Toda Misato, “Errico Malatesta. Da Mazzini a Bakunin”

Edito da Guida Editori, Napoli, 1988, 147 p.

Prefazione
Errico Malatesta (1853-1932) aspirava a realizzare, tramite l’umana volontà e l’amore, il mondo dell’Umanità, in cui tutti potessero vivere in libertà, nel senso sia politico che economico, sia culturale che spirituale, e a questo dedicò tutta la sua vita; fu un anarchico internazionalista, vissuto in un’epoca assai difficile e assai drammatica.
Per più di mezzo secolo fu una figura rappresentativa del movimento anarchico internazionale, tanto che la sua vita fu definita la storia stessa dell’anarchismo italiano. Anche in un paese lontano dall’Italia come il Giappone, il suo nome era conosciuto insieme a quello di Proudhon, Bakunin e Kropotkin fin dall’epoca Meji (1868-1912), periodo in cui avvenne la “modernizzazione” del Giappone e in cui l’anarchismo venne qui introdotto per la prima volta.
Nato in un paese dell’Italia meridionale durante l’ultima fase del dominio borbonico, Malatesta nella sua prima gioventù visse in prima persona i tempi difficili della unificazione nazionale attraverso le vicende della sua vita liceale e universitaria. Iniziò la sua carriera rivoluzionaria con il fratello maggiore, Aniello Malatesta, come mazziniano fervente; passò, poi, al socialismo, allora anarchico bakuninista, nei giorni della Comune di Parigi, e in breve tempo, diventò uno dei più attivi membri della Sezione Napoletana della Prima Internazionale.
Nel presente lavoro seguiamo passo per passo il processo della formazione e della trasformazione delle sue idee assieme alle vicende della democrazia napoletana degli anni 1868-1873, un periodo su cui non si trova nessuna documentata ricerca biografica, tranne qualche lavoro dovuto al racconto fatto da Errico Malatesta stesso. Vogliamo riesaminare il suo racconto, solitamente giusto e preciso, e metterlo nel contesto dei fenomeni sociali e culturali dell’epoca, per ricostruire quel periodo problematico, non soltanto per il giovane Errico Malatesta, ma anche per l’Italia ed il Mezzogiorno. All’epoca della nostra ricerca Napoli era un centro della cultura democratica. Attorno alla redazione de “Il Popolo d’Italia”, giornale repubblicano fondato da Giuseppe Mazzini subito dopo l’Unità nazionale, si crearono circoli di intellettuali e associazioni di studenti dell’Università di Napoli, allora l’unico istituto di educazione superiore nel Meridione. Tutti questi si ricollegavano spesso al movimento operaio, in base all’associazionismo mazziniano. Quando Michele Bakunin venne a soggiornare nell’ex capitale borbonica, negli anni 1865-67, si mise in contatto con i democratici napoletani e meridionali che si radunavano intorno al giornale mazziniano. La collaborazione da parte loro da un lato, e da parte del rivoluzionario russo dall’altro, aveva dato come risultato la formazione del movimento “Libertà e Giustizia” che, nel 1867, aveva pubblicato il giornale omonimo. Lo stesso gruppo fece nascere, in cooperazione con i capi-popolo delle società operaie della città, la prima sezione italiana dell’Internazionale a Napoli. Allora Napoli era la più grossa città del regno con una popolazione enorme e con numerosi lavoratori dell’artigianato tradizionale e operai moderni. Per quanto riguarda il nostro metodo di ricostruzione del mondo di Errico Malatesta, abbiamo voluto tenere in considerazione, nel descrivere i fenomeni, il modo in cui il Malatesta stesso li vedeva e con gli occhi e col sentimento. Perchè solo così, crediamo di poter capire una vita complessa, senza pregiudizi o parzialità.
[…]

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Trento Tagliaferri, “Errico Malatesta, Armando Borghi e compagni davanti ai giurati di Milano”

Tipografia Gamalero, Milano, 1921, 239 p.

