfatti di casa nostra.

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Max Stirner, “Scritti minori e risposte ai critici de L’Unico”

Edizioni:
-Casa Editrice Sociale, Milano, 1923, 404 p., Prima Edizione in Italiano
-Anarchismo, Trieste, 2021, 312 p., Seconda Edizione

Prefazioni alla Prima e Seconda Edizione di John Mackay

Contemporaneamente alla mia Biografia di Max Stirner, io preparai questa pubblicazione degli scritti minori di lui, e delle sue repliche alle critiche della sua opera immortale. Essa comprende tutto ciò che egli abbia mai pubblicato in fatto di lavori che stanno da sè, all’infuori dell’«Unico» e della «Storia della reazione», (una raccolta compilatoria in cui purtroppo soltanto la minor parte è scritta da lui), e forma in certa maniera la prefazione e l’appendice all’«Unico e la sua proprietà». Non è mia intenzione di esporre più dei fatti indispensabili nelle note introduttive a questi studii e considerazioni di Stirner, – il peso delle sue proprie parole non può essere da parole di estranei accresciuto, ma tutt’al più attenuato –, tanto più che io posso ragionevolmente supporre che coloro, i quali si occupano di quegli scritti e del loro autore, conoscano anche la mia storia della vita di quello, o si propongano di conoscerla; nella quale storia naturalmente il più importante contenuto del presente volume trovò la più minuziosa attenzione.
Come gli «Scritti minori» di Stirner formano la preparazione naturale alla sua opera principale, così le sue «Repliche» costituiscono l’integrazione finale di questa, e mi sembra che la conoscenza di entrambi sia indispensabile ad ogni ammiratore e ad ogni odiatore di quell’opera incomparabile, con cui venne inaugurata una nuova epoca nella storia del genere umano con forza tanto silenziosa quanto irresistibile.
Autunno 1897.

Questa seconda edizione appare cresciuta quasi del doppio in confronto della prima. Fortunate scoperte degli ultimi quindici anni, la cui meravigliosa istoria io ho riferito dettagliatamente nelle prefazioni alla seconda e terza edizione della mia Biografia di Stirner, e alla quale quindi mi basta rimandare il lettore, completano gli scritti minori non soltanto mediante pubblicazioni inedite e i primi e gli ultimi lavori che fanno corona all’opera principale di Stirner, ma anche mediante una quantità di corrispondenze, sessanta in tutto, che recano sempre l’impronta del suo spirito e della sua indipendenza, e devono riuscire indispensabili per quella conoscenza della prodigiosa attività di lui che progredisce continuamente e sicuramente, benchè ancora in modo lento. Mentre dò maggiore pubblicità a quegli scritti, uniti in nuova forma con gli altri già noti e nuovamente riveduti con ogni diligenza, (e, si noti bene, nell’ortografia degli originali), conservo il desiderio che la sorte, questa bizzarra ma talora anche propizia coadiutrice di ogni lavoro d’indagine, si mostri pure nei prossimi decennii così amica come si rivelò nei decennii ultimi.
Charlottenburg, primavera 1914

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Nota dell’Archivio
-Nella versione di “Anarchismo Edizioni”, vi è questa nota editoriale di Alfredo Maria Bonanno:
Nota editoriale
Questa raccolta degli Scritti minori di Max Stirner viene pubblicata seguendo un criterio diverso da quello che John Henry Mackay applicò nella sua seconda edizione, quella del 1914. Ciò significa che essa si presenta in modo diverso anche dalla traduzione di Angelo Treves che segue strettamente l’ordine fissato da Mackay. In effetti, a mio avviso, quest’ordine aveva delle pecche considerevoli mettendo insieme scritti di grande importanza, frutto della riflessione filosofica di Stirner, con note redazionali e piccole cronache quotidiane che fanno parte del suo lavoro giornalistico. Eppure, anche in questi “pezzi” di scarso significato e di improbabile lettura si trovano importanti spunti – sparsi qua e là – riguardanti i problemi della scuola, della censura, la questione ebraica, ecc. Ho ritenuto quindi opportuno dividere tutti gli scritti in quattordici sezioni o capitoli.
I Scritti sull’educazione e sulla scuola, di cui i più importanti sono senza dubbio Das unwahre Prinzip unserer Erziehung, oder: Humanismus und Realismus [Il falso principio della nostra educazione o l’umanesimo e il realismo] e Über Schulgesetze [Le leggi della scuola].
II Kunst und Religion [Arte e religione].
III Scritti su Königsberg di cui i più importanti sono la doppia recensione ai Königsberger Skizzen [Schizzi di Königsberg] di Karl Rosenkranz e quella alle Glossen und Randzeichnungen zu Texten unserer Zeit [Glosse e note marginali a testi del nostro tempo] di Ludwig Reinhold Walesrode.
IV Einiges Vorläufige vom Liebesstaat [Alcune cose provvisorie sullo Stato fondato sull’amore].
V Recensione a Les mystères de Paris [I misteri di Parigi] di Eugène Sue.
VI Risposte alle critiche mosse a L’unico e la sua proprietà.
VII I reazionari filosofici. Risposta a Moderne Sophisten [I sofisti moderni] di Kuno Fischer.
VIII Scritti su Bruno Bauer di cui il più importante è Über B. Bauer’s Die Posaune des jüngsten Gerichts über Hegel des Atheisten und Antichristen [A proposito de La tromba del giudizio universale su Hegel ateo e anticristo].
IX Mitglieds der Berliner Gemeinde wider die Schrift der siebenundfünfzig Berliner Geistlichen Die christliche Sonntagsfeier. Ein Wort der Liebe an unsere Gemeinen [Risposta di un membro della comunità berlinese alla lettera dei 57 ecclesiastici intitolata La festività domenicale. Parole d’amore ai nostri parrocchiani].
X Il problema ebraico.
XI Scritti sulla censura.
XII I “Liberi”.
XIII Scritti vari.
XIV Ultimi ritrovamenti.

Per una guida alla lettura rinvio ai miei due libri su Stirner. Il primo, dal titolo Max Stirner, in seconda edizione accresciuta e corretta, è disponibile nella Collana “Pensiero e azione” delle Edizioni Anarchismo. Il secondo, dal titolo Teoria dell’individuo. Stirner e il pensiero selvaggio, anche questo in seconda edizione accresciuta e corretta, è disponibile nella stessa collana di cui sopra. “

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