Davis Mike, “Città di quarzo. Indagando sul futuro a Los Angeles”

Edito da ManifestoLibri, Roma, 1999, 390 p.

Luogo mitico dell’immaginario postmoderno, laboratorio incandescente di un futuro che affascina o atterrisce, Los Angeles, la città di quarzo, è come un prisma in cui si rifrangono le mille contraddizioni della megalopoli contemporanea, polietnica e polilinguistica. “A Los Angeles tutto si mette insieme”: la violenza delle gang giovanili e l’industria high-tech di Silicon Valley, la sperimentazione di nuovi linguaggi interculturali e la sindrome da fortezza assediata, Hollywood e l’apartheid strisciante ma implacabile, il ghetto e la rivolta. Mike Davis traccia con questo libro una straordinaria enciclopedia della metropoli postmoderna che ci riguarda tutti da vicino. Perché “Los Angeles è già dappertutto”. Divenuto ormai un libro di culto per tutti gli studiosi della metropoli, un classico dell’urbanistica e della sociologia e il modello di infinite ricerche che ne hanno ricalcato le orme, “Città di quarzo” viene qui riproposto con una nuova introduzione dell’autore.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “City of Quartz. Excaving the future in Los Angeles”, Verso, Londra, 1990

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Proudhon Pierre-Joseph, “La proprietà”

Edito da O.E.T.-Bottega dell’antiquario, Roma, 190 p.

Dall’incipit del libro
Il riconoscimento, o l’istituzione, della proprietà è l’atto più strano, se non il più misterioso, della ragione collettiva, atto tanto più strano e misterioso in quanto, per il suo principio, la proprietà ripugna alla collettività e alla ragione. Nulla di più semplice e di più chiaro che il fatto materiale dell’appropriazione: un angolo di terra non è occupato; un uomo arriva e vi si stabilisce, esattamente come fa l’aquila nel suo rifugio, la volpe in una tana, l’uccello sul ramo, la farfalla sul fiore, l’ape nel cavo dell’albero o della roccia. Fin qui non si tratta, ripeto, che di un mero fatto, motivato dal bisogno, compiuto per istinto, e in seguito affermato dall’egoismo e difeso dalla forza. Ecco l’origine di ogni proprietà; vengono dopo la Società, la Legge, la Ragione generale, il Consenso universale, tutte le autorità del Cielo e della Terra, che riconoscono e consacrano questa usucapione, dite pure – chè lo potete senza timore – questa usurpazione. Perchè? A questo punto la scienza del diritto si confonde e abbassa la testa, pregando di essere così buoni da non interpellarla.

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Rudin Victor, “Max Stirner un refrattario”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2015, 78 p., Seconda Edizione

Nota del gruppo autonomo di Boston (1914)
Questo studio critico di Rudin sulla dottrina e l’opera di Max Stirner, apparve primamente in francese nei “Portraits d’Hier”, l’effemeride quindicinale illustrata che pubblicava in quel tempo a Parigi Henry Fabre. La “Cronaca Sovversiva” ne curò tra gennaio e aprile 1911, la prima traduzione italiana, opportunamente.
Tutti parlavano di Stirner deformandone il carattere e lo spirito, di qua e di là del mare; e se in Europa, dove la corrente sovversiva è più piena e più rapida, la contraffazione e l’abuso trovarono presto un confine e Max Stirner potè in grazia di qualche studioso rientrare nelle sue magnifiche proporzioni, nella necessaria cornice del suo tempo, nel clima storico e nell’ambiente sociale che la sacrilega protesta de L’unico avevano fermentato, sobillato, sferrato qui era rimasto il feticcio ed il manutengolo d’una picciotteria losca, spavalda, gaglioffa che all’ombrellone de L’unico chiedeva il rifugio di tutte le sue aberrazioni, della sua insanabile degenerazione.
Fu reazione salutare.
Poiché l’io era l’io di classe, poiché cotesto individualista erto contro ogni potenza che si librasse minacciosa, dominatrice sulla sua individualità, non sdegnava la società che pur togliendogli qualche libertà, altre gliene garantiva in ricambio, poiché questo egoista feroce amava vedersi intorno sorridenti gli umili e i deleritti fino a volerne il riscatto e il benessere (L’unico), poiché insomma egli era ancora un cristiano, meglio abbandonarlo alla deriva comunista, meglio tornare apertamente a Nietzsche che almeno ciascuno può intendere a suo modo – o non intendere affatto – e torcerne i dionisiaci furori in mallevaria delle proprie aberrazioni, ad insegna delle proprie imprese; e Max Stirner s’ebbe il bando dai brevi clan intolleranti in cui l’individualismo rimane l’espressione ingenua ed il sinonismo sciagurato del feticismo che è il suo stridente contrario.
Per converso s’invogliarono alla conoscenza di Stirner ed allo studio de L’unico, molti che prima, sia per averlo visto soltanto in compagnia equivoca, sia per non averne conosciute che le contraffazioni volgari, ne avevano la più cordiale diffidenza. E poiché allo studio del Rudin si può negare ogni merito ed ogni valore, come si può da qualche suo raffronto, da qualche sua induzione o conclusione, apertamente dissentire, ma non si può disconoscerne né l’acume, né la serietà, né l’imparzialità, non si può ad ogni modo impugnarne l’onesto ed essenziale proposito di aver voluto intorno a Stirner ricostruire le grandi giornate, il turbolento periodo di transizione in cui l’iconoclasta di Bayreuth era vissuto, all’intelligenza dell’opera stirneriana ha contribuito efficacemente lo studio di Rudin che la “Cronaca Sovversiva” ha pubblicato or sono due anni e ripubblica ora il Gruppo Autonomo sicuro di giovare allo sviluppo del pensiero libertario, di far piacere ai compagni studiosi e di rendere un segnalato servigio agli avversari che dell’opera di Max Stirner discorrono con malafede o incoscienza, disinvolte sì, ma ugualmente sciagurate.
Il Gruppo Autonomo
East Boston, P.O. Box 159, 1° gennaio 1914