Prefazione di Mario Mariani
La rivoluzione italiana non aveva un nome. Lo chiese al mondo degli esuli, al mondo di quelli che s’erano allontanati, per non piegarsi o per non soffrire. Quando ho ristretto la mano a Errico Mala­testa, oltre le sbarre d’una gabbia di Corte d’As­sisi, ho capito perchè quel vecchio era il più giovane di tutti noi e perchè la rivoluzione ita­liana, nell’ora in cui parevano maturare i destini, lo aveva richiamato dalle strade del mondo.
Egli dominava tutto e tutti.
Il suo processo se lo è fatto da se.
Ha voluto farsi assolvere e si è fatto assolvere.
Non per sè. Per la sua parte. Per la rivoluzione.
Egli ha sentito con una divina intuizione da apostolo che, nell’ora della più feroce reazione e delle più ignobili transazioni, aveva il dovere di restituirsi alla libertà per vegliare sulle covanti indignazioni e per organare e incanalare forse la suprema riscossa del proletariato italiano. La politica italiana è soltanto compra-vendi­ta di coscienze o girandola di sillogismi fatta per mascherare tenebre d’ignoranza.
Errico Malatesta, si è temprata la coscienza in quarant’anni di lotte e di sacrifici, si è creata una cultura in più che altrettanti di studio coc­ciuto.
La sua, parola detta o scritta è semplice come l’acqua sorgiva che scaturisce dopo essersi pu­rificata nelle profondità della terra, diritta co­me il fusto che vien su bene perchè ha messo fonde le radici. E chiunque abbia gettato via ogni relitto del passato per andare innanzi senza voltarsi mai indietro si sofferma ad ascoltarlo come s’ascol­ta il profeta che clama il verbo della fede. Io, forse perchè sono nell’anima come egli mi ha detto sovente, più vecchio di lui, io non ho pur­troppo la sua fede.
Io penso che il popolo che ha subito il ba­stone e il revolver fascista senza sollevarsi tutto da un capo all’altro della penisola e travolgere in un solo ululato di rabbia Governo e borghe­sia, sia degno ancora del duca di Modena e di Mussolini, ma sia le mille miglia lontano dalla capacità di governarsi da solo, fuor d’ogni au­torità e d’ogni legge come l’ideale anarchico esige.
La nostra statolatria è fatta di scetticismo… La, sua anarchia di speranza. Per questo egli è, oltre che più giovane di noi, anche più buono di noi. E il popolo dei ribelli è con lui. .. E sembra che demoliscano, ma s’ingegnano a edificare. Perchè i Gesù Cristi delle barricate sonò i muratori dell’avvenire. E’ passato sull’Italia un anno di vergogna. Un istante d’esitazione ha strozzato, forse, un decennio di storia.
La rivoluzione rimase chiusa nelle fabbriche occupate per la vigliaccheria dei capi, vigliac­cheria di capi e di gregari ha lasciato passare, sterminatrice, l’ondata reazionaria del fascismo. E sulle casse mal inchiodate degli operai as­sassinati il socialismo ufficiale ha scritto, su­prema ignominia, il patto di pacificazione. Nella buvette di Montecitorio, sei o sette de­putati che temevano « la rappresaglia » — fa­scisti che viaggiano in aeroplano e socialisti che vivono tappati in casa — hanno sperato di com­prare, barattando i morti, un biglietto di libera circolazione. Invano.
E’ passato sull’Italia un anno di vergogna. Si è strozzato un decennio di storia.
Ma. questo non conta.
Chi spera che il popolo dimentichi lo spera invano.
Era bene che il popolo vedesse chiaro.
Era bene che capisse che cosa significa do­minio di classe; luminosamente.
Oggi l’operaio lo sa.
Sa che regime borghese non significa soltan­to ingiustizia, immoralità, sfruttamento, ma significa anche assassinio.
Oggi l’operaio sa che il borghese può scan­narlo impunemente con la complicità del go­verno come il padrone d’un tempo poteva impu­nemente scannare lo schiavo.
Glielo ha dimostrato il fascismo.
Sa ed aspetta la sua ora.
Per questo.l’onore d’Italia è ormai affidato alle vindici mani degli arditi del popolo. E la rivoluzione che si può forse, con il piom­bo, ritardare, ma non scongiurare, riprenderà la sua marcia devastatrice e ricostruttrice. E questa rivoluzione ha un nome : Errico Malatesta.
Agosto 1921

