Briguglio Letterio, “Il partito operaio italiano e gli anarchici”

Edito da Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1969, 314 p.

Introduzione

«Il movimento operaio si chiarisce solo dal di dentro. Il mistero della sua storia può essere messo in luce solo in virtù degli artefici di questa epopea (.. .). Utilizzare le testimonianze dei militanti, ravvivarne i volti scoloriti, farne riudire le voci, non è forse questo il mezzo più sicuro per restituire alla storia operaia il suo significato? ». Con queste considerazioni Edouard Dolléans inizia il suo secondo volume della Storia del movimento operaio intesa come storia del movimento sindacale.

Ora, proprio per chiarire l’operaismo e l’anarchismo dal di dentro e per restituire alla storia operaia alcuni particolari significati, abbiamo conferito ai capitoli di questo volume l’esclusivo carattere di studi e di ricerche. Non è quindi la nostra una storia delle idee socialiste separata dalle drammatiche vicende del movimento operaio, ma un insieme di indagini concrete che si sforzano di riconoscere a quelle vicende il valore di autentiche occasioni per una ricostruzione sempre più consapevole della dinamica sociale. L’autosufficienza e le istanze sistematiche banno preteso fin troppo per legittimarsi storiograficamente. N’è venuta fuori una metodologia intellettualistica ed astratta che ha fatto procedere il divenire storico del movimento operaio a passaggi obbligati. Siamo così ancora oggi di fronte a una specie di fenomenologia lineare che non ammette integrazioni di natura dialettica, né parallelismi più o meno transitori e che ripete le sue origini dal pensiero politico e sociale di Filippo Turati.
Il Turati infatti, nel criticare il « sereno eclettismo » (così lo chiamava) di Osvaldo Gnocchi Viani, poneva il movimento operaio alla base di un processo fenomenologico che partiva dalle manifestazioni più inavvertite ed inconscie per giungere « alla cuspide » e cioè alle forme di pensiero consapevoli ed organiche rappresentate esclusivamente dal « socialismo scientifico »?. Anche la storiografia contemporanea, quella autosufficiente e sistematica, recepisce interamente questo schema interpretativo e perciò ammette un rigoroso evoluzionismo gerarchico che, partendo dall’indistinto e dell’inconscio (anarchismo), giunge al distinto ed «i conscio (operaismo), per riposare definitivamente nella pienezza dell’autocoscienza (il socialismo scientifico, cioè la « cuspide »). Dopo di che la problematicità e la dialettica naturalmente si volatilizzano ed ogni ricerca sul movimento operaio finisce col rivestire un valore essenzialmente erudito. Ma la storia, osserva ancora il Dolléans, « non è un erbario i cui fori scoloriti diventano polvere. È una foresta, interrotta da selve e da radure, una foresta che con la sua ombra ora protegge, ora soffoca i nuovi virgulti ». Da qui la necessità di stadi e di ricerche sempre nuovi come base di un atteggiamento critico volto a confermare, a perfezionare v anche a capovolgere giudizi vecchi e nuovi, Dalla storie del movimento operaio attraverso i suoi congressi, bisognerà giungere al confronto di questa storia con la realtà quotidiana delle lotte sociali; dai profili storici, spesso con contorni troppo definiti, di gruppi o di partiti, bisognerà puntare a ricostruzioni critiche che tengano conto di quel fenomeno di osmosi sociale che persino l’anarchico Mingozzi riteneva del tutto inevitabile. Ecco cosa intendiamo per ripensamenti, per occasioni e per integrazioni in sede storiografica.
Solo così l’operaismo non sarà più passibile di disinteresse e di interpretazioni ausiliarie o di comodo. E solo così l’anarchismo riuscirà a sottrarsi alle continue decapitazioni in sede storiografica, mentre, più o meno esplicitamente, continua a vivere, carica di esperienze, di delusioni e di dolori nella coscienza del mondo contemporaneo.
Gli argomenti contenuti in questo volume riguardano l’individuazione dei vari gruppi anarchici, il loro orientamento ideologico e la loro attività nel campo cooperativistico durante il delicato trapasso dalla tradizione bakuninista o collettivista ai nuovi orientamenti anarco-comunisti. Per quanto si riferisce agli operaisti, le nostre ricerche dovrebbero condurre ad un ripensamento della qualifica di «corporativismo », pronunciata a suo tempo dagli anarchici e ripetuta oggi con molta insistenza dagli storici del movimento operaio, Non sembra infatti per nulla calzante la qualifica di corporativismo o di « operaiocrazia » a proposito di un partito cui premeva nell’identica misura l’emancipazione dei lavoratori delle città e quella dei lavoratori delle campagne. Altro scopo delle nostre indagini è stato quello dì fare conoscere da vicino il pensiero e l’opera di Alfredo Casati, quasi ignorato dalla odierna storiografa, e soprattutto di ravvivare il volto scolorito di Osvaldo Gnocchi Viani, le cui precisazioni sulla differenza fra partiti politici e partiti sociali, fra vita politica e vita pubblica? avrebbero dovuto servire a non confondere lo sperimentalismo operaistico con una specie di riformismo più o meno potenziale. Aveva il Partito operaio un programma finalisticamente socialista? C’è chi ritiene di no, essendosi limitato a rivendicare « quell’emancipazione della classe lavoratrice ad opera dei lavoratori medesimi, che era stata la bandiera della Prima Internazionale al movimento della sua fondazione ». Il programma del Partito operaio, sperimentalista nei mezzi, ma intransigente nel fine, si prestava molto poco a divagazioni di natura teleologica. « Lo scopo del Partito Operaio Italiano — si legge ne Il Fascio operaio in polemica con gli anarchici — non è quello di vedere come deve compiersi l’emancipazione dei lavoratori, ma di prepararla ed affrontarla colle organizzazioni delle forze oppresse, colla continua conquista del miglioramento e del benessere morale e materiale, coll’assicurarsi la vittoria contro il capitalismo (…) la missione del Partito Operaio è essenzialmente economica e intellettuale, di propagande e di organizzazione emancipatrice della classe che rappresenta (.. .) lasciandola nella vita pubblica con propria bandiera e proprio carattere ». Sembrerebbe una forma di miopia questa rinuncia a vedere come si dovrà compiere l’emancipazione dei lavoratori, e invece era frutto di una coerente autolimitazione che rifiutava responsabilmente qualsiasi dottrinarismo «teorico e indefinito v, di un’esigenza concreta secondo cui « la miglior scuola e la miglior dottrina (consistevano) nella lotta di tutti i giorni, nelle sconfitte e nelle vittorie ». Rigorosamente parlando, anche il Partito operaio, dl pari degli anarchici e dei socialisti legalitari, guardava e! comunismo anarchico come al fine migliore dell’umanità. Ma questo era un finalismo utopistico, una malattia del secolo. I fine non immediato, ma nemmeno utopistico, consisteva invece, secondo Gnocchi Viani, in una grande organizzazione economica di produzione e di scambio, in una società basata sull’economia sociale intessuta di associazioni cooperative. Un fine, come si vede, che negava alla Politica ogni diritto di cittadinanza. Se questo era (quale in effetti si rivelò) l’intrinseco finalismo del Partito operaio, non sarà sufficiente rilevare che questo partito mancava di un programma finalisticamente socialista; occorrerà pure precisare che cosa si intendesse per socialismo in Italia durante il decennio 1882-92, E di ciò si potrà trovare qualche cenno in questo volume. Per un « partito sociale » e sperimentalista come quello operaio, costantemente insoddisfatto delle soluzioni proposte dei « partiti politici », anche se socialisti, la futura società non avrebbe potuto avere altro carattere saliente se non quello proposto appunto da Gnocchi Viani. Pensare diversamente? sarebbe come dire che il partito socialista del Costa non aveva un programma finalisticamente operaista, perché era socialista. I confini fra operaismo e socialismo sono storicamente così tenui da rendere precaria ogni legittima esigenza di precisazione.
L’occasione al presente lavoro è stata offerta in maniera determinante dal ritrovamento di quasi tutto il « processo dei Socialisti in Este » in mezzo a migliaia di buste recentemente versate dal Tribunale di Padova all’Archivio di Stato?
Il prezioso « corpo di reato » di tale processo (circa 700 fra cartoline e lettere, quasi un piccolo archivio privato) è ora a completa disposizione degli studiosi che potranno ampiamente servirsene, avendo noi pubblicato in appendice solo ciò che si riferisce di nostri argomenti. Nel corso delle nostre ricerche siamo stati particolarmente favoriti dallo spirito di collaborazione dei funzionari e del Direttore dell’Archivio di Stato di Milano, Prof. Alfio Natale. A tutti porgiamo quindi doverosi e sentiti ringraziamenti. Presso l’Archivio di Milano si trovano però, sia pure in discreta quantità, i soli documenti di Gabinetto della Questura, ancora poco valorizzati nella loro interezza. Al Direttore della Biblioteca « G. G. Feltrinelli » di Milano, Prof. Giuseppe Del Bo, vadano pure î nostri sentiti ringraziamenti per averci facilitato le ricerche, soprattutto consentendo la consultazione degli archivi Casati e Gnocchi Viani.
Fra i corrispondenti di Gnocchi Viani si conservano nella « Feltrinelli » diverse lettere di Francesco Papafava che abbiamo pubblicato (solo in parte), insieme con alcune lettere di risposta forniteci dal conte Novello Papafava, al quale manifestiamo quindi la mostra riconoscenza.
Uguale riconoscenza esprimiamo alla Direttrice della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, Prof. Emma Pirani, per le cortesie usateci,
I più profondi sentimenti di gratitudine vadano infine al Prof. Gabriele De Rosa, costante ed affettuosa sorgente di incoraggiamenti e di chiarificazioni metodologiche.

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Pelliconi Marco, “Andrea Costa: dall’anarchia al socialismo”

Edito da Grafiche Galeati, Imola, 1979, 126 p.