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Nota dell’Archivio
-La prima edizione che uscì in Italia fu editata da Edizioni Arkiviu T. Serra, Guasila, 1991

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Pozzi Mattia Luigi, “Parodia e soggettività in Max Stirner. Per un’etica della consumazione”

Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Dottorato di Ricerca in Discipline filosofiche, artistiche, archeologiche e del Teatro, Anno Accademico 2011-2012, 456 p.

Introduzione
Il presente studio propone un’indagine critica in merito all’opera di Johann Caspar Schmidt (1806-1856), meglio noto con lo pseudonimo di Max Stirner, volta, da un lato, a problematizzarne la posizione all’interno del contesto di pensiero tedesco prequarantottesco e, più in generale, nella storia della filosofia e, dall’altro, a saggiarne la specifica validità teoretica, al fine di valutarne la cogenza e l’attualità. Nella storia della filosofia poche figure hanno conosciuto un destino così singolare, sospeso tra un interesse febbrile al momento dell’apparizione della sua opera più nota e compiuta, ossia Der Einzige und sein Eigentum del 1844, e un oblio tanto precoce quanto ostinato, motivato da accuse di eccentricità, quando non di stravaganza o di inconsistenza rivolte alla sua riflessione. In maniera complementare, all’interno della cerchia di coloro che, a vario titolo, se ne sono occupati, lo spettro delle letture e delle interpretazioni risulta talmente ampio e contrastante da legittimare la medesima impressione di un corpo di pensiero quantomeno ambiguo, se non addirittura contraddittorio o aporetico.
La storia della ricezione stirneriana – talmente complessa da sostituirsi, a volte, come oggetto d’indagine all’attenzione diretta al suo pensiero – si rivela tuttavia indice delle difficoltà reali che lo studioso di Stirner si trova ad affrontare. Sarebbe infatti sterile e intellettualmente disonesto imputare all’influenza di questa o quella tendenza ermeneutica il totale travisamento di un pensiero talmente semplice e talmente limpido da non poter essere frainteso; d’altro canto, e reciprocamente, lo sarebbe altrettanto la negazione di una ripercussione di alcune letture sulla percezione dell’opera stirneriana, scegliendo di relegarsi nella finzione dell’immutabilità di un pensiero e dell’ineffettualità del pensiero successivo.
Si tratta, di contro, mediante una rigorosa attenzione al testo stirneriano, di assumere in toto la complessità di una riflessione che, per propria stessa intenzione, rifugge le possibili categorizzazioni filosofiche, lavorandone dall’interno la cogenza, e che si qualifica quindi primariamente come sperimentale, in quanto compie su di sé, sul proprio corpo di pensiero, un singolare esperimento della conoscenza in cui ne va di sé stessi, senza riserve. Rispondervi e corrispondervi significa quindi, per lo studioso, una sua altrettanto radicale messa alla prova, mediante un’ipotesi di lavoro che funga da reagente per squadernarne la reale portata e focalizzarne validità e limiti. Solo in tal modo sarà poi possibile istituire un confronto realmente proficuo, perché non ideologico né apologetico, con la stessa storia della ricezione e comprendere, forse, quale sia il ruolo che Stirner ha rivestito all’interno della storia del pensiero e, al contempo, la sua possibile attualità. A mio avviso, tale ipotesi risiede in un approfondimento della presenza di un portato a prima vista ironico nella riflessione stirneriana, già tematizzata da alcuni studiosi, in direzione della declinazione di una consapevole e raffinata strategia parodica, avente come fulcro l’umorismo. Cercherò di dimostrare come sia precisamente mediante tale paradigma che Stirner si relaziona alle istanze derivategli dalla tradizione, sia hegeliana sia giovane-hegeliana, e, contemporaneamente, possa elaborare la propria originale proposta teoretica, che consiste in un’inedita configurazione della soggettività in grado di rinunciare alle rassicurazioni dell’astrazione e di vivere
l’evenemenzialità dell’esistenza e della storia nella fatalità della loro consumazione. Gli obiettivi che questo studio si propone consistono quindi, in prima battuta, in una precisa declinazione della strategia parodica stirneriana che passa sia attraverso la definizione della metodologia, dell’ambito e degli intenti che le sono peculiari, sia attraverso una rigorosa problematizzazione dello strumento “parodia” e del contesto storico in cui la proposta teoretica emerge. In seconda battuta, mi occuperò di dimostrarne l’operatività su entrambi i livelli: evidenzierò come nella pars destruens sia sempre operante la pars construens, indagandone la tecnica, gli esiti e le possibilità applicative anche in merito all’ambito etico e politico. A tale programma di lavoro risponde la costruzione architettonica della tesi, la quale si declina nelle tre parti su cui ora è opportuno soffermarsi.