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La Torre Placido, “Malatesta nel 50° anniversario della sua morte”

Edito dal Comitato promotore delle manifestazioni anconitane per il 50° anniversario della morte di Errico Malatesta, Ancona, 1982, 29 p.

La conferenza che si tenne il 17-18 Luglio del 1982 presso l’aula consiliare della provincia di Ancona vide gli interventi di Umberto Marzocchi, Placido La Torre, Carlo Doglio e Gino Cerrito (a cui quest’opuscolo è dedicato). L’intervento di La Torre traccia una breve biografia dell’anarchico di Santa Maria Capua Vetere, evidenziando la partecipazione ai vari incontri e alle attività rivoluzionarie.

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Fabbri Luigi, “Malatesta. L’uomo e il pensiero”

Edito da Edizioni Anarchismo, Catania, 1979, XII + 304 p.

Prefazione di Cesare Zaccaria
Questo libro è la trasposizione in parole d’una profonda comunità di vita, e può venirne un grande insegnamento sempre attuale. Fabbri aveva 19 anni quando, insieme a Malatesta, arrivò al Congresso anarchico di Amsterdam. Malatesta lo presentò, ponendogli un braccio attorno alle spalle, come “mon fils”. E quella paternità spirituale ha tenuti i due uomini tanto vicini lungo tutta la loro vita, giungendo a tramutarsi in una compenetrazione d’anime cosi‘ totale che era possibile a Fabbri, di fronte ad un fatto qualsiasi, anticipare l’idea che ne avrebbe avuta Malatesta – anche in quei pochi casi in cui egli stesso aveva una diversa opinione.
Nessuno meglio di Fabbri poteva quindi esporre il pensiero di Malatesta. E, d’altra parte, anche la forma peculiare di questa esposizione – fatta di citazioni, da articoli e libri ma anche di estratti da lettere non pubblicate ed anche di ricordi diretti, il tutto cosi‘ candidamente esposto che non v’è mai luogo per alcun dubbio d’autenticità – non poteva che realizzarsi che per mezzo di Fabbri: d’uno cioè che in tutta la vita di Malatesta gli stèato piu‘ di ogni altro vicino.
Malatesta non aveva ambizioni di teorizzatore. Anzi, rifuggiva di proposito dal teorizzare: il centro sistematico del suo pensiero era (peculiare paradosso) proprio il ripudio di ogni sistema. Scriveva come parlava, nelle pause in cui s’intrammezzava il suo agire quotidiano. Operaio tra operai non già politico di mestiere, empirico, traente le idee dal vivere suo e del prossimo, non mai pretendente ad assoggettare quel vivere alle norme esteriori d’idee sue astratte, egli era mosso da un insieme d’impulsi spontanei e personali, intellettuali cosi‘ come sentimentali, nutriti nello stesso tempo di ribellioni e d’analisi, di storia e di filosofia, di azione e di riflessione. E rifuggiva dal costituirsi del suo pensiero in ideologia, come rifuggiva da un “far propaganda” che potesse intendersi quasi un altro “seguitemi ch’io vi conduco al paradiso”. Eppure il suo pensiero, cosi‘ apparentemente frammentario, aveva una profonda unità. L’unità che ogni lettore percepisce in queste rievocazione di Fabbri: la quale ricostruisce la vita di Malatesta nel profondo, e quindi spontaneamente trova per via un filo conduttore che mai si spezza.
Anche Malatesta aveva coscienza d’aver raggiunto nella sua maturità, per l’ampiezza dei pensieri via via suggeritigli dal suo partecipare alle circostanze maggiori della vita sociale del suo tempo, un orientamento ben definito. Qualche volta gli veniva la tentazione di accingersi ad un’esposizione complessiva che ne desse contentezza e ragione anche agli altri. Ma le esigenze o dell’azione sociale o del lavoro per vivere gli hanno sempre negato il tempo necessario ad un’opera che esigeva un periodo di pensiero riposato. Fabbri ci dà quella esposizione. E possiamo essere certi che essa ci presenta Malatesta come egli stesso si sarebbe detto a noi, se ne avesse avuto la possibilità. Ecco dunque Malatesta, ecco la sua perenne attualità. Malatesta è l’anarchico in cui si esprimono le caratteristiche forme italiane del pensiero quand’è spontaneo (il distinguere, il rifiutare le generalizzazioni, ciò che pare scetticismo o empirismo puri ed è invece il risultato d’una lunghissima esperienza storica nutrita di disinganni e di sofferenze oltre che d’illusioni e di fedi). Egli dice, in sostanza: i mezzi condizionano i fini, per la libertà ci si deve battere con strumenti che già siano in se stessi libertà. E questa non è verità che fluisca da “teorie”: è l’esperienza del vivere che ci mostra sempre l’oppressione nascere dall’oppressione, e sole costruzioni sociali valide nel tempo quelle in cui si ha il coraggio della molteplicità, dell’apertura, della libertà. L’anarchismo – messo in disparte (quand’anche non deriso) dai molti che ne avvertono l’intima verità ma lo trovano troppo scomodo per farne la propria bussola nella vita sociale – mostra ancora una volta quanto “realistico” esso sia nella considerazione dei fatti, nella determinazione d’un atteggiamento umano di fronte ad essi.
Ecco la bussola.
Essa indica una direzione di vita chiara ed efficace, in questo nostro mondo in cui troppi dicono: bisogna armarsi per la pace, bisogna mentire per la verità bisogna odiare per l’amore, bisogna comandare od ubbidire per la libertà. La offriamo alla meditazione di quanti oggi, ansiosi, cercano se è possibile ancora dirigersi verso qualcosa d’umano, o se invece bisogna davvero abbandonarsi alla barbarie ed al caos.