Premessa
La storiografia contemporanea è particolarmente attenta alla necessità di approfondire i rapporti e le connessioni che legano la storia nazionale e quella locale. Il moto complessivo delle trasfor­mazioni sociopolitiche del nostro paese, si può infatti comprendere appieno esplorando i campi di indagine regionali e locali, in quanto le particolarità che li caratterizzano costituiscono una interessante e stimolante chiave d’interpretazione delle più complessive vicende italiane: il peso dei particolarismi ha indubbiamente costituito un freno alla piena realizzazione dell’unità del paese, d’altro canto que­sta diversità si rivela positiva in quanto costituisce una fonte di arricchimento dell’articolazione sociale e dei valori etico-politici che ne sostanziano le vicende storiche. Il movimento operaio italiano è stato caratterizzato nel suo primo sviluppo da esperienze e tradizioni diverse tra loro nelle varie regioni d’Italia, fatto che ha causato una certa difficoltà a porsi come interlocutore valido nella lotta per la direzione politica del paese, ma che tuttavia ha costituito una ricchezza dalla quale attingere per radicarsi profondamente tra le masse popolari articolando e diversi­ficando i caratteri dell’iniziativa politica. Il presente studio, inserendosi nel filone della storiografia a carattere locale, intende favorire la conoscenza storica della realtà imolese e romagnola, approfondendo in particolare l’indagine verso quel movimento operaio che ha così profondamente marcato le vicende delle nostre terre ed il loro tessuto culturale e sociale. Vuole inoltre costituire uno stimolo all’approfondimento ul­teriore degli studi e delle ricerche volte a mettere in evidenza le profonde radici da cui la odierna realtà ha tratto origine. La storiografia maggiore ha indagato a fondo sia il cruciale mo­ mento della « svolta » con la quale Andrea Costa nel 1879, abban­donando le rigide dottrine anarchiche, aprì il cammino all’afferma­zione del socialismo, sia le vicende che prepararono ed accompagna­rono la fondazione del Partito Socialista nel 1892: nel complesso degli studi compiuti ci pare abbia avuto minore rilevanza la esperien­za del Partito Socialista Rivoluzionario, la quale peraltro costituì un importante terreno di verifica di quelle teorie socialiste che poi si affermarono nel 1892 con una maturità ed organicità senz’altro maggiore. La parabola temporale che va dall’abbandono dell’anarchia da parte di Costa, all’adesione al Partito Socialista Italiano, costituisce il limite entro il quale si consumò l’esperienza originaria del primo socialismo romagnolo-, vengono qui indagate le vicende locali di que­gli anni ed il contributo decisivo ad esse fornite dal dirigente socia­ lista imolese Andrea Costa, pur nell’ambito degli avvenimenti e della attività che le diverse forze politiche svolsero su scala nazionale. Centro dell’indagine è la città di Imola, la quale sul finire dell’Ottocento fu crogiolo di importanti esperienze che non solo segnarono lo sviluppo del movimento operaio a livello locale, ma estesero i loro frutti ben oltre i confini romagnoli: essa produsse dirigenti politici di livello nazionale, tra i quali emersero tra gli altri Andrea Costa e Luigi Sassi. Il materiale a disposizione del ricercatore riguardante questi ar­gomenti è enorme, quasi inesauribile: poiché la ricerca ha dei precisi limiti geografici e temporali, si fa riferimento alla parte che attiene le vicende imolesi, inserite nel contesto regionale. In particolare si è ricercato nel Fondo Costa, nelle raccolte di riviste e di altro materiale reperibili presso la Biblioteca Comunale di Imola, negli Atti del Comune di Imola, in documenti e riviste con­ servate presso la Biblioteca Comunale di Forlì, nell’Archivio Stori­co di Bologna, ed inoltre in un ampio materiale bibliografico, con lo scopo di approfondire gli studi attraverso la conoscenza di documen­ti originali molti dei quali inediti. Per questo si raccomanda la lettura delle note e dell’appendice, al fine di avere una visione complessiva del materiale presente nel volume: spesso infatti notizie particolari, precisazioni e riferimenti ai documenti sono stati scorporati dal testo e riportati in nota al fine di consentire una lettura più agevole. Ci auguriamo ad ogni modo di avere compiuto uno studio che stimoli l’interesse dei cittadini emiliano-romagnoli nei confronti del­ le vicende storiche delle loro terre, le quali costituiscono una parte non trascurabile ma addirittura per certi aspetti fondamentale del panorama dei fenomeni storici del mondo contemporaneo.

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Bonanno Alfredo Maria, “Nuove svolte del capitalismo”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Settembre 2009, 128 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione

Nel gennaio del 1993, insieme ad un altro compagno, venni invitato in Grecia a tenere alcune conferenze presso il Politecnico di Atene e presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Tessalonica.
Alcuni dei testi qui pubblicati hanno una storia particolare che necessita di alcuni chiarimenti. Il primo testo è lo schema delle conferenze che mi accingevo a fare in Grecia; il secondo la trascrizione della registrazione su nastro della conferenza di Tessalonica; il terzo, la trascrizione di una intervista concessa al quotidiano di Atene “Eleftherotipia”. Il primo di questi testi, pur avendo lo scopo vero e proprio di una guida per le conferenze, fu da me sviluppato in forma molto dettagliata perché, d’accordo con i compagni greci, lo si distribuì ciclostilato in traduzione greca a tutti i presenti, poco prima della conferenza, sia ad Atene che a Tessalonica. Questo si rese necessario a causa delle difficoltà di una traduzione simultanea dall’italiano in greco, lingue considerevolmente diverse come struttura grammaticale.
Successivamente, nel maggio del 1993, lo stesso testo, col titolo suo originale di “Nuove svolte del capitalismo” venne da me pubblicato nel n. 72 della rivista “Anarchismo”.
Questi tre scritti hanno una loro omogeneità che li rende pubblicabili, anche in questa sede, come un tutto omogeneo, trattando della ristrutturazione capitalista e, in maniera più approfondita, delle forme di lotta insurrezionale propugnate dagli anarchici.
Una curiosità. Il penultimo paragrafo del primo testo qui pubblicato continua a portare il titolo: “L’organizzazione rivoluzionaria anarchica insurrezionale”. L’origine di questo sottotitolo, diventato successivamente tanto famoso, è un po’ curiosa e merita di essere ricordata. In effetti, avevo titolato questo paragrafo “L’organizzazione informale anarchica insurrezionale”, ma ci si trovò di fronte a difficoltà nel tradurre in greco il termine “informale”, difficoltà che non fu possibile superare prima del mio arrivo in Grecia e che indusse i compagni, nella preparazione del ciclostilato tradotto in greco, con il mio consenso fornito direttamente al telefono, a sostituire il termine “informale” col termine più generico di “rivoluzionaria”.
Nel pubblicare il testo in Italia dimenticai di ripristinare la parola “informale” che resta comunque più idonea a fare comprendere quello che sta scritto nel paragrafo in questione.
Non mi è parso utile procedere ora alla suddetta correzione tenuto conto delle chiacchiere e delle stupidaggini che sopra vi hanno ricamato gli specialisti della procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, guidati dal Pubblico Ministero Marini.
Credo sia utile passare adesso ad una breve descrizione del modo in cui le teste pensanti della Magistratura italiana e dei carabinieri hanno lavorato sul testo.
Il 17 settembre 1996 decine di anarchici vengono arrestati in Italia, comincia quella che sarà definita la “Montatura Marini”. Accuse specifiche di sequestri di persone, rapine, omicidi, detenzione di armi, ecc. Tutte avvolte in un’accusa di fondo, quella di banda armata, denominata ORAI, sigla tratta da quel mio paragrafo di cui parlavo sopra: Organizzazione Rivoluzionaria Anarchica Insurrezionale.
Il processo è ancora in corso e, forse, durerà, nel suo intero ordine di gradi di giudizio, ancora per anni. Nel frattempo, invece di essere in galera, siamo stati messi in libertà da una banale questione procedurale: le teste pensanti della Procura di Roma avevano troppo da pensare, nel tentativo di giustificare una fantomatica “banda armata”, per seguire le regole del gioco, per applicare i procedimenti che la legge impone anche a loro. Risultato: pur con accuse da ergastolo, quelli che come me non hanno altre condanne da scontare sono tutti fuori del carcere.
Come il lettore spassionato – lasciamo stare gli anarchici che sanno benissimo cosa pensare – si accorgerà leggendo questi testi, non c’è in essi nessuna teoria organizzativa riguardante una determinata banda armata, ma un approfondimento sui modi organizzativi specificatamente insurrezionali. Questi riguardano la formazione dei gruppi di affinità, costituiti da compagni anarchici, l’elaborazione di un progetto rivoluzionario comune, il loro rapportarsi reciproco in una eventuale organizzazione informale, la costituzione di nuclei di base legati a realtà di massa precise, e infine il modo in cui queste tre strutture si possono raccordare insieme.
Mi rendo conto che per l’ottusa mentalità di un carabiniere, educato a vedere nel nemico la fotocopia in negativo di se stesso e della propria organizzazione, nulla esiste sotto la luce del sole che non sia fornito di organigramma, di capi, di strategie e di conquiste da realizzare. E fin qui posso capire perfino una eventuale lettura tendenziosa, ma quello che non posso capire, e che nessun lettore potrà capire, è la pretesa di affidare a un testo come quello qui pubblicato il compito di reggere un modello di banda armata che ancora continua a fermentare nel cervello della Pubblica Accusa, disposta a tutto pur di provare la nostra colpevolezza.
Disposta a tutto. Esatto, perfino a negare l’evidenza. E difatti, come appare chiaro dalle stesse carte processuali, e perfino nello stesso mandato di cattura, per necessità di cose riassunto ai minimi termini, un dubbio dovette sorgere nelle loro menti ottenebrate dal cieco bisogno di giustificare l’ingiustificabile: “Se Bonanno ha sviluppato in questo testo (“Nuove svolte del capitalismo”) la teoria di una banda armata (ORAI), ed è questo che affermiamo noi, Pubblica Accusa e carabinieri, non può essere poi andato in Grecia a parlare pubblicamente in aule universitarie di questo argomento, sarebbe illogico. E siccome il testo in questione deve per forza significare quello che noi, Pubblica Accusa e carabinieri, vogliamo che significhi, ecco che dobbiamo per forza concludere che Bonanno non è mai andato in Grecia, non ha mai fatto quelle conferenze, non ha mai scritto questo testo come scaletta e promemoria per quello che pubblicamente andava a dire a braccio”.
Sillogismo ineccepibile, solo che nega un fatto plateale, il fatto che a quelle conferenze, sia ad Atene che a Tessalonica, erano presenti centinaia di persone, che esistono le registrazioni, non solo delle conferenze ma dell’intero dibattito, che la conferenza e il dibattito di Tessalonica sono stati trascritti per intero e pubblicati in un libro uscito in Grecia (Duo parembaseiw sth YessalonÛkh, Ayhna 1995), ed infine, che esiste addirittura una prova fotografica, pubblicata il 28 febbraio 1993 dal quotidiano di Atene “Eleftherotipia” insieme alla mia intervista (il terzo degli scritti qui pubblicati).
Ma perché l’accusa vuole per forza leggere in questo testo quello che non c’è? Perché vuole a tutti i costi, anche a rischio del ridicolo, vedervi la teorizzazione di una banda armata specifica, con tanto di nome? La risposta è semplice: perché altrimenti non potrebbe condannare decine di compagni per un reato associativo – che ovviamente non esiste – ma solo per eventuali reati specifici, e solo dopo che questi siano stati singolarmente provati in base al codice penale, ecc.
I titolari dell’accusa sanno bene che questa seconda alternativa è difficile da percorrere, sanno benissimo che alcuni reati specifici si basano soltanto sulle accuse di una ragazzina subornata da loro stessi, ecco perché tanta pertinacia nel volere leggere in questo testo quello che non c’è.
Nessuna ipotesi di organizzazione informale può infatti rassomigliare ad una banda armata. Siamo su due terreni diversi. L’organizzazione chiusa, necessariamente rigida se si vuole parlare di banda armata, può essere uno strumento fra i tanti e, in certe condizioni dello scontro di classe, quando ci si trova con l’acqua alla gola, può anche essere utile come mezzo difensivo e offensivo. Per tornare ancora oggi utile, almeno nell’ambito delle caratteristiche che la storia più o meno recente ci ha fatto vedere, dovrebbe modificarsi profondamente la formazione economica e sociale che abbiamo di fronte, il capitale dovrebbe tornare sui suoi passi, alle condizioni produttive degli anni Ottanta, con una classe operaia forte e centralizzata, con una inamovibile catena di trasmissione costituita da sindacati e partiti della sinistra, tutte cose che ognuno vede bene che non esistono più. Per molti aspetti il modello organizzativo chiuso, che spera soltanto, in modo indiretto, nella generalizzazione dello scontro, non facendo nulla in questa direzione se non esportare i propri interventi attraverso i mezzi d’informazione che si sa come lavorano, questo modello organizzativo oggi corrisponde più o meno alle condizioni ideologiche sommatorie del sindacato e del partito. Se non vogliamo considerare il parallelo col partito, dobbiamo per forza prendere in considerazione il parallelo con una organizzazione che ha come proprio scopo la crescita quantitativa, il dilagare delle proprie azioni e quindi il proprio costituirsi come punta di diamante dello scontro di classe.
Certo, se gli anarchici mettono mano alla costituzione di una organizzazione specifica chiusa, lo fanno con intendimenti diversi da quelli classici, sclerotizzati dal procedere dei marxisti leninisti. E non c’è dubbio che Azione Rivoluzionaria, ai suoi tempi, costituì un tentativo in questo senso, un tentativo che ben presto esaurì la spinta iniziale verso la generalizzazione delle lotte, finendo per chiudersi nel reclutamento massiccio e nell’assommazione con le altre organizzazioni combattenti presenti all’epoca sul fronte delle lotte. Non dico che non ci siano stati, specialmente nei documenti dei primi mesi, alcuni spunti analitici di grande interesse, dico che queste analisi non solo non accettarono un approfondimento critico, ma che nel chiudersi in se stesse e nel difendersi, finirono per annullarsi e per dare spazio alla clandestinizzazione e basta. I migliori compagni, si diceva all’epoca, sono quelli in carcere, non occorreva fare altro che andare in carcere per diventare un compagno migliore.
Il fatto è semplice. Nell’elaborazione di un’analisi non si può prescindere dalla propria situazione personale. Questa, anche senza volerlo, finisce per trapelare in quella. E se uno è in carcere, si vede subito che si tratta di un’analisi che proviene dal carcere. In più, quando un compagno vede che le condizioni della realtà che gli è immediatamente vicina sono radicalmente compromesse, finisce per travalicare al di là delle stesse caratteristiche critiche dell’analisi che sta elaborando, massimalizzando le conclusioni e perfino i mezzi d’intervento e i metodi di cui si fa propugnatore. Rinchiudendosi nell’ottica asfittica di un’organizzazione clandestina anche il modo di ragionare diventa clandestino a se stesso, e questo quasi senza accorgersene.
Una volta si affermava che trovandoci in una fase pre-rivoluzionaria (nessuno però forniva spiegazioni sul perché si era in questa fase) l’unica strada da percorrere era quella dell’organizzazione armata più o meno chiusa (poi si vide nella pratica che qualsiasi tentativo di “diversità” finiva per abortire nella più classica delle chiusure). Oggi a nessuno viene in mente di dire che siamo in una fase pre-rivoluzionaria, per cui se dovessimo accettare l’ipotesi di una organizzazione armata chiusa sarebbe una nostra decisione pura e semplice, un modo come un altro di fare qualcosa, e ciò lo dico a prescindere della strana concomitanza con le palpitanti attese dell’accusa al processo di Roma.
A questo punto potrei ripetere quello che ho scritto molti anni fa, e precisamente in un articolo pubblicato su “Anarchismo” nel 1979, dal titolo “Sull’organizzazione clandestina”, facilmente reperibile da più di un decennio nel mio libro: La rivoluzione illogica (pp. 88-90), ma mi sembra inutile. Se molti non hanno presenti quelle vecchie pagine, non so che farci. Neanche io amo rileggerle, in fondo appartengono ad un’epoca diversa dalla presente. Per quel che posso ricordare mi sembra che vi accennassi al fatto che la critica dell’organizzazione clandestina chiusa non è necessariamente affermazione di semplice individualismo. La critica non è mai indebolimento, ma rafforzamento di qualcosa, però, caso strano, quando a essere criticati sono i compagni che partecipano o si fanno sostenitori, sia pure in astratto, di una forma rigida di organizzazione, ecco che la critica viene considerata come un attacco personale o un indebolimento delle proprie precarie condizioni, e quando sei davanti a compagni che si trovano in carcere, con anni di condanna sulle spalle, corri il rischio di essere linciato. Penso che il concetto di generalizzazione della lotta anche armata non sia una negazione dell’organizzazione, e penso anche che la critica dell’organizzazione clandestina chiusa non costituisce un “esporsi al massacro”. Non mi interessano queste massimalizzazioni.
L’organizzazione informale dei gruppi di affinità e il relativo sviluppo dei nuclei di base, in precise situazioni di lotte di massa, è la forma organizzativa che ritengo più utile, almeno in questo momento storico, per favorire la generalizzazione dello scontro, anche armato.
Catania, 10 ottobre 1998
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, Aprile 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “Internazionale Antiautoritaria Insurrezionalista”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, 176 p., Seconda Edizione