La prima parte del testo, intitolata Tra il lutto e lo sberleffo: spazi e tempi della parodia, risponde alla preliminare necessità di una precisa definizione della strategia. In primo luogo renderò infatti conto della gestazione della mia ipotesi di lavoro all’interno di un dialogo critico con una tendenza che, per quanto minoritaria, si rivela costante nella ricezione stirneriana, a partire dalle prime reazioni a Der Einzige passando per la codificazione storico-filosofica della fine del XIX secolo e dei primi decenni del XX, per giungere sino alle posizioni attuali, volte a esplicitare la vicinanza di Stirner alla pratica della critica linguistica o a un ripensamento del quadro generale dei rapporti di forza interni al giovane hegelismo. Tendenza non univoca, né condensantesi in una scuola, ma comunque identificabile proprio grazie alla proposta di una lettura ironica del testo stirneriano. Non negando né la valenza né la cogenza argomentativa di queste posizioni, anzi, di contro, assumendone in positivo alcuni spunti, intendo però mostrare come esse non siano sufficienti a restituire la reale portata della strategia parodica stirneriana e procedere in direzione di una modificazione del fulcro della strategia, da me identificato non tanto con l’ironia, bensì con l’umorismo, e di una maggiore pervasività euristica e pragmatica della parodia stessa, tale da investire, mediante l’irrisione, l’intero campo del discorso significante, pur non potendo esprimersi che in esso. In secondo luogo, svolgerò un’operazione genealogica volta a ricostruire la preistoria del riso stirneriano, ripercorrendo pertanto un itinerario che da Kant a Heine, attraverso l’ironia romantica schlegeliana e solgeriana, la scepsi di Jean Paul e la dissoluzione dell’hegelismo estetico propugnata da Weisse, Rosenkranz e Ruge, sia in grado di restituire la cogenza del comico all’interno del pensiero tedesco nel periodo compreso tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo: cogenza e importanza non confinate in un’ontologia regionale di tipo estetico, ma che assumono una valenza al contempo metafisica e politica. Si descriverà infatti la parabola di un movimento di pensiero che, interrogandosi sui limiti costitutivi della rappresentazione, di sé e del mondo, procede da una metafisica dell’ironia a una pratica dell’umorismo e apre al progressivo depotenziamento comico delle istanze ideali e infinite in direzione di una recuperata dignità del reale che diventa ora sia legittimo oggetto di indagine sia campo di possibili trasformazioni pratiche. Alla dimostrazione di tale valenza del portato comico, farà da contraltare la disamina sia dell’influenza diretta di tale orizzonte di pensiero sull’elaborazione stirneriana sia, di contro, l’azione stirneriana su di esso. Una disamina più accurata della tematica comica spetterà poi al contesto culturale e politico del giovane hegelismo in cui Stirner viene storicamente collocato. Pur non essendo materia corrente per gli studiosi del Vormärz, si mostrerà come la comicità svolga un ruolo centrale all’interno della speculazione giovane hegeliana sia in merito ai processi di autodefinizione del gruppo sia per quanto concerne la costruzione della dissidenza nei confronti del sempre più oppressivo regime prussiano. Nel primo caso, infatti, illustrerò come la comicità si declini mediante una teatralizzazione del discorso filosofico e politico, legata a una mimetica (in termini propri una parodia) di ruoli e simboli della Rivoluzione Francese, mentre, nel secondo caso, si tratterà di restituire la funzionalità del portato simulativo e dissimulativo della loro riflessione, operante sin dal mito della “fodera rossa” di Hegel ed evidente in Die Posaune des jüngsten Gerichts di Bruno Bauer, al fine di salvaguardare uno spazio per un’azione filosofico-politica innovativa. Tale valenza sarà poi evidenziata sia nella frattura espressiva che i giovani hegeliani operano nei confronti del contesto culturale dell’idealismo e della stessa opposizione liberale sia nella configurazione della cosiddetta “commedia storica” declinata rispettivamente da Ruge (Die historische Komödie) e da Marx (Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie), il cui ruolo storico universale risulterà terminale in quanto distrugge, nell’irrisione, le anacronistiche sopravvivenze del passato. La centralità della tematica consentirà pertanto la problematizzazione sia del debito sia dell’originalità di Stirner rispetto a queste concezioni, con particolare attenzione al testo ad esse più affine, ossia Kunst und Religion (1842).
Infine, sarà necessario e conclusivo concentrarsi su una tematizzazione più specifica dello stesso genere parodico, per indagarne le tipicità e per saggiarne la validità in senso filosofico, ma anche politico. A tale scopo, se ne ripercorrerà brevemente la storia, dalle origini al Romanticismo sino a giungere allo sfruttamento del genere nella contemporaneità stirneriana e, in particolare nella scuola giovane hegeliana; ciò consentirà quindi di esplorarne la cogenza al contempo oppositiva e generativa di nuove pratiche (non solo testuali) e la complessa interazione tra gli abiti che essa dispiega, nonché di comprendere quali di questi elementi trapassino nella terribile serietà della parodia stirneriana e di apprezzarne la peculiare rielaborazione.
Nella seconda parte del testo, dal titolo Ir-ridere l’eredità: Stirner e la tradizione, si analizzerà puntualmente il primo (e più esteriore) movimento della parodia stirneriana, mostrando come essa si declini precisamente come un modo, irrisorio e appropriativo, dell’eredità. Se ne specificherà pertanto il linguaggio e la dinamica, in particolare nelle sue connessioni con il sistema hegeliano: si mostrerà come Stirner ricostruisca puntualmente, a partire dall’acustica e della termica, il movimento di ipostatizzazione del Geist hegeliano per opporvi la propria fenomenologia del fantasma e sancire, in un peculiare contromovimento di ritorno ad una naturalità artificiale, la dissoluzione dello spirito attraverso lo spirito, ossia quel procedimento di riscrittura “colossale” che va sotto il nome di parodia.