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Note dell’Archivio
-La prima edizione di questo libro venne pubblicata da RL nel 1951. Il titolo dell’edizione originale: Vida y pensamiento de Malatesta (Tradiccion de D. A. De Santillana – Editorial Tierra y Libertad, Barcellona) La presente edizione, preparata in accordo con Luce Fabbri sui manoscritti dell’autore, ha omesso la parte della “Vita di M.” che sarà pubblicata più tardi a parte ed ha per contro incluso l’estesa Bibliografia originale curata da Ugo Fedeli.
-Nella versione digitale pubblicata manca la bibliografia malatestiana curata da Fedeli.

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Fedeli Ugo, “Errico Malatesta. Bibliografia”

Edito da RL, Napoli, 1951, 48 p.

Nella presente Bibliografia non sono singolarmente indicati tutti gli articoli che il Malatesta ha pubblicato: annotarli tutti avrebbe richiesto di raddoppiare la mole del volume. Ho dato invece tutte le indicazioni che mi è stato possibile rintracciare sui principali tra essi, e sulle varie edizioni di libri, opuscoli ed estratti di articoli, in varie lingue. Ho ritenuto utile includere un’appendice su quanto si è andato scrivendo e pubblicando sul Malatesta stesso.
Qualche elemento della Bibliografìa malatestiana mi sarà certamente sfuggito: segnalo, ad es., che non ho potuto consultare le collezioni de « La Questione So­ciale » di Firenze e di « Freedom » di Londra. Tuttavia credo che questo mio lavoro costituisca un passo in avanti su tutte le altre Bibliografie dedicate al Mala­testa, e spero giovi ad invogliare e a facilitare nello studio, non solo delle idee del Malatesta stesso, ma del moto sociale che si denomina « anarchismo » in cui il Malatesta è stato uno dei militanti più tenaci e profondi.