Introduzione alla prima edizione

Pensare a una serie di rapporti stabili fra compagni nell’ambito del bacino del Mediterraneo, nucleo essenziale da cui partire verso una possibile maggiore ampiezza futura, anche al di là degli iniziali limiti geografici, è stato un sogno accarezzato per lunghi anni.
Non un feticcio organizzativo qualsiasi, una sigla forte e altisonante, che come un manichino spaventapasseri tenesse lontano i malintenzionati repressori e attirasse le anime pure degli anarchici desiderosi di conoscersi, ma qualcosa di concreto, di reale, capace di andare al di là degli aspetti formali, o, se si preferisce, di bandiera, per essenzializzare il problema.
Tentativi in questo senso ce ne sono stati tanti, tutti animati da una prospettiva più ampia, più generica, quella che di regola alimenta gli incontri fra compagni a livello internazionale, una conoscenza importante per entrare in possesso, in maniera diretta, di quelle notizie che solo chi abita in un posto preciso possiede. Gli aspetti repressivi, quasi sempre, molto meno anche le iniziative di lotta, intese queste ultime nel senso preciso del termine, cioè quando siamo noi, proprio noi, a prendere in mano il gioco e a condurlo a modo nostro.
Pur non nascondendomi l’importanza di questi interessi informativi e degli sforzi che tutti abbiamo fatto, e continuiamo a fare, per svilupparli, pur condividendo la necessità di fare circolare quanto più materiale è possibile in questo senso, in modo che si sappia che succede nei vari Paesi dove ci sono compagni con cui si è in contatto, non c’è dubbio che questa fondamentale attività non è tutto quello che si può fare.
Allo stato delle cose, per quanto possa sembrare incredibile, una fitta rete di fogli e foglietti, di giornali e periodici, rete ricca di notizie, quasi sempre riguardanti la repressione, ma anche qualche attacco diretto contro i responsabili e gli oggetti concreti che rendono possibile il dominio, esiste e svolge benissimo il suo compito. Un tessuto sotterraneo si è sviluppato in questi ultimi anni, in grado di corrispondere perfettamente, o quasi, alla richiesta d’informazione avvertita da tutti i compagni. In questo senso, possiamo dire che i giornali tradizionali, portavoce, nelle diverse situazioni, delle forme classiche dell’organizzazione anarchica, sono proprio quelli che meno partecipano a questo movimento spontaneo, polverizzato in mille iniziative che non è possibile racchiudere in un’intenzione di sintesi.
Ma, ancora una volta, non è questo il punto.
Anche lo scambio d’informazione, e perfino la conoscenza reciproca, diretta e personale, può risultare una panacea come un’altra, un surrogato dell’azione. Io mi drogo d’informazione quotidianamente, attraverso i giornali e la televisione, e continuo così a farlo attraverso i contatti privilegiati che riesco ad attingere con i compagni dei diversi Paesi stranieri con cui entro in contatto. Certo, lo faccio in buona fede, anzi mi do molto da fare per mettere insieme questa seconda dose d’informazione, che non posso cogliere semplicemente girando il bottone della televisione o aprendo il giornale del mattino. Spesso la stessa difficoltà di reperimento di questo secondo tipo di materiale informativo, la fatica e il costo dei viaggi, lo scrivere lettere e il conoscere esotici compagni stranieri, fatto quest’ultimo che mi riempie il cuore di gioia e di mal represso orgoglio, tutto questo alla fine mi impedisce di esercitare sul mio comportamento quel minimo di luce critica che è sempre indispensabile tenere accesa.
Che me ne faccio di questa informazione, diciamo così, privilegiata? Dopo avermela rigirata fra le mani, l’unica cosa che mi viene in mente (ce ne sarebbero altre, ma non saprei da dove cominciare) è di passarla ai compagni, perché si diffonda quella informazione, e così il mio iniziale e personale privilegio diventi patrimonio comune, quanto più possibile generalizzato.
Lodevole pensiero, ma anche questo costretto ad una triste conclusione: e dopo?
E dopo, altra informazione, altri spazi, altri viaggi, altri incontri con altri più o meno esotici compagni, altro rigirarmi fra le mani altre carte e, alla fine, altri passaggi verso quella mitica generalizzazione informativa che dovrebbe essere il lievito della rivoluzione. Dovrebbe, perché di fatto non lo è, non lo è se resta sola, se manco dell’essenziale, se manco di un progetto.
Ecco il punto. Tutto crolla, o almeno si ridimensiona in una gradevole ninnananna adeguata a salvarmi la vita, se manco di un progetto. Ma nessun progetto mi viene fornito come supplemento al pacchetto informativo. Allo stesso modo, non posso andarmelo a cercare per le medesime strade e con gli stessi mezzi che percorro e adopero nella ricerca di quei contatti che mi riempiono, e mi salvano, la vita. Il progetto è dolorosa e sconcertante esperienza personale, bisogno primario di chiedere e chiedersi: perché?, slancio per andare oltre, ancora più avanti, ben al di là di quello che arrivando come latte e miele sembra a tutta prima in grado di soddisfare la mia sete informativa.
Non dico che questo dèmone, una volta ospitato nel proprio cuore, sia in grado di chiudere la porta a qualsiasi altra faccenda, dico solo che insisterà altamente per ottenere di più, e non quantitativamente (altra informazione, altra carta, altri guai, altre belle notizie d’attacco), ma qualitativamente, diventando intransigente, chiedendo di più e proponendo di più.
In fondo, l’adeguarsi, com’è facile capire, non è che il segno della propria inadeguatezza. Io non posso permettermi di chiedere idee e progetti a chi mi trasmette informazioni, sarebbe implicitamente una delega e un gesto scorretto, specialmente per un anarchico, potrei suggerire io un territorio di approfondimento, verso cui indirizzare quel flusso d’informazioni così ricco, che invece mi limito a sponsorizzare in maniera passiva, o a farne carne della mia carne in maniera passionale, ma per fare ciò, per avanzare un passo ancora su questa strada, occorrerebbe il dèmone che mi detta dentro, ed anche il contenuto di questo dettato, la sostanza del progetto. Mancando questa sostanza, e non avendo mai sentito dentro di me la necessità di fornirmi di tutti gli strumenti idonei a farla venire alla luce, non posso fare altro che tacere, ripiegando su una posizione di minore rischio.
Forse nelle pagine precedenti, come spesso mi accade, sono andato al di là delle mie intenzioni. Non tutti i compagni si pongono passivamente di fronte all’arrivo del flusso informativo da loro stessi sollecitato e reso operante. Molti pensano che la stessa circolazione delle notizie sia progetto rivoluzionario e, dentro certi limiti, hanno ragione, però anche questi compagni devono convenire che il progetto può essere ben più ampio e, principalmente, per essere considerato tale, deve possedere la caratteristica dell’iniziativa, deve cioè essere un nostro progetto di attacco e distruzione dell’ordine esistente. Può, di sicuro, avere anche dimensioni circoscritte, e perfino microscopiche, ma questa caratteristica la deve possedere in pieno fin dal primo momento della sua elaborazione.
Può anche darsi, e non posso escluderlo, che molti compagni abbiano un progetto di massima, diciamo un indirizzo verso lo sviluppo e la crescita quantitativa del movimento anarchico, inteso in senso largo, e pur non appartenendo ad un’organizzazione specifica di sintesi, si sentano in grado di legare quel loro impegno nella ricerca dei contatti informativi con quel loro progetto di crescita, pur restando quest’ultimo racchiuso nella nebulosità di uno sviluppo rinviato sempre ad un domani più prolifico di risultati dell’oggi. Può darsi, ma non è questo il progetto di cui discuto.
Se dentro di me il dèmone mi detta, a volte confusamente e perfino contraddittoriamente, una sollecitazione distruttiva, e se questo bisogno primario, che in me è come quello dell’aria che respiro, si concretizza in visioni apocalittiche di masse insorte che azzerano gli intrighi e le sostanze del dominio, non posso nascondere che tutto ciò potrebbe solo essere un bel sogno, o un incubo, a seconda dei punti di vista.
Sarebbe stupido andarmene in giro a parlare ai compagni di queste visioni notturne che mi induriscono l’animo e mi trascinano all’azione, al massimo tutto ciò potrebbe giustificare le mie azioni di fronte a me stesso, rendermele comprensibili e quindi realizzabili, ma il progetto è qualcosa di più e qualcosa di meno.
È qualcosa di più, perché traduce in termini pratici e teorici quegli impulsi e quei desideri, perché li fa vivere come processi sociali possibili legandoli alle condizioni effettive del nemico di classe e alle sue trasformazioni nell’organizzazione del dominio. È qualcosa di meno, perché nel fare ciò rimpicciolisce l’afflato possente del dèmone e lo porta nell’ambito del discorso tecnico, persuasivo e perfino un poco pedante.
In ogni caso, sia ricorrendo alle semplici immagini dell’ira, che tutto vorrebbero azzerare dell’immondo nido di guai in cui viviamo, sia costruendo le linee di un progetto insurrezionale specifico, non mi sono mai sentito in grado di pensare, le due strade, come un possibile completamento dei contatti e della fruizione del flusso informativo di cui sopra. Dall’altro lato, più spesso di quanto non si pensi, avvertivo negli altri lo stesso interesse e la stessa passione che si agitavano in me, però non mi riusciva di legare i due momenti, avvertivo sempre una sorta di salto logico inaccettabile che mi faceva ripiegare con prudenza. Così, spesso finivo per abitare due universi separati, e con me tanti altri, quello informativo e quello progettuale. A volte volevo fare in fretta a sbrigarmi del primo per dedicarmi al secondo, persistendo nell’immagazzinarli separati.
Sarebbe inesatto dire che il problema venne risolto riflettendo sui possibili sviluppi della situazione sociale, economica e politica dei Paesi del Mediterraneo dopo il crollo dell’impero sovietico. Inesatto, ma indicativo.
La riflessione cominciò proprio da lì. Senza stare ad approfondire i problemi dei nuovi Paesi emergenti dalla decomposizione del socialismo reale, sembrano a prima vista più che probabili situazioni di estremo disagio generalizzato non solo nelle fasce più miserabili, ridotte al lumicino delle risorse, ma anche in quelle che una volta erano le classi medie, privilegiate dalla piramide gestionaria dello Stato onnicomprensivo, ed ora abbandonate a se stesse, a un destino se non di miseria, di degrado sociale e quindi di abbassamento delle prospettive alle quali erano state da sempre educate.
A partire dal 1990 questa situazione è diventata evidente, poi ingigantitasi sempre più, frenata solo dallo sporadico e casuale intervento umanitario delle organizzazioni internazionali, dal braccio secolare degli Stati Uniti e dall’occhiuta carità della rinnovata Germania.