Si svilupperà poi in maniera puntuale il confronto con i corpi di pensiero dei suoi avversari, procedendo, per così dire, dalla superficie alla profondità, ossia dagli obiettivi polemici espliciti come Feuerbach e Bruno Bauer, sino alla radice comune della sua e di queste riflessioni, ossia alla speculazione hegeliana. Per quanto concerne Feuerbach la disamina verterà innanzitutto su un confronto metodologico che dispieghi il ricorso allo humor nell’economia dei rispettivi pensieri: vedremo come Feuerbach miri a sfruttarne il potenziale di rovesciamento nei confronti dell’hegelismo e come Stirner, di rimando, raddoppi precisamente tale rovesciamento al fine di mostrarne l’aporeticità costitutiva ed esaurirne la presunta valenza emancipatrice. Esporrò la critica stirneriana contro l’Uomo di Feuerbach, lo sfruttamento degli assunti complementari in merito alla teologia come credenza nei fantasmi e dell’antropologia come inveramento del cristianesimo e mi concentrerò infine sulla persistenza del Gattungswesen feuerbachiano al livello dell’astrazione per comprendere come, da queste istanze, Stirner sia in grado di elaborare la propria nozione di ineffabilità. Il caso di Bauer, anche per la comprovata vicinanza tra i due autori, si rivelerà, se possibile, ancora maggiormente produttivo in quanto sarà precisamente nell’estenuazione del pensiero di Bauer che Stirner attingerà a nozioni essenziali del proprio filosofare. Tematizzerò la parodizzazione stirneriana degli assunti baueriani concernenti il principio di esclusione, l’universalità, la radicalizzazione del contrasto tra vecchio e nuovo e l’assenza di presupposti, per mostrare come essi si convertano rispettivamente nell’esclusività dell’unico stirneriano, nell’evenemenzialità del soggetto, nella tematizzazione della sollevazione e dell’impossibilità della rappresentanza e infine nell’assenza di pensieri.
Per quanto riguarda infine Hegel, cercherò di dimostrare come il peculiare modo stirneriano di corrispondere all’eredità hegeliana si declini, sin dagli albori della sua produzione intellettuale, sotto il segno della parodia e dell’irrisione. Proporrò in tal senso una rilettura della dissertazione stirneriana Über Schulgesetze (1834) e, con i medesimi parametri, affronterò la questione del fanatismo della Bildung e della coincidenza tra vita e storia nel pensiero hegeliano, nonché i ripensamenti che Stirner proporrà in merito all’inizio hegeliano del filosofare e alla valenza del rapporto Aufhebung-Auflösung all’interno del sistema. In tutti i casi, si tratterà quindi di mostrare come Stirner, mediante la propria parodia, miri ad una reductio ad absurdum di tutti i suoi referenti filosofici, in un’estremizzazione dei loro esiti ultimi per giungere alla dissoluzione del loro pensiero.
Nella terza parte del testo, intitolata Per un’etica della consumazione, si giungerà infine al culmine teoretico stirneriano, ossia al secondo (e più intrinseco) movimento della parodia stessa: esso consiste in primo luogo nella consumazione anche delle figure provvisorie in cui la sua speculazione potrebbe cristallizzarsi – nell’ordine: l’egoista, l’individuo, l’io – al fine di attingere quella nozione che garantirebbe la vera immissione nella praxis. Questo passaggio consiste, come mostrerò, nello spostamento del discorso filosofico dal livello del significato al livello dell’evento di cui la figura dell’unico si fa segno. In tal modo Stirner è in grado di configurare un’idea di soggettività inedita, la quale si declina come struttura di differenza sempre operante, come divenire della forza che si fa di volta in volta evento della soggettivazione. In secondo luogo, tematizzerò la peculiare nozione stirneriana di proprietà, mostrandone sia la genealogia storica, sia l’evoluzione economico-filosofica per attingerne poi la condizione paradossale di totale appropriazione e totale espropriazione e di personalizzazione del pensiero, che troverà nell’umorismo la sua verità e in un peculiare ripensamento dell’homo homini lupus la sua soluzione.
Da ultimo, proporrò una tematizzazione del portato etico e politico dell’operazione stirneriana. In primo luogo, mostrerò infatti come Stirner, in un’anticipazione marxiana derivatagli da Adam Smith, individui nella preminenza del valore di scambio e della conseguente impossibilità d’uso la peculiarità del vivere sociale, opponendovi, mediante l’organo della profanazione, un’etica altra che, finalmente avulsa dalla mediazione coercitiva e astraente di un assoluto, nonché dell’altrettanto coercitivo ideale di una missione morale, faccia dell’uso e consumo di sé e degli altri l’unica garanzia della valorizzazione dell’unicità e, al contempo, di una reale reciprocità relazionale. In seconda battuta, si problematizzerà come Stirner proponga una svolta epocale nella concezione dell’esistenza che, opponendosi all’economia del senso e dell’ascesi, propenda per la ritrovata naturalità di un’economia del dispendio e della consumazione, che sembrerebbe anticipare, quantomeno nei temi, le posizioni sostenute recentemente da Bataille. Si mostrerà infine come tale economia si condensi nella pratica eminentemente politica dell’Empörung, unico strumento in grado di risolvere il problema del pauperismo, inteso nello specifico senso stirneriano che illustrerò, e di proporre nuove configurazioni relazionali (come il Verein des Egoisten) in quanto sollevazione dell’unico al rango di persona e, con essa, alla possibilità di una vita etica.