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Note dell’Archivio
-La presente Bibliografia è stata pubblicata in originale come Appendice di « Malatesta, l’uomo e il pensiero» di L. Fabbri, Edizioni RL, Napoli, 1951.

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Santin Fabio, Fraccaro Elis, “La rivoluzione volontaria. Biografia per immagini di Errico Malatesta”

Edito da Antistato, Milano, 1980, 102 p.

Fabio Santin è sulla trentina, ed è di Venezia. Non è un nome conosciuto nel mondo del fumetto e quello che vedrete e leggerete nelle pagine seguenti può essere considerato il suo esordio nel campo. Qualche purista del sottogenere obietterà, magari, che non si tratta di fumetto vero e proprio. Come cultore del sottogenere in parola io sono invece molto ansioso, non mi limito a confessarlo, ma lo dichiaro con la maggiore perentorietà possibile, sono molto ansioso, dicevo di annettere quest’opera al campo del fumetto. È o non è una narrazione a immagini e parole? Ma non perdiamo altro tempo e spazio in disquisizioni oziose. Ecco il primo volume di una storia d’Errico Malatesta e del movimento anarchico, frutto di uno sforzo e di uno studio e di un impegno durati un anno e mezzo.
Fabio Santin non ne è l’unico autore. Un altro di Venezia, Elis Fraccaro, ha collaborato con lui per i testi e le ricerche. E, quando scrivo ricerche, intendo ricerche sul serio. Infatti, e questo è forse il dato che maggiormente distingue il fumetto di cui frettolosamente mi occupo in queste righe non troppo necessarie dalla faciloneria del fumetto in genere, ogni parola e ogni particolare, ogni fisionomia e ogni sfondo, ogni vestito e ogni insegna, ogni tratto e ogni tratteggio sono in stretta correlazione con il passato, storia e cronaca di costume. L’accanimento documentario è pari al rigoroso rifiuto della sensazionalità. Eppure l’interesse del fumetto non ha a soffrire, ma, anzi, aumenta, coinvolgendo chi vede e legge in uno spostamento all’indietro clamoroso, anche se operato da una sommessa macchina del tempo. Un poco di carta fabriano o di qualsiasi altra marca decorosa, un poco di inchiostro di china o di qualsiasi altro tipo valido, ed eccoci nel 1926. Un tale già in là con gli anni con cappello, cappotto e sciarpa sta scrivendo certi suoi ricordi con un titolo suggestivo. Il mio primo incontro con Bakunin: “Era la fine dell’estate del 1872, a Napoli. La federazione napoletana dell’Internazionale dei Lavoratori aveva delegati Cafiero e me a rappresentare nel congresso che si doveva tenere in Svizzera (e che si tenne infatti a Saint-Imier, nel Giura Bernese) per un’intesa fra tutte le Sezioni dell’Internazionale che si erano ribellate al Consiglio Generale, il quale sotto la direzione di Carlo Marx voleva sottoporre tutta l’Associazione alla sua autorità dittatoria e indirizzarla non alla distruzione ma alla conquista del potere politico…”
Ma nella pagina successiva la macchina del tempo si sposta sommessamente ancora più indietro. Ci vien rivelato chi sia quel tale già in là con gli anni. È Errico Malatesta. Nel 1872 aveva diciannove anni, era, insomma, alle prime armi, ma traboccava di volontà, di entusiasmo, di intransigenza almeno quanto di inesperienza, di ingenuità, di innocenza. Una settimana dopo il suo primo incontro con Bakunin, Malatesta era presente allo storico congresso che a St. Imier sancì in maniera netta e definitiva la separazione dell’Internazionale tra autoritari – i marxisti – e antiautoritari – gli anarchici. Era il 14 Settembre. Da allora la macchina del tempo di Santin e Fraccaro comincia a rivenire avanti, a riavvicinarsi a noi. Sfogliando queste pagine, si ha sempre più l’impressione che, parlando di ieri, Santin e Fraccaro ci parlino soprattutto di oggi. L’oggi è nato dall’ieri. E il domani? Possibile che il domani debba nascere dall’oggi così desolato, atroce e sfibrato?
Questo fumetto non è opera di nostalgia nè di intrattenimento, anche se commuove con la rievocazione di tanto candore e appassiona nella rivendicazione di tanta tenacia, di tanta candida e tenace ostinazione a non arrendersi al pessimismo, alla viltà, all’abulia. È un’interpretazione della vita italiana dell’ultimo secolo condotta secondo un punto di parte francamente denunciato. Ma è la prova convincente che il fumetto può essere usato per narrare qualcosa di più di storielle più o meno ben congegnate, può proporsi addirittura come mezzo di studio e di lotta, come strumento per cercar di raggiungere la verità. La verità che, si sa, senza dialettica di parte è destinata a restare una fola degli ipocriti, il contrario esatto del suo significato letterale. Ecco perchè auguro a questo primo volume un successo tale da far approdare presto in libreria il secondo.
Oreste del Buono