Molti di noi, a partire diciamo dagli anni Sessanta, siamo stati abituati a considerare circoscritti alla Spagna, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Germania, alla Svizzera i rapporti internazionali con gli altri compagni anarchici. Dopo la caduta del fascismo spagnolo, iniziative interessanti di attacco vennero a cessare di fronte all’equivoco di una rinascita spettacolare del movimento anarchico iberico, rinascita maldestramente gestita nel corso di questi due decenni appena trascorsi, ma che nelle sue speranze di forza popolare quantitativamente significativa aveva, fin dall’inizio, bloccato qualsiasi tipo di attacco contro la nuova democrazia spagnola, considerata una possibile controparte per un dialogo gestionario della cosa pubblica.
Le tristezze di queste valutazioni politiche portarono compagni dapprima impegnati, e seriamente, nell’antifascismo e nella cosiddetta lotta clandestina, a limitarsi ad un sostegno esterno delle forze democratiche di sinistra, se non a un’accettazione del voto come strada verso progressivi miglioramenti utili agli sfruttati.
Ma, anche accantonando queste miserie, e prendendo in considerazione la lotta più radicale, o almeno tale in apparenza per il suo sistematico ricorso alle armi, nessuna delle esperienze partite con intenzioni libertarie, dovute alla considerevole presenza di anarchici, si può dire che si sia conclusa con una vera e propria sperimentazione organizzativa e metodologica diretta a spezzare il cliché del partito armato. Dal M.I.L. al G.A.R.I., da Action Directe al 2 Giugno, fino ad Azione Rivoluzionaria, l’avvitamento è stato per un irrigidimento delle posizioni di partenza, con l’eccezione, forse, dell’Angry Brigade, per quel che è dato sapere. Senza nulla togliere all’interesse e alla validità di tali esperienze.
Diciamo che la continuazione “antifascista” in seno a esperienze di organizzazioni armate specifiche di matrice libertaria, non è stata senza conseguenze. La mentalità “reclutatrice”, conseguenza della visione quantitativa come simbolo di forza e presenza nella realtà, indirizzandosi verso il chiuso del proselitismo da sigla facile da ricordare (AR nell’elenco alfabetico viene prima di BR), tagliava inconsapevolmente la strada alla generalizzazione dello scontro, anzi, alla fine, vedeva ogni sforzo verso la polverizzazione nel territorio delle azioni armate, come un elemento disgregatore e quindi negativo. Il massimo dell’indecenza è toccato al grido: “Unità delle organizzazioni combattenti”.
Nel senso contrario, nel senso cioè dello “Stiamo arrivando”, di cui si era fatta portatrice l’Angry Brigade, non si fece molto, anche per la mancanza in tanti compagni del coraggio di sperimentare, per cui si preferiva ripiegare su strutture più “solide”, in apparenza, come, per esempio, Action Directe, evitando la preoccupazione di mettersi a pensare dove potesse mai condurre una esperienza del tipo “Stiamo arrivando”, senza sapere in effetti cosa fare e dove andare a parare.
Eppure, a fianco di queste esperienze, e fin dentro di esse (se non altro a livello di dibattito teorico), ci sono state decine di migliaia di piccole azioni, corrispondenti nei fatti al desiderio diffuso, se non proprio generalizzato, di attaccare il nemico in mille modi diversi, non pretendendo di colpirlo nel cuore che non esiste, e neanche nei centri operativi essenziali che seppure esistono si coprono uno con l’altro. E queste azioni, quasi sempre non rivendicate, oppure assistite da fantasiose rivendicazioni e da improbabili sigle, avevano solo lo scopo di allargare l’attacco armato, fare vedere come esso fosse possibile a prescindere da strutture verticistiche più o meno chiuse, e in fondo come lo si potesse proporre quale strumento rivoluzionario generalizzabile, in certi casi, a tutta una situazione di lotta. Nessuna intenzione di crescita quantitativa.
L’anarchismo insurrezionalista nasce qui, in questo rifiuto del ricatto quantitativo e nell’intrapresa delle piccole azioni come modello rivoluzionario di intervento nella realtà. Ma, per molti motivi, nasce qui e resta confinato ad esperienze quasi esclusivamente dell’Europa occidentale, con l’ulteriore restrizione dei diversi settori nei quali sembra prendere corpo e incanalarsi: la liberazione animale, l’antinucleare, la solidarietà internazionale verso i popoli oppressi in maniera particolarmente feroce, ecc. Un progetto generale stenta a prendere piede, e meno che mai ad indirizzarsi verso Paesi europei con un altro genere di esperienza alle spalle e altri problemi da affrontare.
Se l’anarchismo insurrezionalista propone un metodo di attacco diffuso nel territorio, sembrerebbe a tutta prima la proposta progettuale più adeguata alle condizioni, a volte prossime all’anomia, presenti in molti Paesi dell’Est. Forti conflitti di base caratterizzano queste condizioni: una classe operaia in sfacelo ma ancora fortemente legata ad obsoleti luoghi di produzione, una classe dirigente velocemente indirizzata verso una inevitabile proletarizzazione, un vertice politico instabile e senza più l’alibi ideologico che in passato l’aveva aiutato a superare tanti momenti critici. Eppure non riusciamo a farci intendere. Anzi, in molti Paesi, come la Russia, è proprio il movimento anarchico tradizionale, l’anarcosindacalismo e l’archinovismo, che prendono piede, ripercorrendo i tristi itinerari spagnoli di dieci anni prima. Forse alcuni percorsi storici sono inevitabili?
Non credo, ma i fatti sono così, si presentano così. La riscoperta della propria identità rivoluzionaria, specie per le nuove generazioni, non è mai un movimento lineare, ma un processo contraddittorio che si sviluppa in maniera contorta e che per questo costa molto di più in termini di lacrime e sangue. Forse l’uomo, come diceva Bakunin, non ha ancora trovato una strada diversa per ribellarsi, e si attarda alla ricerca del mezzo migliore, rovistando nella cantina degli orrori passati.
Venendo sempre più a contatto, sia pure attraverso la stampa, ma qualche volta anche grazie a notizie che riescono a farsi largo fra le mille remore e le malcomprensioni che persistono, non ultima la barriera delle lingue, ci si rende conto che in questi Paesi la metodologia insurrezionalista non è un metodo fra i tanti, e neppure un progetto ben delineato, quanto una necessità alla quale non c’è modo di ovviare diversamente. Se finora le insurrezioni sono state espressioni circoscritte del malcontento popolare, fra poco potrebbero diventare incendio generalizzato, inarrestabile, in grado di determinare ripercussioni non facili a controllarsi nel resto dell’Europa, regioni mediterranee in particolare.
Questo ragionamento, in molte occasioni rigirato come un calzino, ci ha portato, in occasione del Convegno di Trieste, del 1990, ad avanzare una proposta organizzativa fondata su di un progetto insurrezionale. Le risposte che si sono avute alla lunga non sono risultate incoraggianti, anche perché presentate all’interno di un contesto dove dominava un altro modo d’intendere l’incontro stesso, il parlare fra compagni, il prendere contatto per la prima volta con esperienze lontane dalle proprie. Forse in quella occasione si lasciò che prevalesse (e come si poteva fare diversamente?) l’ideologia del siamo tutti anarchici, cerchiamo tutti uniti di raccogliere l’eredità della sinistra socialista e del mondo da essa creato, un mondo di orrori e torture, togliamo da questa esperienza tragica lo Stato, liberalizzandola a partire dall’economia, e ci resterà come l’oro in fondo al crogiolo alchemico, il comunismo anarchico.
Di certo le cose non stanno a questo livello di facilità. L’anarchia è altra faccenda, passa prima di tutto per una profonda trasformazione dell’individuo, e questa trasformazione non può aversi senza la crescita della coscienza, quindi senza l’avvento di una nuova capacità – prima inesistente – di organizzare la propria vita e il proprio mondo in modo radicalmente diverso. Non c’è solo da togliere il marcio della mela, c’è proprio da buttarla via.
Nella differente considerazione del che fare?, ecco che in quell’incontro, mi sembra, leggendo gli Atti (Est: laboratorio di libertà?, Milano 1992), ché all’epoca mi trovavo nel carcere di Bergamo, finisca per affiorare un malinteso di fondo. Nel Convegno ognuno parlava una diversa intenzione programmatica e si aspettava, per converso, di essere capito, cosa che naturalmente non poteva accadere nei limiti temporali di un momento destinato più che altro a conoscersi personalmente e senza nessun progetto discusso prima, di comune accordo, e dentro certi limiti condiviso. Si perpetuava così, all’ingrosso, il rito celebrato al minuto della perenne ricerca di contatti e informazioni. Questi contatti c’erano, finalmente visibili in carne e ossa, le informazioni anche (la grande madre Russia di nuovo in campo sotto i simboli dell’anarchia), ma non si poteva andare oltre, e chi voleva farlo, e cercò di farlo, dovette sembrare ai più, per quel che è stata la mia impressione di lontano spettatore, un marziano.
Qualcosa di diverso, pensarono in molti, un incontro che possa concretizzarsi su di una base teorica precisa, non solo circoscritta nei temi e nei progetti metodologici, ma perfino geograficamente. Il Mediterraneo come luogo di intersecazione di problemi comuni a tanti popoli e Paesi, ma problemi capaci anche di riverberarsi come effetto e come punto di riferimento sulle condizioni di lotta di Paesi geograficamente lontani.
Ma qualcosa di continuativo, che fosse capace di mantenere in vita un flusso informativo retto da un progetto comune, un progetto che concretizzasse nella pratica, e nelle diverse situazioni, l’anima insurrezionale lasciandosi alle spalle ogni illusione di sigle reboanti e di conteggi a mano armata.
L’idea dell’incontro, fra compagni dei diversi Paesi del Mediterraneo, più incontri nel tempo, cominciava a prendere corpo. E, parallelamente, la necessità che questi incontri non fossero la gigantografia dei contatti individuali dedicati quasi soltanto alla reciproca conoscenza e allo scambio d’informazione. In essi occorreva affrontare anche il problema del progetto insurrezionalista, problema complesso e difficile da porre sul tappeto in modo chiaro, ma che la realtà, da canto suo, s’incaricava ogni giorno di più di porre in evidenza.
Che fare? Che fare in casi come la Bosnia, come l’Albania, la Romania, l’Armenia, la Cecenia? Che fare? E ancora, che fare in casi come l’Algeria, la Palestina, Israele? Che fare? Quante situazioni bisognava vedere passare sotto i nostri occhi prima di capire cosa fare?
L’Internazionale insurrezionalista, come idea e come progetto nasce da questo flusso di problemi.
Per tanti motivi, non ultimi quelli repressivi, ma anche per le tante incomprensioni fra compagni che in questi ultimi anni sembra abbiano reso più corrusco del solito il non mai limpido cielo del movimento anarchico, non si è arrivati al primo passo, quello di una riunione preparatoria del Convegno iniziale dell’Internazionale.
Mi auguro che questo libro possa costituire una spinta per andare avanti, per tornare a parlare del problema e per arrivare là dove si era pensato di arrivare.
Che, alla fine, la voglia di fare prevalga sulle remore e sui sospetti.
Catania, 13 dicembre 1998
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, Marzo 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “Guerra civile”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Novembre 2013, 67 p.