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Individuo e insurrezione. Stirner e le culture della rivolta. Atti del Convegno promosso dalla Libera Associazione di Studi Anarchici. Firenze 12-13 Dicembre 1992

Edito da Editrice Il Picchio, Bologna, 1993, 189 p.

Nota introduttiva.
Gli eventi di questi anni di fine secolo sembra che abbiano fatto piazza pulita anche di tutti quei deterministici modelli interpretativi della società e della storia del dominio. Le contraddizioni sociali sembra che non producano più la storia, perché non hanno più un fine a cui approdare. Sembra non esserci più possibilità di un rivolgimento e di una gestione alternativa dell’esistente.
La massificazione dei modelli di vita («la piccola borghesia ha ereditato il mondo, essa è la forma in cui l’umanità è sopravvissuta al nichilismo» ) rende l’identità individuale un’imitazione di ruoli e modelli precostituiti, in cui la libertà non ha valore né senso. L’integrazione sistemica e la sua legittimità sono date dall’aver sposato ognuno, in cambio delle “piccole comodità domestiche”, le sorti del sistema stesso. Ma questo sistema, che si presenta come il codice della razionalità tecnologica, è pur sempre, parafrasando Stirner, un prodotto mal fatto dell’uomo alienato.
Allora la rivolta, a partire da quell’unico soggetto capace di attuarla, che è qualunque individuo, ridiventa il necessario punto di partenza per riconsiderare le possibilità della affermazione di sé e dei propri rapporti, della libertà, al di là della marginalità come ambito precostituito dal sistema, in cui è relegata. Max Stirner è l’autore che più di ogni altro può offrirci, in merito, gli strumenti critici e l’opportunità di riflettere sull’esistenza di ognuno di noi, destrutturando l’impero concettuale metafisico e religioso («il sacro») che ancora oggi “forma” la cultura dentro la quale siamo impigliati.
Come Libera Associazione di Studi Anarchici, nell’organizzare questo convegno di studi, ci eravamo proposto l’obiettivo di discutere e approfondire la visione critica di due categorie: l’individuo e l’insurrezione, proprio a partire dalle dimensioni della rivolta nel pensiero di Stirner. Le relazioni e il dibattito svoltesi in queste due giornate raggiungono appieno detto obiettivo. Le analisi e gli spunti critici proposti dai relatori (che hanno stimolato un proficuo dibattito anche sulle diverse concezioni e interpretazioni del pensiero e del movimento anarchico) offrono l’opportunità di addentrarci nel pensiero filosofico stirneriano, mettendoci in guardia, nel contempo, contro il rischio di una sacralizzazione di questo, come dell’individuo o della stessa rivolta.
Bisogna — come è stato sostenuto nel dibattito — rovesciare il libro e la vita: chi si addentra nella filosofia stirneriana, non può farlo come chi intraprende la lettura di un libro alla ricerca di una rivelazione che rimodellerà le proprie visioni della vita e i propri comportamenti. Così facendo, in Stirner troverà un demolitore delle certezze e delle costruzioni filosofiche e ideologiche del pensiero moderno, un «grumo di puro nichilismo». Spesso, con la critica all’ideologia viene coniata una nuova ideologia, e la sacralizzazione del pensiero, anche del pensiero critico, porta alla pontificazione di nuove sette, di nuovi archismi.
Allora, è rimettendosi in gioco, riconsiderando se stessi e la propria vita, che anche la lettura di Stirner — e forse anche di questi atti — può fornire validi strumenti per una critica radicale, che pone l’unicità di se stessi come nuovo soggetto della propria autoliberazione, all’interno della quale le dimensioni della rivolta e l’insurrezione assumono concretezza storica.
Vincenzo Talerico

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Nota dell’Archivio
-Come riportato dai curatori Xerri e Talerico, “nel pubblicare gli atti abbiamo scelto di seguire l’ordine cronologico dei vari interventi come si sono susseguiti nel convegno. Le relazioni sono state tutte riviste dagli autori dopo la deregistrazione, o ci sono state consegnate direttamente dagli autori stessi in dattiloscritto. Per i dibattiti, invece, è stata fatta la deregistrazione da parte nostra, riportando fedelmente quanto detto, anche se per alcuni interventi non è stato possibile mantenere lo stile dell’oratore, e la stesura finale non è stata rivista dagli oratori stessi.