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Note dell’Archivio
-Edizioni Antistato fece uscire solo il primo volume della biografia a fumetto su Malatesta

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Turcato Davide, “Leggere Malatesta”

Edito da Bruno Alpini, Imola, Dicembre 2010, 17 p.

Questa è la versione italiana riveduta di una lezione tenuta il 18 novembre 2009 presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Simon Fraser University di Vancouver, Colombia Britannica, Canada. Questo testo è un’introduzione all’anarchismo, nell’esposizione fattane da uno dei suoi massimi rappresentanti, l’anarchico italiano Errico Malatesta. Malatesta nacque nel 1853 e morì nel 1932. Fu un militante anarchico per circa sessant’anni, dal 1871, quando l’anarchismo nacque come movimento in seno alla Prima Internazionale, fino alla morte, pochi anni prima della guerra civile spagnola, che gli storici considerano il momento di massimo fulgore dell’anarchismo. La vita di Malatesta copre dunque una parte significativa della storia dell’anarchismo. Trascorse la maggior parte della sua militanza in esilio, specialmente a Londra, e fu una figura di spicco non solo del movimento anarchico italiano, ma anche dell’anarchismo internazionale. Il testo è strutturato come un commento a uno dei più noti opuscoli di Malatesta, L’Anarchia

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Manni Agostino, “Non-sottomissione e carcere militare”

Edito da Edizioni SenzaPatria, Sondrio, 1989, 190 p.

Privo di retorica e denso di storia vissuta in prima persona, questo libro si confonde tra il saggio antimilitarista ed il romanzo autobiografico. La lucida e contemporanea analisi sul militarismo e la società del dominio viene così a rappresentare una affermazione di vita stimolante per idee nuove e tensioni libertarie ancora tutte da sviluppare.
Dalle nebbie dell’indifferenza, dal silenzioso isolamento del carcere militare, subito come conseguenza del rifiuto di indossare la divisa, emerge la denuncia sociale della violenza istituzionalizzata. I moderni valori democratici e la stessa repubblica italiana vengono frantumanti dall’irrecuperabile critica antiautoritaria della non-sottomissione.
Un testo, questo, capace di far riflettere ognuno di noi, pericoloso soprattutto nelle mani di nuove generazioni messe di fronte agli obblighi della naja, della coscrizione obbligatoria ed alle criminali conseguenze di ogni militarismo. È inevitabile che la negazione dello Stato di decidere sulla nostra vita e del nostro futuro attraversi come una fluida corrente le pagine di questo saggio sulla libertà.