Nota introduttiva alla prima edizione

Capire le nuove condizioni della guerra civile, quelle che diverranno così familiari a tutti noi negli anni futuri, richiede uno sforzo di liberazione. Scrostare il proprio modo di concepire il mondo dai residui di un intero secolo (l’ultimo, con tutti i suoi guai) di sedimentazioni non è facile.
Qualcosa di profondo, che si è annidato dentro di noi, proprio nel nostro sentire più intimo e protetto, dove non permettiamo a nessuno di accedere, deve cadere, deve aprirsi e permettere al ferro rovente dell’indagine impietosa di farsi avanti. Dopo tutto si tratta di linee d’ordine, anche se sono state spacciate come l’ultimo baluardo del rifiuto dell’ordine, la revoca in dubbio del modo di vivere cosiddetto borghese. E noi, distruttori dei valori della borghesia, pensavamo di essere i depositari di quel sogno dell’avvenire che ci eravamo portati in cuore. Tutto questo potrebbe mantenere qualcosa di concreto e di vivo, ma potrebbe anche essere di no. Solo dopo che il ferro rovente delle esperienze senza ritorno sarà passato attraverso, solo allora potremo sinceramente rispondere alle nostre antiche domande. Fino a quel momento, si consiglia il silenzio.
Non basta volere la libertà, bisogna avere anche la schiena adatta per sopportarla. Gli uomini sembra che non si siano ancora prodotta questa schiena sufficientemente asinina per il loro futuro, quindi non sono ancora pronti per la libertà. E siccome non vedo perché si debba affidare questa speranza a un qualsiasi processo di evoluzione, dei tanti che se ne trovano in commercio, non mi resta che la speranza dei folli, quella contro tutto e contro tutti. Il che mi sta bene, ma che sia chiaro: qui siamo dei folli imbarcati in una nave senza destino, la cui rotta, forse proprio per questo, è aperta a tutte le possibilità.
Nella penuria ci siamo stretti uno all’altro, dandoci reciproca forza, credendo in un Dio unico che ci indicava la strada. In tempi recenti, e meno recenti, questo Dio ha cambiato volto, grosso modo le condizioni dello stare assieme sono rimaste valide fino ad oggi. Il futuro ci ispira ancora tanta paura, ed è quindi necessario mettersi uno accanto all’altro per fare fronte. Ancora oggi, qualche stralunato rivoluzionario parla di “Fronte di classe” o qualcosa del genere. Poiché non siamo mai stati, in fondo, animali da armento, ci siamo sempre sentiti portatori di stimoli eversivi, diretti a rompere le forze aggregative che premevano in senso contrario. Non poche volte noi stessi abbiamo stigmatizzato questi stimoli, in uno con le scomuniche delle chiese in carica. Si avvicinano tempi che potrebbero rendere questo modo di fare sempre più necessario, proprio per questo diciamo subito di tenerci alla larga. Nessuna chiesa, per favore, meno che mai quella anarchica che sembra (a volte) negare ogni chiesa in nome della chiesa delle chiese, quella che si fregia del titolo irrefutabile di distruttrice di tutte le chiese. Anche di questa chiesa, alla larga.
Anche dal modello “naturale” alla larga, per favore, ancora un poco di pazienza, seguitemi un altro poco. La forza e la potenza dell’uomo, il suo braccio muscoloso che apre le fauci della belva, modello contrapponibile al povero e atrofizzato braccio del mendico che chiede l’elemosina di un aiuto, il brando possente di un liberatore, solo in apparenza sono antitetici, in fondo sono le due facce della stessa condizione. Condottiero e condotti si sostengono reciprocamente, l’uno, senza gli altri, sarebbe un farneticante manichino. Se, finora, abbiamo accettato la punizione all’interno del gregge, la soluzione non può essere semplicemente quella della rivolta nel gregge, altrimenti ci resterebbero solo le scottature del sole della ribellione, e dopo, tornato il maltempo delle necessità ricostruttive, non faremo altro che rimpiangere di essere ancora in vita e di non avere trovato sorella morte ad accoglierci il primo giorno della rivolta.
La forza va bene, se sta dalla mia parte, la ribellione anche, l’intelligenza e la capacità di progettarsi un intervento seriamente distruttivo contro il mio nemico, sono condizioni importanti dell’attacco, ma non sono tutto. C’è qualcosa d’altro, ed è questo qualcosa che viene fuori dalla guerra civile. C’è il mostro della libertà, armato di tutto punto, con tutti i suoi aculei al posto giusto: ecco quello che in fondo mi fa più paura, ecco quello che devo capire se non voglio continuare ad aprire la strada ai futuri dominatori.
L’istinto vitale, la forza che posso sentire (ascoltando bene, senza tentennamenti) dentro di me, perfino le sue selvagge modulazioni, l’orgoglio, il coraggio, l’egoismo, l’entusiasmo, mi sollecitano ad andare avanti, a superare questa condizione di vita, ma se mi limitassi a questa piattaforma di “generosità” fondata sulla certezza finirei per fare una brutta esperienza. Ancora una volta, il cavaliere senza macchia si armerebbe nella notte della veglia per morire (se fortunato) al sole del giorno dopo. Non c’è difatti niente da “superare” in quell’armamentario di generosità. Occorre scavare più a fondo, penetrare più intimamente nella piaga che nascondiamo sotto il fiammante giustacuore della coerenza.
La libertà richiede un’analisi profonda dei valori che ancora fioriscono attorno a noi, come erme sulla strada dell’incredibile futuro. Ognuno di questi simboli fallici racchiude il sogno di una potenza estinta. Singolarmente presi avevano un senso, dicevano qualcosa (forse) all’uomo che non c’è più. Il coraggio è diventato materia per corride spagnole e circuiti motociclistici. I migliori lo coltivano, innaffiandolo quotidianamente con letture edificanti, in attesa della prima barricata dove andarsi a infilzare nella lancia dell’avversario. In fondo, della libertà, ai migliori, che gliene importa? Loro hanno una bella armatura di coerenza con cui vanno in giro pavoneggiandosi per cortiletti e stradine di periferia, e tanto gli basta. Saranno gli ultimi a cogliere questo discorso, feroce fino in fondo, un discorso senz’ombra dove nascondersi. La libertà è mortale.
Niente come la guerra civile ce lo dimostra. Non c’è nessuna tendenza al bene. La rivoluzione, considerata nella sua realtà e condotta fino in fondo, la rivoluzione che non abbiamo ancora visto, è l’azzeramento di tutti i valori, la nascita di una condizione di anomia assoluta, la sola in cui si può parlare di libertà: può quindi chiamarsi l’avvento del bene? Farlo adesso, dopo le tante esperienze di quest’ultimo secolo, significa continuare uno stupido scherzo. Non c’è compimento possibile della storia, non c’è finalizzazione verso il miglioramento, non c’è progresso.
Messa insieme questa merce poco digeribile, si può guardare in faccia la guerra civile, senza restare al primo livello: quello della riprovazione e del disgusto.
Catania, 29 aprile 1999
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “Dissonanze”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2015, 729 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione

Gli scricchioli del mondo che mi circonda li sento sempre più forti, sarà una mia impressione, ma è così. Non voglio indicare la causa di questo rumore persistente, mi sbaglierei di sicuro, forse è connaturata alle vecchie pulegge repressive e partecipative che fanno andare avanti la baracca, fare questo rumore, forse è l’insieme dei lamenti di coloro che soffrono, e se ne dolgono, ma non sanno come porre rimedio ai propri guai se non richiedere, per cortesia, un allungamento della catena.
Altro è il deserto. Il deserto è prova e paura, una minaccia che incombe continua e imprevedibile. Eppure è un’aridità solitaria che educa alla pazienza e all’attesa. È l’immagine più convincente della tensione, dell’intensità che si esalta senza necessariamente apparire irreversibile, senza avere obbligo di apparenza. L’ebete fascino del tumultuoso modo del fare è lontano, pure non essendo scomparso del tutto. I miei nuovi progetti nell’intuizione dell’azione trascolorano e fluiscono nella desolazione, variano dapprima in modo ragionevole, poi sempre più velocemente, all’infinito, rifiutando di ascoltare le mie parole e prestando orecchio alla voce dell’uno che arriva col vento del deserto. Questa voce respira e svanisce a ogni sensazione, canta la vita, la qualità e le intensità che la caratterizzano senza con questo specificarla in modo definitivo fino in fondo, fino a farla conoscere con la forza possessiva della parola. Ogni parte di questa intensità non è distinguibile dall’altra, è tutto continuo nella realtà, inesauribile e lieve movimento, appassionata risposta alla richiesta di amore che viene dal deserto. Amo la fugace presenza di ciò che nella forza era assenza, amo la vita che nel deserto è tanto forte da essere morte nello stesso tempo, da riassumere in sé la morte come ridicolizzazione del tempo. Tutto nella desolazione si dissolve all’ombra di una qualità indefinibile col maglio dell’apparenza, ma ottimamente individuabile nell’intensità. Se la vita e la morte si riconoscono entrambe nella desolazione è perché il tutto e il nulla sono semplici modulazioni dell’intensità, non elementi logicamente antitetici. Nell’azione felicità e disperazione si uniscono insieme, non si distinguono più, gioia e malinconia, condizioni dove, nell’estrema intensificazione puntuale, non posso che essere in loro perché sono stato colto, ma che non posso né capire né dire.
Qui rifletto su un numero considerevole di modulazioni della vita, sofferenze e gioie, attacchi inferti e colpi subiti, tentativi violenti di liberazione e processi repressivi in corso. Mi affascina l’eccesso, l’eccesso senza compromessi, l’essere tutto quello che sono, messo in gioco senza reticenze. Non potrei resistere a lungo senza avvertire presente una tensione estrema, l’ebbrezza di un movimento che cerca quello che non è a portata di mano, che si incanta di fronte alle propaggini di una sconosciuta desolazione, al silenzioso profilarsi di un territorio nuovo, privo di contrassegni e di corrispondenze. La gioia dell’assenza non può essere un semplice aumento di grado della gioia della presenza. Questo passaggio non esiste, la sua impossibilità è data dalla incapacità quantitativa di completarsi. Ciò comporta una sollecitazione al combattimento, anche contro tutto quello che ho costruito, che ho solidificato sotto l’aspetto del possesso, e anche una lotta contro tutti i tentativi di aumentare questo possesso per farlo diventare capace di controllare il mondo. Innalzarmi sugli ostacoli del mondo è una banale esercitazione di muscoli, devo salpare verso nuovi orizzonti, la mattinata è ormai matura e sono sazio del miscuglio di luce e di buio che mi viene servito come verità e non è altro che apparenza. Che la gioia esploda fino a confondermi, che io non sappia più che fare, dove poggiare i piedi, su quale recondita saggezza fare affidamento, che una spinta cresca dentro di me come una pianta tropicale, estranea e incomprensibile, con un ritmo insostenibile e confuso e faccia sfiorire ogni traccia di meschinità e di concezione razionale. La bufera si approssima ed è quella solita che si scatena nel deserto, sabbia e vento.
Arrivederci altrove, ecco il saluto dell’altra volta, quindici anni fa, per me resta sempre lo stesso. Arrivederci altrove.
Trieste, 4 marzo 2014
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Dissonanze, inizialmente era suddiviso in 6 volumi, usciti tra l’Ottobre 1999 e il Marzo del 2000. Successivamente sono stati raccolti in unico volume e pubblicati nel 2015.