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Frisetti Mario, “Tutto x niente. Max Stirner nella casa senza fondamenta dell’anarchia. Italia la casa sul mare”

Autoproduzioni Fenix, Torino, 2011, 64 p., Seconda Edizione

Partendo da Stirner e dal dibattito mai sopito tra individualisti e collettivisti anarchici, l’autore ripassa brevemente la storia anarchica di lingua italiana e non, citando personaggi come Man Ray, Ball, Richter, Kupka o Cravan, che si intrecciano con l’unico stirneriano.

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Durante Nicola, “Max Stirner e la controcultura hacker”

36 p., Settembre 2008

NOTA INTRODUTTIVA
Questo breve scritto non rappresenta, come forse vorrebbe qualche lettore disattento o malizioso, un incentivo alla non-collaborazione e al solipsismo. Nella sua provocatorietà vuole invece essere uno spunto per riflettere sulla differenza che passa tra “servire” e “collaborare”. La cooperazione non è un ideale davanti al quale inchinarsi ma uno strumento indispensabile per la felicità di ognuno. Servire significa invece assecondare acriticamente qualsiasi richiesta nel nome di una causa che mai ci appartiene veramente. Se lo Stato mi chiede di uccidere ed essere ucciso in guerra, nel nome della Patria, io non ubbidirò. Se una Chiesa mi sprona a convertire con la prepotenza l’infedele, nel nome di un Dio, io non lo farò. Chiunque conosca un pò la storia e sappia osservare il presente dovrebbe rendersi conto di quante teste sono cadute e di quante ostilità sorgono tuttora nel nome delle “religioni” e dei “buoni ideali”.

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Ciaravolo Pietro, “Max Stirner. Per una teoresi dell’unico”

Edito da Cadmo Editore, Roma, 1982, 176 p.

PREFAZIONE
« Estrarre » dallo sbarramento polemico dell’Unico una serie di « atomi » teoretici non è un’impresa facile. Le parole « cadono » a mo’ di valanghe, stordenti e disorientanti. È difficile fermarle per analizzarle.
Il riflusso delle continue ripetizioni compensa. Un ritorno che è una fermata. E quindi una possibilità di ritorno d’analisi. La lettura dell’Unico comunque, trascina. Ed è un piacere essere trascinato.
Meno difficile anzi relativamente facile è stata la sistemazione del pensiero. Le idee teoretiche colte qua e là s’accordano, si omogeneizzano quasi spontaneamente. Come i pezzi di una macchina smontata. Ogni pezzo s’incastra all’altro costituendo alla fine un tutto coerente, quasi organico. Stirner nella forma è asistematico anzi antisistematico. Ma è solo la forma, l’apparenza del linguaggio, che rifugge dal canone perché sotto,nel « sottosuolo » del linguaggio opera una «mens filosofica » sistematica. Un pensiero più o meno completo nelle sue articolazioni. Un pensiero organico. Ecco perché è facile la ricucitura dei pezzi teoretici. Ecco perché è facile tirar fuori la sua filosofia.
Ma c’è una difficoltà. Nello « scavo », a mo’ di cercatore d’oro, il teoretico non solo è inquinato dall’emotivo, dal caso, dall’occasionale ma alcune volte (o meglio troppe volte) si presenta come un insieme sincretico raccogliendo più contenuti. Il che mi ha costretto a citare lo stesso testo, usandolo in vari versanti. Comunque questa difficoltà si risolve alla fine in contributo di maggiore chiarimento che, poi, per una monografia filosofica, potrebbe alla fine risultare utile.