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La compagna Franca. Donna e madre in carcere

Febbraio 2011/Gennaio 2013, 12 p.

Franca Salerno, fondatrice e militante comunista dei Nuclei Armati Proletari (NAP), organizzazione combattente nata nel 1974 dalle lotte dei proletari prigionieri e dei collettivi carceri di Lotta Continua. Franca viene arrestata il 9 luglio 1975 e condannata a 18 anni di carcere per banda armata. Nella notte fra il 22 e il 23 gennaio del 1977 con Maria Pia Vianale, anche lei militante dei NAP, è protagonista di una clamorosa evasione dal carcere di Pozzuoli. Dopo la fuga i loro volti sono diffusi su tutto il territorio nazionale e per le forze di polizia la loro cattura diventa un’ossessione. La sua latitanza finisce il 1° luglio ‘77 sulla gradinata di Piazza S. Pietro in Vincoli a Roma. Con Franca vengono catturati anche Maria Pia Vianale e Antonio Lo Muscio, che viene giustiziato sul posto, mentre le due compagne vengono selvaggiamente pestate, come Franca racconterà in un’intervista rilasciata anni dopo.
“[…] loro ti cercavano, ti pedinavano e quando ti catturavano ti massacravano di botte. Per quei tempi era normale. Gridavano: “Ammazziamole, facciamole fuori”. Se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. A Pia hanno sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c’era rabbia e eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile. Ero incinta, avevo questo bambino in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia, ferita, era stata portata via con l’ambulanza, io ero sul selciato e gridavo: “Sono incinta”, ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano. Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale.”
Il figlio di Franca, Antonio, nasce al Fate bene fratelli di Napoli nel 1978 e dopo pochi giorni Franca e Antonio vengono portati nel carcere di Nuoro, dove viene allestita una sezione solo per lei e il bambino. Antonio rimane a Badu e Carros con Franca fino ai tre anni. Sante Notarnicola (condannato all’ergastolo alla fine degli anni ’60 per esproprio di banche, compagno della gioventù comunista di Torino–Barriera di Milano, autore di un famoso libro degli anni ’70 “L’evasione Impossibile”) ricorda l’arrivo di Franca Salerno a Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro, qualcosa di molto vicino ad un lager.
“Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, Franca mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi –, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”. Sante si ferma, è commosso: “Quanta forza venne dai NAP, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire ‘avevate ragione voi’”.
Franca esce dal carcere nel 1993, dopo sedici anni di detenzione trascorsi in carceri speciali.
Nel 2006 Franca subisce un grave lutto. Il 17 gennaio Antonio muore in un incidente sul lavoro. Dopo poco Franca si ammala gravemente, malattia che la porterà alla morte avvenuta il 3 febbraio 2011.

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Jackson George L., “Con il sangue agli occhi. Lettere e scritti dal carcere”

Edito da Agenzia X, Milano, 2007, 190 p.

Il volume raccoglie le lettere e i saggi di teoria politica che l’autore scrisse dopo la morte del giovanissimo fratello Jonathan, ucciso mentre tentava di liberare tre detenuti neri. George L. Jackson fece uscire clandestinamente dal penitenziario di San Quentin questo manoscritto pochi giorni prima di essere assassinato dai secondini, il 21 agosto 1971. Sepolto vivo nell’isolamento del carcere, Jackson compose un testo audace, disperato, espressione di gelido e sprezzante odio contro l’impero statunitense, un fondamentale contributo alla lotta di liberazione della “Colonia nera” che in quegli anni infuriava dentro e fuori le prigioni. Una colonia “interna” costretta in condizioni di ordinaria schiavitù, simili a quelle che molti migranti vìvono oggi nelle metropoli del capitalismo globalizzato. “Con il sangue agli occhi” offre anche spunti per decifrare la complessa grammatica del conflitto contemporaneo.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Blood in my eye”, 1972

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