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Bonanno Alfredo Maria, “Come un ladro nella notte”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, Settembre 2009, 108 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione
Questi ultimi dieci anni, la metà dei quali passati in carcere, non mi hanno fatto risolvere la contraddizione alla quale accenno in questo libro.
Anarchia e libertà sono sinonimi? A quel che vedo in giro, tranne una sparuta schiera di esseri lunari, non ci sono altro che imbroglioni e mestatori. E che vuol dire? Niente, l’anarchia e gli anarchici sono due cose del tutto differenti. Della prima ci si può innamorare a vita, dei secondi quasi mai l’amore dura a lungo, escluso quei pochissimi, per i quali l’affinità e la sintonia di affetti va al di là di qualsiasi contingenza.
La diversità che colgo tra il dire e l’agire è nella libertà di quest’ultimo, quindi anche nella libertà della volontà di agire. Il volere essere liberi non è però uguale ad essere liberi, il libero non vuole essere libero, semplicemente lo è. Non opera una selezione negandosi tutto quello che lo vincola, catene in primo luogo. Sono uscito da poco dal carcere e devo quasi certamente tornarci ancora per un residuo pena di un anno e qualche mese, potevo non essere mai entrato in galera, fin dal lontano ottobre del 1972, quando per la prima volta feci questa esperienza, bastava che continuassi a fare il dirigente industriale. Se ho gettato alle ortiche il mio status di sicurezza non l’ho fatto per finire in prigione, ma per fare più facilmente dei passi verso la libertà. Né l’andare in prigione ora né quei passi ormai lontani sono la libertà. Fino a quando dovessero restare solo un volere la libertà sarebbero conati e forme sofisticate di controllo.
La libertà, e quindi l’anarchia, si coglie ma non si possiede, è la qualità somma che perdo proprio nel momento in cui mi chiedo se posso conservarla garantendola contro le pretese dell’altro. Il dono comanda la qualità gratuitamente, il donarsi è aprirsi senza chiedere nulla in cambio. Senza questo dono non si arriverebbe mai alla qualità, ma si resterebbe sempre nell’ambito dell’impenetrabilità del fare.
L’azione che non mi coinvolge, che non mi cambia la vita mettendomi a repentaglio, è un semplice fare, una routine che rischia di infettare perfino la mia stessa quotidianità.
Vorrei, e lo sto facendo, scrivere tutto questo per gli altri, per me questo è un male necessario al quale cerco in ogni modo di sfuggire. Quando trovo un lettore ho un tuffo al cuore e mi chiedo se finalmente è arrivato chi riuscirà a leggere quello che anche io, solo io, riesco a intravedere a malapena in quello che scrivo. Considerare poi la fortuna di un libro è qualcosa di puerile. Basta pensare, per quel che mi riguarda, a La gioia armata. Spesso molti leggono un libro senza vederlo, quasi per sentito dire. Scrivere è una malattia dura a guarire, leggere senza capire è una malattia dello stesso genere. Non si è trovato ancora il modo di curarle, si possono solo cronicizzare.
Conosco molti stupidi che non potendo fare altrimenti si immaginano di vivere dei grandi eventi o di affrontare dei grandi problemi. Gli stupidi sanno sempre quello che fanno. Sono quasi in balia dei loro mali e ascoltano gli altri sperando di dare la stoccata buona.
La libertà, e quindi anche l’anarchia, non va raccontata, è una condizione cieca, non si lascia mettere per iscritto. La volontà l’azzera solo apparentemente, per meglio controllarla, ma non può mai cancellarla del tutto. Perfino nei peggiori, nei mestatori e nei venduti, si trasforma in falsa coscienza e morde senza pietà. La volontà campa a credito della libertà. Ora la vede come un nemico da affrontare, realizzandolo nel proprio ridurlo all’impotenza, ora come un’amante vogliosa da soddisfare. Il dolore che porta con sé non si distingue facilmente dal piacere.
L’anarchia è il massimo livello della libertà, riconoscere questo itinerario, scoprirlo, seguirlo, sono esercizi massacranti e richiedono una certa tendenza omicida. L’anarchico non sogna distruzioni, distrugge. I poveri illusi, che di solito considero stupidi, cercano a tutti i costi di darsi un atteggiamento da distruttori. Solo pochissimi non lo fanno. Alla lunga ottime persone ricavano da questa maschera una specie di automatismo, un gioco malvagio da cui non riescono più a venire fuori. Nei loro confronti è superfluo dire di no.
L’anarchia, e quindi anche la libertà, non può essere cercata come comunione conchiusa, perfetto completamento di quello che palesemente mi manca nella vita. L’apertura all’azione non lascia intendere questa aspettativa, che sarebbe una forma di reductio ad unum. Lo sforzo dell’azione è diretto, nella migliore ipotesi, a una delusione, alla constatazione di una sconfitta, ma questo fine è per pochi, sono difatti pochi quelli che non si fanno travolgere dal trionfo decretato loro dagli stupidi a tale scopo assoldati. Andando oltre è la regola che viene spezzata, tutto quello che è stato fatto andava bene, tanto bene da risultare degno di essere messo da parte, considerato materiale di riflessione non di possesso. Il cammino procede, lo strumento che si pensava conclusivo è invece un biglietto di passaggio verso qualcosa d’altro che la libertà mette in gioco nella molteplice veste delle possibilità.
Intenzionarsi verso l’anarchia ha una motivazione tremenda, una specie di mandato nuovo. Niente di ciò che appartiene all’accomodamento, alla progressione e alla contrattazione migliorativa può direttamente relazionarsi con l’anarchia, salvo che non si tratti di immagini e rappresentazioni simboliche. Un rifiuto del mondo è lo stesso impossibile, una parte del mondo è richiesta in maniera assoluta, me stesso. In genere mi costruisco un modello ed è questo modello che propongo nel relazionarmi con l’azione e con i miei compagni, ma me stesso è sempre al sicuro dietro il modello, non viene mai allo scoperto. Se l’anarchia mi chiama non posso ascoltare la sua voce perché le convenienze del mondo me lo impediscono, i miei stessi modelli in primo luogo, la vita è imitazione e immagine, non è me stesso messo in gioco. L’anarchia esige pienezza assoluta che non posso portare dietro non possedendola. La follia soltanto intuisce una possibile rapportazione, un dono che non può essere distrutto perché oltre ogni possibilità di misura. Non potenza che si realizza, ma realizzazione inimmaginabile che non potevo presupporre né programmare. È questa la sola possibile compresenza tra l’anarchia e il mondo che parcellizza e produce continuamente la vita, con tutte le limitazioni alle quali ogni giorno ci costringe a far fronte.
Trieste, 22 ottobre 2007
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, Gennaio 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “La bestia inafferabile”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, 128 p., Seconda Edizione

Introduzione alla seconda edizione
C’è un legame tra quello che posso fare e quello che sogno di fare. Tra accontentarmi del mondo così com’è e cercare di mandarlo a soqquadro. Questo legame da un lato tocca l’eternità della vita nel suo svolgersi inattingibile, forse incomprensibile, dall’altro i contrafforti di una modestia che non ha avuto in sorte che alcune possibilità di difendersi.
Imprecare alla propria incapacità non vale, i mezzi per lottare non li regala nessuno all’angolo delle strade. Occorre staccarli dalle pareti del tempio, affrontare il corruccio degli dèi pensierosi della propria sorte, e l’avida tenacia dei manutengoli addetti alla custodia.
Fior di denti aguzzi e di mascelle spalancate sono fuggiti via al primo rumore di una scacciacani. Bisogna inerpicarsi per via scoscese, per difficili sentieri non riconoscibili sulle carte del condominio governativo, incontrare il pericolo faccia a faccia nell’aria rarefatta delle altezze, dove non è possibile giocare sugli equivoci, mentre altrove un abitacolo pieno di fumo può mettere a nudo l’animella spaurita di una mangiatrice d’uomini. Non è il simbolo della montagna che mi interessa, e neanche quello della radura da cercare nell’impenetrabile foresta, il cuore dell’uomo nasconde oscure possibilità ancora da scoprire e semenze imprevedibili da cui far venire alla luce frutti che la rivolta finora non ha avuto modo di vedere. Ma questo impressionabile muscolo per ora batte timido nei recessi della propria allocazione. È un gigante che si immagina di scalare il cielo e non ha fatto i conti con i propri piedi d’argilla. Perché questa debolezza? Non si tratta di un fatto muscolare né di mezzi a disposizione. Non è certo la potenza di fuoco quella che distingue la bestia inafferrabile dall’animella spaurita che continua a raccontarsi le solite storie di fantasmi del passato per avere modo, la sera, di chiudere gli occhi e trovare il sonno riparatore di tante fatiche.
La protesi, quando c’è, ha sempre bisogno di una realtà concreta su cui innestarsi. Ho visto distruttori armati di tutto punto decidersi per la resa e ho visto al lavoro la bestia inafferrabile. Due universi differenti. Sono tanti i fili che ci tengono legati, fili che la coscienza alleva e sottopone a periodiche manutenzioni, fili di perbenismo e di sacralità, fili talmente tenaci che non possono essere neanche scalfiti dalle parole, anzi più queste parole sono esaltate ed esaltanti, più quei fili che rendono mummificata la coscienza, si rafforzano e così frenano qualunque stimolo alla rivolta. Se non si spezzano prima questi fili, ed è lavoro del singolo che deve crescere insieme ai suoi compagni in uno sforzo affine verso l’azione, ruggire è solo un gargarismo linguistico.
Rompendo quei fili non ci sono più né proporzioni né misure, tutto viene di colpo oltrepassato. L’architettura difensiva del nemico è parimenti forte e, forse, insuperabile, ma le sue strutture non sono più un ostacolo per la bestia che si slancia contro di loro. Non cadono, a volte, restano in piedi e a cadere è proprio l’animale dai forti e invincibili denti aguzzi, e che vuol dire? Forse per questo mille altre bestie altrettanto inafferrabili non si rialzeranno dal loro oblio lanciandosi all’attacco di quell’architettura senza fare calcoli di centimetri o di grammi?
Il nemico, a ben considerare le cose, è inaccessibile con i mezzi ordinari di attacco. Quando non stronca subito la vita della bestia inafferrabile, le taglia le unghie e i denti, l’addomestica, gli offre un pasto e uno stipendio a fine mese, oppure, molto più banalmente, gli dà la possibilità di ruggire, di ruggire quanto e come vuole (è stato abolito l’art. 272 del codice penale italiano). Il muro che così alza il potere intelligente è più alto e più forte di qualsiasi gabbia dello zoo.
La riflessione può essere tessuta di leggerezza e trasparenza, ma resta sempre struttura preventiva dell’azione, anche nelle persone migliori non manca di mettere in luce la malinconia che tutto pervade il mondo dell’attesa, del rinvio, del prepararsi in vista di essere forti abbastanza per fare qualcosa. Alla tristezza della ineluttabile inadempienza a volte si sopperisce con la ricerca di una inadempienza ancora più grande, quello che non può essere concluso, messo in atto adesso e subito, tanto vale che venga lasciato aperto, possibile ma aperto alla discussione e all’imbroglio reciproco, nella migliore buonafede. In questo modo il lavoro preparatorio si avvita come un serpente che vuole ingoiare la propria coda. Non posso di certo cadere nel tranello del tanto peggio tanto meglio, non posso nemmeno non vedere la sproporzione di forze. Sono una persona seria, io.
Eppure i segni del dolore sono qui, davanti a me, non il dolore degli altri, ma il mio, il mio personale portarmi dietro la carne incisa e le ossa martoriate. Posso squadernare questo dolore nella sua laida pienezza e posso coprirlo con le bende della pudicizia. Solo la bestia inafferrabile, nella sua barbarie inassimilabile da parte degli inebetiti bamboccioni che giocano a fare i terribili, sa radicalizzare il proprio rifiuto dell’addomesticamento senza stare molto ad approfondire i limiti reali non solo del ruggire ma anche dell’agire, dell’affondare la propria zampata singola, sia pure, e micidiale.
Il colpo che viene inferto senza indugi e senza imbarazzi, in se stesso senza bisogno di giustificazioni, la presa alla gola spersonalizzata e oggettiva, orgogliosa di dire sì anche davanti alla coscienza dei propri limiti e delle proprie debolezze, caratterizza la bestia inafferrabile.
La visione intuitiva dell’azione dovrebbe essere alleggerita da tutti i ricordi e dalle abitudini che affollano la riflessione preventiva. Occorrerebbe parlarne con sobrietà e senza quella enfasi che ricade inevitabilmente nella ripetizione e nel tornare a riprendere ciò che si è detto di già. Un ruggito è più che sufficiente, due rischiano di diventare una chiacchierata. Ogni volta bisognerebbe essere pronti alla partenza per andare oltre, per uscire fuori dal porto delle attese dove il battello è ormai stanco di dondolarsi nelle medesime acque. Non si verifica, questa partenza, perché il nemico ha dato un segno di debolezza, ma solo perché deve accadere, perché è impossibile che non accada. Può anche essere un istante privo di seguito, un balenio della zampa, può essere invece l’istante a cui seguirà quello in cui è consentito di assistere all’attacco inferto, alla rabbia finalmente esplosa, all’azione.
Per questo la bestia è inafferrabile. Con buona pace degli attendisti e degli aspiranti conquistatori.
Trieste, 19 ottobre 2007
Alfredo M. Bonanno