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Bonanno Alfredo Maria, “Teoria dell’Individuo. Stirner e il Pensiero Selvaggio”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2004, 385 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione
La mia conferenza su Stirner come filosofo de L’unico [del gennaio 1994] e l’itinerario diretto a ricostruire una “Teoria dell’individuo”, percorso in varia maniera in altri scritti miei qui presentati, mostrano, almeno mi pare, una coerenza di intenti che li legittima a una nuova vita insieme.
Nel raggelante panorama attuale delle letture anarchiche, tornare alle fonti de L’Unico e la sua proprietà è sempre una scossa radicale. Questo spiega, se non altro, la persistente fortuna di uno strano libro che nessuna preoccupazione avrebbe dovuto sollevare nelle attente previsioni del potere, e nessuno, o quasi, interesse nei suoi poco probabili lettori. Mai profezia fu meno attenta.
Mi capita spesso di leggere qualche pagina de L’Unico, anche quando sono intento ad approfondire argomenti di altro genere. Ed è sempre un breve itinerario su un territorio sconosciuto.
Stirner è una lama affilata che penetra in profondità, che non ammette soste, che non si ferma a metà strada, arriva fino in fondo, subito. E lo fa soltanto col pensiero. I fatti, se ci sono, a volte, sono lì per stornare l’attenzione, per ricondurre i piedi a terra e quindi suscitano perfino un sorriso di compiacenza. Il pensiero no. Si muove in maniera lineare, taglia via i ponti con la realtà e con il perbenismo delle comparse intellettuali che si inchinano a vicenda prima di dirsene quattro, annacquate annacquate, che fanno poi tutti i salamelecchi di scusa se, per caso, gli è occorso di toccare qualche nervetto. Il pensiero nudo e crudo di Stirner è un atto barbarico di rara ferocia, eccessivo, il classico elefante che con la sua pachidermica mole si fa spazio nel negozio dei ninnoli filosofici.
Un maestro c’è, ed è evidente, ma è uno strano maestro, quell’Hegel che affilava lame anche lui, per poi fermarsi a metà strada, spuntandone con cura la parte più pericolosa e costruendo proprio in quel punto i nuovi pilastri del potere. Stirner oltrepassa questo punto (Marx aveva invece fatto semplicemente un ulteriore passo indietro nei riguardi del suo maestro – in questo consiste la faccenda della testa e dei piedi della dialettica), l’oltrepassa senza quasi che il lettore se ne accorga. Dopo Stirner non è possibile nessun uso del pensiero se non al di qua della linea di barbarica rarefazione della civiltà e delle sue condizioni di accomodamento che lui tracciò, in maniera attenta, spesso quasi senza farsene accorgere.
Il passo successivo è soltanto l’azione, il regno delle chiacchiere è diventato indicibile. “Io voglio soltanto essere io. Io disprezzo la natura, gli uomini e le loro leggi, la società umana e il suo amore, e recido ogni rapporto generale con essa. E già faccio una concessione se mi servo del linguaggio, io sono l’ indicibile, io mi mostro soltanto”.
Il pensiero che mette fine alla chiacchiera è fatto passare per qualcosa di primitivo, di non sufficientemente acculturato, qualcosa che non conosce garbo e maniere. Ecco perché lo considero barbaro, perché in termini dell’ortodossia linguistica dell’accademia si limita a volte a balbettare nell’impossibilità di continuare a dire la grande pressione emotiva che sta dietro, che sta dentro e che non riesce a venire fuori. Ma perché dovrebbe venire fuori in un ulteriore distinguo del meccanismo hegeliano del pensiero, anche questo, ultimo elemento di comune comprensione, che finisce per essere buttato a mare? Persino i neokantiani provarono a chiedersi chi mai fosse costui, e che volesse dal loro cicaleccio coordinato, visto che di metodo, dopo tutto, se ne curava poco.
Non voglio dire che gli anarchici, da parte loro, si siano tutti resi conto di che cosa significa leggere Stirner. Qualche volta, per motivi non molto dissimili dall’accademia, le loro letture sono state altrettanto desiderose della nenia confortatrice che ritma i momenti precedenti al sonno. E perché dovevano andare diversamente queste letture? Forse che gli anarchici hanno una pietra filosofale nascosta, un qualche segreto che getta luce nel territorio della teoria? Non credo, almeno non lo credo se con questo s’intende una sorta di privilegio prodotto dal semplice fatto di pensarsi anarchici e di dirlo, come categoria dell’esistente, quella consolidata nella profonda e incontaminata purezza del rifiuto del potere. Stirner si sarebbe beffato anche di loro.
Con perfetta osservanza dei princìpi dell’anarchismo.
Catania, 20 agosto 1998

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Bonanno Alfredo Maria, “Max Stirner”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2012, 424 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione
In fondo, siamo dei costruttori. Non di superfetazioni e aggetti, ma di valori. Nuovi valori, beninteso. Portando avanti la nostra azione distruttiva ci scontriamo con la contraddizione di fondo, quella che fornisce significato al nostro opaco modo di essere. Avremmo privilegiato un significato “altro”, ebbene no: noi, i critici radicali di ogni potere, utilizziamo i medesimi concetti di chi ci sovrasta e ci opprime. Noi, i distruttori più coerenti, succhiamo lo stesso latte dalle stesse fonti nutrici e a nulla giova sostenere il contrario.
La cosa ci manda in bestia e non vogliamo fissarla negli occhi. Ci accorgiamo di stare giocando ancora con i numi, mentre tutto intorno i facitori di utilità si affrettano a dare libera circolazione alle sovrabbondanti idee di umanità, soccorrevolezza, pietà, mutuo appoggio, ecc. La morbida pelle che accarezziamo nasconde qualcosa di guasto.
Che ci si innamori delle proprie idee, passi, che le si condivida pudicamente con gli affilati denti del potere, irrita non poco. L’alternativa sarebbe un essere affannato, solitario, dubitante e fragile: meglio di no. Così discorriamo dei pubblici crucci anche quando non ce ne sarebbe strettamente bisogno. Capisco tenere lontano i denti dello sbirro nel momento che stanno azzannandoci con una veloce messa a punto, oppure le ali nere di un PM nel momento che alza la mano per contare gli anni di galera di cui gradirebbe farci omaggio, ma lasciarsi andare alla “critica” del baraccone policromo che ospita ancora gli ultimi fantasmi truccati da filosofi, non ce n’è motivo.
Il fatto è che non vogliamo deciderci ad andare oltre. L’esile vestito grammaticale che continuiamo a usare ci rende impossibile questo passo. Seguendo il filo logico di Stirner, come ormai faccio da tanti anni, la conclusione non può essere altra che il silenzio. Non l’accidia, ma il silenzio. C’è un cane che non abbaia – mi pare sia il mastino napoletano –, attacca senza abbaiare. È un pericoloso animale.
Ma Stirner non è stato sempre zitto, ha parlato. Ha parlato per tutto un libro, pieno di idee e anche di allusioni non svolte, di suggestioni e perfino di incongruenze. Ha continuato per poco a parlare – qualche altro scritto, qua e là, qualcuno importante, altri (i più) trascurabili –, poi il silenzio, solo dopo, non molto dopo.
La parola acquietante vuole essere ascoltata, si presenta come il segno di qualcosa che esiste, che viene costruito nei dettagli e cerca spazio nell’esistenza per non farsi soffocare. Luoghi del riferimento, mummie angolari, elenchi di ovvietà (tranne qualche rara eccezione) che si rimandano segnali a vicenda, più che immortali, morti e basta.
Affermando, come ho fatto tante volte, che con la parola cerchiamo di nascondere quello che vogliamo dire, ho riaperto il territorio dei possibili, il luogo tragico e oscuro di quello che potremmo trasformare se riuscissimo a mettere a tacere, solo per un attimo, la volontà che ci indirizza alla conservazione di noi stessi, quindi alla riconferma di quello che diciamo per camuffare meglio questa conservazione.
Ho sperimentato, qualche volta, che nell’avvicinarsi di un’azione, di una messa a rischio di me stesso – diciamo appena più significativa di una semplice passeggiata in campagna – la sera prima, tardando il sonno a venire, sentivo l’impulso irresistibile di scrivere. Non sono poche le pagine che ho scritto in queste condizioni. Mentre il cuore voleva balzare oltre l’ostacolo, l’intelletto, amante appassionato della volontà, si metteva al lavoro e come Giosuè guardava con astio il vicino sorgere del sole. Paura? Forse. La paura è sempre consigliera al nostro fianco, ma non solo paura fisica, principalmente paura dell’innocenza che l’azione richiede, della sospensione dei giudizi di valore, di ogni parola argutamente raccolta e messa a disposizione per meglio capire (e quindi per evitare di agire).
La fondatezza delle proprie scelte, quella che viene fuori dalla cosiddetta autodeterminazione, il sogno di ogni buon anarchico con le carte in regola, è il risultato di un battibecco tra larve, viene alla luce di una vita effimera, riconforta perfino la ferocia di un pensiero massimalista, ma non è in grado di sollevarsi al di sopra dei propri limiti (e come potrebbe?). Quanti cantori del desiderio ho visto palleggiare terrorizzati fra le mani, nell’indecisione dell’attimo, l’improrogabile destino munito di miccia fumante.
Stirner è un feroce facitore di astrazioni, produce un meccanismo odioso di oggettive verificazioni, nessuno dei suoi lettori – nemmeno i critici più estremi – ha potuto trovare una falla in questo meccanismo. Ma alla fine, il critico più estremo è vittima delle sue stesse conclusioni. Giunti alla fine de L’unico ci accorgiamo che né lui, né noi, possiamo andare avanti. Il territorio che ci si apre è quello della desolazione, il territorio selvaggio dell’ “assolutamente altro”.
I fonemi che ci hanno catturato sono ormai mutoli, hanno detto tutto quello che c’era da dire, si sono tolti di dosso fino all’ultima aura, suoni senza significato.
Quello che ci è rimasto dentro è un mugolio strozzato, incomprensibile. Il nemico aguzza l’orecchio, avverte questo suono privo di senso, e ne è turbato. Non sa ancora cosa lo mette a disagio. I suoni è abituato a gestirli come animaletti vivi, curiosi lemuri disponibili a qualunque adempienza, ma questo suono non ha registro traducibile. La sua crudele eleganza atonale sembrerebbe voler dire qualcosa, invece non dice nulla, non imita, non sollecita, non intende intimidire. È là, nella sua totale incomprensibilità.
Ora, l’incomprensibilità turba il potere. I grandi mezzi di decodificazione di cui dispone sono inutili di fronte all’ “assolutamente altro”. Il mendicante può essere accontentato con le briciole del ricco banchetto, il minacciante messo a tacere con una promessa di migliori condizioni e, in casi estremi, con una gara di forza nei termini del conosciuto, il sognante catturato nel giro delle illusioni spettacolari dove gli imbecilli di ogni genere nuotano a loro agio. L’ “altro” non ha questi sbocchi, non esiste nemmeno. Se ne sente in lontananza il mugolio, ma questo suono permane incomprensibile.
L’accadere, improvviso ed estremo, non è mai direttamente collegabile a quel mugolio, e quando lo è – per accidente – solo l’accaduto è codificabile (e punibile nel giro della forza), il resto continua ad accadere, improvviso ed estremo, nella sua incomprensibilità. Ma quello che è catturato non è il mugolio assolutamente diverso, ma solo questo fatto qui, parzialmente riconducibile ad azione e perfino identificabile in base a un articolo del codice penale.
L’unico e la sua proprietà non è un manuale di comportamento – da consultarsi alla bisogna – come atrocemente è stato usato troppe volte. È il libro dell’ “assolutamente altro”.
Dopo averlo letto lo si può buttare via: o ha dato il suo contributo a questa definitiva rottura con l’eternamente spiegabile, o non l’ha dato. In ambedue i casi: carta straccia.
Fatevene una ragione, la barbarie si avvicina.
Trieste, 11 luglio 2003
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-La prima edizione è del 1977

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