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Catania, 1999

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Bonanno Alfredo Maria, “Anarchismo insurrezionalista”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2019, 192 p., Terza Pagina

Introduzione alla seconda edizione
Dietro ogni aspetto della teoria anarchica insurrezionalista si nasconde un progetto, non dico un quadro asfittico completo in tutte le sue parti, ma un progetto sufficientemente individuabile, ben al di là di queste pagine e delle tante altre che nella mia vita ho scritto su questo tormentato argomento. Se non si tiene conto di ciò nessun chiarimento analitico potrà fare molto, anzi correrà il rischio di restare quello che è, un insieme di parole che pretendono contrastare la realtà, pretesa incongruamente idealista. Le piante grasse della filosofia classica tedesca, con i loro allettanti pungiglioni, hanno fatto tutto il danno possibile, spero che non costituiscano ancora più oltre specchietti per ingenue allodole rivoluzionarie.
Ciò non vuol dire che il problema del metodo possa essere affrontato di punto in bianco senza tenere conto di quanto è stato detto in tutte le salse, anche dalla stessa filosofia classica tedesca, sarebbe una ingenuità. In questa prospettiva non ci sono scorciatoie né ricette privilegiate, solo il duro lavoro rivoluzionario, lo studio e l’azione. Le scivolate che ho visto fare in questi ultimi anni a tanti distruttori più o meno canuti mi confortano in questa mia rigidità d’intenti. Sarebbe inutile pensare la propria radicalità estrema quando poi ci si limita a nascondere la mano senza neanche gettare il sasso. Non è una corsa all’immagine più significativa, allo specchio magico che riempie di colori smaglianti e inghirlanda preziosamente quattro pensieri domenicali da bacetti Perugina.
Questo libretto illustra un metodo, quello anarchico e insurrezionale, ma è di un’esperienza che esso parla, non di teorie che più o meno possono entrare in contrasto tra loro o anche andare d’accordo. Una esperienza che continua nel tempo e che si è andata sedimentando per così dire sul campo, nell’azione concreta, prendendo la sua forma ed espressione letteraria quasi per caso, in articoli, relazioni, volantini, o altro, sporadicamente affidati alle necessità del momento. Invece di vedere in questo un elemento di dissociazione, vi vedo, vi ho sempre visto, un movimento particolare, un incontro caratteristico tra idee ed azioni, in modo che dalle seconde si trovi luce particolare per le prime, e viceversa, senza soluzione di continuità.
Molti, ministro dell’Interno in giù, fino all’ultimo appassionato di fanfaluche, vi hanno visto un miscuglio indigesto di vigorosa maturità di pensiero e di fantasia sciocca e puerile. Che me ne importa? Ho sufficiente spessore della pelle per rendermi conto che le nerbate fanno parimenti male quando vengono dalla critica occhiuta del carabiniere che sogna di farmi assegnare quanto più possibile anni di carcere e quando vengono camuffate e direi quasi imbastite nelle lodi di un imbecille o nei ragli letterari di un asino.
Ogni metodo si basa sulla realtà, in caso contrario non è un metodo, né mai potrà dare vita a un progetto, è solo un movimento di gambe nervose e infaticabili, una passeggiata nel bosco delle favole, uno sciogliere enigmi della sfinge, un risolvere problemi di geometria descrittiva difficili solo per i fanciulli. La vita è un insegnamento troppo feroce per accettare, sia pure come compagni di viaggio, vertiginosi parassiti che si dilettano parlando delle loro impressioni e dei loro desideri di libertà. Parola pesante questa, molto pesante.
Nel volere essere liberi c’è una mostruosa tentazione, occorrerebbe squarciarsi il petto. Di già la stessa parola libertà è uno scandalo, che la si riesca a dire senza arrossire è uno scandalo. Che io insista a dire questa parola senza far fronte alle conseguenze che l’essenza stessa di quello che questa parola sottintende e mi pone di fronte è altrettanto scandaloso. La libertà, in fondo, non può essere detta, quindi questa parola, libertà, è ingannatrice, e mi inganna nel momento che la pronuncio. Eppure è detta, ma occorre un’aggiunta fondamentale, mettere a rischio me stesso. Quest’aggiunta dona nuovo significato alla parola, la sconvolge e la mette a nudo criticamente, taglia i tanti ponti significativi con una insistente chiacchiera alimentata da perdigiorno in vena di stramberie e la scarnifica portando alla superficie la possibilità di una realizzazione. Concretizzare a ogni costo la libertà.
C’è un meccanismo in questa fase interrogativa che è ancora perseguibile nei suoi dettagli, la parola risuona ancora nel gesto critico che scava dentro il di già detto, ma non è soltanto questo. Il senso profondo di questa parola sta proprio nel permettere un’apertura al proprio mettersi in gioco, faccia a faccia con la verità di se stessi, senza che niente possa essere inteso come schermo e riparo dietro cui attutire i colpi. Il meccanismo di cui parlo, il metodo rivoluzionario, non può essere diretto a rassicurare sui risultati, nel qual caso sarebbe una vera e propria critica positiva filosoficamente orientata a conservare più che a distruggere, ma è diretto a inquietare ulteriormente, a lacerare per l’ultima volta, prima del coinvolgimento, a mettere a disposizione non solo mia ma di tutti una possibile conclusione offerta proprio dall’applicazione del metodo e dall’assunzione delle responsabilità rivoluzionarie.
La straordinaria condizione nuova che riesco così a intravedere è il metodo insurrezionale, un abisso senza fine di cui le poche tracce indicative che spaccio per di già accaduto sono solo una remota e pallida immagine.
La distanza tra il pensiero e l’azione può, a volte, raccorciarsi di molto, e allora è il momento buono per colpire.
Trieste, 20 ottobre 2007
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima Edizione: Catania, Giugno 1999
-Seconda Edizione: Trieste, Settembre 2009

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Bonanno Alfredo Maria, “Palestina mon amour”

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2007, 336 p., Terza Edizione

Nota alla seconda edizione
Esaurita in pochi mesi la prima edizione di questo libretto se ne è resa necessaria una seconda, che esce liberata, almeno mi auguro, della maggior parte degli errori che avevano funestato la prima.
Mi sarebbe piaciuto dar conto qui delle tante discussioni che a voce e per lettera ho avuto con i compagni che hanno sviluppato non poche critiche al mio lavoro.
Forse lo farò in una prossima edizione, forse non lo farò mai. Si vedrà. Qui mi sembra interessante notare che non sono uscito del tutto malconcio dal ginepraio dove sono andato a ficcarmi. Dopo tanti anni, l’odio accumulato e le delusioni assorbite con apparente noncuranza, non hanno cancellato il mio entusiasmo, nei fatti, intendo, più che nel riordino delle idee.
L’identità ebraica, nella sua contorta visione della vita, nella sua concezione del mondo che colloca al centro di tutto un Dio molesto quanto altri mai, e da questo trauma originario riversa nella propria storia una giustificazione e perfino un amore per la catastrofe, resta uno degli elementi essenziali da cui partire per comprendere perché nessun quartiere verrà dato alle rivendicazioni palestinesi.
Per un altro verso, altrettanto doloroso è stato per me constatare che l’itinerario intrapreso dai Palestinesi non è per nulla quello che auspicavano tanti anni fa. Politici e profittatori stanno lavorando a costruire uno Stato che per forza di cose sarà forse peggiore del suo nemico di sempre.
L’unica speranza resta l’insurrezione popolare, che di già comincia a profilarsi contro gli stessi governanti dei Territori, fantocci in divisa che una volta, non tutti beninteso ma la maggior parte di loro, sembravano persone in carne ed ossa, uomini e donne degni di fiducia e di rispetto.
Ma il tarlo politico rode e mina in profondità tempre e caratteri che sembravano inattaccabili a qualsiasi lusinga. L’“autonomia” dei Territori ha avuto il risultato di trasferire in mani palestinesi il controllo dell’ordine pubblico. Adesso è la polizia palestinese a controllare e reprimere tutto, perfino la stessa Intifada. Israele sta risparmiando i costi altissimi di questo controllo e le spese militari e politiche di una occupazione sempre più difficile da mantenere. Gli interessi del nuovo governo israeliano si indirizzano ora verso la conquista di Gerusalemme-Est, tradizionale zona di insediamento palestinese.
Se si tiene conto della grande presenza di coloni israeliani nei Territori cosiddetti liberati si arriva a una facile previsione: aumento degli scontri. Alla fine del 1988 i coloni in Cisgiordania erano aumentati da 110.000 a 145.000 e quelli di Gaza da 3.000 a 5.500.
Al di là di tutto, perfino delle considerazioni sviluppate in questo libro, i sogni di un tempo continuano a farmi battere il cuore.
Catania, 2 giugno 1999
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Prima Edizione: Catania, Dicembre 1997
-Seconda Edizione: Catania, Giugno 1999

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